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    Crescere ed educare nel cambiamento d'epoca


    Michele Falabretti *

    (NPG 2021-03-14)

     


    Viviamo in un mondo saturo di informazioni e in una babele di linguaggi. Tra i primi sono gli educatori ad esserne interpellati, perché hanno la responsabilità di essere veri “testimoni” e “maestri” per guidare chi viene loro affidato nei labirinti del nostro tempo. Senza cedere alla tentazione di ridurla a ricettario di “istruzioni per l’uso”, l’educazione distingue fini e mezzi, indicando i primi e utilizzando i secondi con competenza e senso critico. Educare significa praticare e insegnare l’arte del discernimento, tanto più di fronte alla sfida della rivoluzione tecnologica (e digitale), della quale comprendere il senso per imparare a dominarla più che ad esserne dominati; una proposta educativa improntata a un “nuovo umanesimo” apprezza l’apporto della tecnologia senza perdere di vista il bene integrale della persona.

    La tentazione è forte: dopo tutto quello che è successo nell’ultimo anno, rischiamo di accollare alla pandemia tutta la responsabilità di un cambiamento d’epoca. Il processo è stato sicuramente più lungo e allo stesso tempo più rapido.
    Terminate le due guerre, poco dopo la metà del secolo scorso anche la Chiesa aveva aperto un percorso di rinnovamento; per la prima volta nella sua storia aveva convocato un concilio non per affermare la dottrina, ma per rivedere la pastorale: “aggiornamento” era stata la parola d’ordine. Il cammino che si è aperto ha visto una specie di ribaltamento dei ruoli: prima era la teologia ad ispirare la prassi, ora la vita pastorale diventava provocazione e ispirazione al pensiero critico sulla fede.
    Nel frattempo, almeno in Italia, si aprivano una serie di decenni che rapidamente mutavano il volto della società e anche il cuore e la mentalità degli italiani. Gli anni Sessanta furono quelli del boom economico e della contestazione che esplose violenta negli anni Settanta. Se gli anni Ottanta si avviarono verso una pacificazione con il raffreddamento del conflitto tra i due grandi blocchi (sovietico e americano), gli anni Novanta aprirono un periodo all’insegna del consumo e della finanza che ridisegnava i mercati.
    Tutto questo ha definitivamente destabilizzato una cristianità ancora coesa non solo nella frequenza liturgica, ma anche nel convergere su alcuni valori fondamentali. Il nuovo Millennio si è aperto come se il mondo possa essere visto come un grande parco giochi dove ciascuno sale sulla giostra che vuole, per il tempo che vuole. Ma una situazione del genere non può durare, e infatti (purtroppo) nuovi conflitti si sono aperti, il mondo continua ad essere utilizzato come la cava a cui attingere come se le risorse fossero infinite oppure come una discarica dove buttare i propri rifiuti. Le tensioni crescono, ma soprattutto è cresciuto quel sentimento di individualismo che rende davvero difficile trovare un orientamento di vita.
    Perché quando si vive nella situazione di un liberismo esasperato, si finisce per non capire più dove andare o fin dove si può arrivare. Una frase molto di moda alcuni anni fa era: “la mia libertà finisce dove incomincia la tua”. Ma se l’unico criterio è il benessere dell’individuo, i confini diventano un’impresa.
    È questo, mi pare, è il famoso “cambiamento d’epoca” di cui parlò Papa Francesco alla Chiesa italiana nel novembre del 2015.

    Crescere

    Crescere, dunque, diventa oggi più complesso. La frammentazione della vita (per non dire delle famiglie) rende difficile trovare punti di riferimento. Un’impresa complicata, oggi, è la scelta della scuola superiore prima ancora che quella universitaria. L’orientamento è affidato all’ispirazione del momento incrociando le possibilità offerte da un territorio o dall’economia familiare, ma i genitori di un adolescente vivono questi attraversamenti incrociando le dita e sperando nella buona sorte.
    Dove tutte le parole sono ammesse e vince non solo quella più suadente, ma spesso anche quella più violenta, la Parola che scende dall’alto non è nemmeno presa in considerazione. Certo la pandemia ha riportato le questioni di senso al centro dell’attenzione: almeno per un momento si sono riaperte molte domande, ma i mesi estivi hanno fatto vedere quanto ce ne si possa scordare appena la situazione migliora un po’.

    Educare

    Verrebbe la tentazione di arrendersi; qualcuno magari l’ha già fatto rifugiandosi nel desiderio di un mondo antico che non è mai esistito ma che i racconti mitizzati dei nostalgici riescono a mostrare come se fosse reale. Ma altri hanno mostrato sapienza e creatività.
    I due Sinodi della famiglia (2014 e 2015) e il Sinodo dei giovani, hanno portato al centro della vita pastorale la questione educativa sviscerando la situazione in lungo e in largo. I documenti finali e le esortazioni del Papa sono stati un invito pressante ad aprire gli occhi, a non tradire il mandato di ascoltare e accompagnare il sorgere di nuove istanze con la crescita delle nuove generazioni. Discernere come poter accompagnare l’età evolutiva facendo precedere agli insegnamenti un ascolto attivo ed empatico, è stato il mandato chiaro che il Sinodo ha consegnato già nell’ottobre del 2018. E questo con uno stile pastorale aperto alla sinodalità, cioè a un gioco di squadra che sappia far circolare in tutti le ispirazioni dello Spirito senza soffocare i carismi di nessuno.
    L’aspetto più emblematico dei temi educativi è, forse, quello della rete e del mondo digitale. Siamo abituati a leggere le nuove tecnologie come un’estensione della bacheca parrocchiale, davanti alla quale un parroco, ogni sabato pomeriggio, passa un po’ di tempo per riordinare gli avvisi e far posto alle informazioni sulle nuove iniziative. Quella è un’immagine vecchia: a una persona sola veniva affidato il compito di parlare alla comunità, di scegliere quali esperienze proporre, di decidere quali avvisi esporre. Il mondo digitale tende alla socializzazione. Anche se bisogna fare molta attenzione (non sempre i social sono davvero socializzanti e in rete circolano molti personaggi inquietanti), è interessante notare che attraverso questo linguaggio i giovani trovano una modalità per loro naturale di interagire.
    Questo chiede agli educatori una doppia attenzione. La prima è quella di capire cosa i giovani ci stanno raccontando. Per le persone della mia età la narrazione è una storia fatta di parole; per un adolescente o un giovane deve avere almeno una fotografia (meglio se è un video) sulla quale appiccico tre parole e la accompagno con un po’ di musica. Il linguaggio è nuovo, difficile perché chiede di far sintesi di linguaggi diversi: ma è un linguaggio che racconta. Un buon educatore non è quello che si mette in mostra attraverso i social come se fosse un ragazzino, ma è quello che impara a leggere i messaggi che gli arrivano dai suoi ragazzi.
    La seconda attenzione viene dal fatto che nella rete non vale di più la voce con maggiore autorità, ma vale quella che sa farsi strada in mezzo alle altre. Per farlo è necessario non pretendere di avere il microfono sempre acceso e pensare di poter sempre istruire tutti gli altri. È questo un grande esercizio di sinodalità, perché si chiede a un educatore di non essere suadente perché gli è riuscito un post, ma perché ogni giorno sa mostrare di aver compreso gli altri e di sapere come si fa a parlare loro. Chiaramente questo apre molte porte per parlare al cuore dei giovani.

    Concluderei queste brevi righe con un’annotazione sul magistero di Papa Francesco. Le sue encicliche hanno affrontato due temi ai quali i suoi critici non riconoscono sufficiente spessore spirituale: un’economia più sostenibile e giusta e uno stile di rapporti umani che riconosca l’interdipendenza e porti a un sentimento diffuso di fraternità. Sono due temi che la cultura di oggi percepisce con grande sensibilità e stanno scritti in diverse pagine del vangelo. Mi sembra interessante che in entrambi i casi, il Papa si sia rivolto ripetutamente e in modo accorato ai giovani, come se almeno loro lo potessero capire. Effettivamente sta nel loro cuore il desiderio di avere un mondo da abitare anche fra un po’ di anni e sono particolarmente aperti alle relazioni, almeno in ragione della loro età.
    Non scherziamo: c’è una partita educativa aperta che ci offre molte possibilità di Vangelo. Non possiamo essere così ottusi da non accorgercene.

    * Direttore del Servizio Nazionale di Pastorale Giovanile della Conferenza Episcopale Italiana


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