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    Sintesi delle risposte diocesane al questionario in preparazione al Sinodo 2018 su "I giovani, la fede e il discernimento vocazionale"


    Conferenza Episcopale Italiana

    (NPG 2018-01-5)


    1. Raccogliere i dati

    Dati Sinodo

    Nascite al minimo storico. Non si ferma il calo della natalità in Italia. Il fenomeno, iniziato nel 2008, raggiunge un picco negativo nel 2015, facendo conseguire all’Italia il primato del più basso numero di nascite tra tutti i Paesi europei. Nel 2015, infatti, i neonati sono stati solo 8 ogni 1.000 residenti contro una media a livello europeo di 10.
    Più morti che nati, il record italiano. Il saldo naturale degli italiani (nati meno morti) è di segno negativo. Se si confrontano i dati su natalità e mortalità, si vede come al calo delle nascite è corrisposto un forte aumento dei decessi. Dal 2007, infatti, i nati sono costantemente inferiori ai morti. Nel 2015 poi l’Italia tocca il minimo storico con 4 decessi ogni nuovo nato (-25%).
    Sempre meno donne diventano madri. L’Italia è fanalino di coda rispetto al resto d’Europa anche per quanto riguarda la fecondità. Il numero di figli per donna è di 1,35 (anno 2015). Non è il più basso dell’ultimo millennio: nel 2001 abbiamo toccato quota 1,25 figli per donna. L’aumento delle donne che non avranno mai figli è un dato drammatico rispetto alla media europea.
    Matrimoni, si alza l’età del sì. Le nozze in Italia sono sempre più tardive e aumenta l’età media degli sposi. Nel 2000, infatti, le donne italiane si sposavano per la prima volta a circa 27-28 anni. A distanza di soli 15 anni l’età media del primo matrimonio è salita a oltre 32 anni. Anche per gli uomini la situazione è in netta e continua crescita: nel 2000 si sposavano a circa 31 anni, mentre quindici anni dopo, si sposano mediamente a 35 anni.
    Quelli che… restano con mamma e papà. Sempre più prolungata la permanenza dei giovani nella famiglia di origine. In Italia, mediamente, l’età di uscita dalla casa dei genitori è a 30,1 anni. Questo risultato colloca il nostro Paese al quarto posto in Europa, dove la media si attesta a 26,1 anni di età.
    L’Italia non è un paese per giovani. Il nostro Paese cresce poco perché mancano le nuove leve. ll trend parla chiaro: in Italia, nell’arco di 18 anni abbiamo perso quasi 2 milioni di giovani. Nel 2000 rappresentavano il 18,6% della popolazione, nel 2016 poco più del 14%. Anche l’Europa non è immune da questa tendenza, sebbene in maniera meno vigorosa che in Italia. Nel 2016 alla Spagna e all’Italia spetta il triste primato delle nazioni con la più bassa presenza di giovani.
    Istruiti sì, ma meno rispetto agli altri paesi. Sebbene gli indicatori che misurano il livello di istruzione dei giovani in Italia siano in continua crescita, rimane ancora invariato il gap con il resto d’Europa. I giovani italiani che si laureano sono in media quasi la metà dei laureati e post laureati dell’Unione Europea. In particolare, i giovani dai 16 ai 29 anni che nel 2016 risultano in possesso di un titolo di istruzione terziario (Laurea, Master o Dottorato) sono nettamente inferiori alla media europea e secondi solo alla Romania.
    Pochi ma buoni, quelli che studiano. Mentre in Italia nel triennio 2013-2015 rimane costante il numero dei giovani (dai 16 ai 29 anni) iscritti a una scuola o ad altri corsi, in Europa il numero cresce in maniera significativa. Nel nostro Paese, infatti, sono circa 3 milioni quelli che studiano, il 37% circa dell’intera popolazione giovanile italiana. In Europa la percentuale media sale al 41,6%.
    Giovani in… famiglia. Senza lavoro né autonomia, si resta in famiglia. I giovani italiani under 29 anni scelgono di stare a casa con i genitori per motivi affettivi, ma soprattutto per questioni economiche e sociali. In Italia nel 2013 (ultimo dato a disposizione) oltre l’82% dei giovani under 29 viveva ancora in famiglia. Percentuale in leggera ma continua crescita anche nel quadriennio 2010-2013. Chi ha pagato il conto più salato della crisi sono proprio i giovani italiani compresi nella fascia di età dai 15 ai 29 anni. A partire dal 2015, in realtà, si intravedono alcuni piccoli segnali positivi ma in nessun Paese europeo come l’Italia, a parte la Grecia e forse la Spagna, la situazione del lavoro appare così critica.
    Calo degli occupati, il primato spetta ai giovani. Le rilevazioni per fascia di età parlano chiaro: quella giovanile tra i 15 e i 29 anni in Italia ha perso oltre 1 milione e 500mila posti di lavoro dal 2004 al 2016. Nel 2004 il 42,8% dei giovani under 29 lavorava, nel 2016 lavora solo il 29,7%. Molto diversa la situazione in Europa dove nel decennio 2006-2016 circa 1 giovane su 2 ha continuato a lavorare. Manifatturiere, Commercio all’ingrosso e al dettaglio, alloggio e ristorazione sono le attività dove maggiormente sono impiegati i giovani italiani.
    Disoccupati in forte aumento, il vero deficit italiano. Più alta della media europea anche l'incidenza dei giovani disoccupati. Tra il 2005 e il 2011 la situazione italiana era migliore rispetto a quella europea ma, a partire dal 2012, la quota dei giovani dai 15 ai 29 anni disoccupati è andata sempre peggiorando, mostrando dei lievi segni di ripresa solo negli ultimi due anni. Stesso discorso vale se consideriamo il tasso di disoccupazione: l’indicatore che misurare la discrepanza sul mercato del lavoro dovuto ad un eccesso di offerta rispetto alla domanda. L’Italia è seconda solo alla Grecia e alla Spagna.
    Generazione “NEET”. I giovani italiani, proprio a causa della difficoltà a trovare lavoro, risultano essere più pessimisti e sfiduciati dei loro coetanei europei. Siamo il paese europeo con la più alta presenza di NEET ("Not in Education, Employment or Training”, ossia giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non hanno un lavoro, non sono impegnati in corsi di formazione o di aggiornamento professionale) e questo dato pesa come un macigno sul nostro futuro. Nel 2004, primo anno disponibile, la quota dei NEET era pari al 19,6%. La percentuale è scesa al 18,8% fino al 2007, ma a partire dal 2008 è risalita vertiginosamente fino al 2014, raggiungendo quota 26,2%. Solo nel 2015 e 2016 il valore è tornato a diminuire. Ma nell’ultimo anno, un ragazzo su quattro tra i 15 e i 29 anni non lavorava, non studiava, né si aggiornava o si formava.
    I giovani a rischio povertà o esclusione sociale. Eurostat definisce a rischio di povertà quelle persone o quei nuclei familiari in cui non si raggiunge il 60% del livello mediano di reddito disponibile, che sia proveniente da salari da lavoro o da altre fonti di reddito. L’Italia non è il Paese in cui il fenomeno è più grave, ma quello che è inquietante è il trend in forte aumento a partire dal 2010 che colpisce i giovani italiani dai 15 ai 29 anni. Un incremento in pochi anni di oltre mezzo milioni di giovani.


    2. Leggere la situazione

    a) Giovani, Chiesa e società

    1. In che modo ascoltate la realtà dei giovani?
    L’ascolto dei giovani da parte delle realtà ecclesiali avviene generalmente secondo due modalità:
    . in luoghi e contesti informali. Si tratta delle opportunità offerte da incontri occasionali, momenti di svago e di fraternità, cultura, sport e musica, iniziative di solidarietà. Nel condividere semplici esperienze di vita, si innescano spesso meccanismi di fiducia, di gratuità e di interazione assai preziosi.
    . in modo intenzionale e strutturato. Rientrano in questo gruppo i percorsi formativi promossi nelle parrocchie, negli oratori, nelle associazioni e nei movimenti; le iniziative di pastorale giovanile delle Diocesi e degli istituti religiosi. Tali iniziative, infatti, mirano a mettere al centro il giovane, con le sue domande di vita, e a renderlo protagonista attivo del proprio cammino di fede; per questo il metodo adottato è quello dell’animazione e del laboratorio. Ancora in riferimento all’ascolto, in diversi questionari diocesani si citano ricerche e indagini sulla realtà giovanile condotte non solo a livello nazionale ma anche locale. L’ascolto dei giovani, inoltre, è una parte rilevante dei Sinodi dei giovani che si stanno tenendo o si sono tenuti di recente in numerose Diocesi italiane.
    Inoltre, viene dato rilievo alle occasioni di ascolto dei giovani che sono offerte dalla scuola e dall’università, e in particolare dall’insegnamento scolastico della religione cattolica. Anche le nuove tecnologie sono citate come spazi aperti all’incontro e all’ascolto, che avviene mediante la presenza delle realtà ecclesiali nel web, l’uso delle chat e dei social network.
    Le principali fatiche nell’ascolto dei giovani che vengono rilevate sono da attribuire alla difficoltà di dedicare loro un tempo prolungato, ai pregiudizi (reciproci) ancora diffusi e alla mancanza di capacità relazionali che talvolta si riscontrano nei sacerdoti e negli educatori.

    2. Quali sono le sfide principali e quali le opportunità più significative per i giovani del vostro Paese oggi?
    La sfida più rilevante che i giovani incontrano oggi è quella relativa alla costruzione del loro futuro, soprattutto dal punto di vista del lavoro e di scelte stabili di vita quali la formazione di una propria famiglia. È la sfida di decifrare il desiderio fondamentale e la capacità di unificare la vita attorno ad esso. Per la comunità cristiana ciò richiede di accettare la responsabilità di accompagnare le persone nel difficile cammino verso la maturità, affiancandole nel tempo della formazione, della ricerca e anche in quello dell’incertezza, della delusione e del sacrificio. Tali sfide, che possiamo sintetizzare con l’espressione “identità, libertà e discernimento”, sono appesantite da situazioni di solitudine e di sfiducia, dalla fragilità delle figure educative e da contesti socio-economici che spingono a lasciare la propria terra d’origine. Anche i giovani subiscono l’influenza di logiche clientelari, consumistiche o di deresponsabilizzazione. Forti provocazioni, inoltre, giungono da una società sempre più pluralista dal punto di vista culturale e religioso, alla ricerca di forme efficaci di convivenza e integrazione delle differenze.
    Particolarmente avvertite sono le difficoltà nelle relazioni con il mondo adulto e quelle relative alla dimensione affettiva, su cui si ripercuotono le dinamiche tipiche di una società iper-mediale in cui prevalgono l’aspetto emotivo e i vissuti occasionali, col risultato che l’affettività non di rado è banalizzata e si indebolisce il legame con la fecondità e la generatività. Da questo punto di vista, la sfida è quella di educare all’amore in chiave di integralità, di responsabilità, di reciprocità, di vocazione al dono di sè.
    Citando il contesto multiculturale e relativistico, i questionari diocesani si soffermano poi sulla sfida della fede: si tratta di educare i giovani a compiere scelte personali e motivate in questo campo, testimoniando davanti a tutti la bellezza della vita vissuta secondo il Vangelo e dando forma a una spiritualità con i tratti dell’età giovanile e vivibile nel tempo presente. Per questo è diffusa in alcune Diocesi e associazioni la proposta di una “regola spirituale” per giovani.
    Le opportunità più significative su cui i giovani possono contare in tale scenario sono soprattutto quelle offerte dalla vasta rete di realtà diffuse sul territorio, compresa la presenza capillare della Chiesa in tutto il Paese. Vanno ricordate inoltre le molteplici esperienze culturali, di solidarietà e di cooperazione, oltre all’accresciuta attenzione per l’ambiente e per le varie forme di fragilità. In molte regioni, ai giovani si aprono nuove strade grazie al senso di imprenditorialità, al turismo, alle ricchezze naturali e artistiche. La possibilità di accedere alle informazioni e alle proposte formative e l’accresciuta mobilità sono altri fattori che, pur in presenza di limiti, vanno a loro favore, senza dimenticare – come nota una Diocesi – che le opportunità più significative “sono le domande stesse che i giovani pongono alla società, la loro creatività, la capacità di mettersi insieme e di accogliere le diversità”.

    3. Quali tipi e luoghi di aggregazione giovanile, istituzionali e non, hanno maggior successo in ambito ecclesiale, e perché?
    I principali luoghi ecclesiali in cui i giovani fanno esperienza di vita cristiana sono le parrocchie. Qui essi trovano generalmente un contesto che risponde al loro bisogno di appartenenza e di aggregazione, di protagonismo e di creatività. Le proposte formative – che comprendono incontri di riflessione, campi-scuola e centri estivi, momenti di spiritualità e di solidarietà – consentono ai giovani di stringere relazioni significative, alimentare la propria fede mettendola a confronto con le domande della vita, potersi esprimere e impegnare per qualcosa che ritengono importante.
    Un altro luogo molto apprezzato di educazione dei giovani è l’oratorio, che è una proposta in grado di rivolgersi a tutte le dimensioni della crescita umana e di valorizzare diversi linguaggi: quello musicale, teatrale, sportivo, cinematografico, artistico, tecnologico.
    È diffusa inoltre la presenza di associazioni e movimenti ecclesiali, sia di antica tradizione che di recente istituzione, i cui maggiori punti di forza sono la presenza di educatori preparati e la proposta di esperienze concrete di spiritualità e di servizio, mentre un rischio che talvolta si corre è quello della autoreferenzialità. Modalità che si stanno diffondendo sono quelle che offrono esperienze di vita comune. Altre forme aggregative che in diverse realtà riscuotono il gradimento dei giovani sono quelle che rivolgono loro gli istituti e le congregazioni religiose, le associazioni di volontariato, le società sportive, i cori parrocchiali. Anche le scuole e le università cattoliche, là dove presenti, rivestono un ruolo importante nell’educazione delle fasce giovanili.

    4. Quali tipi e luoghi di aggregazione giovanile, istituzionali e non, hanno maggior successo fuori dall’ambito ecclesiale, e perché?
    I principali spazi di aggregazione giovanile al di fuori del contesto ecclesiale sono quelli che si riferiscono al tempo libero e alla sfera del divertimento, a cominciare dallo sport e dalla musica. Ampia è la frequentazione di palestre, società sportive, piazze, bar, discoteche e locali aperti nelle ore notturne, centri commerciali e, con una tendenza segnalata purtroppo in crescita, i centri scommesse.
    Oltre a questi luoghi, i giovani si incontrano nelle “piazze digitali” costituite dai social network e dalle piattaforme on line. Una percentuale significativa partecipa ad associazioni di volontariato o ad iniziative di carattere solidaristico. Restano comunque molto numerosi i giovani che non sono coinvolti in nessuna realtà di carattere aggregativo o comunitario e finiscono col vivere il proprio tempo libero secondo modalità consumistiche e individualistiche.
    Da parte di alcune Diocesi si citano inoltre le attività extra-curricolari organizzate dalle scuole (stage, proposte artistiche, culturali e relative allo studio delle lingue) e i gruppi legati al contesto civico e alle tradizioni più radicate (ad es. feste locali, rievocazioni storiche, bande musicali, ecc.). Una piccola parte della popolazione giovanile partecipa ad aggregazioni di carattere politico.
    Le ragioni del successo di tali luoghi, per lo più informali, sono varie: consentono l’aggregazione libera e spontanea, favoriscono l’espressione di sé e la conoscenza di nuove persone, in genere richiedono una bassa soglia di appartenenza e di coinvolgimento.

    5. Che cosa chiedono concretamente i giovani del vostro Paese alla Chiesa oggi?
    I giovani chiedono una Chiesa che sia autenticamente madre, che mostri cioè vicinanza, accoglienza e ascolto, e sia disposta a “perdere tempo” per loro. Desiderano una Chiesa che sia “casa” con la porta aperta e che offra dunque spazi d’incontro e di dialogo, di condivisione delle esperienze vissute, di riflessione circa le questioni di maggior attualità, di preghiera con modalità capaci di coinvolgere tutta la persona. Un’altra forte richiesta riguarda la necessità di una maggiore sobrietà e trasparenza, di coerenza e credibilità da parte dei membri della Chiesa, soprattutto di chi riveste responsabilità di guida.
    Inoltre, i giovani chiedono di essere sostenuti nel loro cammino di vita, senza essere giudicati pregiudizialmente, e di poter vivere una fede esperienziale. Cercano una liturgia viva, spazi di comunicazione più profonda con i preti, relazioni gratuite e basate sulla fiducia. Si aspettano di incontrare educatori appassionati e di essere coinvolti attivamente nella vita ecclesiale. Alla Chiesa chiedono anche più unità al suo interno e maggiore concretezza; a questo proposito, ritengono fondamentale rinnovare il linguaggio ecclesiale, in modo che sia comprensibile a tutti, semplice, legato al quotidiano.
    Dai giovani sale la domanda di comunità cristiane vicine alla gente e sensibili ai problemi sociali e alle sfide attuali, da affrontare in modo aperto e non dogmatico. Sentono forte l’esigenza di radicalità e libertà, incarnate da una Chiesa che non si riduca a struttura di potere e comunichi chiaramente la gioia e l’amore che le provengono dal Vangelo.

    6. Nel vostro Paese quali spazi di partecipazione hanno i giovani nella vita della comunità ecclesiale?
    All’interno delle comunità cristiane non mancano spazi di partecipazione dei giovani. È prassi diffusa prevedere la presenza di giovani all’interno dei consigli pastorali e di altri organismi di partecipazione a livello parrocchiale, zonale, diocesano. L’esperienza dei “Sinodi diocesani dei giovani”, realizzata in numerose Diocesi, costituisce un’altra importante occasione di partecipazione ecclesiale, con effetti che si prolungano anche dopo la loro conclusione. I limiti che da alcune parti vengono segnalati è che si tratta, in diversi casi, di luoghi distinti e “paralleli” da quelli degli adulti, e che si tratta di mansioni per lo più esecutive e non di piena corresponsabilità.
    È importante sottolineare inoltre che in moltissime realtà ai giovani sono affidati incarichi di responsabilità nelle associazioni ecclesiali, negli oratori, nei gruppi parrocchiali. È grande il numero dei giovani con ruoli di catechisti nel percorso dell’iniziazione cristiana, di educatori dei ragazzi, di animatori della liturgia e della carità, dello sport e del tempo libero.

    7. Come e dove riuscite a incontrare i giovani che non frequentano i vostri ambienti ecclesiali?
    I luoghi che maggiormente consentono di incontrare i giovani che non frequentano gli ambienti ecclesiali sono la scuola – in particolare grazie all’insegnamento della religione cattolica (Irc) – e l’università, in cui operano diverse realtà ecclesiali: cappellanie, centri pastorali, collegi, movimenti e associazioni cattoliche di studenti. Risulta più difficile trovare modalità efficaci di incontro nel mondo del lavoro e del divertimento, pur essendoci diversi progetti avviati.
    Altre occasioni importanti sono quelle offerte dai corsi di preparazione al sacramento del matrimonio e della cresima (per coloro che non l’hanno ricevuta nel corso dell’adolescenza) e dalle attività di associazioni ecclesiali considerate “di frontiera”, come quelle sportive o di stampo caritativo. Risultano positivi i contatti con i giovani tramite gli ambienti digitali (social network, chat, ecc.) e le iniziative di carattere espressivo (musicali, teatrali, multimediali, ecc.).
    In alcune Diocesi emergono esperienze di “missioni (dei giovani) ai giovani” e di “evangelizzazione di strada” condotte in piazze, spiagge, feste, ecc. Altre occasioni di incontro sono quelle facilitate dalle collaborazioni che si instaurano tra le Chiese locali e i “progetti giovani” comunali, i consultori e i centri di aggregazione giovanile promossi dagli enti pubblici.
    È generalizzato il riconoscimento della difficoltà di incontrare i giovani “nei loro luoghi”. Perché questo avvenga serve la volontà di cercare il dialogo, uscendo e facendo il primo passo verso di loro. Occorre essere capaci di ascoltare e di accettare i ragazzi senza pregiudizi nei loro confronti. A poter incontrare i giovani al di fuori degli ambienti ecclesiali – si sottolinea – sono soprattutto i giovani che frequentano la comunità cristiana: la testimonianza dei coetanei nei luoghi della vita quotidiana è la via più efficace per un reale incontro.

    b) La pastorale giovanile vocazionale

    8. Quale è il coinvolgimento delle famiglie e delle comunità nel discernimento vocazionale dei giovani?
    La necessità di un’alleanza più stretta tra la comunità cristiana e la famiglia è fortemente avvertita anche in questo campo. Sono sempre meno numerose, infatti, le famiglie capaci di un accompagnamento che faccia germinare risposte alle domande vocazionali più profonde. Non di rado infatti la famiglia costituisce un ostacolo o un freno, almeno iniziale. La stessa parola “vocazione” spaventa o non è compresa nella sua valenza personale ed ecclesiale. Come afferma una Diocesi, “mentre un discernimento sulla vita professionale sembra essere più rilevante e dibattuto in abito familiare, quello vocazionale in senso generale e particolare sembra appartenere più a una sfera privata, che merita prudenza e non intromissione, addirittura nemmeno interlocuzione”.
    Anche le comunità cristiane, complessivamente, non sono sufficientemente consapevoli di essere soggetti protagonisti ed essenziali nel discernimento vocazionale. Molti giovani che giungono in Seminario lo fanno al termine di percorsi tortuosi, senza un confronto con la comunità parrocchiale di appartenenza o un dialogo in famiglia. Il rischio è che si guardi alla vocazione in un’ottica strettamente individuale o in chiave funzionale, ossia come risposta a bisogni e urgenze negli impegni pastorali. Per questo, i questionari diocesani sottolineano la necessità di potenziare l’ascolto dei giovani, a partire da tutto il loro vissuto, e di interrogarsi sulla coscienza vocazionale delle stesse famiglie cristiane e delle comunità ecclesiali.

    9. Quali sono i contributi alla formazione al discernimento vocazionale da parte di scuole e università o di altre istituzioni formative (civili o ecclesiali)?
    Anche in questi ambiti la “alleanza educativa” tra i diversi soggetti appare molto debole, tanto da poter affermare che, in generale, le scuole e le università curano l’orientamento dei giovani verso il mercato del lavoro, ma sono poco coinvolte nella scelta dello stato di vita e nei processi di discernimento vocazionale.
    Ci sono tuttavia esperienze che offrono stimoli e provocazioni in questo senso. Il riferimento è alle iniziative della pastorale universitaria, specialmente nei confronti degli studenti “fuori sede”; ai percorsi di alternanza scuola-lavoro o di tutoraggio e counseling nelle scuole e università; alle proposte di volontariato che i giovani incontrano in questi luoghi. Altre esperienze degne di nota emergono all’interno delle scuole cattoliche (con alcune forme di guida spirituale), dei centri di formazione professionale di ispirazione cristiana e dell’insegnamento della religione nelle scuole. Si segnalano inoltre esperienze e percorsi di educazione all’amore, alla sessualità e affettività, in collaborazione tra il consultorio diocesano e alcuni docenti o realtà scolastiche.
    A questo proposito, è di grande importanza la capacità dei docenti di favorire la formazione di una giusta coscienza del carattere vocazionale dell’esistenza, che tenga conto dello sviluppo integrale dell’uomo. Perché questo si verifichi, però, è essenziale la formazione di insegnanti che sappiano interpretare il proprio ruolo di educatori, testimoni di una qualità umana oltre che professionale.
    È generale il riconoscimento delle opportunità offerte da un’animazione vocazionale dei “tempi delle scelte”, soprattutto nel momento di passaggio fra la scuola superiore e l’università, educando i giovani ad un ascolto di sé e della realtà, affinché possano orientare le loro decisioni verso l’obiettivo di una realizzazione non individualistica e che sviluppi e metta a frutto i talenti e i desideri più profondi.

    10. In che modo tenete conto del cambiamento culturale determinato dallo sviluppo del mondo digitale?
    L’attenzione ai cambiamenti culturali determinati dallo sviluppo della realtà digitale è unanimemente condivisa, pur con approcci diversi. In particolare, si sottolineano la pervasività delle tecnologie digitali e la consapevolezza che esse contribuiscono a plasmare l’identità personale. È chiara la consapevolezza delle grandi opportunità che i nuovi scenari portano con sé, dal punto di vista antropologico, culturale e anche spirituale. Non manca però chi li considera utili principalmente come veicolo di comunicazione rapida di iniziative e di appuntamenti, ponendosi con diffidenza di fronte alla complessità del mondo digitale ed evidenziandone gli aspetti consumistici.
    A proposito dell’atteggiamento della comunità ecclesiale, viene sottolineata la carenza di non avere attivato una specifica educazione digitale, che comprenda una formazione di base all’utilizzo dei social media e una riflessione formativa per un loro uso efficace nella pastorale. È sempre più chiara, infatti, la consapevolezza che non basta conoscere le modalità del “media making”, ma è essenziale apprendere e diffondere alcuni criteri per una “media analysis”.
    Di fronte all’uso incondizionato dei dispositivi digitali tra i giovani, nel mondo adulto sembrano prevalere due modalità:
    - una superficiale, che tende a sovraccaricare i social network di informazioni, aforismi o narrazioni, nella speranza di entrare in contatto con i giovani;
    - una refrattaria, che declassa il mondo digitale a sfera “virtuale” e non lo valuta nelle sue implicanze di carattere antropologico e anche educativo.
    In sintesi, si coglie la fatica ecclesiale di interpretare la portata dei cambiamenti in corso e di formare educatori competenti. I linguaggi ecclesiali sembrano ancora poco adeguati, e i giovani li percepiscono spesso come vecchi e incomprensibili. È alquanto critica la loro valutazione circa le omelie nelle celebrazioni. Anche la comunicazione vocazionale risente degli stessi limiti, pur non mancando i tentativi per renderla più comprensibile ed efficace. Vanno in questa direzione l’uso crescente della multimedialità; la proposta di tempi di “digiuno digitale” soprattutto in occasione di ritiri, esperienze comunitarie e campi scuola; azioni formative rivolte ai preti, la cui presenza sui social network non sempre evidenzia la “differenza” della loro vocazione.

    11. In quale modo le Giornate Mondiali della Gioventù o altri eventi nazionali o internazionali riescono a entrare nella pratica pastorale ordinaria?
    Su questo argomento le risposte sono significativamente convergenti: le Giornate Mondiali della Gioventù (GMG) sono state e continuano ad essere una opportunità preziosa di metodo e contenuti per la pastorale giovanile. Come scrive una Diocesi, “Le GMG sono fonte di numerosissime e feconde opportunità missionarie: basti pensare a quanti giovani vi arrivano perché invitati dai loro amici, coetanei, compagni di scuola; a quante occasioni di incontro nascono nelle parrocchie e nei vicariati grazie agli eventi di organizzazione e autofinanziamento”. Il pregio che più viene attribuito a tale proposta è quello di avere intercettato l’esigenza dei giovani di incontrarsi, di fare esperienze significative, di scoprire la Chiesa e scoprirsi Chiesa capace di andare oltre le lingue, i confini, le appartenenze e le culture. In diversi casi si nota come l’atteggiamento iniziale di alcuni – per lo più caratterizzato dall’entusiasmo di partecipare ad un viaggio all’estero in compagnia degli amici – si tramuti alla fine dell’esperienza nella riscoperta della preghiera, nello stupore della capacità di una condivisione profonda e di adattamento a situazioni difficili e impreviste, nella gioia di scoprirsi parte di una Chiesa giovane e viva.
    Viene inoltre evidenziato che:
    • la partecipazione diretta e non formale del vescovo diocesano è un’occasione importante di incontro tra i giovani e il proprio vescovo;
    • la presenza di sacerdoti durante la preparazione e la GMG stessa è preziosa per una proposta di fede e di accompagnamento vocazionale;
    • non sono pochi i giovani che raccontano di aver preso decisioni significative per la loro vita durante o subito dopo una GMG, anche in ordine a scelte di consacrazione;
    • le GMG vanno valorizzate come momenti assai rilevanti per destare le domande di senso della vita e come un’esperienza significativa di Chiesa universale.
    Nonostante i numerosi aspetti positivi sottolineati, non sempre tali opportunità vengono sfruttate affinché si realizzi un fruttuoso rapporto tra la GMG e la pastorale ordinaria. Alcune Diocesi notano che le GMG costituiscono un forte momento di esperienza, di relazione e di coinvolgimento emotivo, a cui non si è sempre capaci di dare continuità offrendo poi, nel proprio territorio, occasioni di approfondimento e di elaborazione, anche in chiave di discernimento vocazionale. Non mancano comunque le realtà diocesane che segnalano come la continuità sia data da percorsi di accompagnamento e approfondimento dei temi proposti dal Papa sia per GMG che per la Giornata mondiale di preghiera per le Vocazioni. Si può affermare che negli ultimi anni è cresciuto l’impegno nel trasformare l’evento vissuto in un percorso educativo e vocazionale, pur con risultati diversi.
    Emergono infine due annotazioni degne di nota riguardanti la difficoltà economica di molti giovani nel poter partecipare a questi eventi e la necessità di chiedersi se la GMG sia l’unica esperienza proponibile di universalità ecclesiale. Questo pone anche l’interrogativo sulle modalità di svolgimento delle GMG, sostanzialmente immutate dal loro inizio, e sull’importanza di elaborare nuovi modelli di appartenenza ecclesiale.

    12. In che modo nelle vostre Diocesi si progettano esperienze e cammini di pastorale giovanile vocazionale?
    Da parte delle Diocesi è molto avvertita l’esigenza di rinnovare i percorsi di discernimento vocazionale proposti ai giovani, stringendo effettive collaborazioni tra chi opera nella pastorale giovanile e chi opera nella pastorale vocazionale, a partire dall’elaborazione di una progettualità diocesana condivisa. Prende gradualmente consistenza, infatti, l’esperienza di cammini di comunione per una pastorale giovanile che sia autenticamente vocazionale. È il caso di specifici itinerari formativi rivolti ai giovani in collaborazione con alcune associazioni ecclesiali, delle esperienze diffuse di esercizi spirituali vocazionali per i giovani, di percorsi annuali o biennali di discernimento presenti in alcune Diocesi. Ai giovani che frequentano queste iniziative viene proposta una regola di vita semplice ma impegnativa e a volte anche la direzione spirituale.
    La collaborazione tra pastorale giovanile e pastorale vocazionale si sta diffondendo anche nel preparare insieme la GMG e la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni. L’esperienza di preghiera del “Monastero invisibile” è diffusa in diverse realtà. Altri cammini rivolti ai giovani sono gli itinerari di discernimento vocazionale in preparazione al matrimonio attivati in alcune Diocesi dagli Uffici di pastorale vocazionale insieme a quelli per la pastorale familiare.
    L’Ufficio diocesano di pastorale vocazionale rappresenta il luogo di raccordo delle varie vocazioni e di elaborazione delle proposte vocazionali, tra cui si segnalano anche itinerari propedeutici per il discernimento al ministero ordinato, organizzati dai Seminari diocesani.

    13. Che tempi e spazi dedicano i pastori e gli altri educatori per l’accompagnamento spirituale personale?
    La formazione delle figure educative che si occupano della pastorale giovanile è un ambito su cui si impiegano molte energie ma che incontra anche numerose fatiche. Un dato che emerge è la carenza di educatori e di formatori che si impegnino con competenza nella direzione spirituale. Questa constatazione riguarda in particolare i presbiteri, che diminuiscono di numero e sono coinvolti in una vita pastorale molto frenetica e dispersiva, tanto che un questionario diocesano riconosce: “Spesso i nostri preti risultano più manager che altro. Non c’è un tempo e un luogo fisso per il sacramento della Confessione”.
    Nelle comunità dove esiste una spiritualità associativa, sono presenti cammini di accompagnamento spirituale personale e si registrano risorse ministeriali e di tempo dedicate al servizio dell’accompagnamento. Nella maggioranza dei casi, però, sembra che la necessità di avere dei riferimenti stabili nell’accompagnamento spirituale, richiamata anche nel Documento preparatorio del Sinodo, sia scarsamente proposta nei percorsi formativi. Per questo da alcune Diocesi si avanza la proposta di creare dei “centri di spiritualità e ascolto”, luoghi dove poter offrire il servizio dell’accompagnamento in modo qualificato.

    14. Quali iniziative e cammini di formazione vengono messi in atto per gli accompagnatori vocazionali?
    In diverse Diocesi sono proposti laboratori di spiritualità sull’accompagnamento vocazionale e sul discernimento. Il percorso è rivolto soprattutto ai formatori, ai presbiteri, agli educatori e insegnanti, ai quali vengono offerti approfondimenti educativi in un inquadramento biblico, teologico-spirituale e antropologico, con una attenzione esplicita al discernimento vocazionale. Sono attive anche delle Consulte di pastorale giovanile vocazionale e dei gruppi di riflessione e di lavoro di cui fanno parte anche i consacrati. In questi ambiti ci si confronta sui temi della pastorale giovanile e vocazionale. A livello nazionale è attivo il Tavolo della Vita consacrata.
    A riguardo di un ambito importante come quello della formazione permanente dei presbiteri, alcune Diocesi hanno elaborato cammini specifici, in particolare rivolti ai presbiteri giovani, per imparare e crescere nella capacità di ascolto e di orientamento vocazionale. In altri casi l’ambito dell’accompagnamento vocazionale è lasciato alla sensibilità e alla formazione personale degli stessi accompagnatori.
    Alcune Diocesi fanno anche riferimento a momenti formativi di carattere regionale (es. campi vocazionali), utili per declinare gli input a livello diocesano. È cresciuta inoltre negli ultimi anni la partecipazione a convegni e corsi di formazione offerti dagli Uffici della Segreteria Generale della CEI e dalle Università Pontificie. Tra questi, si cita il seminario nazionale sulla direzione spirituale e l’accompagnamento vocazionale.
    Da più parti si auspica che nei percorsi di formazione all’accompagnamento vocazionale cresca l’uso dei nuovi linguaggi: l’arte, la letteratura, il cinema, la musica. La formazione si avvale anche di una sussidiazione specifica, come quella offerta dalle riviste vocazionali esistenti in questo ambito.

    15. Quale accompagnamento personale viene proposto nei seminari?
    I questionari diocesani evidenziano come l’accompagnamento personale sia uno dei perni della proposta educativa dei Seminari. La dinamica dei percorsi diffusi punta molto sul coinvolgimento del giovane, invitato costantemente a rileggere la sua vita, le relazioni, la propria storia spirituale, nella ricerca di una consapevolezza di sé, delle proprie risorse e dei propri limiti. Ai candidati in formazione nei Seminari (diocesani, interdiocesani o regionali) vengono proposti incontri personali mensili con il rettore, il vice-rettore, il padre spirituale. Sono incontri che aiutano i seminaristi a riflettere sui numerosi stimoli ricevuti, in vista di quella sintesi vocazionale che sono chiamati a fare nel tempo del discernimento. Sempre maggior rilievo acquistano gli Esercizi Spirituali Ignaziani come metodo che aiuta a fare discernimento, soprattutto negli ultimi anni che precedono l’ordinazione diaconale.
    Inoltre sono spesso diffuse le collaborazioni con gli psicologi, che contribuiscono ad accrescere nei seminaristi la capacità di conoscere l’animo umano, con le sue ricchezze e fragilità. In alcune realtà si è deciso di affidare un seminarista ad alcune famiglie che vengono anche coinvolte nel confronto con i superiori circa il discernimento del cammino vocazionale. È presente pressoché dovunque la partecipazione dei seminaristi alle esperienze pastorali delle comunità.
    Le necessità che vengono manifestate più di frequente sono:
    • un confronto ampio, ai diversi livelli della vita ecclesiale, tra formatori/educatori e padri spirituali;
    • l’importanza del contributo delle scienze umane per la crescita affettiva e relazionale dei giovani;
    • il ruolo e la presenza femminile per crescere negli aspetti caratteriali e comportamentali.
    Si nota infine come molti questionari diocesani riconoscano che, da parte delle parrocchie e delle comunità cristiane, vi è scarsa conoscenza del cammino formativo proposto nei Seminari.

    c) Domande specifiche per aree geografiche

    EUROPA

    - Come aiutate i giovani a guardare al futuro con fiducia e speranza a partire dalla ricchezza della memoria cristiana dell’Europa?
    Tra le risposte dei questionari diocesani figura anzitutto l’invito a valorizzare a tale scopo la pastorale ordinaria, che offre numerosi spunti e occasioni per restituire fiducia e speranza ai giovani. Risultano poi importanti l’educazione familiare, la formazione scolastica, le iniziative ecclesiali specificamente rivolte ai giovani quali i viaggi e i pellegrinaggi internazionali e le GMG, che mettono alla prova i partecipanti e consentono loro di incontrare culture e persone diverse ma accomunate da una stessa motivazione.
    In molti casi si insiste sulla necessità di offrire testimonianze del cristianesimo europeo che riescano a parlare al cuore dei giovani. Per questo si può fare riferimento ad alcune grandi personalità dell’età contemporanea e anche a persone e realtà meno note in grado di risultare convincenti. In ogni caso bisogna puntare sulla concretezza del linguaggio e dell’esperienza vissuta. Tali testimonianze sono ancora più efficaci se legate alle difficoltà che incontrano i giovani a causa di una carenza di progettualità negli ambiti del lavoro e della vita affettiva.
    Molte Diocesi hanno preso spunto da questa domanda per lamentare il mancato riferimento alle radici cristiane nella Costituzione europea, che appare come segno della volontà di escludere la dimensione religiosa dalla nostra prospettiva storica. L’arte e l’intero patrimonio culturale europeo sono dunque indicate come la via più efficace per valorizzare la memoria cristiana dell’Europa. In questo senso, si cura di accostare i giovani all’arte sacra, soprattutto musicale e figurativa, per esaltare la bellezza intrinseca della fede e dell’esperienza cristiana, senza un approccio eccessivamente “musealizzante”.
    In alcuni questionari diocesani si fa infine riferimento agli itinerari di formazione sociale e politica rivolti ai giovani, ritenuti occasioni importanti sia per diffondere in maniera appropriata la Dottrina sociale della Chiesa, sia per recuperare la memoria cristiana dell’Europa.

    - Spesso i giovani si sentono scartati e rifiutati dal sistema politico, economico e sociale in cui vivono. Come ascoltate questo potenziale di protesta perché si trasformi in proposta e collaborazione?
    Da parte di alcune Diocesi viene parzialmente riformulata la domanda, soprattutto per quello che riguarda la “protesta” giovanile, che oggi si manifesta sempre più spesso in forma silenziosa, assumendo le forme della disillusione o della rassegnazione. Si cerca perciò di partire da questa difficile condizione giovanile per offrire una carica di speranza e vitalità che possa valorizzare le proposte che i giovani sono in grado di avanzare. Una delle risposte, infatti, riconosce che “di fronte alle porte chiuse, i giovani non danno più spallate, semplicemente se ne vanno altrove”. Dai questionari si coglie che tale “altrove” spesso significa emigrazione interna o estera, abbandono del proprio ambiente, sradicamento, a loro volta motivo di ulteriori difficoltà.
    Per un ascolto più efficace dei giovani e del loro malessere, la prima condizione che si ritiene importante è mostrare concretamente di non avere pregiudizi nei loro confronti, né di essere mossi dall’intenzione di giudicare; i giovani, infatti, sono molto sensibili al giudizio altrui, che può divenire motivo di blocco e di chiusura. Nelle occasioni di incontro e di formazione, occorre pertanto dare fiducia ai giovani, invitandoli a pensare in grande, valorizzando la loro creatività, accompagnandoli con un dialogo continuo e personale, sostenendoli nelle scelte che devono compiere. A quest’ultimo proposito, sono particolarmente citate le iniziative di orientamento professionale e discernimento vocazionale, non solo rivolto alla sfera religiosa.
    Tra le proposte concrete di azione a sostegno della progettualità giovanile è frequente il riferimento al “Progetto Policoro” della CEI e, più in generale, alle iniziative di formazione sociale e politica: essi vengono riconosciuti quali luoghi privilegiati per ricostruire la fiducia ormai compromessa verso il mondo politico, in quanto consentono di partire da un impegno sociale testimoniato nelle realtà locali con convinzione. Accanto a tale ambito preferenziale di azione, vengono citate alcune esperienze di servizio, di attenzione all’ambiente e al territorio promosse soprattutto in ambito associativo.

    - A quali livelli il rapporto intergenerazionale funziona ancora? E come riattivarlo laddove non funziona?
    La varietà delle risposte offerte nei questionari diocesani mostra che ci sono modi piuttosto diversi di intendere il rapporto intergenerazionale. Uno dei richiami più frequenti a questo proposito è quello al contributo che possono offrire i più anziani, a partire dai nonni, talvolta preferiti dai giovani rispetto ai propri genitori.
    Oltre a quanto avviene all’interno delle famiglie, in cui il dialogo intergenerazionale incontra spesso grandi ostacoli, anche la normale attività pastorale contiene situazioni in cui è possibile far incontrare generazioni diverse, a partire dalla catechesi, dalla liturgia e dalle devozioni popolari, che sono in molti casi un patrimonio che si trasmette da una generazione all’altra, e che vede i giovani assai sensibili. Al fine di rendere la catechesi un’esperienza significativa anche dal punto di vista relazionale, si adottano metodologie specifiche e talvolta forme di verticalizzazione dei gruppi di formazione. Contesti privilegiati di incontro fra le diverse età sono poi le iniziative di volontariato.
    Più in generale, molte Diocesi sottolineano la necessità che l’adulto sia pienamente adulto e sappia proporsi come modello, senza perdersi nella vana ricerca di un’eterna giovinezza, con il rischio di creare una impropria “concorrenza” con i giovani. Si tratta del tema della credibilità degli adulti, della loro autorevolezza, della loro capacità di essere testimoni, educatori convinti e responsabili.


    3. Condividere le pratiche

    1. Elencate le tipologie principali di pratiche pastorali di accompagnamento e discernimento vocazionale presenti nelle vostre realtà.

    Raccontare in poche righe le esperienze di pastorale giovanile vocazionale presenti nella Chiesa italiana, è davvero impresa ardua: la tradizione di cura e accompagnamento delle nuove generazioni ha radici profonde nel tempo e diffuse in tutto il Paese. Radici che hanno generato forme pastorali che sono state riprese e si sono ramificate nel tempo, contribuendo a far crescere una ricchezza di proposte davvero notevole.

    1. Tre archi temporali
    Disegniamo anzitutto tre grandi archi temporali: la Chiesa tridentina fino al Concilio Vaticano II, quella dei due decenni successivi, gli ultimi 25 anni.
    1. L’esito più evidente della Riforma cattolica è la parrocchia nelle sue connotazioni più recenti, fino agli anni Sessanta; essa ha lasciato in eredità ai nostri giorni due grandi luoghi di formazione cristiana per la crescita delle nuove generazioni: la catechesi e l’oratorio.
    Il percorso catechistico (nato soprattutto per accompagnare l’iniziazione cristiana) non è più stato abbandonato negli anni successivi: pur tra mille fatiche, esistono molti cammini educativi (traduzione dei cammini catechistici) che arrivano all’età dell’adolescenza e sfociano anche in quella giovanile. Fino a non molto tempo fa, essi avevano una tenuta in qualche parte d’Italia che offriva una frequenza settimanale. Oggi le attività catechistiche giovanili si concentrano soprattutto nei tempi forti di Avvento e di Quaresima.
    L’oratorio (che ha in San Filippo Neri e in San Giovanni Bosco i suoi più originali propulsori) si offre come un vero e proprio luogo, una casa da abitare. Esso si è strutturato attorno all’idea che l’educazione si fa attraverso una serie di azioni che prevedono momenti di preghiera, di formazione, di gioco e di attività espressive (in particolare la musica e il teatro). Anima della vita di oratorio è l’esperienza comunitaria accompagnata da educatori e animatori che offrono tempo e le loro competenze in nome e per conto della comunità cristiana. Dove l’oratorio è più strutturato, sono particolarmente importanti alcune esperienze: l’estate ragazzi, con momenti di aggregazione e attività con i più piccoli accompagnati dagli adolescenti; l’esperienza e l’attività sportiva; i cammini educativi dopo la celebrazione della Cresima dedicati agli adolescenti. L’oratorio è patrimonio peculiare della Chiesa italiana: nella sua forma embrionale esso si può incontrare in ogni parrocchia italiana (qualche spazio per la catechesi, il ritrovo e la festa, unito ad alcuni spazi per il gioco); è il fondamento e in un certo senso matrice delle esperienze successive dedicate agli adolescenti e ai giovani.
    2. I due decenni successivi al periodo conciliare (anni Settanta e Ottanta) portarono in dote alla pastorale giovanile vocazionale l’esperienza del gruppo e dell’animazione. Furono anni di grandi cambiamenti, dove attraverso la scoperta e l’esperienza di cammini di gruppo, i giovani scoprirono nuove forme di coinvolgimento e di protagonismo nella vita della Chiesa rendendosi maggiormente responsabili della propria formazione e crescita. Fu il periodo di grande sviluppo dei movimenti ecclesiali che portarono ricchezza di carismi e convinzione nella partecipazione alla vita della Chiesa, nella formazione personale in vista di una adesione convinta e di una professione esplicita della propria fede. Sul gruppo e l’animazione come forti strumenti educativi fecero leva anche i processi di cambiamento dell’associazionismo ecclesiale, in modo speciale l’attività dell’Azione Cattolica, motore propulsore di diverse attività giovanili.
    3. Dopo la metà degli anni Ottanta, nacque l’esperienza delle Giornate mondiali della gioventù (1984); gli anni seguenti videro un grande fiorire di iniziative improntate all’idea di “evento”: i raduni internazionali ebbero come conseguenza il sorgere di raduni nazionali, regionali e (molto più frequenti) diocesani soprattutto durante la Domenica delle Palme con il proprio Vescovo o in almeno un appuntamento annuale di festa con i giovani che permettesse di raccogliere/rilanciare i temi e le iniziative di quel particolare tempo/luogo.
    Negli stessi anni la Segreteria generale della Conferenza episcopale italiana strutturò diversi uffici pastorali che avessero attenzione al mondo giovanile: l’ufficio catechistico, per la famiglia, per le vocazioni, per la pastorale giovanile e per la scuola. Di riflesso, gran parte delle Diocesi italiane (a partire dagli anni Novanta) fecero nascere gli stessi uffici nei territori come centri di coordinamento e di promozione di attività pastorale in favore dei giovani.
    Accanto all’esperienza dei raduni e degli incontri, si è sviluppata l’attività di attenzione pastorale al mondo e agli spazi aggregativi più informali: i luoghi di ritrovo della notte, le proposte di chiese aperte per la preghiera e la confessione nei centri urbani durante i tempi della cosiddetta “movida”, l’incontro e la testimonianza sulle spiagge d’estate.

    2. Soggetti e luoghi
    Le persone impegnate in attività di pastorale giovanile vocazionale sono molte e spesso riferite alla realtà in cui operano. Per questo gli operatori pastorali sono fortemente connotati dal luogo di riferimento della loro azione. Un criterio generale da ricordare è che nelle Diocesi italiane esiste la pastorale giovanile della Diocesi e quella nella Diocesi.
    • La pastorale giovanile della Diocesi è fatta di percorsi particolarmente qualificati proposti dai centri di pastorale giovanile e vocazionale, offerti ai giovani di tutto il territorio: gruppi di ripresa e verifica della fede, gruppi di ricerca vocazionale, gruppi di formazione alla relazione affettiva in vista del fidanzamento o del matrimonio; momenti di incontro e festa diocesani, esercizi spirituali. Nelle Diocesi più grandi, queste pratiche pastorali servono a costituire percorsi educativi che potremmo definire di “secondo livello”. Nelle Diocesi più piccole e meno popolose, esse vanno incontro alla necessità di aggregare e accompagnare meglio giovani che farebbero fatica a trovare tali percorsi nelle zone meno abitate. A queste pratiche vale la pena di aggiungere l’esperienza del cammino in pellegrinaggio che negli ultimi anni si sta diffondendo sempre di più: molte Diocesi propongono ai giovani di mettersi sulle antiche strade dei pellegrini verso santuari e luoghi di spiritualità (soprattutto nelle estati libere dall’appuntamento della Gmg).
    • La pastorale giovanile nella Diocesi è quella diffusa attraverso le esperienze delle parrocchie (talvolta attraverso le unità pastorali), dei movimenti e delle associazioni; là dove ci sono delle iniziative offerte dalla presenza di gruppi animati da persone appartenenti alla vita consacrata. Normalmente i percorsi diffusi nei territori, si raccolgono attorno a gruppi numericamente più piccoli, ma per certi versi più fecondi per la facilità di relazioni e sono accompagnati da educatori laici, preti o appartenenti a qualche congregazione religiosa.

    3. Alcune esperienze particolari
    Accanto a quanto descritto, sembra importante ricordare alcune esperienze offerte sia a livello diocesano che a livello territoriale.
    • Le esperienze di vita comune: sono molte e in forme variegate le esperienze di tipo residenziale e di convivenza. Esse tendono ad affrontare argomenti o ad offrire percorsi attraverso le giornate della vita feriale o durante i fine settimana: alcune di queste esperienze cercano di coniugare l’incontro e la riflessione con il quotidiano, in modo da non tendere (esclusivamente) a tirar fuori i giovani dalla vita di tutti i giorni, ma ad accompagnarli nella ricerca di spazi di silenzio e riflessione nei tempi e luoghi ordinari.
    • La scuola è, in Italia, un luogo particolarmente propizio per incontrare tutti. L’ora di religione è (almeno nella fascia d’età fino ai diciannove anni) un laboratorio molto interessante di incontro e scambio. Pur dovendo viaggiare sull’attenzione culturale della dimensione cristiana (tralasciando quella catechistica), essa è una grande opportunità per incontrare gli adolescenti più grandi e per offrire loro piste di riflessione sulla radice cristiana della storia e della cultura italiana. Non sempre, purtroppo, questa presenza così diffusa si traduce in collaborazione efficace tra chi insegna religione a scuola e chi opera all’interno delle strutture ecclesiali: dove questo accade, peraltro, gli scambi sono particolarmente utili e fecondi.
    • L’informalità: come già accennato sopra, la ricerca dell’incontro con i giovani che non fanno parte dei normali circuiti ecclesiali, è qualcosa di più di un pio desiderio. Sono molte le iniziative che cercano di “abitare” i luoghi informali (le piazze e le strade, i luoghi dell’incontro e del tempo libero soprattutto nei fine settimana, i posti più frequentati durante le vacanze estive). Queste iniziative sono il tentativo di alcuni cristiani di rendersi presenti a tutti i giovani: è un grande lavoro di semina che spesso non ha riscontri immediati e che va fatto con grande disponibilità a lavorare senza vedere risultati concreti. La vera domanda che sta dietro a questi tentativi, riguarda più in generale la forma di Chiesa che stiamo cercando e che intendiamo proporre: la formula “Chiesa in uscita” individua in modo pertinente il problema generale, ma siamo ancora in ricerca di indicazioni operative utili alla sua attuazione.
    • Legata alla dimensione della corporeità, è l’esperienza sportiva. Grazie alle molte e diffuse strutture parrocchiali presenti sul territorio, è molto frequente la possibilità di educare attraverso lo sport, che oggi offre la possibilità non solo di conoscere meglio se stessi e di prendersi cura del proprio corpo (attenzione molto forte nei giovani di oggi), ma soprattutto di farlo attraverso il gruppo e le regole del gioco, evitando l’isolamento di chi preferirebbe un’attività sportiva solitaria come quella delle palestre che tendono a offrire solo il benessere individuale.
    • Tra i molteplici linguaggi significativi, sono quelli legati alle nuove tecnologie e alle nuove forme di comunicazione, soprattutto sulla rete e con i social. Chi sta accanto ai giovani si è adeguato presto alle loro forme di scambio e questo, per un verso, ha prodotto una comunicazione capace di raggiungere molti giovani e di essere aperta a tutti. Dall’altro lato vale la pena di segnalare due limiti: il primo è l’uso un po’ ingenuo e ancora poco riflesso dei mezzi; talvolta si rischia di perdere di spessore, pensando che tutto possa essere detto in pochi caratteri o immagini: in realtà la comunicazione (soprattutto di contenuti) oggi è più rapida, ma non più semplice da fare. Il secondo limite sta nell’affidarsi esclusivamente alle tecnologie: esse non possono mai sostituire un più necessario e fecondo accompagnamento, sia a livello personale che di gruppo.
    A conclusione di questo veloce sguardo sulle pratiche pastorali della Chiesa italiana, vale la pena di fare una considerazione sulla loro efficacia. Essa è talvolta messa in dubbio se si guarda ai risultati immediati che si vorrebbero raggiungere: rivedere molti giovani frequentare gli ambienti ecclesiali. Se rimane vivo soltanto il modello di Chiesa che vorrebbe andare a prendere i giovani per portarli “dentro”, la grande quantità di attività pastorali non sembra oggi produrre gli effetti sperati.
    Ma se immaginiamo una Chiesa che si fa prossima ai giovani nella loro vita quotidiana e soprattutto se immaginiamo queste iniziative con l’obiettivo di portali a entrare nel complesso mondo degli adulti, è necessario sospendere il giudizio. Moltissimi giovani dichiarano di non partecipare più alle iniziative proposte, ma portano nel cuore ciò che hanno vissuto grazie all’accompagnamento che la Chiesa ha saputo offrire loro.

    2. Scegliete tre pratiche che ritenete più interessanti e pertinenti da condividere con la Chiesa universale.

    L’ORATORIO

    a) Descrizione
    L’oratorio, che costituisce un luogo fisico, ma anche un tempo, uno stile e un progetto, è da tutti riconosciuto come la più antica istituzione educativa in Italia. I suoi esordi possono essere fatti risalire all’esperienza milanese di S. Carlo Borromeo e a quella romana di S. Filippo Neri, successivamente riprese e perfezionate dall’apporto di S. Giovanni Bosco.
    L’oratorio non è etichettabile e non ha ricette precostituite, ha però delle condizioni che sono state delineate proficuamente nella Nota pastorale della Cei sul valore e la missione degli oratori “Il laboratorio dei talenti”.
    L’oratorio è la cura specifica di una comunità cristiana nei confronti delle giovani generazioni. I suoi strumenti sono i più diversi e passano attraverso la creatività di una comunità educativa che sa mettersi al servizio, ha uno sguardo prospettico sulla realtà e sa affidarsi allo Spirito Santo per agire in modo profetico. Lo stile dell’oratorio è quello dell’animazione, dei più grandi che hanno a cuore la crescita integrale dei più piccoli e, per questo, nei loro progetti e nelle loro proposte, sanno coniugare la fede con il vissuto e l’esperienza quotidiana dei più giovani. «L’oratorio anche oggi si colloca sulle strade frequentate dai giovani per prendersi cura di loro» (Nota Cei “Il laboratorio dei talenti, n. 4).

    b) Analisi
    L’obiettivo dell’oratorio è quello di introdurre all’esperienza di fede attraverso una serie di attività diverse ma coordinate tra di loro, così da far interagire il più possibile la fede e la vita. La forza dell’oratorio è la capacità di creare relazioni significative e proporre esperienze qualificate, oltre che l’attenzione a partire dai bisogni dei giovani per cercare di trasfigurarli, attraverso proposte che si collocano sempre tra il formale e l’informale.
    L’oratorio può essere la strada per una presenza che, attraverso la frequentazione di un cortile e la condivisione della vita, può comunicare la vita buona del Vangelo alle giovani generazioni, capillarmente e su un dato territorio, avviando collaborazioni con più mondi, catalizzando l’attenzione sui ragazzi, gli adolescenti e i giovani, di tutto un tessuto sociale.
    I giovani, riferendosi alla fascia dai 16 ai 29 anni, possono vivere l’oratorio come un trampolino di lancio e un ambito di servizio. Il loro sguardo, attraverso l’opera dell’animazione e l’assunzione di responsabilità verso i più piccoli, può assumere la cura e lo sguardo del Buon Pastore, in un continuo esercizio di gratuità e di acquisizione di competenze, non solo in ambito educativo. In oratorio gli adolescenti e i giovani possono maturare scelte di fede, in prima persona, condividerle nella dimensione del gruppo e nella pratica della vita semplice di preghiera e sacramentale. L’accompagnamento e il discernimento in oratorio possono essere più curati che altrove. Per questo figure di consacrati, presbiteri, adulti di riferimento sono determinanti per segnare la strada, indicare il cammino e lasciare che il protagonismo giovanile sia “seme buono” che viene gettato e matura.

    c) Valutazione
    Il punto di forza principale dell’oratorio è l’esperienza della prossimità insieme alla capacità di andare incontro alle esigenze dei giovani, traducendo così concretamente il principio dell’incarnazione. Le ricadute a livello sociale sono fortissime, in quanto l’oratorio costituisce, tanto in città quanto nei piccoli paesi, un presidio sociale insostituibile e un singolare avamposto educativo.
    L’oratorio, attraverso un progetto educativo condiviso, con il sostegno della comunità adulta e la gestione di uno spazio dedicato, può essere il valore aggiunto che invita a crescere e maturare nella fede, superando il rischio di un coinvolgimento sporadico o di una pastorale fatta solo di eventi e curando invece in modo continuativo i passaggi della vita, delineando percorsi e itinerari. L’oratorio svolge così quel ruolo ecclesiale che chiede alle famiglie di assumersi la responsabilità di educare i propri figli alla fede, senza far mancare il suo supporto e la sua premura.
    Chi cresce in oratorio riesce a dare valore alle relazioni umane e acquisisce una sorta di dna che emerge e determina le scelte in ogni ambito della vita, soprattutto in famiglia, ma anche nei rapporti di lavoro e nella gestione del tempo. Chi è cresciuto in oratorio acquisisce dei valori che sono fondamento di una maturazione e di una assunzione di responsabilità nell’età adulta. Chi vive l’esperienza dell’oratorio, se esso si configura come “casa” e “scuola” di comunione, assume una simpatia che è frutto di un’appartenenza ecclesiale, che stimola un sano protagonismo e che genera la disponibilità al servizio, ogni volta che la Chiesa sarà ancora capace di chiamare e convocare.
    «Rilanciate gli oratori, adeguandoli alle esigenze dei tempi, come ponti tra la Chiesa e la strada, con particolare attenzione per chi è emarginato e attraversa momenti di disagio». Questo invito di san Giovanni Paolo II rivolto ai giovani di Roma il 5 aprile 2001 è più che mai attuale.

    I LABORATORI DELLA FEDE NELL’ARCIDIOCESI DI MILANO

    a) Descrizione
    I laboratori della fede proposti ogni anno nella Arcidiocesi di Milano si svolgono secondo la forma della convocazione e si sviluppano in più incontri (normalmente tre o quattro) durante un periodo determinato dell’anno, occupando un tempo utile per approfondire la reciproca conoscenza e il tema preso in considerazione, condividendo pensieri ed esperienze comuni. I Laboratori sono proposti sia a livello diocesano che a livello locale.
    I Laboratori si configurano come un gruppo di giovani, ragazzi e ragazze, che vogliono partecipare insieme ad una ricerca personale e comunitaria su un aspetto specifico della loro vita, o su qualche argomento della tradizione cristiana, oppure su qualche emergenza della società civile alla luce della fede. In questo anno di preparazione al Sinodo dei Vescovi, i Laboratori hanno assunto la forma di esperienze di discernimento. I giovani hanno chiesto di confrontarsi sulle domande che interpellano la libertà: il secolarismo e il desiderio di nuova evangelizzazione; il rapporto fra le religioni; la realtà politica; il problema della pace, delle migrazioni e dentro questo contesto il compito della Missione.

    b) Analisi
    I Laboratori hanno l’obiettivo di rendere i giovani diretti protagonisti di percorsi e itinerari specifici, attorno alla dimensione della fede e del vissuto, con un’attenzione e uno sguardo sul mondo e sulle questioni aperte, anche in ambito sociale e culturale. Ogni giovane in questi laboratori può sperimentare una graduale maturazione della propria vita spirituale e crescere in una più vera comprensione della realtà del mondo.
    I Laboratori si sono evoluti nel corso degli anni andando ad intercettare i bisogni dei giovani legati alla loro crescita e comprensione del mondo. Temi come l’affettività, il bene comune, l’incontro con alcune forme di povertà si sono tradotti in esperienze e percorsi elaborati dagli stessi giovani costituiti in équipe e a cui è stato dato un reale compito di responsabilità nella realizzazione del progetto di un dato itinerario. Non è mancata la ricerca e la collaborazione con esperti e persone competenti che hanno affiancato i giovani per un’elaborazione del pensiero e una ricerca di senso o semplicemente per approfondire un tema avvalendosi di un aiuto da parte del mondo degli adulti, senza che questi ultimi si sostituissero ai giovani nel confronto e nella riflessione comune.
    Con il tempo, i Laboratori si sono configurati anche secondo il cammino della Chiesa diocesana, le sollecitazioni del Vescovo, le necessità pastorali. Sono nate le Vie incontro all’umano per approfondire una ricerca personale e comunitaria su un aspetto della vita e della cultura contemporanea alla luce della fede, secondo quanto ha richiesto in questi anni il Cardinale Angelo Scola alla Chiesa di Milano: «non c’è niente e nessuno che possa essere estraneo ai seguaci di Cristo. Tutto e tutti possiamo incontrare, a tutto e tutti siamo inviati» (Card. Angelo Scola, Lettera pastorale “Il Campo è il mondo”, 2013).
    La lettura del contesto di globalizzazione ha portato alla nascita di percorsi dal titolo Oltre i bastioni in cui i giovani hanno espresso il desiderio di superare i confini della loro vita ordinaria. Sono nate esperienze di pellegrinaggio (ad esempio in Terra Santa), di servizio e volontariato come “I cantieri della solidarietà”, di prossimità come l’esperienza dell’incontro con i detenuti “giovani e carcere”. Tutti questi momenti hanno previsto una collaborazione fra diversi soggetti pastorali e servizi diocesani per fornire l’adeguato supporto ai giovani che si presentavano con le loro domande e il loro desiderio di mettersi in gioco.

    c) Valutazione
    Il punto di forza più significativo di questa esperienza è la possibilità di andare incontro all’interesse dei giovani attraverso proposte tematiche differenti sviluppate mediante una proposta qualificata, capace anche di rimandare ad ulteriori approfondimenti e esperienze. I laboratori fungono dunque da strumento atto ad aiutare i giovani ad una personalizzazione del cammino di fede attraverso l’approfondimento di alcune tematiche. Il punto di debolezza più vistoso appare invece il fatto che l’esperienza è molto limitata nel tempo e non si propone come un cammino di fede esaustivo e in grado di creare significative appartenenze.

    IL PROGETTO POLICORO

    a) Descrizione
    Il Progetto Policoro nasce il 14 dicembre 1995 a Policoro (MT) ed è promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana attraverso l’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro, il Servizio Nazionale per la pastorale giovanile e la Caritas Italiana.
    Nella convinzione di «stare dentro la storia con amore» (CEI, Con il dono della carità dentro la storia, n. 6), attraverso il Progetto Policoro si è accolta la sfida che la disoccupazione giovanile pone alle Chiese con la precisa volontà di individuare delle risposte all’interrogativo esistenziale di tanti giovani che rischiano di passare dalla disoccupazione del lavoro alla disoccupazione della vita, lavorando non da soli ma insieme con altri uffici e con i soggetti che sul territorio hanno questo specifico obiettivo nella sicura speranza che l’Italia «non crescerà se non insieme» (Consiglio Permanente della CEI, La Chiesa italiana e le prospettive del Paese, n. 8).

    b) Analisi
    La risposta elaborata è lavorare insieme per evangelizzare, educare, esprimere impresa:
    1. Lavorare insieme ai diversi livelli nazionale, regionale e diocesano. I soggetti coinvolti sono ecclesiali, ovvero i tre uffici promotori prima citati, ed extra ecclesiali, dunque la filiera delle associazioni laicali: Gioventù Operaia Cristiana (Gioc), Movimento Lavoratori di Azione Cattolica (Mlac), Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani (Acli), Confcooperative, Confederazione Italiana Sindacati dei Lavoratori (Cisl); Banche di Credito Cooperativo, Banca Etica, Coldiretti, Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani (Agesci), Libera. Associazioni, Nomi e Numeri contro le mafie, Giovani Salesiani e professionisti competenti e ispirati del territorio. Tali uffici e filiere sono coadiuvati dagli Animatori di comunità, giovani laici mossi ad agire secondo una logica di servizio, con la maggior competenza possibile: insieme compongono un’équipe diocesana.
    2. Evangelizzare la vita e il lavoro a partire dal «reciproco appello, che si fanno continuamente il Vangelo e la vita concreta, personale e sociale, dell’uomo» (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, n. 29). Nei luoghi della disoccupazione e del lavoro nero, dove la dignità delle persone è calpestata, il Vangelo realizza il cambiamento, libera dall’oppressione e conduce nella direzione della gioia e della speranza. Attraverso il percorso di formazione e azione proposto, i primi ad essere interessati di questo cambiamento, in modo innegabile, è il nucleo diocesano coinvolto a partire dai giovani Animatori di comunità che vengono chiamati a portare la buona notizia di un cambiamento possibile ad altri giovani. Un cambiamento basato sul buon lavoro e non solo su percorsi verso un lavoro.
    3. Educare e formare le coscienze nel rispetto delle finalità essenzialmente educative del Progetto. Il triennio di formazione degli Animatori di comunità è suddiviso per livelli territoriali e propone un ventaglio di proposte di contenuti per ambiti tematici (evangelizzazione e motivazione, economico, sociologico e relazionale) basandosi innanzitutto sul Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, richiamando il significativo contributo dell’insegnamento sociale fino all’enciclica “Laudato si’”. La formazione degli animatori, insieme ai componenti del gruppo diocesano che vi opera, innesta sul territorio percorsi di incontro, informazione e formazione per i giovani, dunque processi di uno sviluppo locale, integrale, solidale e partecipativo.
    4. Esprimere impresa ovvero Gesti Concreti di solidarietà e reciprocità. A partire dall’evangelizzazione e attraverso un processo educativo e formativo, si giunge a valorizzare la persona nella sua interezza e nelle sue capacità imprenditoriali. Si realizzano così gesti concreti (cooperative, consorzi, imprese), microcredito, reciprocità tra regioni che offrono la possibilità di far germogliare speranza e sviluppo e donano possibilità lavorative ai giovani, permettendo loro di realizzare i propri progetti di vita. Il tratto identificativo del perché la Chiesa si occupa di creare lavoro sta nell’accompagnamento al discernimento vocazionale del giovane sfiduciato e rassegnato oppure disinteressato all’opera con-creatrice che svolge attraverso il proprio lavoro. Accompagnarli nella consapevolezza di sé e dei propri talenti, nel confrontarsi con la rete di professionisti ed enti locali per l’avvio di un’attività o l’accesso al credito facendosi garanti, è l’espressione massima della sussidiarietà che porta alla costante cura delle persone, prima come giovani poi come buoni lavoratori o imprenditori, operatori di sviluppo della propria comunità.
    Secondo tali principi e obiettivi, le attività del Progetto Policoro vengono definite e intraprese a livello locale dalle equipe diocesane per rispondere a bisogni reali del territorio e valorizzando risorse disponibili. Ciò richiede una certa sollecitudine nell’impegno di tutti i soggetti coinvolti per poter creare un concreto tessuto sociale capace di donare opportunità ai giovani nella ricerca della loro vocazione nell’ambito del lavoro.

    c) Valutazione
    I traguardi raggiunti in questo ventennio di vita del Progetto Policoro si possono così riassumere:
    - Sono stati formati 860 giovani come animatori di comunità. Ciò significa un capitale sociale attivo e partecipativo ampio di giovani consapevoli delle loro capacità e di quelle del territorio di appartenenza; capaci di essere tessitori di reti relazionali sul livello paritario di giovani tra i giovani ma con maggiori competenze; sul livello interno alla Diocesi con la comunità degli adulti che operano per e con i giovani; con la autorità locali per progettare e programmare attività di sviluppo.
    - Sono stati coinvolte/incontrate nelle Diocesi a vario titolo più di 100.000 persone tra operatori delle equipe diocesane e giovani incontrati nei propri luoghi di vita come parrocchie, associazioni, incontri diocesani, nelle scuole con percorsi di orientamento. Dunque è stata diffuso il concetto di una Chiesa che si prende cura di loro confrontandosi sul tema del lavoro, che spesso viene erroneamente ritenuto di non pertinenza della Chiesa dai giovani stessi e non solo.
    - Sono stati generati/coinvolti oltre 700 Gesti concreti (GC), ossia attività imprenditoriali di varia tipologia, di cui 250 con obbligo di depositare ogni anno il proprio bilancio nel sistema camerale che nel 2016 avevano un volume d’affari annuo, fonte Infocamere, superiore ai 20 milioni di euro. Le persone occupate nei circa 250 GC sono oltre 1100 (per una stima di oltre 3000 persone se rapportate a 700 GC).
    - Microcredito diocesano: 39 diocesi con un proprio fondo di garanzia che ammonta nel 2016 ad un totale di € 3.525.000,00


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