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    I giovani e la scuola: realtà e questioni emergenti


    Pierpaolo Triani

    (NPG 2018-08-23)



    La scuola rappresenta fino ai 18-19 anni, per la maggior parte dei ragazzi italiani, un contesto di vita ordinario, che per le relazioni che genera, per le richieste che pone, per i processi formativi che mette in moto, ha una significativa rilevanza sul loro presente, ma anche nella determinazione delle loro scelte per il futuro. Che cosa pensano i giovani che hanno concluso il loro iter scolastico dell’esperienza che hanno fatto? Quali attese di cambiamento hanno? Prima di affrontare queste domande è importante affrontare una questione previa: che caratteristiche ha la scuola che i giovani del nostro paese oggi vivono, quali sono i suoi principi di riferimento, i suoi punti di forza e le sue criticità?

    Il sistema scolastico attuale: un complesso di dinamiche

    Per capire la scuola di oggi, perciò, occorre tener conto di un insieme di fenomeni socio-culturali che hanno anche una forte rilevanza pedagogica.
    L’attuale sistema scolastico, innanzitutto, si trova a che fare con un mutamento delle funzioni ad esso attribuito dalla società. Secondo Miller e Bentley le scuole hanno ereditato dall’epoca industriale cinque funzioni centrali; funzione di custodia, insegnamento di comportamenti corretti, funzione cognitiva, funzione di screening o selezione, funzione di socializzazione[1].
    Queste funzioni attribuite al sistema scolastico nel corso degli anni non solo si sono consolidate, ma sono andate via via trasformandosi nel loro significato in rapporto con la crescente centralità (come vedremo anche tra poco) del valore attribuito alla singolarità di ciascun allievo, alla ‘realizzazione’ delle sua unicità, al suo sviluppo. Così potremmo dire che attualmente il sistema scolastico è sottoposto ad almeno quattro richieste: promuovere lo sviluppo armonico e integrale della persona; preparare efficacemente al mondo del lavoro; includere attivamente ogni ragazzo nella società; rispettare l’individualità di ciascun allievo.
    Si tratta di richieste di grande portata, ma a questo ampliamento e mutamento delle funzioni attribuite alla scuola non ha corrisposto, finora, un reale mutamento dell’impianto organizzativo e curricolare, provocando così un forte iato tra le dichiarazioni tra l’ideale, il fattibile, il realizzato.
    In secondo luogo, la scuola si trova a fare i conti con una perdita di monopolio della formazione culturale. Oggi i giovani non hanno bisogno dell’esperienza scolastica per accedere alle informazioni; hanno invece sempre più necessità di incontrare adulti che, attraverso la scuola, permettono loro di dare unità alle porzioni di sapere trovato o ricevuto e promuovono in essi il senso critico e l’attitudine ad imparare.
    In terzo luogo, le istituzioni scolastiche e i singoli insegnanti si trovano a svolgere il compito educativo all’interno di un contesto dove la cultura pedagogica sta vivendo un profondo cambiamento sintetizzabile attorno a quattro parole chiave: pluralità, soggettività, immagine, professionalità[2].
    La scuola oggi entra in contatto con molteplici aspetti della pluralità: quella delle culture e dei valori di riferimento, della vita familiare, dei saperi e dei contesti formativi, delle intelligenze, dei bisogni percepiti e delle richieste sociali.
    La pluralità può essere fonte di grande opportunità: aumentano le fonti di informazione, si amplia il campo delle esperienze possibili, si moltiplicano le possibilità di incontro con culture diverse.
    Ma non mancano i nodi critici: la pluralità disorienta e chiede dei principi di sintesi. La pluralità valoriale e sociale ha portato a un indebolimento e, in alcuni casi, a una rottura del patto educativo tra scuola e famiglia. La pluralità dei saperi ha portato all’esplosione dei contenuti e alla ricerca, fino ad ora fallita, di trovare un nuovo equilibrio (si pensi ai continui tentativi di ridefinire i contenuti dei curricoli). La pluralità chiede alle scuole di compiere uno sforzo di dialogo e di interconnessione, di promuovere uno sguardo articolato e dialogante; chiede all’istituzione scolastica la capacità di fare scelte culturali e organizzative, di costruire basi comuni condivise.
    Il sistema scolastico, inoltre, deve fare i conti con l’esplosione della cultura della soggettività secondo la quale il fine è il benessere e la realizzazione di sé. La centralità della soggettività si declina in una molteplicità di aspetti: positivi quando evidenziano la centralità della dignità personale, problematici quando diventano individualismo.
    La categoria della soggettività offre al mondo dell’educazione grandi opportunità, ponendo la questione dell’attenzione all’apprendimento di ognuno e il tema della formazione della responsabilità personale. Ma non mancano i nodi: la chiusura su di sé da parte degli alunni e delle famiglie, modi profondamente narcisistici di leggere il processo formativo.
    La soggettività pone così la questione seria della formazione della coscienza e dell’appropriazione di sé[3]. [cfr. Lonergan, 2010].
    Inedita è la situazione riguardo all’utilizzo di nuove tecnologie che hanno al centro l’immagine e l’interattività. Vi è un prevalere del sentire e del re-agire che pone la questione del ruolo della scuola in ordine all’educazione alla riflessività[4].
    La quarta categoria è quella di professionalizzazione. Il mondo educativo, e in esso la scuola, si sta caratterizzando per un crescente aumento di figure professionali. Ciò può presentarsi come ricchezza, in quanto un sistema presenta maggiori risorse umane per rispondere a bisogni sempre più diversificati. Ma, anche in questo caso, non mancano i nodi: la fatica di trovare dispositivi di sintesi tra queste figure e il rischio di professionalizzare ogni momento del processo educativo e scolastico, perdendo il valore dell’informalità.
    Di fronte ad un intreccio così composito e complesso di dinamiche sociali la scuola ha cercato in questi anni di rispondere comunque al diritto di ogni persona ad una formazione integrale. Questo sforzo, continuo e ordinario, registra certamente dei punti di forza. Si pensi all’acquisizione valoriale della centralità di ogni alunno, al fatto che le scuole oggi riescono realmente ad essere ambiente formativo per tutti, al dato che, nonostante le sue difficoltà, la scuola permette alle nuove generazioni di acquisire competenze. Accanto ai punti di forza, tuttavia, non possiamo distogliere l’attenzione da diverse criticità. Le scuole non riescono ancora ad essere ambienti formativi compensativi delle differenze di partenza dei singoli alunni; hanno ancora una rigidità organizzativa che non permette di rispondere adeguatamente alle richieste di personalizzazione; tendono a trasformare i principi operativi in procedure amministrative fini a se stesse.

    Il parere dei giovani

    La scuola, caratterizzata come si è visto da una complessità di dinamiche, è spesso sottoposta a giudizi molto severi e i toni comuni hanno sempre una curvatura pessimistica: “non c’è più la scuola di una volta!”, “ai miei tempi…”.
    I pareri dei giovani, che hanno concluso in percorso scolastico, raccolti in questi anni dal Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo, ci restituiscono, invece, un quadro più composito che ha al centro una discreta fiducia nei confronti della scuola assieme ad un riconoscimento di fondo del suo valore formativo e della sostanziale positività del percorso in essa compiuto. Occorre sottolineare questo aspetto e rilanciarlo anche ai dirigenti e ai docenti che troppo spesso si sentono quasi accerchiati da sguardi sfiducianti.
    La fiducia dei giovani nei confronti delle istituzioni è piuttosto bassa e sono molto poche le realtà nei confronti dei quali prevale chiaramente un atteggiamento positivo. Nel Rapporto Giovani del 2017[5] (che ha coinvolto 6000 persone), ad esempio, al primo posto è risultata la Ricerca Scientifica che in un range da 1 a10 ha ottenuto una media di 6,8 con oltre il 75% dei voti positivi. E’ seguito poi il volontariato con una voto medio del 6,1% e il 65,3% di voti positivi. La Scuola e l’Università, in linea con le rilevazioni, degli anni precedenti, si sono collocate comunque nella zona alta della graduatori; non hanno ottenuto una sufficienza piena, ma una ‘promozione a maggioranza’. Il voto medio ottenuto infatti è stato del 5,3 e la percentuale dei voti positivi del 53,8%.
    Più positive sono risultate le risposte in ordine alla scuola non come istituzione, bensì come esperienza personale e formativa. Nel Rapporto del 2016[6], i 9000 giovani coinvolti nell’intervista, di fronte alla richiesta di assegnare un voto da 1 a 10 all’esperienza scolastica della scuola superiore o del centro di formazione professionale, hanno espresso un giudizio medio di 7,19. Anche il giudizio attribuito alla dimensione relazionale ha sempre superato la sufficienza. La più apprezzata è la relazione con i compagni di classe che in ogni tipologia di scuola secondaria ha ottenuto un voto medio tra il 6,8 e il 7, ma anche il rapporto con i professori viene giudicato complessivamente in modo positivo. In questo caso si va dal voto medio di 7,1 espresso dai giovani che hanno frequentato i licei, al 6,3 degli giovani che hanno frequentato l’istruzione e la formazione professionale.
    Non mancano, dentro un quadro relazionale complessivamente giudicato buono le criticità[7]. Il 23,% dei giovani infatti ha dichiarato di aver assistito frequentemente ad atti di discriminazione di alunni nei confronti degli alunni (e nel 15% dei casi ad atti di discriminazione dei docenti o dei dirigenti nei confronti degli alunni); il 19,4% di aver assistito frequentemente ad atti di grave prepotenza di studenti nei confronti di altri compagni (e nel 10,3% ad atti di grave prepotenza dei docenti o dei dirigenti nei confronti degli studenti); il 12,1% di aver assistito frequentemente ad atti di spaccio o consumo di sostanze stupefacenti e il 74% a furti. L’ambiente scolastico dunque non è immune da fenomeni di violenza, emarginazione, illegalità; esso è palestra di cittadinanza e contesto formativo solo nella misura in cui vi è una cura continua della vita della scuola, una responsabilizzazione delle persone, una coltivazione continua del senso del rispetto e dell’accoglienza dell’altro.
    Al tempo vissuto a scuola, tuttavia, i giovani attribuiscono nella maggior parte dei casi una valenza positiva[8]. Alla richiesta di scegliere tra sei parole, quale indicasse meglio l’esperienza scolastica svolta nella scuola, il 47,5% ha scelto la parola Formazione, il 23,1% Amicizia, il 9,3% Soddisfazione, il 7,1% Fatica. Occorre, però, sottolineare anche il fatto che il 6,5% abbia indicato Sofferenza e il 6,4% Noia. La scuola, in più del 12% dei giovani, ha lasciato dunque un segno giudicato dai protagonisti stessi come negativo.
    I giovani ritengono che la scuola abbia permesso loro di acquisire diverse conoscenze e competenze e che abbia una sua utilità, sebbene siano differenti i pareri su quale aspetto essa abbia una ricaduta maggiore. E’ interessante a questo proposito vedere, come evidenziato dal Rapporto Giovani 2018[9], che cosa hanno risposto alla domanda ‘A che cosa serve la scuola?’ 5000 giovani di cinque paesi europei, tra cui l’Italia. La maggior parte dei giovani ha riconosciuto alla scuola la funzione di accrescere e potenziare il bagaglio delle conoscenze e delle abilità personali, che è risulta al primo posto in tutti i paesi coinvolti. Sono stati soprattutto quelli del Regno Unito, nell’84,7%, a dichiararsi d’accordo con l’affermazione che la scuola serve ad aumentare le conoscenze e le abilità personali. Seguono poi gli spagnoli (82,4%), i tedeschi (80,6%), i francesi (80,2%) e gli italiani (77,7%), che risultano convinti ma più prudenti dei loro coetanei europei, nel riconoscere al sistema scolastico la capacità di istruire.
    Un’alta percentuale di riscontri ha avuto anche l’affermazione che la scuola serve ad imparare a ragionare, che ha visto d’accordo mediamente più del 72% dei giovani, ma con distanze maggiori tra i diversi paesi. Sono innanzitutto i tedeschi (79,2%) a riconoscere alla scuola questa funzione, seguiti dagli italiani (75,1%) e la più bassa al riguardo è risultata la percentuale dei giovani britannici (63,7%).
    La terza funzione che ha trovato ampia accoglienza nei giovani intervistati è quella della socializzazione. Che la scuola serva per imparare a stare con gli altri è riconosciuto dal 76,3% dei giovani francesi, dal 74,1% dei britannici, dal 73,4% degli italiani.
    Minore rilevanza, anche se nella maggior parte dei casi con percentuali di accordo superiore al 60%, è data al fatto che la scuola possa servire a formare cittadini consapevoli e a capire le proprie attitudini. Più debole, anche se invece riconosciuto da almeno il 50%, dei i giovani intervistati, il ruolo giocato dalla scuola nell’accrescere nelle persone la capacità di saper affrontare la vita.
    Le differenze più forti si hanno sul rapporto tra scuola e mondo del lavoro. In questo caso le risposte riflettono la diversa conformazione dei sistemi scolastici. Se infatti secondo il 74,7% dei giovani tedeschi intervistati la scuola serve per trovare più facilmente lavoro, sono d’accordo su questo aspetto il 59,2% dei giovani del Regno Unito, il 58,5% dei francesi, il 49,2% degli spagnoli e solo il 44,5% degli italiani. Pochi sono anche i giovani del nostro paese (29,7%) che ritengono che il sistema scolastico serva per capire come funziona il mondo del lavoro.
    Tra gli italiani intervistati, inoltre, il 13,8% si è trovato d’accordo con l’affermazione che la scuola non serva a nulla; solo i giovani del Regno Unito sono risultati al riguardo più numerosi (18,3%), mentre la più bassa percentuale di accordo si è avuta tra i tedeschi (11,9%).

    Le attese dei giovani

    Non mancano, logicamente, nei giovani anche della attese nei confronti della scuola; delle aspettative di cambiamento.
    Coerentemente con quanto esposto poco sopra, dai dati pubblicati nel Rapporto Giovani 2017[10], ad esempio, emerge come più del 80% delle persone tra i 19 e 34 anni, quindi ormai uscite o comunque in uscita dal percorso scolastico, si dichiari d’accordo o fortemente d’accordo con l’affermazione che “La scuola superiore ha bisogno di un rapporto più stretto con il mondo del lavoro”.
    Non è questa l’unica attesa. Interrogati, su quali aspetti della scuola superiore vorrebbero vedere aumentati, diminuiti, o mantenuti come sono, i giovani europei, hanno espresso molti ‘desiderata’[11]. In primo luogo ciò che viene auspicato da tutti, soprattutto dai giovani italiani (il 62,2%), è l’aumento della possibilità degli studenti di scegliere delle discipline piuttosto che altre. Ugualmente alto è il numero di coloro che ritengono che la scuola superiore italiana dovrebbe accrescere le attività laboratoriali, l’uso delle nuove tecnologie, le ore di lingue straniere e di stage/tirocinio nelle realtà lavorative. Ciò che i giovani italiani sembrano perciò chiedere è una scuola dove sia maggiormente possibile fare delle scelte formative, imparare facendo, sperimentarsi nella comunicazione.
    In realtà sono molto pochi gli aspetti sui quali non viene auspicato, in percentuali molto diverse, un aumento di attenzione; ciò che andrebbe diminuito invece è, secondo quasi la metà dei giovani italiani, il carico dei compiti a casa.
    Le attese dei giovani riguardano anche le competenze degli insegnanti[12]. Il 64,5% dei giovani del nostro paese (contro il 78,2% dei giovani tedeschi) ritengono che tra i docenti sia abbastanza o molto diffuso il possesso sicuro dei contenuti insegnati. Sempre attorno al 60% è la percentuale di coloro che ritengono abbastanza o molto diffusa la competenza di spiegare e di relazionarsi con la classe. Meno della metà invece (il 43,8%) riconosce agli insegnanti la capacità di tener conto delle esigenze e dei punti di vista degli studenti; il 39,9% ritiene che i docenti sappiano coinvolgere gli studenti con lezioni stimolanti e, soprattutto, solo il 37,6% ritiene che sia abbastanza o molto diffusa nel corpo docente la capacità di motivare allo studio.

    Conclusioni: alcune linee di lavoro

    L’analisi socio-pedagogica del sistema scolastico e le risposte fornite dai giovani sembrano convergere su alcuni aspetti che possono tradursi sicuramente in punti di attenzione e linee di lavoro.
    La scuola, ci dicono le analisi culturali e le voci dei giovani, rappresenta ancora una risorsa per la formazione e la socializzazione delle nuove generazioni. Costituisce un bene per tutti che però richiede un rinnovamento: in ordine ad una flessibilità organizzativa, che permetta una maggiore scelta agli studenti; ad una didattica che sappia insegnare non solo spiegando ma anche facendo fare; ad una crescita delle competenze degli insegnanti soprattutto di carattere metodologico. La maggior parte dei giovani riconosce nella scuola un ambiente importante per il proprio percorso formativo, nel quale si costruiscono relazioni significative con i compagni e con gli adulti. Si tratta di un aspetto da ‘custodire’ e implementare cercando di realizzare sempre una vita scolastica che sia davvero ‘comunità educativa’, contesto a misura di persona. Perché la scuola però resti luogo significativo vi è bisogno, e questo i giovani lo restituiscono spesso quando sono interpellati, non solo di buone relazioni e di buona organizzazione, ma che i docenti e l’ambiente scolastico nel suo insieme sappiano comunicare il senso (e la bellezza) dell’educare e ‘ragioni per vivere’.


    NOTE

    [1] Cfr. Fondazione Giovanni Agnelli, Rapporto sulla Scuola in Italia 2009, Laterza, Bari 2009.
    [2] Cfr. P. Triani, I nodi culturali della scuola in atto, in A. Antonietti – P. Triani, Pensare e innovare l’educazione. Scritti in memoria di Cesare Scurati, Vita e Pensiero, Milano 2012.
    [3] Cfr. B. Lonergan, La formazione della coscienza, Antologia di scritti, La Scuola, Brescia 2010.
    [4] Cfr. P. C. Rivoltella, La previsione. Neuroscienze, apprendimento, didattica, La Scuola, Brescia 2014.
    [5] Cfr. Istituto Giuseppe Toniolo, La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2017, Il Mulino, Bologna 2017, pp. 38-42.
    [6] Cfr. Istituto Giuseppe Toniolo, La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2016, Il Mulino, Bologna 2016, pp. 23-39.
    [7] Cfr. Ibi, pp. 39-42.
    [8] Cfr. Ibi, pp. 43-46.
    [9] Cfr. Istituto Giuseppe Toniolo, La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2018, Il Mulino, Bologna 2018, pp. 49-78.
    [10] Cfr. Rapporto Giovani 2017, p. 32.
    [11] Cfr. Rapporto Giovani 2018, pp. 55-59.
    [12] Cfr. Ibi, pp. 59-63. Cfr. anche P. Triani, La scuola dei giovani? Fa diventare cittadini, in Avvenire, 30 maggio 2018.


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