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    L’uomo esiste abitando

    solo se coltiva e custodisce

    Intervista a Silvano Petrosino *


    «Il punto di partenza per definire che cos’è l’abitare è scritto nel libro della Genesi: “Dio prende l’uomo e lo mette nel giardino dell’Eden affinché lo coltivi e lo custodisca”. Quindi se devo dare una definizione all’abitare, la coniugo con il coltivare e il custodire». Va dritto al centro della sua teoria, che sembra sovvertire l’ordine delle cose, Silvano Petrosino, professore all’Università Cattolica di Milano, intellettuale che ama le sfide rischiose, autore prima di “Babele” (Il Melangolo Genova 2003), in cui affronta il delirio del senso dell’abitare umano simboleggiato dalla celebre torre, poi di “Capovolgimenti” (Jaca Book, Milano 2008), un testo in cui porta alle estreme conseguenze il nesso ontologico fra l’uomo e il luogo che abita, perché «l’uomo non può che abitare, dunque esiste abitando». Ma subito ritorna sulle direttrici del “coltivare e custodire”, sostenendo che «l’elemento interessante di questi due verbi e che vanno saldati insieme, cioè lo specifico umano sta proprio nel tentare di tenere insieme queste due esperienze».
    Così come Petrosino tiene a osservare che «tra questi due verbi quello che presenta più difficoltà di compimento è il secondo, cioè il custodire. Perché noi, in qualche modo, il coltivare lo conosciamo, ne abbiamo una maggiore pratica». Petrosino premette che il “coltivare” biblico, oggi può essere traslato anche in un “costruire”. E se ciò è vero, allora «il costruire è un meccanismo ormai entrato nel Dna di tutti». Ecco perché riavvolgendo il filo del ragionamento sul tema dell’abitare, lo studioso spiega che «se dobbiamo erigere una casa, sappiamo benissimo che ci vuole un grande lavoro: nei calcoli statici, nella scelta dei materiali, nella posa del calcestruzzo». Ma non solo: «Nella costruzione degli edifici, pensiamo per esempio, a quanta attenzione un architetto, o un ingegnere, mettono per soddisfare i bisogni delle persone, oppure per migliorare la qualità della vita delle persone svantaggiate, o portatrici di disabilità. Sotto questo aspetto è innegabile che negli ultimi decenni ci sono stati passi in avanti incredibili. La tecnica, in questo campo, ha fatto passi da gigante. Basti pensare che adesso ci sono persino le case domotiche. Eccezionale. Bellissimo. L’uomo ha creato con il suo ingegno e la sua ingegneria strumenti, macchine, apparecchi che semplificano e rendono più facile la vita anche ai più deboli. Sul costruire siamo tutti d’accordo nel ritenere che siamo diventati abilissimi».

    Più complicato, ma anche più interessante, è invece il tema del custodire. Che cos’è esattamente?
    È il custodire le memorie, le relazioni, gli affetti e persino la sessualità. Perché mangiare, dormire, riprodursi vanno custoditi. Possiamo persino azzardare che bisogna arrivare a custodire addirittura le proprie manie. Per capire pienamente quest’ultimo punto faccio il seguente esempio: una ragazza disabile si trovava male in una casa famiglia in cui viveva perché rispetto alla precedente comunità non aveva più un vaso di fiori sulla tavola. Per lei l’abitare era strettamente connesso con l’avere sempre dei fiori i casa.

    Un altro concetto fondamentale dell’abitare è quello dell’intimità.
    Di sicuro. Anche perché tale concetto si sposa con un altro elemento, sempre biblico, quello della nudità. Si potrebbe dire che la casa è il luogo in cui si può stare nudi, cioè senza doversi difendere, che invece è quello che facciamo fuori casa. E senza dover dimostrare nulla. Questo è interessante perché laddove si realizzano queste condizioni, lì c’è la vera casa, anche se non c’è la casa in quanto edificio. Al punto che si può sostenere che l’abitare va al di là della casa come edificio. Ma si può parlare di abitare, solo se ci sono quelle condizioni di intimità, di accoglienza e di custodia. Cito a questo riguardo il film “Irina Palm”, che è la storia di una donna che, siccome ha un nipote malato che deve curarsi in Australia, per raccogliere i soldi necessari trova un lavoro in cui deve masturbare gli uomini senza mai spogliarsi; lei non vede mai questi uomini e quest'ultimi non la vedono mai, tutto avviene attraverso un buco nella parete. A un certo punto lei porta la foto del nipote in quella stanza compiendo un gesto enorme che riscatta tutta quella terribile situazione. Quindi un luogo disumano, inizia a diventare per lei un luogo umano, inizia ad essere abitato grazie a quella fotografia. E ancora: anche i pendolari che ogni giorno prendono il treno salgono sempre sulla stessa carrozza, aspettano sempre allo stesso posto della banchina. Così come nei campi rom ognuno cerca di crearsi un “suo” spazio. Da questi esempi, quindi, possiamo dedurre che non è il luogo che fa l’abitare, ma è l’abitare che fa il luogo.

    È difficile far passare questa idea del custodire perché di solito si censura il fatto che il custodire contenga delle manie.
    Questo vuol dire che l’abitare è più forte del funzionalismo. Per il punto di vista del funzionalismo, che è di un’assoluta correttezza, gli oggetti vanno disposti in un certo modo, con un certo ordine, sulla base di date regole, senza tenere conto della soggettività delle persone che, invece, hanno una loro personale visione della disposizione, dell’ordine. Quindi bisogna coltivare e fare le cose bene. Solo che il fare bene a volte non coincide con una regola astratta per cui il bene è il bene per l’uomo, comprese le sue manie. E, a questo riguardo, non va dimenticato che, noi spesso chiamiamo disordine l’ordine dell’altro. Questo causa tantissimi conflitti sia nelle famiglie che nelle comunità. Io penso che non
    ci sia soluzione per l’uomo di poter vivere al di fuori del conflitto se non accettando di custodire l’ordine dell’altro. Perché se non si impara a custodisce l’altro alla fine l’altro diventa insopportabile e quindi si tenta di distruggerlo. Quando il coltivare non tiene conto del custodire diventa un distruggere. C’è allora un costruire che è distruggere. Pensiamo, per esempio, all’inquinamento: è chiaro che il custodire implica un limite, cioè l’accettazione di un limite.

    Ma il custodire e il coltivare che tipo di relazione hanno con la “tecnica”? Prendiamo in considerazione, per esempio, la tecnologia e balza agli occhi quanto ha migliorato la qualità di vita delle persone con disabilità…
    Questo è il motivo per cui nella Bibbia Dio dice all’uomo di coltivare e di nominare le cose. Quindi la tecnica è una meraviglia, ma al tempo stesso da bene rischia di diventare un male. La tecnica ci sfugge di mano, quando per esempio l’adesione a un modello porta a negare la memoria, la tradizione, i ricordi, gli affetti le manie. Ci può essere oggettivamente una cosa sbagliata. Dunque il coltivare diventa un distruggere perché l’adesione a un modello impedisce di vedere l’altro. Ma al centro di tutto ci deve sempre essere l’uomo.

    Quando lei parla di manie possiamo parlare anche di culture? Per esempio, se prendessimo in considerazione “l’abitare” dei rom, quello che per noi è disordine per loro invece è ordine?
    Quando io parlo di mania è per descrivere un elemento con cui noi non ci troviamo in sintonia. Invece bisogna, anche se è difficile farlo, tenere conto della cultura dell’altro. E allora il custodire è comunque un custodire insieme, che comporta venirsi incontro, cioè un incontrarsi. Tornando all’esempio sui rom: va detto che il coltivare e il custodire è di tutti, sia da una parte come dall’altra. Anche gli extracomunitari, quindi, devono imparare ad ospitare e non solo ad essere ospitati. Ecco in che senso riguarda tutti. Le manie dunque sono le tradizioni, le abitudini di ciascuno, così come di una comunità. C’è poi una ragione per cui bisogna fare questo sforzo, perché se non si fa così è facile venire alle mani. Se non ci si ospita prima o poi ci si distrugge. Di conseguenza i progettisti, gli urbanisti, gli architetti devono accettare un limite alla propria casa. Un architetto non costruisce una casa, perché la casa la fa chi ci abita. Un architetto deve accettare di non essere colui che costruisce una casa, ma colui che mette le condizioni perché possa esistere una casa. È tutto un gioco difficilissimo di accettazione del limite. Per cui custodire vuol dire accettare che c’è dell’incostruibile. Custodire vuol dire accettare il fatto che non posso costruire tutto. Perché custodisco ciò che non ho fatto io.

    Ma allora può fare casa solo con chi abiterà quella casa? E il volontariato che ruolo può ritagliarsi? E perché gli architetti dovrebbero coinvolgere le associazioni nella progettazione?
    La gente, le persone che vivono queste esperienze sono il deposito di un sapere enorme che non necessariamente poi troverà una soluzione tecnica. Perché per i fiori della ragazza disabile, che citavo nell’esempio precedente, non ci sarà nessun architetto che possa progettare quei fiori in tavola. E ribadisco che nelle organizzazioni di volontariato c’è un deposito enorme di piccole cose. Per esempio ho visto un’esperienza di una casa per ragazze giovani che erano state violentate, dove gli operatori mi raccontavano che il loro lavoro consisteva nell’insegnare loro una rieducazione del corpo. Per fare questo avevano previsto attenzioni semplici ma importanti come l’aver costruito dei bagni molto belli e molto colorati. E ancora: il comprare della biancheria più femminile e delicata. Tante piccole cose che potessero far riassaporare loro il gusto della vita. Ecco che, se io dovessi dire cos’è l’abitare, è proprio questa attenzione, questa sintonia emozionale. Ma questa attenzione ai particolari delle persone non potrà mai essere progettata da altri che sono al di fuori della storia delle persone. Quindi bisogna accettare il limite che c’è dell’improgettabile, dell’incostruibile, che in una parola potrebbe essere definito il quotidiano. Per esempio: sono stato ad un convegno di medici, in cui si azzardava la tesi secondo cui oramai i medici hanno perso l’occhio clinico. Ma l’occhio clinico che cos’è? È appunto l’occhio che è attento all’unicità. In teoria non ce ne sarebbe bisogno, perché ci sono strumenti e apparecchiature diagnostiche precisissime; poi ci sono le schede, gli standard, i protocolli. Sapete invece che cosa manca oggi ai medici? La capacità di leggere il corpo, di penetrare lo sguardo. Cito per farmi capire la serie televisiva “Dottor House”, la cui struttura narrativa è incentrata sul tema “tutti sanno tutto, ma solo lui vede”. Lui, il protagonista, vede delle cose che tutti gli altri non hanno visto anche se le sanno perché sono tutti medici formati. È interessante questa narrazione perché in un mondo supertecnologico riemerge l’umano. È interessante anche il nome House, che appunto significa “casa”.

    Se per un momento ci mettiamo nei panni di chi deve fare un intervento di housing sociale a Milano, non conoscendo chi saranno gli abitanti di quella casa, che cosa bisognerebbe fare e a chi bisognerebbe rivolgersi?
    Già il fatto di chiedere, di ascoltare chi conosce direttamente i bisogni sarebbe positivo. Non c’è bisogno di grandi sforzi. Basta il minimo. Servono, innanzitutto, case sicure e con una suddivisione intelligente degli spazi. Di sicuro il volontariato potrebbe portare il tema dell’esperienza, perché il volontariato è il luogo dell’esperienza maturata sul campo. E il tema dell’esperienza è ciò che si oppone all’idea di progetto. Anche perché il progetto è sempre un’astrazione. Se è vero che non si può vivere senza progettare, è altrettanto vero che la vita non è riconducibile a un progetto. Così come è la politica che deve decidere, ma per decidere deve parlare molto e soprattutto ascoltare molto.

    (FONTE: Vdossier 2/2011)

    * Docente all’Università Cattolica, da anni è impegnato nel ripensare i concetti di abitare, ospitalità ed accoglienza.


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