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    “L’ape che ti ha punto è la stessa che fa il miele che tu ami tanto”


    San Francesco di Sales, maestro di vita spirituale per i giovani /12

    Della dolcezza di San Francesco di Sales

    Wim Collin

    (NPG 2023-07-58)

     


    Uno dei detti più noti attribuiti a Francesco di Sales è l’affermazione: “s’acchiappano più mosche con una goccia di miele che con un barile d’aceto”. Il significato del detto di Francesco sul miele e l’aceto è subito chiaro e si inserisce perfettamente in linea con gli altri detti che conosciamo di lui come, ad esempio, “nulla per forza ma tutto per amore”[1]. Se si affrontano le cose con dolcezza, bontà e gentilezza, si hanno molte più probabilità di successo rispetto a quando si cerca di ottenere le cose con costrizione. Dunque via l’acidità e l’amarezza, mentre è benvenuta la gentilezza e la dolcezza.
    Don Bosco, giovane sacerdote, partecipando nel 1842 agli esercizi spirituali nel santuario di Sant’Ignazio sopra Lanzo, scrive negli appunti della sesta giornata: “… la carità è la pianta, il zelo il frutto, la carità è il sole, il zelo è il calore e irrigazione: deve essere benigno […] si colgono più mosche con una goccia di miele, che con un barile di aceto, S[an] Fran[ces]co [di] Sales”.[2] Secondo i biografi di Don Bosco, il santo torinese, che scelse Francesco come patrono della congregazione da lui fondata, avrebbe fatto spesso riferimento a questo famoso detto. “Ricordatevi sempre della massima di San Francesco di Sales: Si prendono più mosche con un piatto di miele che con un barile, di aceto.”[3] E il detto entra a far parte della tradizione salesiana. Nella biografia del primo successore di Don Bosco, Don Rua, scritta da Desramaut, si legge:

    Michele Borghino (1855-1929), giovane direttore in Uruguay, predicava ai confratelli la dolcezza e la mansuetudine di san Francesco di Sales e di don Bosco, ma aveva fama meritata di agire in senso contrario. Vide un giorno arrivare da Torino un pacco postale, il cui indirizzo era chiaramente scritto dalla mano di don Rua. Lo apri e vi trovò un vasetto di miele con un biglietto: “Ecco, mio caro don Borghino, prenderai un cucchiaio di miele tutte le mattine, don Rua”. Don Borghino sarà un superiore energico, ma tutto sommato, un buon salesiano.[4]

    Nonostante la metafora sia entrata a far parte della tradizione salesiana, diventando quasi un proverbio nel linguaggio comune, le origini della metafora sono difficili da rintracciare. Ci sono alcuni problemi... Quando cerchiamo l’origine di questa affermazione, non la troviamo letteralmente, nemmeno in una forma leggermente modificata o in una variante, negli scritti del Vescovo di Ginevra. L’affermazione compare solo in un libro di un amico e collega vescovo, Jean Pierre Camus. Egli scrisse L’Esprit du bien-heureux François de Sales[5] (Lo spirito del beato Francesco di Sales) in sei volumi nella seconda metà del XVII secolo. È lui a riferire la famosa frase “miele-aceto”.
    Nella prima parte del suo libro, che tratta dello spirito di Francesco di Sales, e più specificamente di come si dovrebbe correggere qualcuno, scrive che l’amore o la carità ha come buon amico la dolcezza, che è il loro compagno inseparabile.[6] Correggere qualcuno dovrebbe essere fatto con amore, perché Dio stesso è amore, e ne è l’esempio. Dio è la dolcezza stessa. Camus si riferisce qui al primo libro dei Re: Dio non si fa sentire nella tempesta, nel terremoto, nel vento o nel fuoco, ma nel sussurro di una brezza, “un petit vent gracieux”[7], una piccola brezza graziosa (Cfr. 1 Re, 19, 11-12). Per ottenere un buon risultato è necessaria la delicatezza, la morbidezza balsamica dell’olio: “Una buona insalata contiene più olio che aceto e sale” avrebbe detto Francesco di Sales.[8] Poi Camus scrive: “Ecco un’altra delle sue parole molto memorabili su questo argomento, parole che mi disse più volte: «Sii sempre il più gentile possibile, e ricorda che si attirano più mosche con un cucchiaio di miele che con cento barili di aceto».”[9]
    Quindi, secondo Camus, Francesco di Sales lo avrebbe detto più volte. In effetti, leggendo gli scritti di Francesco, si può notare che sia l’immagine del miele, sia il suo significato si adattano completamente alla visione e ai detti di Francesco. Tuttavia, il detto miele-aceto non compare nelle lettere che Francesco scrisse a Camus, né in altri scritti del santo. L’unica fonte e opera in cui compare questa metafora è l’opera di Camus. Per essere prudenti, è dunque meglio limitarsi a precisare che il detto è “attribuito” da Camus al vescovo di Ginevra.

    Api e miele

    Il significato di questa affermazione si adatta completamente all’insegnamento di Francesco e, inoltre, è anche chiaro che egli non solo usava spesso immagini o metafore, riferendosi a fenomeni naturali, e molto frequentemente alle api e al miele. Solo nell’Introduzione alla vita devota, si trovano cinquantadue passaggi in cui parla di miele e circa quaranta in cui nomina le api. Francesco, quando parla delle artefici della dolce bontà, usa la parola francese “abeille” cioè ape o anche “mouche à miel” (tradotto significa “mosca del miele”) o “avette”.[10]
    La parola o il termine “miele” è spesso usata da Francesco per esprimere la dolcezza, la facilità, la tolleranza o la bontà di qualcosa o di qualcuno. In modo molto poetico, dice che le parole dell’amico Antoine Favre in una lettera a lui indirizzata gli hanno fatto molto bene, anche se lui stesso non ha avuto il tempo di rispondere alle lettere precedenti.
    Non so se devo considerarmi felice o infelice per aver ricevuto in questo periodo tre vostre lettere mentre io non sono riuscito a scriverne neanche una. Se da un lato mi è dispiaciuto molto non rispondere a un uomo come voi, oserei pure dire (per usare un termine più dolce che la vostra bontà autorizza) a un amico che mi scrive con tanto affetto, dall’altro è stata per me una grande gioia poter gustare, in mezzo a preoccupazioni tanto forti, il miele che cola della vostra penna e ascoltare la vostra voce attraverso le vostre lettere.[11]
    Usa la metafora delle api e del miele quando vuole riferirsi all’immagine tradizionale in cui il miele rappresenta la dolcezza e la bontà. Alle sorelle Marie ed Hélène Lhuiller, ad esempio, scrive:
    Vivete così, mie carissime figlie, dolci e gentili con tutti, umili e coraggiose, pure e sincere in tutto. Quale migliore augurio potrei avere per voi? Siate come gli angeli spirituali che portano nei loro cesti solo miele e cera. Che le vostre case siano tutte piene di dolcezza, pace, armonia, umiltà, pietà e fede.[12]
    Francesco di Sales usa la metafora non solo per parlare di questioni profane, ma anche di vita spirituale. Proprio come l’ape che, tra l’altro, non produce solo miele ma anche la cera del favo. Se la cera simboleggia le cose profane, è in mezzo a queste cose profane che si svolge la vita spirituale, il miele. L’ape fa entrambe le cose, l’uomo deve realizzarle entrambe per essere veramente umano.[13]
    Quando parla di “cose divine”, usa spesso la parola miele. Scrive, ad esempio, che per chi si rifugia in Dio, le sue parole sono “più dolci del miele, più salutari del balsamo che si prepara per curare ogni tipo di piaga”[14]. Anche come metafora riferita alla preghiera, le api compaiono negli scritti di Francesco. Bellissima è l’immagine relativa al lavoro e alla preghiera che usa in una lettera a una signora di Digione:
    Mantenetela [l’anima sua] sempre equilibrata e in riposo davanti a Dio durante le vostre attività esterne, ed elevatela, mettetela in movimento durante i vostri esercizi interiori [durante la preghiera]: come fanno le api, che non volano nell’alveare quando fanno i lavori di casa, ma solo quando escono. Durante le nostre attività quotidiane, dobbiamo fare attenzione a mantenere la nostra pace mentale e la nostra anima deve rimanere morbida e calma. Nella preghiera, se vuole volare, che voli; se vuole muoversi, che si muova; [...] che l’anima voglia vedere Dio, desiderare Dio e godere di Dio, è estremamente eccellente.[15]
    Un’altra volta, Francesco scrive a una giovane signora: “Il caro Gesù sia per sempre lo zucchero e il miele che rende dolce la vostra vocazione. Che Egli viva e regni per sempre nei nostri cuori.”[16] È solo la fede che rende piacevole la vita, la cruda realtà diventa vivibile per chi crede. Anche se il succo del timo ha un sapore molto amaro, le api ne ricavano il miele migliore. [17] E quando le cose si fanno difficili, fate come le api, riposatevi al sole per recuperare le forze. L’ape non ha altro rimedio contro le malattie che il sole, così anche l’uomo, quando le cose sono difficili, dovrebbe mettersi alla luce del vero Sole, Gesù Cristo.[18]

    Consigli per la vita quotidiana

    Ma molte delle metafore si riferiscono a comportamenti o atteggiamenti che hanno a che fare con la vita quotidiana. L’immagine dell’ape e del miele è, per così dire, uno specchio che Francesco regge al suo lettore o ascoltatore, e nella metafora gli dà consigli su come l’uomo si comporta al meglio.
    Nelle cose che l’uomo vuole possedere o ottenere, bisogna esercitare una certa moderazione. Dopo tutto, non si può possedere il mondo intero e sarebbe sbagliato voler ambire tutto. Non si deve desiderare ciò che non si può ottenere; non si deve cercare tutto ciò che è troppo lontano da casa. “La natura ha dato una legge alle api, scrive Francesco, che fanno il miele nel loro alveare e prendono il nettare dai fiori vicini.”[19] Le api non vanno a cercare altri fiori finché possono trovare il miele vicino al proprio alveare.[20] Bisogna concentrarsi su ciò che conta davvero.
    In primavera l’ape vola qua e là sui fiori, non a caso, ma con uno scopo, non soltanto per rallegrarsi nel contemplare la gioiosa varietà del paesaggio, ma per cercare miele; una volta che lo ha trovato, lo succhia e se ne carica, poi lo porta nell’allevare e lo sistema con arte, separando la cera, con la quale costruisce i favi in cui conserva il miele per l’inverno seguente.[21]
    Quindi non dovreste lasciare che le cose vi distraggano dal vostro obiettivo. A volte nella vostra mente passano pensieri a cui non dovreste prestare attenzione. Ci sono molte api, molte volano via, solo quelle che stanno veramente cercando di pungerti dovrebbero richiedere la vostra attenzione.[22] Francesco di Sales usa la stessa immagine dell’ape pungente per chiarire come bisogna affrontare le tentazioni. Così, scrive a Jeanne de Chantal della propria esperienza con le api:
    Ultimamente ero vicino a degli alveari e alcune api si avvicinavano al mio viso. Io volevo allontanarle con la mano, ma un contadino mi disse: “Non abbiate paura, non toccatele ed esse non vi pungeranno; se le toccate, lo faranno.” Gli credetti e non una mi punse. Credetemi, non temete le tentazioni, non toccate, non vi offenderanno affatto; passate oltre e non perdete tempo con esse.[23]
    Inoltre, scrive Francesco di Sales nel Trattato dell’amore di Dio, una volta consapevoli di ciò che è importante, non si può più tornare indietro. È come per i bambini, che prima di conoscere il sapore del miele fanno fatica ad aprire la bocca, ma una volta assaggiata la dolce sostanza non vogliono altro.[24]
    La pazienza e il coraggio sono ovviamente virtù che possono essere utili in questo caso. “I bombi fanno molto più rumore e si spostano molto più in fretta delle api, ma producono soltanto cera e non miele. Le persone che, a causa della loro ansia, si affrettano troppo e si agitano senza sosta non fanno mai molto bene.”[25] Quindi, coraggio e fermezza, come le api dobbiamo imparare a volare, con gradualità.
    Quando le larve delle api cominciano a prendere forma si chiamano ninfe; non sanno ancora volare sui fiori, né sui monti, né sulle colline per raccogliere miele; ma pian piano, nutrendosi del miele preparato dalle api anziane, quelle piccole ninfe mettono le ali e si fortificano, e così in seguito potranno volare ovunque, alla ricerca del miele.[26]
    Non siete soli. Le api vecchie si prendono cura delle api giovani, le ninfe non possono ancora andare a cercare il miele o il nettare, le api vecchie se ne occupano. Quindi è necessario essere guidati e orientati.[27] È importante chiedere consiglio agli altri, non a una sola persona, ma se necessario a più persone. Ad Angelique Arnauld, badessa di Port-Royal, Francesco scrive:
    “È difficile, mia cara sorella, trovare spiriti universali che sappiano discernere ugualmente bene in tutte le questioni. Non è nemmeno necessario trovare una persona del genere per essere ben guidati; non mi sembra dannoso raccogliere da vari fiori il miele se non se ne trova abbastanza su uno solo.”[28]
    I buoni consigli li riceviamo dagli altri, tuttavia non sempre sentiamo quello che vorremmo sentire. “Il consiglio saggio deve essere accettato sia quando è impregnato di fiele che quando è candito col miele.”[29]
    Ogni cosa ha il suo tempo, scrive ancora a Jeanne de Chantal: “L’altro giorno vedevo le api che rimanevano nei loro alveari perché l’aria era fosca; esse uscivano di volta in volta per vedere com’era e tuttavia non si affrettavano a uscire, ma si occupavano mangiando il loro miele.”[30] Come le api, se il tempo è brutto, per così dire, non bisogna uscire.
    E se tutto il resto fallisce, non può comunque far male effettuare un cambiamento di tanto in tanto, fare una grande pulizia o ricominciare da zero. “Le api amano i loro alveari, ma ciò nonostante tralasciano di osservare dettagliatamente ciò che vi è e di pulirli e purgarli. Non c’è nulla sotto il cielo di così costante che non si pieghi; nè cosa talmente pura alla quale la polvere non si attacchi.”[31]

    E l’amore...

    L’ape e il miele, nonostante vadano perfettamente in coppia, restano un binomio difficile. Così Francesco scrive a Teotimo: “Sì, figlio mio, l’ape che ti ha punto è la stessa che fa il miele che tu ami tanto. E tu dirai che è vero: il suo miele è molto dolce e delizioso, ma la sua puntura è molto dolorosa.”[32] L’amore non è tutto una beata bontà. Il pungiglione e il miele non possono essere separati. Poco più avanti, nello stesso Trattato, scrive che se si dà ai bambini un panino con il miele, essi leccheranno il miele dal pane e butteranno via il pane.[33] Ma non è così che funziona, non è così che funziona l’amore. Non si può separare la dolcezza e l’affetto dall’amore, per poi rimanere solo con quella dolcezza e quell’affetto. L’amore a volte fa anche male. Ma questo non deve preoccupare nessuno, perché per Francesco di Sales l’amore è al di sopra di tutto, e lo chiama santa indifferenza.

     

    NOTE

    [1] Lettre CCXXXIV: A la Barone de Chantal (14 10 1604), OEA XII, Lettres Vol. II, 359.
    [2] Esercizi Spirituali fatti nel Santuario di Sant’Ignazio presso Lanzo, 2, FdB 84, A10, in P. Braido, Don Bosco prete dei giovani nel secolo della libertà, Vol. I, Roma, LAS, 170-171.
    [3] MB XIV, 19. Cfr. Nel quarto volume il biografo don Lemoyne inserisce il “proverbio” alla fine del capitolo in cui riporta la versione del 1877 del Sistema Preventivo di Don Bosco. “I principii di questo sistema di educazione davano a Don Bosco argomento per le conferenze che teneva ai suoi coadiutori. Ricordava sovente le parole di San Francesco di Sales: «Si colgono più mosche con un cucchiaio di miele che con un barile d’aceto». E pativa se alcuno mostravasi duro coi giovanetti e colle persone dipendenti, volendo che tutti fossero guadagnati colla carità - Non dimenticate mai, diceva continuamente a chiunque avesse autorità sugli alunni, che i ragazzi mancano più per vivacità che per malizia, più per non essere ben assistiti che per cattiveria.” In: MB IV, 47. Il testo del Sistema Preventivo pubblicato nelle MB è quello del 1877. G. Bosco, Il Sistema Preventivo nella educazione della gioventù. Introduzione e testi critici, P. Braido (cur.), Roma, LAS, 1989, 128-138.
    [4] F. Desramaut, Vita di don Michele Rua. Primo successore di don Bosco, Roma, LAS, 2009, 177.
    [5] J.-P. Camus, L’Esprit du bien-heureux François de Sales. Evesque de Geneve, Tome Ier, Paris, Gaume Frères Editeurs-Libraures, 1840, 4.
    [6] Cfr. Camus, L’Esprit du bien-heureux François de Sales, 4.
    [7] Camus, L’Esprit du bien-heureux François de Sales, 4.
    [8] Camus, L’Esprit du bien-heureux François de Sales, 4.
    [9] Camus, L’Esprit du bien-heureux François de Sales, 4.
    [10] Al riguardo della traduzione in lingua italiana dei testi di Francesco di Sales abbiamo notato che soprattutto in relazione alla specie propria delle api, qualche volta le traduzioni sono poco corrette e dunque ci siamo basati sulla versione delle Oeuvres d’Annecy. Per esempio nell’Introduzione alla vita devota, Francesco di Sales scrive “Les bourdons font bien plus de bruit…” cioè “I bombi fanno molto più rumore…” che viene tradotto qualche volta nelle versioni italiane con “I fuchi fanno molto più rumore…” o “Alcuni tipi di api fanno molto più rumore…” o “Le vespe ronzano…” E questo è ovviamente una grande differenza.
    [11] Lettre XII: A Antoine Favre (inizio dicembre 1593), OEA XI, Lettres Vol. I, 35.
    [12] Lettre MDLI: A Mesdames de Villeneuve et de Frouville (18 09 1619), OEA XIX, Lettres Vol. IX, 18.
    [13] Lettre MCDXLI: A Madame de Granieu (08 06 1618), OEA XVIII, Lettres Vol. VIII, 239.
    [14] Lettre MDCCCLXXXI: A la Comtesse de Miolans (08 01 1622), OEA XX, Lettres Vol. X, 242; cfr. Lettre MDCCCLXXXVI: A la Mère de Beaumont (23 01 1622), OEA XX, Lettres Vol. X, 254-255.
    [15] Lettre MCMLXXVII: A une dame ([1609]), OEA XXI, Lettres Vol. XI, 17.
    [16] Lettre MCMXCVIII: A une demoiselle ([s.d.]), OEA XXI, Lettres Vol. XI, 40.
    [17] Cfr. Lettre MCMXCVIII: A une demoiselle ([s.d.]), OEA XXI, Lettres Vol. XI, 40; Vedi anche IVD II, 2.
    [18] Cfr. Lettre CMIV: A la Mère de Chantal ([12 08 1613]), OEA XVI, Lettres Vol. VI, 50.
    [19] Lettre CCCXXXVIII: A la Présidente Brulart (03 04 1606), OEA XIII, Lettres Vol. III, 161.
    [20] Cfr. IVD II, 5.
    [21] TAD VI, 2.
    [22] Lettre CCCIV: A la Baronne de Chantal (01 08 1605), OEA XIII, Lettres Vol. III, 83.
    [23] Lettre CCCVI: A la Baronne de Chantal (28 08 1605), OEA XIII, Lettres Vol. III, 88.
    [24] Cfr. TAD VI, 4.
    [25] IVD III, 10.
    [26] IVD IV, 2.
    [27] Cfr. IVD IV, 2.
    [28] Lettre MDXIX: A Madame Angélique Arnauld (25 05 1619), OEA XVIII, Lettres Vol. VIII, 379.
    [29] Lettre CLXVIII: Aux Religieuses du Monastère des Filles-Dieu (22 11 1602), OEA XII, Lettres Vol. II, 149.
    [30] Lettre CCCXI: A la Baronne de Chantal (14 09 1605), OEA XIII, Lettres Vol. III, 99, cfr. IVD III, 27.
    [31] Lettre CLXVIII: Aux Religieuses du Monastère des Filles-Dieu (22 11 1602), OEA XII, Lettres Vol. II, 145.
    [32] TAD VI, 13.
    [33] TAD IX, 10.


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