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    La mappa che ci serve. Oratorio e progetto educativo


    Laboratorio dei talenti 2.0 /2

    Stefano Guidi *

    (NPG 2018-03-56)


    Nella famosa e felice avventura dei Pirati targata Disney, il Capitano Jack Sparrow possiede una bussola magica. A differenza delle altre bussole non indica il nord, ma il luogo dove si realizzerà il desiderio vero e reale – soltanto quello vero e reale e non quello dichiarato – che il Capitano porta nel cuore. Ma il viaggio che ci viene ogni volta raccontato nei film non può svolgersi soltanto con il desiderio e la bussola. Questi due elementi servono per partire ma non possono assicurare da soli lo svolgimento della storia. Il Capitano ha bisogno di una nave, e possibilmente anche di una ciurma. Assolutamente necessaria poi è la mappa. Il desiderio è chiaro. La bussola funziona. La nave c’è. La ciurma esiste. Ma questo non basta. Per raggiungere il tesoro ci vuole la mappa. È curioso che non di rado la ricerca della mappa diventi a sua volta una piccola o grande avventura. Cercare e trovare la mappa è indispensabile. Anche perché nella mappa si trova molto più della descrizione di un percorso. Troviamo simboli, segni, riti, deviazioni improvvise, sotterfugi e pericoli da evitare, scorciatoie che si rivelano trappole. Insomma: una buona mappa, la mappa che ci serve, è in realtà un mondo di significati che va oltre l’indicazione di un percorso. È di più di app per navigare in acque sconosciute. Per cui anche un navigante esperto sa di non poterne fare a meno. Perché il mare è infido, le situazioni cambiano e la realtà presenta pericoli e prove che solo un cuore saggio e astuto potrà superare. La mappa è tutto questo.
    Fuori dalla metafora, la mappa potrebbe essere il nostro progetto educativo. Un deposito di significati e di simbologie poste a tutela e a custodia di un desiderio e della possibilità di vederlo realizzato.

    Il desiderio e la bussola

    A questo punto ci sembra utile richiamare che ogni relazione educativa non si stabilisce a partire da un progetto, ma a partire da un desiderio. Il desiderio è la spinta interiore che muove, è la motivazione che accende la scintilla. Ogni oratorio è chiamato ad essere quel particolare contesto umano in cui si custodisce il desiderio di Gesù. Potremmo esprimerlo così: che tutti gli uomini siano salvati! Gesù esprime questo fondamentale desiderio che lo abita in una modalità poliedrica. Innanzitutto questo desiderio plasma la sua persona interamente, al punto che vi si dedica totalmente. Gesù è la salvezza per tutti. La sua umanità è salvante. Questo desiderio salvifico si esprime in maniera straordinaria: parole, sguardi, pensieri, gesti. Tutta la personalità di Gesù è modellata da questo desiderio di salvezza per tutti. Ogni oratorio ha bisogno di custodire questo desiderio e di tradurlo in intenzionalità operativa, in un discernimento serio e concreto. La mappa che ci serve è quello strumento che ci ricorda che tutto inizia da un sogno che vogliamo condividere con altri. La mappa resta lettera morta se il cuore dell’oratorio si raffredda. Se nelle nostre vene non scorre e non palpita il desiderio di salvezza per tutti. L’oratorio oggi ha bisogno di trovare luoghi e strumenti per custodire il desiderio salvifico di Gesù. L’oratorio oggi ha bisogno di incarnare questo desiderio dentro persone concrete, dentro cuori di uomini e donne adulti. Siano essi volontari, educatori, catechisti, allenatori, genitori. I ragazzi di oggi hanno drammaticamente bisogno di incontrare degli adulti mossi dal desiderio positivo, dalla passione contagiosa, dalla speranza coinvolgente. Adulti che sappiano comunicare la passione che li abita e che sappiano rendere ragione della speranza che è in loro. Che siano educatori non solo per un ruolo o una funzione riconosciuta, ma perché capaci di fare esplodere il vissuto quotidiano con l’energia del Vangelo. Hanno bisogno di incontrare degli adulti dall’umanità trasfigurata. Persone che abitano la quotidianità amandola, e che ogni giorno scoprano con immenso stupore la bellezza del Vangelo e la verità della Parola nelle pieghe nascoste della storia. L’oratorio oggi ha bisogno – prima di dotarsi di indispensabili strumenti e risorse pedagogiche – di persone che si lasciano affascinare dal sogno di Gesù, di fare della terra il Regno di Dio, di riempire della sua Gloria ogni angolo del mondo; persone che si lascino affascinare ed entusiasmare dal Vangelo annunciato ai poveri. Il Vangelo è affascinante proprio per questo: vuole comunicare il messaggio più bello della storia, nella più totale povertà di mezzi possibile. L’oratorio è il contesto dove la comunità cristiana, nella povertà e nella semplicità dei mezzi, desidera raggiungere tutti i ragazzi e i giovani con il messaggio di salvezza di Gesù. L’oratorio oggi ha indispensabile bisogno di essere abitato da persone che desiderano assumere la personalità di Gesù come stile di vita, persone che si curano di offrire - ai piccoli in crescita e ai giovani ormai pronti ad entrare nella responsabilità della vita - il messaggio di salvezza che fonda ogni speranza: ogni persona è un dono, è una vocazione, è una missione [1]. L’oratorio ha bisogno di essere abitato da uomini e donne dall’umanità educante, cioè abitata da una passione per il Vangelo, trasfigurata dallo stile educativo di Gesù. Il progetto educativo quindi è lo strumento che ci consente di diventare umanità e comunità educante. È lo scrigno che custodisce il cuore pulsante di ogni iniziativa educativa.
    Mentre il desiderio è la scintilla che ci fa partire, la bussola ci aiuta a tenere la navigazione nella direzione giusta. Il progetto educativo ci offre la possibilità di procedere con un certo metodo. La meta è chiara, ma il percorso a volte è sconosciuto, mutevole, complesso.

    Una mappa per abitare la complessità educativa

    Il percorso va affrontato con serietà. La meta si raggiunge solo grazie ad un percorso, cioè attraversando una serie di situazioni che si possono rivelare anche imprevedibili. Il desiderio si può realizzare solo se si intraprende un viaggio attraverso la dimensione del tempo e dello spazio, cioè facendo i conti con la realtà. Il tempo presente ci presenta una complessità forse mai avvertita nei tempi passati. Un buon oratorio non può vivere solo di intenzioni e desideri. Custodire il desiderio di raccontare Gesù è la scintilla che inizia il cammino. Ma questo non è sufficiente. Il desiderio ci mette in relazione con persone nuove, volti, storie, situazioni, realtà, complessità, problematiche. La realtà chiede di essere conosciuta, abitata, amata. Il progetto educativo è lo strumento che ci aiuta ad abitare la realtà e ad interrogarla con intelligenza e sapienza. La realtà si abita cercando il senso e la domanda giusta. L’ansia di fornire immediatamente risposte e soluzioni è estranea al Vangelo. Il Vangelo ci educa ad interrogare la realtà e a lasciarci interrogare da essa. Ogni ragazzo accolto in oratorio ci interroga, ci pone domande, ci mette in discussione. Ogni ragazzo va accolto con curiosità e interesse, interrogandoci seriamente e senza invadenza su il suo mondo, la sua origine culturale, la sua personale riserva di significati, il suo bagaglio educativo. Gesù stesso inizia la relazione domandando e chiedendo: Che cosa cercate? È la domanda che inizia il rapporto con Giovanni e Andrea. Un buon oratorio è consapevole del fatto che occorre prevedere il tempo opportuno all’ascolto reciproco. È consapevole che la realtà di oggi è complessa, rapidamente mutevole, per molti versi inedita. Il progetto educativo è lo strumento che ci ricorda che dobbiamo fare la fatica di trovare gli strumenti educativi più appropriati per corrispondere oggi e qui ai bisogni dei ragazzi che incontriamo.
    Mi sembra opportuno a questo punto tentare di approfondire e smontare almeno due dei malintesi nati attorno al progetto educativo. Due dei tanti motivi per cui l’esercizio di elaborazione di un progetto educativo stenta a decollare in molti oratori.
    Esiste innanzitutto un atteggiamento che contrappone la pastorale progettuale alla pastorale tradizionale. Si vuole dare continuità alla pastorale popolare, di taglio più classico, sostanzialmente afferente al mondo tridentino. È una pastorale che ancora oggi mantiene una certa vitalità in tante realtà parrocchiali, anche se evidentemente logorata dal tempo. Non è questo il luogo per esprimere un giudizio sui contenuti più propriamente pastorali. Intendo soltanto evidenziare come anche la pastorale tradizionale classica – con tutto il suo mondo di significati, funzioni, organizzazione di tempi e di luoghi – sia in fondo un vero e proprio progetto di Chiesa. Quella che noi possiamo identificare con il termine di pastorale tradizionale – anche in oratorio e in certe sue modalità di conduzione – è in realtà un vero e proprio progetto che affonda le sue radici in un tempo in cui la Chiesa si è ripensata, ha fatto delle scelte radicali che hanno modificato la struttura e l’organizzazione nel territorio della Chiesa stessa. La pastorale tradizionale quindi incarna un progetto molto chiaro, e non certamente una sorta di spontaneità e forse di improvvisazione nella pastorale.
    Un secondo malinteso, che rallenta l’elaborazione di un progetto negli oratori, è la sostanziale identificazione tra ruolo del prete e funzione progettuale. È molto interessante notare come le realtà più refrattarie all’elaborazione di un progetto siano quelle in cui la conduzione e la gestione dell’oratorio sia ancora unicamente affidata al prete. Spesso in queste realtà il prete assume in sé – oltre che la funzione più gestionale dell’oratorio - anche la funzione progettuale. Queste realtà avvertono poco o per niente la necessità di elaborare un metodo pastorale progettuale, in quanto il prete assicura e ricopre tra le sue funzioni anche quella di progettare e di discernere. Questo stato di cose rischia di essere molto pericoloso, in quanto gli operatori dell’oratorio di fatto non si esercitano in un discernimento pastorale, ma seguitano ad intervenire nell’oratorio ad un livello unicamente operativo ed esecutivo.
    Anche questo stato di cose rallenta la realizzazione di un progetto educativo serio, dentro il quadro di una pastorale di metodo, e non permette di coglierne l’importanza e la necessità.
    Laddove il progetto invece viene realizzato si attiva un discernimento pastorale permanente. Chi sono i soggetti che dovrebbero farsi carico di attivare e di esercitarsi nell’elaborazione del progetto? Il progetto dovrebbe nascere in ogni oratorio come esigenza a partire almeno da due fattori. Innanzitutto la complessità della realtà con cui ci confrontiamo. Elaborare il progetto educativo risponde all’esigenza di abitare la realtà in maniera intelligente, costantemente attenta ai cambiamenti in atto e alla novità che ogni persona porta con sé nella situazione concreta dell’oratorio. Immaginiamo quindi l’oratorio come un contesto naturalmente plastico, normato dalla capacità di accogliere tutti, recettivo verso le novità portate da ciascuno. In secondo luogo, il progetto nasce come desiderio di custodire e promuovere una pastorale di comunione. In un oratorio che fatica a maturare uno stile di comunione, l’elaborazione di un progetto educativo risulterà chiaramente superflua e perfino fastidiosa. Dove le iniziative individuali non sono precedute da una visione di comunione e non sono composte opportunamente in un'azione comunitaria, il progetto non troverà mai terreno fertile. In questo senso il progetto educativo è un vero e proprio esercizio di comunione. È quindi difficile identificare il soggetto pastorale che deve farsi carico di attivare un processo progettuale. Piuttosto bisogna preoccuparsi quando non nasce la domanda.

    Possibili approdi

    Abbiamo quindi intuito che qui non si intende promuovere un progetto educativo scritto sulla carta, raccolta ordinata di pratiche specialistiche, elenco di scelte pastorali da compiere, freddo organigramma o mansionario degli operatori, o libretto di istruzioni quasi che l’oratorio fosse un meccanismo aziendale complicato. La mappa che ci serve è un progetto educativo che attivi dei processi educativi e pastorali costantemente pensati, aggiornati e verificabili. Il progetto deve farci camminare. Il progetto è per la crescita di tutti.
    Possiamo quindi molto sinteticamente immaginare degli approdi, delle mete che un buon progetto educativo, elaborato e assimilato da un oratorio in cui si vuole camminare seriamente, certamente ci farà raggiungere.

    Dalla ripetizione meccanica al mandato per la missione educativa
    Dentro la metafora, la mappa ci aiuterà a crescere nella consapevolezza della missione educativa che ci viene affidata. Il viaggio da compiere consiste nel passare dalla ripetizione meccanica di iniziative, eventi e prassi pastorali ed educative, alla freschezza di un mandato che si rinnova e ci rinnova. Uscendo dal malinteso che la formazione degli operatori dell’oratorio consista nell’acquisire competenze pedagogiche, dimenticando che queste – per poter essere efficaci – devono trovare terreno fertile in una umanità evangelicamente modellata.

    Dalla fede trasmessa alla fede generata
    La mappa ci porterà al largo verso nuove esperienze. Potremo così scoprire che la fede non è un oggetto da passare di generazione in generazione quasi in maniera meccanica. La fede è il frutto di un processo di generazione. In questo senso l’oratorio dovrebbe preoccuparsi che vi siano al suo interno le condizioni di generazione. Per approfondire il tema di un oratorio generativo rimando all’articolo di Chiara Giaccardi 1/2017 su Rivista del Clero Italiano.

    Dalla mentalità clericale allo stile presbiterale
    Una certa allergia al progetto educativo tradisce uno stile clericale di conduzione dell’oratorio. La mentalità clericale si rispecchia in una Chiesa immaginata come una sorta di piramide dove al vertice sta la gerarchia, che si assume il compito del governo ecclesiale e alla base i laici. È un’immagine di forte contrapposizione, peraltro nemmeno di natura evangelica. Le immagini che Gesù inventa e utilizza per raccontarci il senso del ministero apostolico e quindi presbiterale sono ben altre, per fortuna. Si parla di pescatori di uomini, di buon pastore, di seminatore, di messe da raccogliere perché matura. L’immagine della piramide, sebbene non condivisa sul piano ideale, trova numerosi riscontri nella pratica pastorale ordinaria. Non di rado le parrocchie sono guidate come fossero la moderna edizione delle piramidi egizie. Un buon progetto educativo può aiutarci tutti a superare una certa mentalità clericale. Essa consiste nell’accentramento e nel controllo, per certi versi giustificati da un atteggiamento di delega e di malcompresa obbedienza. Dalla mentalità clericale occorre passare in breve tempo ad uno stile presbiterale e comunionale. Ogni prete è chiamato a pensarsi e ad esercitare il ministero a partire da una comunione presbiterale che precede ogni funzione ruolo o incarico. Così pure, ogni presbitero sa di essere inviato in una comunità per promuovere la comunione tra i fedeli e nell’ottica di un servizio alla loro testimonianza nel mondo. Oggi tutto questo è impossibile se non si accede risolutamente ad una pastorale vissuta in un discernimento condiviso e in una corresponsabilità reale e seria tra presbiteri e laici.

    Dall’ansia dell’esito all’approccio creativo
    Infine, la mappa che ci serve saprà allenarci ad entrare in ogni situazione inedita con un approccio creativo e non più difensivo o spaventato. Nell’agire pastorale siamo ancora spesso condizionati dall’esito quantitativo delle proposte. Il progetto educativo ci aiuterà a maturare nel senso di fede, per cui l’esito su cui operare una verifica seria non sarà unicamente l’audience ma l’efficacia umanizzante ed educativa delle esperienze vissute e proposte. Non si tratta di misurare ma di operare un'operazione di racconto, di rielaborazione e di riconoscimento. Il progetto ci aiuterà a riconoscere il processo di cambiamento umano più o meno realizzato attraverso le esperienze in atto. In questo senso parliamo di verifica come di celebrazione. La preghiera non sta solo all’inizio dell’azione educativa, né soltanto come agente motivante e nemmeno come un rito propiziatorio. La preghiera e la consegna fiduciosa accompagnano l’uscita dall’esperienza educativa, laddove viene consegnata alla libertà dei singoli e alla nostra capacità di farla fruttificare. Un buon progetto educativo ci aiuterà a riconoscere i segni della presenza dello Spirito che continua misteriosamente ad operare nella vita dei ragazzi, prima e soprattutto oltre la nostra relazione educativa, anche quando i ragazzi dovessero allontanarsi dal contesto oratoriano.
    Che dire infine? Auguriamoci di avere desideri grandi, da condividere in un contesto fraterno. Prendiamo il largo e che l’avventura abbia inizio!

    NOTA

    1 Si rimanda all'intervento di Mons. Mario Delpini Arcivescovo di Milano in "Oratorio e vocazione", FOM 2018.

    * Direttore FOM. Responsabile Servizio Oratorio e Sport Diocesi di Milano. Assistente Ecclesiastico CSI Milano


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