Contare le persone,
far sì che
le persone contino
Bemidbàr (Nm 1,1-4,20)
Daniel Taub

In ebraico il quarto libro della Bibbia è chiamato Bemidbàr - "Nel deserto". Ma in italiano è noto come il li - ITO dei Numeri, in riferimento a un altro nome dato a questo libro dal Talmùd: Chummàsh Ha-Pequdìm ( "il libro dei conti"), in riferimento ai censimenti degli israeliti con cui si apre e si chiude il libro.
In quanto israeliti ed ebrei abbiamo quasi l'ossessione lel contarci. In Israele la pubblicazione annuale dei più ,,.centi risultati dell'Istituto di statistica è un titolo da ',rima pagina, mentre nella diaspora la demografia del mondo ebraico richiede il tempo e il budget di una moltitudine di think tanks.
Ma la tradizione ebraica nutre sentimenti contrastanti 'orso questo impulso a contare il popolo ebraico. Perché?
Da una parte, la tradizione ebraica considera il comando di Dio a Mosè di effettuare un censimento degli israeliti come un segno d'amore per i I popolo ebraico (Rashì su Lv 1,1). Proprio come un mercante conta i diamanti preziosi, o un bambino conta i suoi giochi preferiti, così Dio conta ciascuno dei membri del popolo ebraico.
D'altro canto, l'idea di contare è guardata con sospetto ed è irta di pericoli. Verso la fine del regno di Davide, un censimento a quanto pare non autorizzato del suo regno diede origine a una pestilenza che uccise circa 70.000 abitanti da Dan fino a Beer-Sheba (2Sam 24).
Il commentatore classico Rambàn (Maimonide, XIII secolo) suggerisce che questi due censimenti, quello di Mosè e quello di Davide, rappresentano due modi molto diversi di contare, diversi nell'esecuzione, per motivazioni e per modalità.
Per quanto riguarda le motivazioni, a Mosè fu ordinato di contare il popolo per uno scopo: prepararsi alla battaglia e distribuire la terra di Israele. Davide, invece, voleva contare gli abitanti senz'altra ragione che quella di esultare nella propria gloria. Come dichiara il Midràsh:
Ogni volta che gli israeliti furono conteggiati per uno scopo, il loro numero non risultò diminuito; ma quando furono contati senza scopo, il loro numero diminuì. Quando furono contati per uno scopo? Nei giorni di Mosè, mentre si allestivano i vessilli e si divideva la terra. Quando fu fatto senza scopo? Al tempo di Davide (Bamidbàr Rabbà 2,17).
Quanto alle modalità, Rambàn osserva che, a differenza di Davide che si limitò a contare il numero dei propri sudditi, il comando a Mosè non è di contare il popolo ma tifqedù 'otàm: calcolare il loro numero per mezzo del contributo di mezzo siclo offerto da ciascuno. Come spiega rabbi Jonathan Sacks: «Ci viene detto non di contare le persone, ma di contare i loro contributi».
Anche le usanze ebraiche riflettono questa ambivalenza nel contare le persone. In ebraico moderno il termine per votare (lehazbia'), viene dal termine indicante un dito ('ezbà) e deriva dall'usanza di non contare i sacerdoti nel tempio, ma di contare le loro dita alzate. In yiddish esiste l'usanza di contare le persone in negativo (nit ein, nit zwei). E ancora oggi gli ebrei nella sinagoga controllano se vi sono i dieci uomini necessari a iniziare le preghiere non contandoli, ma recitando un versetto di dieci parole: «Salva il tuo popolo e benedici la tua eredità, prenditi cura di loro e sostienili per sempre».
Questo sospetto profondamente radicato verso il contarci potrebbe apparire ingenuo e superstizioso. Ma l'interpretazione fornita dalla tradizione ebraica suggerisce un messaggio importante sul modo in cui consideriamo noi stessi come individui e come popolo. Quello che veramente importa non è quanti sono contati, in che modo ognuno di noi conta.

