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    L’amore deve essere imparato


    San Francesco di Sales, Maestro di vita spirituale per i giovani /11

    Wim Collin

    (NPG 2023-04-64)

     


    Il 10 ottobre o l’11 novembre 1588, circa 434 anni fa, Francesco di Sales, all’epoca ventunenne, partì dalla regione dove era nato (non è sempre facile per gli storici stabilire con esattezza dove vivesse la famiglia “de Sales”) per Padova, per frequentare l’Università. E questa fu un’altra volta che Francesco – insieme al suo fedele compagno, l’abate Déage, un servitore e Gallois, suo fratello minore – lasciò il castello dei genitori per un periodo lungo. Prima era stato il periodo delle elementari a La Roche, poi il soggiorno a Parigi e ora di nuovo Padova, la grande città degli studenti. Rimarrà a Padova fino al 1592.
    Padova (1222), dopo Bologna (1088), Parigi (1150), Oxford (1167) e Salamanca (1218), è una delle più antiche università del continente europeo. Ma essa ha una genesi particolare, in quanto fu fondata per garantire la libertà intellettuale, che a Bologna mancava. Tra gli ex studenti di Padova troviamo nomi famosi come Bellarmino, Galilei, Copernico e Vesalio.

    Imparare ad amare

    Francesco di Sales partì dunque attraverso le Alpi per Padova, dove avrebbe studiato all’università per quattro anni, laureandosi come doctor utriusque juris (in diritto). Suo padre, François de Nouvelles de Boisy, si preoccupò particolarmente della formazione intellettuale di Francesco. Egli in effetti capì ben presto che, al contrario di lui, il figlio non era adatto a prendere le armi ed entrare nell’esercito del Duca di Savoia. Il suo primogenito doveva essere preparato al matrimonio e a una carriera nella magistratura. Françoise de Sionnaz, sua madre, di 30 anni più giovane del marito, che da giovanissima aveva affidato al Signore e alla Madonna il bambino che portava in grembo, era particolarmente preoccupata per le “storie” che sentiva raccontare su Padova.
    Gli studenti della facoltà di medicina, ad esempio, sottraevano i cadaveri dal cimitero per apprendere come il corpo umano era composto, come funzionavano i muscoli e come gli organi erano legati l’uno all’altro. Si era arrivati persino al punto che le famiglie dei defunti pagavano delle guardie per sorvegliare il cimitero e impedire che i loro cari venissero esumati e rubati. La regola era che solo i detenuti, i condannati a morte di Padova, venivano messi a disposizione degli studenti gratuitamente.
    Francesco di Sales, che a un certo momento a Padova si era così ammalato da ricevere l’estrema unzione, scriverà in quel momento nel suo testamento che il suo corpo poteva essere donato alla scienza, agli studenti. Mettendo a disposizione il suo corpo, gli studenti avrebbero commesso già un peccato in meno: non dovevano andare a rubare il suo cadavere. A Padova la giustizia funzionava secondo la legge e i criteri antichi: per i furti si tagliava una mano, per i reati minori un dito, ma c’era anche la possibilità di ricevere una marchiatura a fuoco. Tutto ciò era normale in quel tempo e in quel luogo. E poi c’erano i duelli, le liti che si risolvevano con la spada... Non c’è da stupirsi dunque che la madre fosse preoccupata, per questo passaggio da Parigi – dove era cresciuto più o meno nell’ambiente protetto dei gesuiti – alla libertà totale, al clima mediterraneo, al Rinascimento italiano... Una madre intuisce i pericoli che corre il figlio, è preoccupata, e per buone ragioni. Per avere un po’ di sicurezza circa la vita studentesca del figlio, farà subito cercare un direttore spirituale gesuita che avrebbe potuto aiutare il figlio a “sopravvivere” a quella realtà.
    E così la comitiva si mise in viaggio, nell’autunno del 1588, prima verso la capitale del ducato, Torino, poi probabilmente verso Milano e Venezia, arrivando a Padova entro Natale. Questo era il percorso abituale, anche il più facile e forse il più sicuro. Verso la fine dell’anno si iscrisse all’Università di Padova.[1] Gli venne anche consegnata (i tempi non sono cambiati) una tessera universitaria per dimostrare che era iscritto all’università: si trattava di una grande pergamena su cui erano stampati alcuni dati “standard”, “diritti” e “privilegi” dello studente, dopo i quali seguivano il nome, la provenienza e una descrizione fisica dello studente. “Nobiluomo Francesco di Sales, Sabaudus Galus”, il nobile Signore, della parte “gallica” della Savoia, per distinguere la parte francese dalla parte “italica” o italiana della Savoia. “cum cicatrice in dextra frontis summitate” con una cicatrice sulla fronte sul lato destro.[2]
    La cicatrice sulla fronte di Francesco di Sales, da dove viene? Era stata causata da un duello con la spada, non a Padova, ovviamente, ma altrove. Le liti venivano risolte in questo modo. E Francesco di Sales non era diverso dagli altri. Anche lui qualche volta usava la spada per risolvere un conflitto. Se guardiamo la vita di Francesco di Sales, a volte viene dipinto come il grande pacifista, come il dottore dell’amore di Dio che era così fin dalla nascita, ed è identificato con la dolcezza e l’amorevolezza, con l’amore puro, ossia la personificazione del miele. Ma tale amorevolezza non era presente in modo “naturale” nella vita di Francesco di Sales. Anche Francesco ha dovuto imparare l’amore. Così, dunque come tutti gli altri, combatteva con la sua spada, una spada che faceva parte delle cose che gli uomini ricchi portavano con sé.
    Ci sono altre storie del suo tempo come studente da cui possiamo evincere che il dottore dell’amore divino ha imparato che cosa significa amare. Ad esempio, quando i suoi amici lo misero alla prova e lo vollero sedurre con una prostituta, ed egli reagì in modo tutt’altro che gentile.
    Anche quando era piccolo, ci sono stati alcuni episodi che ci fanno capire come l’indole gentile di Francesco era il risultato di un processo di apprendimento. I protestanti venivano a visitare il padre nel castello di Thorens e Francesco iniziava a picchiare le galline o le oche con un bastone per la rabbia, perché non poteva tollerare che questi eretici entrassero in casa sua.
    Doveva imparare ad amare e a far emergere la dolcezza che c’era in lui. Anche quando era vescovo, questo carattere infiammabile emergeva di tanto in tanto. Il 16 luglio 1605, ad esempio, scrisse una curiosa lettera a Paolo V per congratularsi pochi mesi dopo l’elezione di quest’ultimo a successore di Pietro. Si conoscevano: si erano incontrati quando Francesco di Sales era a Roma nel 1599 in visita ad Limina, e Paolo V era ancora il cardinale Camillo Borghese. È la stessa visita in cui Francesco di Sales sostiene pro forma l’esame per diventare principe vescovo di Ginevra. È in quella lettera che prima elogia la grandezza del Papa e poi distrugge i protestanti. “Non posso più tacere; non posso non dire quale felice notizia sia stata l’annuncio della sua elezione e come tutta la diocesi, insieme a me, l’abbia vissuta come la più grande gioia.”[3] Subito dopo questo elogio al Papa appena eletto, denunciò i protestanti della sua diocesi: “questa diocesi, sballottata in ogni modo e quasi affondata sotto la tempestosa violenza dell’eresia”, aggiungendo che le chiese cattoliche erano occupate dagli eretici, e questi eretici avevano quasi completamente ridotto in ruderi le chiese e rovinato tutte le chiese.[4] I cattolici erano intimiditi e avevano dovuto scappare per paura e il peccato vi aveva abbondato.
    È vero, storicamente, che c’erano molti “disordini” tra protestanti e cattolici, che vivevano in stato di guerra l’uno con l’altro e che c’erano attacchi regolari da parte dei protestanti nelle aree cattoliche, e che, per esempio, la famiglia de Sales, a un certo punto, si trasferì da Brens sul lago Leman, nella più sicura La Thuille nel sud del lago di Annecy. Se analizziamo la corrispondenza di Francesco sull’argomento, non possiamo certamente concordare con quanto scrive Papa Paolo VI a margine del Concilio Vaticano II: “[Francesco di Sales], il santo ecumenico, [...] che scrisse le Controversie per ragionare chiaramente e amabilmente con i calvinisti del suo tempo [...]”[5].
    Francesco di Sales ha imparato, ha dovuto imparare ad amare: e fu un processo, una lotta che condusse per tutta la vita. Significative le parole di Pio XI che, il 26 gennaio 1923, nell’enciclica Rerum omnium perturbationem – l’enciclica che elevò Francesco di Sales a patrono dei giornalisti – “[Francesco di Sales] era di carattere vivace e poteva facilmente arrabbiarsi [in realtà si dice infuriarsi]. [...] E questo è corroborato dalla testimonianza dei medici, [...] che, nel trattare il cadavere per imbalsamarlo, trovarono il fiele [una parte del fegato] pietrificata e ridotta a piccoli sassolini; in base a ciò poterono accertare quanto violenti fossero stati i suoi tentativi di contenere il suo naturale furore per 50 anni. Questa dolcezza era il risultato di una grande forza di volontà da parte di Francesco di Sales...”[6]. Francesco di Sales ha imparato ad amare, il che lo rende più che mai un esempio per noi.
    La cosa bella è che proprio nella lettera apostolica Totum Amoris Est, papa Francesco insiste molto su questo cambiamento o questa trasformazione nella vita di Francesco di Sales:[7] parlando del suo lavoro come missionario nel Chablais, e come all’inizio fosse molto duro, e che alla fine aveva capito che l’amore per gli altri è l’unico modo per convincerli a tornare alla chiesa vera.[8]
    Il sistema di Francesco di Sales – così dice papa Francesco – dà grande responsabilità alla persona stessa. Così scrive alle religiose del monastero delle Figlie di Dio nel 1602: “Credo che sia meglio limitarsi a mostrar loro il male e mettere il bisturi nelle loro mani, perché pratichino essi stessi l’incisione necessaria”.[9] L’uomo può cambiare, l’uomo può migliorare, l’uomo può diventare la versione migliore di se stesso. È ciò che ha fatto Francesco di Sales: ha cercato di diventare ciò che poteva essere, e ha fatto tutto per arrivare lì. È appunto ciò che papa Francesco in Chritus Vivit indica come condizione necessaria nella strada della santità: diventare il meglio di se stesso.[10] Cioè capire profondamente quali doni e quali talenti il Signore ha dato a me, e come posso potenziarli al meglio, senza diventare qualcuno che non sono.

    L’amicizia come luogo per imparare l’amore

    Uno degli ambiti che ha contribuito a rimuovere lentamente la dura scorza che ricopriva il cuore di Francesco di Sales è quello dell’amicizia. L’amicizia ha assunto un significato molto profondo, spirituale, nel pensiero del Santo. Ma solo quando sperimentò in prima persona gli effetti della vera amicizia, giunse ad accettare e permettere l’amicizia nella sua propria vita, e si trasformò in una persona che impara ad amare. Nel 1592 scrive ad Antoine Favre:
    Questo dono [la nostra amicizia], apprezzato per la sua rarità, è davvero inestimabile e tanto più prezioso per me, perché non avrebbe mai potuto toccarmi per i miei meriti personali. Porto da ora in poi sempre in me l’ardente desiderio di coltivare diligentemente tutte le amicizie. […] È eccellente che tu faccia per me quello che io ho fatto per te finora, cioè che tu mi consideri un amico senza eguali, come lo sei tu per me. Perciò è con grande piacere che ti prendo come mio amato fratello e come mio fratello, perché vedo che sono tuo fratello a tal punto che mi sento quasi un altro essere umano.[11]
    Nel 1607, il 31 maggio, scrive a un altro amico:
    È facile dire che la conoscenza dei meriti dell’altro per te porta necessariamente all’amore (io dico all’amicizia), ed è vero che i meriti sono un motivo importante per l’amore, ma sono inutili, se manca la speranza dell’amore reciproco. Sai bene che ti ho detto mille volte che sapevo che mi amavi e che amavo la nostra amicizia reciproca, non solo per il bene che mi portava, ma soprattutto perché la base della nostra amicizia era eterna.[12]
    È forse per questo motivo che dobbiamo imparare ad amare, e in questo Francesco di Sales è un esempio per noi. L’amore deve occupare il primo posto in ciò che determina le nostre azioni, l’amore tocca il cuore, l’amore fa sì che tutto si unisca e ci fa amare ciò che amiamo. Il cuore – scrive nell’Introduzione alla vita devota – è un luogo di apprendimento, il luogo dove si impara ad amare. E sarà il cuore a dettare ciò che siamo e chi siamo nella vita: l’interno determina l’esterno, l’esterno riflette ciò che è l’interno, e questo non può essere altro che l’amore.[13]
    Non bisogna sottovalutare ciò che scrive Francesco di Sales. Ogni parola, ogni frase, ogni lettera porta in sé un significato molto profondo. Anche questo, ma in modo più astratto, è stato riportato dal Papa nella Lettera Apostolica in occasione del quarto centenario della morte del Santo. È nella propria vita che l’uomo scopre l’esistenza di Dio stesso, Dieu è le Dieu du coeur humain, Dio è il dio del cuore umano. Francesco di Sales ha imparato ad amare attraverso l’amicizia, perché ha scoperto che nell’amore l’amore divino diventa visibile. Dio diventa umano e l’uomo diventa Divino. Siamo dunque invitati a riconoscere Dio nella quotidianità, nella nostra propria vita e in quella degli altri, perché è lì il luogo e la sede dell’amore divino. E per incontrare questo amore l’uomo necessariamente deve uscire da se stesso, per andare incontro all’altro. Nella lettera a Monsignore Boivineau, vescovo di Annecy, San Giovanni Paolo II (come riportato nella Lettera Apostolica) scrive: “Ecco la domanda vera che supera di slancio ogni inutile rigidità o ripiegamento su se stessi: chiedersi in ogni momento, in ogni scelta, in ogni circostanza della vita dove si trova il maggior amore”. Ogni forma di discernimento, scrive papa Francesco, ha come criterio unico l’amore.[14]

    Dio è amore

    Francesco imparò a credere, attraverso prove ed errori, che Dio è buono, che Dio è vicino e che Dio è amore. “La fede ci fa sapere con infallibile certezza che Dio esiste, che è di una bontà infinita, che può comunicare con noi, e non solo può, ma vuole farlo; tanto che per la sua ineffabile dolcezza ha preparato per noi tutti i mezzi per raggiungere la felicità della gloria immortale”, scrive nel Trattato dell’amore di Dio.[15]
    Questo amore di Dio si manifesta in Gesù Cristo e nello Spirito Santo. E questo amore è così grande che vuole necessariamente includere l’uomo in esso. Dio vuole abbracciare e includere l’uomo nel suo amore infinito.[16] Ecco perché Dio fa conoscere la sua volontà “in così tanti modi e con così tanti mezzi” che “nessuno può ignorarla”[17].
    Francesco di Sales, ragazzino di 11 anni, viene mandato dal padre, presumibilmente nel 1578, a Parigi per continuare gli studi. È la prima volta che lascia la Savoia. La campagna francese e soprattutto le città portano i segni della guerra tra cattolici e ugonotti. A Parigi – grande città di circa mezzo milione di abitanti – egli, insieme all’abbé Déage e al loro servitore, prende alloggio all’Hotel de la Rose Blanche. Vi rimarrà 10 anni. Suo padre voleva che studiasse nel famoso Collegio di Navarra, ma Francesco aveva messo gli occhi sul Collegio dei Gesuiti di Clermont, fondato di recente. I gesuiti erano un ordine giovane, fondato negli anni ‘40 del XVI secolo, la Ratio Studiorum non era ancora scritta (lo sarà solo nel 1599), ma il metodo di insegnamento innovativo, l’umanesimo cristiano e l’educazione integrale della Compagnia piacciono al giovane Francesco.[18]
    La quinta domenica prima di Pasqua del 1584, a quel tempo già Quaresima, o semplicemente il periodo di Carnevale, il giovane Francesco di Sales è preoccupato. È uno studente esemplare, cerca ogni giorno di essere un buon cristiano, è membro, anzi capo della “Compagnia della Vergine Immacolata” nel collegio, e ora c’è il carnevale, in cui apparentemente tutto è permesso, in cui gli studenti germanici bevono abbondanti quantità di birra e gli studenti latini lasciano scorrere copiosamente il vino. Può festeggiare il carnevale? Può lasciarsi andare e partecipare ai bagordi o deve tenersi alla larga? “Cosa succede se pecco?”.[19]
    Più tardi, tra la fine di dicembre del 1586 e l’inizio di gennaio del 1587, questa crisi si ripeté, questa volta con un taglio teologico molto forte, soprattutto per quanto riguarda il problema della predestinazione. La domanda che preoccupa Francesco di Sales non è altro che la grande domanda che preoccupa molti teologi, Tommaso, Agostino, Giansenio, Lutero e Calvino, così come i semplici credenti dell’epoca: “Andrò in paradiso o sono destinato all’inferno? E se pecco, perdo il privilegio di andare in paradiso?”. La questione della predestinazione dell’uomo non è altro che la questione della qualità dell’amore di Dio. “Dio mi amerà anche se sono un uomo peccatore? Mi perdonerà e mi salverà?”; “Cosa devo fare per fare la volontà di Dio?”; “Cosa devo fare per essere un buon cristiano?”.
    Nel momento più profondo di quella crisi spirituale a Parigi, Francesco di Sales era convinto di essere condannato, destinato al fuoco eterno dell’inferno. Ma il ricordo dello studio del Cantico dei cantici, il libro della Bibbia che descrive un Dio che è amore, aiutò Francesco di Sales a stare in piedi. Dio amerà senza dubbio l’anima che lo cerca sinceramente. San Francesco di Sales ha imparato davvero che Dio è amore.
    Francesco annota nel suo diario: “Sarò dunque davvero privato di Colui di cui ho gustato il dolce amore e che si è dimostrato così amabile per me?”. E poi, con commovente e ingenua abnegazione, scrive: “O Signore, almeno ho potuto amarti in questa vita, anche se non potrò amarti nell’aldilà!”.
    È diventata una tensione insopportabile. Inizia nel mese invernale di dicembre [1586] e continua per tutto il periodo natalizio, fino alla fine di gennaio. Francesco non mangia più. Poi, un giorno, tornando dal collegio, entra nella chiesa domenicana di Saint Etienne des Grès, come era solito fare, e proprio lì c’era la cappella della Vergine Nera. Lì si inginocchia, vede appesa alle sbarre della cappella la preghiera a Maria. L’aveva pregato molte volte. Anche quel pomeriggio comincia a leggere lentamente: “Ricordati, o piissima Vergine Maria, non essersi mai udito al mondo che alcuno abbia ricorso al tuo patrocinio, implorato il tuo aiuto, chiesto la tua protezione e sia stato abbandonato. Animato da tale confidenza, a te ricorro, o Madre, Vergine delle Vergini, a te vengo e, peccatore contrito, innanzi a te mi prostro. Non volere, o Madre del Verbo, disprezzare le mie preghiere, ma ascoltami propizia ed esaudiscimi. Amen.”
    Dopo aver pregato il Memorare, la paura della predestinazione scompare.
    Francesco di Sales imparò nella crisi di Parigi che Dio è un solo e unico amore e che nulla può annullare questo amore. Nulla può separare l’uomo dall’amore di Dio (Romani 8,38).


    NOTE

    [1] Cfr. A. Ravier, Francesco di Sales. Un dotto e un santo, Milano, Jaca Book, 1987, 29vv.
    [2] Cfr. A. Ravier, San Francesco di Sales, Leumann, Elledici, 1967, 15 vv.
    [3] Francesco di Sales, Lettere 1605-1610, in M. Mancuso – A. Raspanti (Cur.), Opere Complete di Francesco di Sales, Vol. 8/2, Roma, Città Nuova, 2021, 120-122.
    [4] Francesco di Sales, Lettere 1605-1610, in M. Mancuso – A. Raspanti (Cur.), Opere Complete di Francesco di Sales, Vol. 8/2, Roma, Città Nuova, 2021, 120-122.
    [5] Paolo VI, Sabaudiae gemma, nel IV centenario della nascita di san Francesco di Sales dottore della chiesa, Epistola apostolica, 29 gennaio 1967.
    [6] Pio XI, Rerum omnium perturbationem, Lettera enciclica, 26 gennaio 1923.
    [7] Francesco, Totum Amoris Est, Lettera Apostolica nel IV centennario della morte di San Francesco di Sales, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticano, 2022, 16-17. (=TAE)
    [8] TAE, 9.
    [9] TAE, 17-18.
    [10] Francesco, Christus Vivit, Esortazione Apostolica Postsinodale, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2019, 257.
    [11] G. Ghiglione, San Francesco di Sales padre, maestro e amico. La spiritualità salesiana nelle lettere. Prima parte: dal 1593 al 1610, Torino, Elledici, 2013, 45-46.
    [12] Lettre CCCXCIX, Œuvres: Tome XIII, Lettres: Vol. III, 288-289.
    [13] Cfr. IVD III, 23.
    [14] TAE, 8-10.
    [15] TAD, 196.
    [16] Cfr. TAD, 163-164.
    [17] TAD, 446.
    [18] Cfr. A. Ravier, Francesco di Sales. Un dotto e un santo, Milano, Jaca Book, 1987, 22-23.
    [19] Cfr. A. Ravier, Francesco di Sales. Un dotto e un santo, Milano, Jaca Book, 1987, 24-27.


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