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    Grammatica e cantieri di sinodalità nella PG /6

    Gianluca Zurra

    (NPG 2023-01-69)


     

    La sinodalità incrocia il tema dell’autorità nella Chiesa. Se, infatti, lo stile sinodale forma realmente il vissuto ecclesiale nel suo insieme, anche il servizio dell’autorità deve essere ripensato e riformulato.
    Veniamo da secoli in cui la specificità dei compiti ecclesiali è stata declinata in termini di gerarchia, con una sottolineatura unilaterale della loro diversità secondo il paradigma della superiorità. Ora, proprio l’agire sinodale può diventare la strada maestra per riguadagnare l’unica dignità di ogni battezzato, custodendo al tempo stesso la differenza di ministeri e carismi nella direzione di una comunione articolata. Per compiere questo passaggio è necessario affrontare con un po’ di coraggio il tema del potere, di cui l’autorità rappresenta un visibile esercizio. Senza questo approfondimento, infatti, le derive potrebbero essere due: continuare ad appoggiare la sinodalità su una mentalità gerarchica senza metterla davvero in discussione, oppure, in maniera uguale e contraria, ritenere di poter superare lo schema autoritario tramite un generico riferimento astratto alla comunione, non riuscendo a dare ragione della molteplicità dei ministeri, che pure esistono come elemento ecclesiale originario e strutturale.
    Ci soffermiamo, dunque, sull’esperienza umana del potere, per approfondire successivamente il modo con cui Gesù lo vive e, infine, quali risvolti pastorali ed educativi può assumere la sinodalità a proposito di un ripensamento dell’autorità, nella Chiesa e non solo.

    Il potere di vivere

    Il termine “potere”, nel gergo comune, tende ad essere ridotto alla sua accezione negativa. In realtà, prima di ogni sua possibile degenerazione, deve essere riconosciuto come la condizione fondamentale della vita: veniamo al mondo con il potere di muoverci, di camminare, di scegliere, di stare con gli altri. Secondo il racconto biblico della Genesi, Dio crea l’uomo nella sua possibilità/potere di essere libero, di custodire e di coltivare la terra, prendendosene cura. Certo, il medesimo potere sarà sempre sull’orlo di trasformarsi in dominio e sopraffazione sugli altri, sul creato e sulle cose. Intanto, però, non nasce di per sé come negativo, ma come un dono ambivalente, consegnato alla responsabilità di chi sta al centro della creazione e deve imparare a diventarne custode e non padrone.
    Il potere, così, si carica subito di un’accezione relativa al servizio, alla cura e alla presa di parola: in esso emerge il legame tra la nostra sussistenza e la responsabilità verso gli altri e il mondo come casa comune. Adamo può vivere nella misura in cui, dando un nome alle cose, non le schiaccia ma le promuove e le riconosce. È davvero suggestivo questo intreccio delle origini! Il potere di vivere si declina fin da subito come potere di cura: siamo “potenti” nella misura in cui cediamo potere, affinché ciascuno possa a propria volta prendersi liberamente a cuore la vita degli altri e delle cose.
    La suggestione del serpente, dunque, non è identificabile con il potere, ma con la sua degenerazione: l’idea che essere potenti e autorevoli significhi avere tutto per sé e sotto di sé provoca la mortificazione del dono del potere di vivere, quasi come una sorta di boomerang.
    La Bibbia legge così ciò che succede nella nostra esistenza a proposito del potere: il primo dono consegnatoci per stare in piedi e muoverci con libertà può essere trasformato in prevaricazione, ogni volta che non riconosciamo nella scelta di “cedere potere” il suo senso originario! Ogni autoritarismo nasce sempre da qui: la separazione tra potere di sé e potere condiviso, tra autorità individuale e comunità. Ma il gioco paradossale è che più diventiamo autoritari, trattenendo tutto nelle nostre mani, e più perdiamo potere, fino a implodere e a mortificare la nostra stessa vita.

    Il potere di Gesù

    Gesù non supera la creazione, ma la compie in modo unico. Non si limita a superare l’esperienza umana del potere, ma la ricomprende dall’interno, rivelandola nel suo significato originario. Più volte chi lo incontra riconosce in lui una “forza”, una “autorità” unica, inconfondibile, diversa da tutte le altre, che non schiaccia ma libera.
    Il Figlio di Dio relativizza così il potere, vivendolo fin dall’inizio come dono ricevuto, come responsabilità condivisa e come gesto generativo.
    Prima di tutto Gesù sente di ricevere tutto dal Padre, a cui è legato nel suo essere Figlio: il potere all’altezza dell’umano è riconosciuto e ridimensionato come donato da un altro e non come una egoistica appropriazione individuale. In secondo luogo, è sempre condiviso con altri: la scelta dei discepoli non è un semplice dettaglio secondario, o questione puramente organizzativa, ma esprime un’autorità che per lo stesso Gesù è tale solo in quanto suscita e garantisce uno spazio originario per gli altri e per la diversità dei carismi. In terzo luogo, Gesù vive la sua autorità come servizio, dunque in senso generativo, fino a “intercedere”, a mettersi in mezzo, a pagare di persona purché gli altri possano vivere. Non c’è una contrapposizione tra servizio e potere, ma la dedizione stessa si rivela come potente autorevolezza, scelta e voluta con libertà, in grado di generare vita fino a disinnescare la logica della violenza e della vendetta.
    Gratuità, condivisione e generatività diventano così le tonalità evangeliche tramite cui il potere custodisce il suo senso originario e la sua umanità.
    Se fin dall’inizio la Chiesa si è strutturata in direzione sinodale è perché ha cercato di ricalcare le orme del suo Signore anche per quanto riguarda questo tema fondamentale. Essere autorevoli, assumere “autorità”, non per se stessi ma per il Vangelo, significa dunque “rendere attori altri”: ogni ministero ecclesiale, da quel momento in poi, si legittima se non parte da se stesso, ma da un Altro a cui deve rimandare e rispetto a cui si deve sempre riformare, se non concentra in sé il potere, ma lo rende condivisibile, se non segue il proprio interesse, ma dona la vita a favore d’altri.
    L’esercizio sinodale è l’occasione per allenarsi, a livello ecclesiale, in questa direzione evangelica, declinando così la molteplicità dei carismi non nel senso della contrapposizione o della superiorità gerarchica, ma nella prospettiva della correlazione e della comunione: potremmo dire “mai senza l’altro”.

    Sinodalità come “educazione alla politica”

    Per la realtà giovanile, più la sinodalità si attua in forme concrete dentro la vita quotidiana della comunità cristiana e più diventa uno spazio educativo di iniziazione umana all’autorità e alla vera autorevolezza. Avere la possibilità di spazi in cui respirare la gratuità di un compito affidato, la sua effettiva condivisione con altri, la forza umanizzante di un servizio generativo, senza volere nulla in cambio, è già un “esercizio politico” che insegna l’arte difficile, eppure appassionante, di una presa di autorità responsabile nella società.
    La sinodalità feconda, in effetti, nascendo dall’ascolto di una Parola e di un Pane che ci precedono sempre, educa al riconoscimento di come nulla nasca o finisca con noi, ma tutto sia donato e dunque da condividere a favore di altri, senza requisire tutto egoisticamente per sé. Nell’epoca dell’individualismo e di autorità che tornano ad assumere tonalità dittatoriali di onnipotenza, le nostre comunità potrebbero diventare scuole autorevoli di condivisione e di un potere “altro”, in grado di generare nuovi stili di vita e nuove modalità di vivere insieme.
    Anche in questo modo il Vangelo sarebbe all’opera nella quotidianità dei nostri giorni e la sinodalità, ancora una volta, non si ridurrebbe ad una procedura organizzativa, ma risulterebbe di per sé un potente spazio educativo in vista di una socialità all’altezza dell’umano. C’è dunque un risvolto “politico” della sinodalità che non deve essere perso, nella misura in cui permette davvero l’esperienza di responsabilità condivise, di lavoro in équipe, di abitudine al confronto tra le diversità.
    Le giovani generazioni ne hanno bisogno come il pane e non si può pensare che questo possa avvenire limitandoci a squalificare spiritualisticamente il potere, ma soltanto con il coraggio di rinnovarlo dall’interno sulla forma di Gesù, perché diventi fecondo, fuori e dentro la Chiesa.
    Uno dei più grandi servizi che l’attuale magistero ecclesiale può portare avanti per le nuove generazioni è lasciare che l’agire sinodale riformi realmente lo stile dell’autorità in direzione evangelica, senza il timore di rinunciare a paradigmi autoritari che non tengono più. È perdendoli, invece, che abbiamo tutto da guadagnare in autorevolezza e credibilità, in particolare verso i giovani, impegnandoci in questo modo a offrire un contributo specificamente ecclesiale ad una società più umana, con coraggio profetico e senza invadenze di ruoli.


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