Analfabetismo religioso
Gianfranco Ravasi
«Leggi spesso le Divine Scritture; anzi, le tue mani non depongano mai il libro sacro». A lanciare questo appello è un uomo vissuto sempre tra i libri, prima coi classici latini e poi con le Scritture Sacre, al punto tale da diventare una vera e propria “biblioteca” vivente. È san Girolamo, detto «il leone dalmata» per le sue origini e per il suo carattere veemente, celebre ancor oggi per la sua colossale impresa di tradurre la Bibbia nella lingua del volgo di allora, la Vulgata appunto, una versione latina che attraverserà i secoli. Il XVI centenario della sua morte, che cadeva il 30 settembre 2020, ha spinto papa Francesco a pubblicare una lettera apostolica dal titolo suggestivo Scripturae sacrae affectus. Tanti sono i lineamenti della persona e dell’opera di Girolamo che vengono illuminati da quelle pagine. Ma ce n’è uno che domina nella sua figura ed è proprio quello del libro che egli tenne sempre davanti a sé. Emblematico, come ricorda il Papa, è il ritratto del santo dipinto da Caravaggio e ora custodito alla Galleria Borghese di Roma: «In un’unica scena viene presentato l’anziano asceta, sommariamente rivestito da un panno rosso, che sul tavolo ha un cranio, simbolo della vanità delle realtà terrene; ma assieme è pure potentemente raffigurata la qualità dello studioso, che tiene gli occhi fissi sul libro, mentre la sua mano intinge la penna nel calamaio nell’atto caratteristico dello scrittore».
Ma papa Francesco, sempre in questa linea, interpella nel finale della sua lettera i giovani in modo provocatorio. Il passo merita di essere citato integralmente: «Penso all’esperienza che può fare oggi un giovane entrando in una libreria della sua città, o in un sito internet, e cercandovi il settore dei libri religiosi. È un settore che, quando esiste, nella maggior parte dei casi è non solo marginale, ma sguarnito di opere sostanziose. Esaminando quegli scaffali, o quelle pagine in rete, difficilmente un giovane potrebbe comprendere come la ricerca religiosa possa essere un’avventura appassionante che unisce pensiero e cuore; come la sete di Dio abbia infiammato grandi menti lungo tutti i secoli fino a oggi; come la maturazione della vita spirituale abbia contagiato teologi e filosofi, artisti e poeti, storici e scienziati».
Si apre a questo punto un vero e proprio grappolo di interrogativi spinosi che solleciterebbero un’analisi impietosa: qual è lo stato attuale del libro religioso? Perché la prevalenza è affidata a testi devozionali, vaghi, spiritualeggianti o moraleggianti, encomiastici? Come si spiega l’assenza o l’irrilevanza degli scritti religiosi di qualità («sostanziosi»), anche all’interno delle grandi librerie “laiche”, che talora intitolano lo scaffale specifico «Religioni, teologia, esoterismo»? Perché l’analfabetismo a livello di cultura religiosa è placidamente accettato? Citando Umberto Eco, «perché i ragazzi nelle scuole devono sapere tutto degli dèi di Omero e quasi nulla di Mosè? Perché la Divina Commedia e non il Cantico dei cantici?».
È ancora il Papa a gettare il sasso nello stagno, ed è a lui che lasciamo di nuovo la parola: «Uno dei problemi odierni, non solo della religione, è l’analfabetismo: scarseggiano le competenze ermeneutiche che ci rendano interpreti e traduttori credibili della nostra stessa tradizione culturale. Specialmente ai giovani voglio lanciare una sfida: partite alla ricerca della vostra eredità. Il cristianesimo vi rende eredi di un insuperabile patrimonio culturale di cui dovete prendere possesso. Appassionatevi di questa storia, che è vostra. Osate fissare lo sguardo su quell’inquieto giovane Girolamo che, come il personaggio della parabola di Gesù, vendette tutto quanto possedeva per acquistare “la perla di grande valore” (Mt 13,46)».
Leonardo Sciascia nel suo Gli zii di Sicilia (1958) ribadiva che, certo, «il libro è una cosa. Ma se lo apri e lo leggi diventa un mondo». È ovvio che questo non accade per tutti i testi (anche teologici), come ammoniva Francesco Bacone nei suoi Saggi: «Alcuni libri vanno assaggiati, altri inghiottiti, pochi masticati e digeriti». Tra questi ultimi, per stare sempre nell’orizzonte geronimiano, c’è indubbiamente proprio la Bibbia ininterrottamente tradotta, commentata, edita ma forse non molto «masticata e digerita». Su questo particolare libro plurale (Biblia, in greco “i libri”) – che è il cuore della vita e dell’opera di Girolamo e della stessa lettera apostolica – vorremmo ora proporre una sorta di divagazione tematica.
Montag, l’“incendiario” dei militi statali del fuoco, protagonista di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, comincia a entrare in crisi nella sua missione “bibliocida” quando si mette a sfogliare una Bibbia scampata a uno dei tanti roghi, e il vecchio e catacombale professor Faber gli fa capire perché essa sia così pericolosa, come tutti i grandi libri: «La Bibbia rivela i pori della faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive». Il testo sacro, quindi, come smascheramento della superficialità, della plastica facciale applicata all’anima, dell’autodifesa ipocrita.
La Bibbia compie questa azione provocatrice attraverso il racconto, il simbolo, l’immagine, la metafora, il segno, la teofania, essendo il linguaggio spirituale di sua natura “allegorico”, un “dire altro”, come il celebre oracolo di Delfi che “ammiccava”, lasciando cadere a terra tutte le denotazioni esplicative riduttive e tenendo sempre aperto il fiore della domanda, della polivalenza semantica, della ricerca, dell’ermeneutica. Non per nulla uno degli ultimi artisti che hanno intinto quasi sistematicamente il pennello in quell’alfabeto colorato della fede che è la Bibbia (per usare una sua fastosa locuzione), cioè Marc Chagall, confessava di non avere in realtà «letto» le Scritture Sacre, ma di averle «sognate» in una sorta di contemplazione epifanica.
In questa linea è curioso notare che uno dei maggiori scrittori svedesi, il cattolico Torgny Lindgren (1938-2017) – che alla Bibbia ha ripetutamente attinto (si pensi alla sua carnalissima Betsabea) – riproponeva la questione col suo romanzo intitolato in svedese Dorés Bibel, cioè la «Bibbia di Doré», faticosamente reintitolato nella versione italiana dall’editore Iperborea con un più pedante Per non saper né leggere né scrivere. Il protagonista, colpito da una sindrome di alessìa, incapace quindi di leggere e scrivere, ricreava ex novo la celebre Bibbia illustrata da Gustavo Doré, l’incisore ottocentesco francese, dopo averla imparata a memoria attraverso quelle xilografie che hanno incantato anche tanti di noi da ragazzi, ma non solo (assieme alla sua Divina Commedia o alle Favole di La Fontaine o al Don Chisciotte). Raccogliamo la provocazione di Lindgren che esalta l’immagine biblica – esorcizzando l’iconoclasmo antico e moderno che cancella ogni epifania parabolica e simbolica – per affermare la qualità anche “estetica” delle Scritture Sacre. La via pulchritudinis è dalle loro pagine che procedeva per trasformarle nei colori degli affreschi e delle tele o nelle pietre delle statue e dei bassorilievi o per ritrascriverle nelle carte della letteratura.
Abbandonare questa via è stata la tentazione di una certa teologia, votata alla più rarefatta razionalità che, attraverso una trattatistica pronta a spazzar via le nebule delle narrazioni bibliche col vento cristallino della sistematica, riduceva la Bibbia al solo nucleo duro di tesi, teoremi e assiomi, inducendo talora il sogno (o l’illusione) di erigere una teologia o una morale more geometrico demonstrata. Effettivamente la Scrittura-Lettura-Simbolo è anche Verità, Messaggio, Didaché. Tuttavia il Logos giovanneo, ossia la Parola divina, si erge con tutta la sua densità di significato: è la celebre resa del Faust di Goethe che traduce il Logos, certo, con Wort ma anche con Sinn, cioè “Senso”, “Significato”, posto accanto alla Kraft della Parola potente, efficace e incisiva e alla Tat dell’Atto simbolico.
I testi sacri sono certamente “informativi” sulla verità che vogliono rivelare, generando quella che i teologi chiamano la fides quae, ossia la fede nei suoi contenuti dogmatici. Ma lo fanno con la “carne” della letteratura, dell’immagine, della bellezza, del fascino, della concretezza storica. Anzi, essi mirano a diventare “performativi”, attizzando nel cuore la fides qua, cioè l’adesione vitale ed esistenziale. Si potrebbe allestire una vera e propria panoplia testuale di simboli biblici tesi a marcare questa qualità creativa, vitale ed esistenziale della Parola sacra: dalla lampada che illumina i passi della vita al lievito che sommuove la massa, dall’acqua che feconda le aridità spirituali al sale che dà sapore e cauterizza, dalla spada che giunge al midollo svelando ogni angolo remoto della coscienza al miele che addolcisce e rasserena e così via.
Nietzsche aveva centrato questo aspetto globale del libro sacro quando sarcasticamente ammoniva i cristiani: «Se la buona novella della vostra Bibbia fosse anche scritta sul vostro volto, voi non avreste bisogno di insistere così ostinatamente perché si creda all’autorità di questo libro: le vostre azioni dovrebbero rendere quasi superflua la Bibbia perché voi stessi dovreste continuamente costituire la Bibbia nuova». È la stessa “beatitudine” pronunziata da Cristo a esigerlo: «Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!» (Lc 11,28). Sono l’akouein e il poiein, l’“ascoltare” e il “fare”, come Egli dice altrove (Lc 8,21), il vero approdo della Scrittura e della Lettura, perché esse sono evento, storia, vita.
È ciò che sottolineava Dietrich Bonhoeffer quando ammoniva così un gruppo di pastori delle Chiese tedesche durante un corso tenuto nel 1936-1937: «Il pastore incontra la Bibbia in tre diversi momenti: sul suo scrittoio, sul pulpito e sull’inginocchiatoio e la usa correttamente solo se la pratica totalmente. Nessuno può commentarla dal pulpito senza studiarla sul suo tavolo di lavoro e praticarla nella preghiera e nella sua vita».
(Vita e Pensiero, n.6, 2020, pp. 79-83)

