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    La memoria del passato

    non sia il cimitero dei ricordi

    Massimo Recalcati


     

    Si può pensare alla memoria come a una sorta di cimitero dei ricordi: la memoria baule, la memoria soffitta, dove stanno ammassati inerti – diciamo così – gli oggetti del nostro passato e le loro tracce. Questa è una memoria archeologica o, se si preferisce, una visione archeologica della memoria, che definisce il luogo dove il passato si è depositato, non è più tra noi, è diventato nulla, si è dissolto e può esistere solo nella forma sbiadita del ricordo.
    C’è un’altra versione della memoria che invece ci rende responsabili del nostro passato: articolare storicamente il passato – diceva Walter Benjamin – non significa conoscerlo proprio come è stato davvero, ma significa impossessarsi del suo ricordo, cioè farlo vivere oggi. Siamo noi responsabili di ciò che è accaduto; siamo noi responsabili di quanto ciò che è accaduto continua a esistere o meno; siamo noi responsabili del nostro passato, il passato non è semplicemente una materia inerte che cresce alle nostre spalle. Non è solo, come direbbe Carl Jung, “il peso di ieri”: il passato è anche l’esito della nostra interpretazione, dell’interpretazione che noi adesso diamo del nostro passato.
    Questo significa farsi responsabili della memoria del nostro passato, dunque fare esistere la memoria al futuro. Siamo noi responsabili, ad esempio, se un evento che chiamiamo Rivoluzione francese e che è scritto nei libri di Storia, o la Rivoluzione russa o la nascita di Cristo, siano eventi ancora vivi oppure semplicemente morti defunti e divenuti polvere. La responsabilità che noi abbiamo nei confronti della memoria è quella di continuare a far esistere gli eventi.
    Nietzsche ci aveva avvertiti sui pericoli di una sorta di obesità storica, ruminazione incessante del passato. Viceversa, noi dobbiamo pensare il passato: pensare la memoria al servizio della vita non significa avere la memoria corta o cancellare gli eventi del passato, soprattutto quando questi eventi – come quello della Shoah – appaiono nel loro straziante orrore e ci investono di una responsabilità assoluta. Tutto il contrario.
    Se noi siamo responsabili del passato, siamo anche responsabili di non cancellare quello che è accaduto. Questo non avviene solo attraverso la filologia storica, non avviene solo attraverso i ricordi, ma avviene anche attraverso i nostri atti, avviene anche attraverso quello che noi adesso facciamo.
    Il nostro modo di vivere adesso il presente è il risultato di una interpretazione del passato, di una interpretazione della nostra memoria.

    (“La Stampa” - 28 gennaio 2023)


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