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    Ricostruire l'humanitas

    Vito Mancuso


    Viviamo un tempo nuovo, fecondo per la creazione e il pensiero anche se sembra che tutto sia crollato.
    Sono istintivamente d’accordo con il titolo che mi è stato assegnato: ricostruire. Dopo decenni in cui si è inteso decostruire, abbattere, svelare recondite falsità; dopo la volontà di smantellare il lavoro dei secoli precedenti facendo filosofia «con il martello» come recita il sottotitolo del Crepuscolo degli idoli di Nietzsche; dopo un secolo come il ‘900 in cui il pensiero si è prefisso di «combattere il sistema» cioè la dinamica delle forze economiche, sociali, spirituali, culturali il cui concerto si chiama politica; dopo la proclamazione della morte di Dio e l’instaurazione ormai universale della secolarizzazione e non di rado del nichilismo; dopo dimostrazioni analitiche dell’infondatezza della soggettività conscia e del libero arbitrio per cui sembra non avere più senso parlare di libertà, scelta, responsabilità, con la conseguente morte dell’idea di uomo; dopo tutto questo, a cui oggi si aggiungono le immagini di macerie e di morte della guerra ucraina, è quasi naturale, direi fisiologico, avvertire il bisogno del procedimento contrario.
    Quindi ricostruire. Questo vale per la religione, l’etica, il diritto, la politica, la famiglia, la scuola, l’educazione, la sessualità, il linguaggio: vale per l’identità umana nella sua specificità la cui essenza è sempre più opaca, perché è sempre più difficile capire cosa significhi veramente vivere da essere umano. Persino il corpo in quanto generatore di identità non costituisce più per un numero crescente di persone, soprattutto giovani, un punto di appoggio stabile. È strano: esiste un progresso obiettivo su una serie di indicatori, ma la sensazione più diffusa è la decadenza, la crisi, lo sfilacciamento, la paura. Sorge quindi nella mente il bisogno naturale di appoggiarsi a qualcosa di solido e di affidabile. E per questo intendiamo ricostruire.
    Ma cosa va ricostruito? La società, è chiaro. La società in quanto insieme di soci in grado di esprimere un ordinamento complessivo il cui nome è politica, intesa quale «scienza direttiva e architettonica al sommo grado» (Aristotele, Etica Nicomachea, 1094b). La pervasiva sensazione di decadenza è data infatti dal non sentirci più soci gli uni degli altri, dal non essere più raccolti in un progetto comune, in una societas. Perché non ci sentiamo più soci? Perché siamo rimasti privi di un ideale più grande dell’interesse personale che colleghi tra loro le nostre coscienze. È possibile ritrovarlo? Non lo so, non sto parlando di un prodotto fabbricabile a tavolino e ordinabile online, sto parlando di un’energia insondabile e totalizzante che si impadronisce della mente e che si chiama passione, fede, ideale. Giordano Bruno la chiamava furore: «eroico furore».
    Credo però che possiamo predisporci ad accoglierla con alcune pratiche che riguardano la mente e il suo rapporto con la realtà.
    La prima consiste nel tornare a dare valore alla possibilità della mente di conoscere la realtà. Secondo Nietzsche «i fatti non esistono, esistono solo interpretazioni» (La volontà di potenza, af. 481): ricostruire significa, al contrario, sostenere il primato dei fatti sulle interpretazioni e di conseguenza disporre la mente in modo che possa accogliere i fatti nella loro concretezza nominandoli per quello che sono. Pietra: pietra. Nuvola: nuvola. Acqua: acqua. Carezza: carezza. Pugno: pugno. Aggressione: aggressione. Guerra: guerra. Pace: pace. Ricostruire significa ritrovare la fiducia nella nostra possibilità di conoscenza.
    Ricostruire significa in secondo luogo ridare spessore cognitivo agli ideali di cui gli esseri umani si sono sempre nutriti: verità, bene, giustizia, bellezza, anima, spirito, armonia, amore, amicizia, lealtà, sincerità, onestà, virtù. Dopo un secolo in cui si è fatta filosofia con il martello riducendo l’etica nel costume comune a pratica irrilevante e spesso oggetto di sarcasmo, ora è il momento di generare un pensiero che usi la cazzuola, consapevoli che è solo così che si pratica veramente l’arte muraria e si costruisce e si ricostruisce.
    Per quanto infatti sia necessaria la pars destruens, è solo nella pars construens che si rivela il valore di un pensiero, di una teoria politica, di un’estetica, di una spiritualità, più radicalmente ancora di un essere umano. Perché? Perché tutto è costruzione. Tutto è sistema, aggregazione, relazione. Non esiste nulla che non sia una costruzione, nulla che non sia il risultato dell’azione designata dal verbo costruire: l’aria e l’acqua sono costruzioni, gli stessi atomi che le compongono lo sono; e così ogni altro fenomeno naturale.
    Pensate al vostro corpo operandone mentalmente la decostruzione: ecco la decina di apparati, ecco gli organi, i tessuti, le cellule, gli organelli, le molecole, gli atomi, gli elementi subatomici. E ora daccapo la visione sintetica da cui appare quanto il nostro corpo sia un’immensa e meravigliosa costruzione. È per questo che la nostra mente sente il bisogno di costruire, e quindi anche, logicamente, di ricostruire: perché, così facendo, essa aderisce alla logica da cui viene e in cui sta bene, cioè la logica dell’armonia relazionale. Vi sono però due corollari essenziali. Il primo è che ricostruire non significa restaurare, ritornare indietro, mettere in atto una reazione che configuri un ritorno al medioevo contro le acquisizioni della modernità.
    Navigando nell’immenso fiume della Storia non è possibile risalire la corrente e tornare indietro perché la storia, come la natura, è una processualità irreversibile. Il secondo corollario consiste nella consapevolezza che anche decostruire è essenziale al processo storico. Il che vale ancora prima per la natura, la quale costruisce non senza distruggere, dà la vita non senza toglierla. Si pensi, per tornare al nostro corpo, al fenomeno della apoptosi, la morte cellulare programmata necessaria per la nascita di nuove cellule. Anche in questo istante nel nostro corpo alcune cellule nascono perché altre prima sono morte. Questo significa che la negatività ha una sua dolorosa necessità nel processo antinomico che si chiama Storia, e prima ancora Vita. È la dinamica complessiva che il buddismo chiama impermanenza, e che nomina il sorgere e il tramontare delle cose.
    Perché allora ricostruire? Perché il bilancio non è pari a zero, visto che da tale dinamica scaturisce il processo detto evoluzione, o anche progresso, civiltà, cultura, scienza, diritti umani. Per questo avvertiamo il desiderio, nonostante l’impermanenza di tutti i fenomeni, di lavorare per costruire e ricostruire. Sappiamo che quanto costruiamo non durerà per sempre perché nulla di ciò che ha avuto un inizio è privo di fine, comprese la nostra società, la nostra patria, la nostra religione, il nostro pianeta.
    Tuttavia questa consapevolezza non deve indurre a pensare che tutto sia vano, «vanità delle vanità» come scrisse Qohelet, il quale aggiungeva che «non c’è niente di nuovo sotto il sole» (Qohelet 1,1 e 1,9). Contrariamente infatti a quanto pensava l’autore biblico, qualcosa di nuovo sotto il sole si costruisce davvero, e questo è la coscienza: la coscienza nella sua capacità di consapevolezza, di creatività, di responsabilità, e quindi libera. Ovvero l’umanità. È «l’umano nell’uomo» di cui parla Vasilij Grossman in Vita e destino. Ed è questa humanitas che va ricostruita. Essa lo potrà essere ritrovando anzitutto una rinnovata fiducia nel rapporto con la realtà: nella capacità della nostra mente di conoscerla e nella capacità della nostra volontà di lavorare in essa onestamente.

    (“La Stampa” - 29 aprile 2022)


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