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    Vogliamo davvero

    la «sicurezza»?

    Ma a muoverci

    è il saper rischiare

    Chiara Giaccardi e Mauro Magatti


    Nel gesto di cambiare il calendario c’è in questo esordio a lungo sospirato dell’anno nuovo qualcosa di ancor più simbolico del consueto: non solo il lasciarsi alle spalle mesi tribolati ma anche il desiderio – fortissimo – di aprirci al nuovo, consapevoli tuttavia che occorrerà altro tempo per scorgere veri segni di cambiamento. Sentiamo però intanto urgere alcune domande essenziali: cosa cerchiamo nel 2021? Di cosa si nutre la nostra fiducia che le cose andranno meglio? E prima di liberarcene del tutto, cosa ci ha insegnato il 2020? Servono punti fermi attorno ai quali costruire il «tempo nuovo» che comunque verrà. Abbiamo chiesto ad alcune firme care ai lettori di Avvenire di aiutarci a trovare parole portanti, come architravi affidabili. Eccole.

    «Dobbiamo riscoprire la distinzione fra speranza e aspettativa », scriveva Ivan Illich. In un mondo di aspettative – che nella maggior parte dei casi si rovesciano in delusioni –, dove le ragioni di sconforto e disorientamento crescono, abbiamo bisogno di riscoprire la virtù della speranza. La radice di questa parola è sanscrita: spa, che significa tendere verso una meta. Sporgersi, sbilanciarsi, protendersi, proiettarsi al di là della situazione, con le sue ristrettezze e le sue urgenze: «Pensare è oltrepassare », scrive Ernest Bloch in Il principio speranza.
    Senza speranza nessuna libertà è possibile. E nessun cambiamento. La speranza – ricorda papa Francesco in Fratelli tutti – è radicata nel profondo di ogni essere umano come «una sete, un’aspirazione, un anelito di pienezza, di vita realizzata, di un misurarsi con ciò che è grande, con ciò che riempie il cuore ed eleva lo spirito... La speranza è audace, sa guardare oltre la comodità personale... per aprirsi a grandi ideali che rendono la vita più bella e dignitosa» (n.55). Viceversa, la mancanza di speranza restringe gli orizzonti, chiude il futuro, spegne la solidarietà.
    Seminare la mancanza di speranza, la sfiducia, la diffidenza è una strategia di dominio. Dare voce ai percorsi di speranza, invece, ci apre oltre noi stessi, verso il bene delle generazioni future. Senza speranza non vale la pena seminare. E proprio quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro va tenuto aperto l’oblò della speranza, come cantava Bob Dylan.
    «Non consultarti con le tue paure, ma con le tue speranze e i tuoi sogni.
    Non pensate alle vostre frustrazioni, ma al vostro potenziale irrealizzato.
    Non preoccupatevi per ciò che avete provato e fallito, ma di ciò che vi è ancora possibile fare» diceva Giovanni XXIII. Non lasciamoci perciò corteggiare da diffidenza, disillusione, disincanto, anche se tutto ora sembra più difficile, quasi impossibile. «Non obbedire a chi ti dice di rinunziare all’impossibile! / L’impossibile solo rende possibile la vita dell’uomo», recita un verso di Margherita Guidacci. L’ossessione per la 'sicurezza' – mantra collettivo che ha trovato nuove declinazioni in tempo di Covid – spegne la speranza, riducendo la vita a sopravvivenza biologica individuale, e rimpicciolisce gli orizzonti fino a farli coincidere con le nostre bolle protettive, accuratamente sigillate. Ma così si soffoca.
    «Non sapendo quando l’alba arriverà, tengo aperta ogni porta», scriveva Emily Dickinson. Allora si può respirare, con la fiducia di una pienezza che ci aspetta. Si chiama 'salvezza', e riguarda la nostra integralità: non solo la sopravvivenza biologica, ma la dignità, la libertà, lo spirito che ci anima, il desiderio che ci muove, il senso del nostro esistere. Chi dà la propria vita per altri non è 'sicuro' ma è 'salvo'.
    Cercare sicurezza è rincorrere il mito del 'rischio zero'. Ma senza rischiare non si vive, e senza speranza non si rischia. Solo chi spera può rischiare, guardare in faccia la morte per amore della vita. «La speranza è un rischio da correre. È addirittura il rischio dei rischi », scriveva Georges Bernanos.
    La speranza è una promessa. Siamo esseri desideranti, che esistono nell’oltrepassarsi, al di là di ogni caduta. Oggi questa convinzione è più chiara, perché di questo superamento di sé nel valore abbiamo fatto esperienza nei giorni più drammatici della pandemia.
    La speranza è una visione. Cioè un desiderio che nel confronto con la ruvidezza della realtà comincia a prendere forma, anche se i suoi confini sono ancora indeterminati. Vanno oggi immaginati nuovi modi di esprimere e dare forma alla tensione 'eccentrica' dell’essere umano, alla sua spinta a trascendersi, sulla base della nostra capacità creativa e della nostra responsabilità nei confronti delle relazioni che mettiamo al mondo. Un desiderio 'generativo', capace di rinnovare le forme organizzative, istituzionali, culturali.
    La speranza è una virtù, non un generico afflato emotivo. Per questo, essa esige il coraggio e la capacità di combattere contro le difficoltà. Di resistere. Perché la via della speranza è irta di sfide. Come scrive Thomas Merton, «la perfetta speranza si acquista sull’orlo della disperazione». Cambiare lo stato di fatto, lottare contro le ingiustizie, abbattere i muri, sono tutti movimenti complessi che fioriscono solo grazie alla virtù della speranza.
    La speranza, infine, è una costruzione. Non è una collezione di buoni sentimenti, né è appannaggio delle anime belle. Non sfugge alla prova della realtà, ma richiede di coltivare un saper fare, un saper vivere, un saper pensare, insieme alla capacità di mediare e di risolvere i conflitti che inevitabilmente insorgono. «La speranza non è per nulla uguale all’ottimismo. Non è la convinzione che una cosa andrà a finire bene, ma la certezza che quella cosa ha un senso, indipendentemente da come andrà a finire» (Vaclav Havel). Chi si muove sulla spinta della speranza sa che non è nel compimento dell’opera la prima e fondamentale ricompensa, ma nel processo cui si dà inizio e nel cammino che, camminando, si apre.
    Camminiamo dunque nella speranza perché, come scrive Goethe, «la speranza è dei vivi, solo i morti non hanno speranza». Per il nuovo anno, paradossalmente aiutati da un flagello che spacca le certezze e sovverte le abitudini, prepariamoci a scrivere una pagina nuova della storia comune, dentro un avvenire che non è già scritto: sostenuti dalla speranza, apriamo i nostri orizzonti e facciamo voti di vastità.

    (Avvenire - 2 gennaio 2021)


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