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    Cherofobia? No, grazie


    Cristiano Ciferri [1]

    (NPG 2019-05-44)



    «Beato te!»

    Chissà quante volte, con un tono tra il rimpianto e la commiserazione, si sono rivolti così anche a noi e non sapevamo se chi ce lo diceva realmente riconosceva in noi uno stato di beatitudine da lui invidiata oppure, in realtà, ci stava semplicemente compatendo per la delusione alla quale inevitabilmente saremmo andati incontro. Già, beati noi educatori perché forse a furia di provare a lasciare questo mondo «un po’ migliore di come lo abbiamo trovato» (R. Baden-Powell) alla fine qualcosa l’abbiamo imparata.
    Per esempio, che non vaghiamo alla cieca ma che abbiamo una roadmap, una guida e un fondamento da scoprire, vivere e rinnovare continuamente:[2] la Spiritualità Giovanile Salesiana (SGS). Ogni volta che ne approfondiamo i contenuti ci rendiamo conto sempre di più che la SGS si radica su ciò che è per lei come linfa vitale, il Vangelo di Gesù Cristo e, in particolar modo, quel discorso programmatico presente al cap. 5 di Matteo dove il Signore fa un elenco completo di chi beato lo è davvero. È un elenco strano, va un attimo capito e forse anche un po’ contestualizzato. Provare a farlo, per essere “buoni cristiani e onesti cittadini” oggi, è una sfida che vogliamo raccogliere e magari così ci sentiremo dire anche noi «Rallegratevi ed esultate» (Gaudete et exultate), perché tutto sommato state camminando sulla via quotidiana della vostra santità.

    Non sempre il tempo la beltà cancella

    Le Beatitudini sono come delle congratulazioni che il Signore ci rivolge per ricordarci che è dalla nostra parte se viviamo in noi quegli atteggiamenti che Lui ci indica. Tutti quei verbi espressi al futuro stanno lì a dirci che anche per il Vangelo, come ci ha detto più volte papa Francesco, il tempo è superiore allo spazio.[3] La società “liquida” in cui viviamo e operiamo, dove vige la legge del “tutto e subito” e per la quale ormai “niente è per sempre”, sembra invece dare priorità al possesso di risultati immediati piuttosto che avviare processi che generino dinamismi nuovi. E in questa trappola, siamo onesti, a volte ci cadiamo anche noi.
    Le Beatitudini ci parlano di quella gioia appagante che inseguiamo per tutta la stupenda avventura della nostra vita e la spiritualità che ci sforziamo di incarnare sa bene che l’educazione è un cammino fatto insieme verso la Bellezza infinita, una via pulchritudinis che però, in quanto tale, richiede del tempo. Ciò che educhiamo nei giovani che il Signore ci affida è proprio il loro desiderio di felicità, orientati come sono ogni giorno verso quanto percepiscono come bello, per aiutarli a comprendere se è per loro anche buono e vero. Per raggiungere una felicità che sia piena dobbiamo allora far maturare, in noi e in loro, il senso dell’attesa.
    «Beati coloro che sanno attendere, perché saranno felici sul serio». Attendere una consolazione per ciò che fa piangere il cuore, da parte di qualcuno che si interessi davvero e si prenda cura di noi; costruire la pace dentro e fuori di noi, quella pace che non si basa su facili slogan ma per la quale ci si dà da fare ogni giorno a partire dal dono del perdono; affrontare con parresia insulti, persecuzioni e malignità senza il timore di andare controcorrente anche quando non si ricevono troppi like per quello che diciamo e che facciamo, richiede tempo, molto tempo.
    Vivere è in gran parte attendere (volgersi verso) e nell’attesa il tempo “quotidiano” si trasfigura in tempo “storico”, si carica cioè di un senso che un po’ alla volta rende la vita in cui ciascuno è immerso il luogo dove sentirsi “a casa”. Talvolta anzi l’attesa si trasforma in sorpresa, quando la Vita ci stupisce e realizza il bene in maniera migliore di come lo avevamo ipotizzato o previsto.
    Don Bosco inviterebbe anche oggi noi e i nostri ragazzi a darci a Dio “per tempo”, a utilizzare il tempo attendendo con fedeltà agli impegni presi, con l’atteggiamento di chi sa dare la giusta priorità alle persone curando la perfezione dei particolari, facendo bene ogni cosa, anche la più ordinaria, e quindi dedicandole tempo con entusiasmo e creatività.
    Beati noi allora perché il tempo è il nostro migliore alleato, perché rende più belle le cose e le persone che nella logica del Vangelo non invecchiano, ma restano eternamente nuove. Ce lo ha ricordato anche papa Francesco quando recentemente ci ha detto che «bisogna stare attenti a una tentazione che spesso ci fa brutti scherzi: l’ansia. Può diventare una grande nemica quando ci porta ad arrenderci perché scopriamo che i risultati non sono immediati. I sogni più belli si conquistano con speranza, pazienza e impegno, rinunciando alla fretta».[4]

    Chi di speranza vive…

    … no, non muore disperato. Forse a volte anche noi, di fronte l’imponderabilità dell’attesa, abbiamo alzato gli occhi al cielo e ci siamo detti, con un coraggio un po’ rassegnato: «Speriamo!». Ebbene sì, noi speriamo, perché la speranza è una virtù caratteristica della nostra spiritualità[5] e la sfida educativa la affrontiamo ogni giorno in un mondo stanco che vive un deficit di speranza e di volontà di futuro;[6] che si alimenta di “passioni tristi”, di speranze ripiegate su se stesse. Ho parlato di sfida educativa e non di pericolo perché la sfida, a differenza del pericolo, si fonda su una motivazione profonda per cui vale la pena rischiare.
    «Beati coloro che sperano, perché non resteranno delusi». Il nostro stare in mezzo ai giovani è una pratica di speranza; di fronte al mistero che è ciascuno di loro possiamo infatti fare molto di più che sforzarci di comprenderlo, possiamo sperare donandoci. Anzi, la speranza può avere per noi una “funzione regolativa”. È proprio la speranza che regola ogni relazione educativa, purificando l’amorevolezza tipica del “cuore oratoriano” che va alla ricerca, in ogni ragazzo, di un punto accessibile al bene e fa vibrare questa corda sensibile; che ci permette di restare miti nei turbinii del nostro tempo, alimentando in noi e nei giovani quei “frutti dello Spirito”, sussurro di brezza leggera, così diversi dai frutti della carne che invece ci urlano attorno come vento impetuoso; che ci consente di donarci misericordiosamente a chi ne ha bisogno, ben sapendo che nessuna situazione è mai irredimibile perché dalla misericordia siamo stati tutti salvati. Beati noi perché la speranza è l’anima della nostra azione educativa,[7] è l’affetto presente di un contenuto futuro, è “cosa di cuore” che ci àncora in quel «Non temere! Io sono con te» (Is 41,10) che il Signore ripete anche a noi.
    E allora, giovane educatore, «non lasciare che ti rubino la speranza e la gioia. Osa essere di più, perché il tuo essere è più importante di ogni altra cosa. Non hai bisogno di possedere o di apparire. Puoi arrivare ad essere ciò che Dio, il tuo Creatore, sa che tu sei, se riconosci che sei chiamato a molto. Invoca lo Spirito Santo e cammina con fiducia verso la grande meta: la santità. In questo modo non sarai una fotocopia, sarai pienamente te stesso».[8]

    Responsorialità: man-hu?

    Tuttavia, per essere capaci di attendere e per essere in grado di sperare dobbiamo sentirci veramente liberi. Sì, lo so, quello di “libertà” è un concetto abusato. Però ultimamente ci è stato presentato in una luce nuova e forse non ce ne siamo accorti. Nel Documento Finale (DF) del Sinodo dei Vescovi su I giovani, la fede e il discernimento vocazionale il titolo del num. 74 parla di Una libertà responsoriale e se i vescovi hanno preferito questo aggettivo all’altro, forse più immediato, “responsabile” un motivo ci deve pur essere. Credo che “responsoriale” voglia dirci che con la nostra libertà siamo chiamati a rispondere alla parola di Dio nella nostra vita con la parola (di Dio) che è la nostra vita. Nel cuore di ognuno di noi abita un appello silenzioso all’amore[9] che ascoltiamo solo riconoscendoci poveri nello spirito. E siccome non ci si fa santi da soli, tutta la nostra vita è costellata da appelli di giustizia da parte di chi ne è affamato e assetato o è perseguitato per essa. Appelli che risuonano dentro e fuori di noi ai quali non possiamo non rispondere, in circostanze sempre diverse e mutevoli. È in questo alternarsi di domande e di risposte che si crea quella rete di relazioni che è l’ordito sul quale tessiamo insieme, giorno dopo giorno, il capolavoro della nostra esistenza.[10]
    La responsorialità penso che possa allora essere intesa come la risposta dell’uomo ad una in-vocazione che egli porta con sé e agli appelli fuori di sé. Essa differisce un po’ dalla responsabilità perché fa più riferimento al versante interiore ed esistenziale che alla mera assunzione di compiti da svolgere provenienti dall’esterno o alle conseguenze prevedibili delle nostre azioni; riguarda cioè direttamente la bontà in prima persona del nostro essere e della nostra libertà e, quindi, delle nostre scelte nel quotidiano, luogo del nostro appuntamento con Dio.[11]
    «Beato chi è responsorialmente libero, perché saprà distinguere l’urgente dal necessario». Come educatori siamo chiamati a liberare la libertà dei ragazzi che non sono liberi dagli appelli che ricevono, né sono liberi di rispondervi o meno (il silenzio o l’inazione sarebbero, infatti, già una risposta); sono però liberi per discernere il modo migliore di rispondere ad essi. Siamo in grado di farci loro compagni di viaggio solo se non ci lasciamo subissare dall’impellenza delle mille cose da fare che a fine giornata ci lasciano vuoti e ci distraggono da ciò e da chi è l’essenziale che conta davvero. Facciamoci invece guidare dal tempo kairologico della relazione educativa che anziché divorare i suoi figli, come Kronos nel mito di Esiodo, si prende cura di loro.
    Siamo beati perché «Dio ci inventa con noi» (E. Mounier) e la responsorialità che caratterizza il nostro essere e la nostra libertà ci sostiene in questo difficile discernimento, lungo la via pulchritudinis dell’educazione, tra ciò che ci incalza e ciò che invece ci radica in Lui. «Cari giovani», ci dice il Papa, «non permettete che usino la vostra giovinezza per favorire una vita superficiale, che confonde la bellezza con l’apparenza. C’è una bellezza che va al di là dell’apparenza o dell’estetica di moda in ogni uomo e ogni donna che vivono con amore la loro vocazione personale».[12]

    La santità anche per noi

    Le tre beatitudini che abbiamo tracciato possono aiutare noi educatori a rileggere quelle proposte nel Vangelo di Matteo alla luce dei fondamenti della SGS. Possono però anche arricchire la sfida educativa con i ragazzi. La loro è una età dialettica per definizione, non perché improntata sull’antitesi (come troppo comunemente siamo portati a credere) ma perché orientata alla sintesi. Spesso i giovani non sono in ricerca perché non sono cercati, non si donano perché non vedono chi lo faccia per loro. L’educatore, invece, vivendo l’attesa dà valore al tempo, sperando educa, interrogandosi formula domande di senso, rispondendo aiuta a rispondere, puntando al necessario scredita l’urgente, facendosi compagno di viaggio sostiene il cammino, amando la vita vive l’Amore.
    Certo, la condizionatezza umana postula che il viaggio non potrà mai concludersi, che non ci sarà una meta finalmente raggiunta in questo mondo. Pur tuttavia una destinazione verso la quale procedere c’è. Il cammino della nostra vita ha già valore in se stesso rendendo noi e i nostri giovani, se non ancora perfetti, almeno un po’ più santi. E procedendo insieme andrà perfezionandosi anche il luogo del nostro viaggiare, il mondo in cui viviamo: il Regno dei cieli è già in mezzo a noi.[13]
    «Il Signore ci chiama ad accendere stelle nella notte di altri giovani»,[14] «dobbiamo avere il coraggio di essere diversi, di mostrare altri sogni che questo mondo non offre, di testimoniare la bellezza della generosità, del servizio, della purezza, della fortezza, del perdono, della fedeltà alla propria vocazione, della preghiera, della lotta per la giustizia e il bene comune, dell’amore per i poveri, dell’amicizia sociale».[15] Come Orfeo, contrastiamo le sirene ammalianti dalle quali siamo tutti tentati con un canto più bello del loro.[16]
    E allora sì: «Beati noi!».

     

    NOTE

    [1] La cherofobia (dal greco chairo “rallegrarsi” e phobia “paura”) è la paura di essere felici, come risuona in una omonima canzone che di recente ha avuto molta presa tra i ragazzi facendoli interrogare sul senso vero che ha per loro la felicità. Maria di Nazareth è invece la ragazza che non ha avuto paura della felicità che le veniva prospettata dal saluto dell’angelo: «Chaire! Sii felice!» (cfr. Lc 1,28).
    [2] Cfr. Dicastero per la Pastorale Giovanile Salesiana, La Pastorale Giovanile Salesiana. Quadro di riferimento (QRPG), Direzione Generale Opere Don Bosco, Roma 20143, 89.
    [3] Cfr. Evangelii Gaudium, 222-223; Amoris Laetitia, 261; Laudato Si’, 178; Cristus Vivit (CV), 297.
    [4] CV, 142.
    [5] Cfr. QRPG, 95.
    [6] Cfr. Comitato per il Progetto Culturale della CEI (ed.), La sfida educativa, Laterza, Roma-Bari 2009, 5.
    [7] Cfr. Benedetto XVI, Lettera alla diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione (21 gennaio 2008).
    [8] CV, 107
    [9] Cfr. DF, 74.
    [10] Cfr. Giovanni Paolo II, Incontro con i giovani, Genova 22 settembre 1985.
    [11] Cfr. QRPG, 93.
    [12] CV, 183.
    [13] Cfr. Lc 17,21.
    [14] CV, 33.
    [15] CV, 36.
    [16] Cfr. CV, 223.


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