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    Gioco, emozioni e prevenzione all'azzardo


    Umberto Nizzoli

    (NPG 2018-07-31)


     

    Palamede, un mitico guerriero leggendario greco di cui si ha una bellissima scultura del Canova, è il personaggio a cui si fa risalire l'invenzione del gioco d'azzardo.
    Palamede è un eroe valoroso di cui cantano i poeti: coraggioso e saggio che però cade nella trappola tesa dall’astutissimo Ulisse. Fece parte della delegazione inviata a Troia per cercare di ottenere la restituzione di Elena rapita da Paride. Fu lui che riuscì a rendere invincibile l'esercito degli Achei: reclutò infatti Achille e riuscì a smascherare il tentativo di Ulisse che voleva evitare l'avventura contro Troia fingendosi pazzo. Ulisse non voleva partire: l'oracolo gli aveva predetto che se fosse partito non avrebbe potuto fare ritorno a Itaca che dopo 20 anni. Astuto e ingegnoso come era, riuscì a primeggiare in ogni campo; di lui si dice che abbia inventato il gioco d'azzardo per distrarre le truppe affaticate da un assedio di Troia interminabile. La guerra andava avanti senza nessun prevedibile sviluppo, le truppe erano affaticate e volevano fare ritorno alle loro case. Il gioco d’azzardo le trattenne.
    Il mito che ci riporta alle origini dell'invenzione del gioco d'azzardo è estremamente illuminante; come sempre.
    Ma il gioco d'azzardo porta alla rovina degli spiriti e dei patrimoni ed è perciò che nel sermone De Aleatoribus Pseudo Cipriano nel III secolo lo descrive come un peccato contro lo Spirito Santo. Cipriano descrive il gioco dei dadi come una pratica di tipo idolatrico, una insidia ordita dal diavolo contro i cristiani.
    Il grande Mosè Maimonide, contemporaneo di San Tommaso, disse con la sua solita profondità che un giocatore d’azzardo perde sempre, perde del denaro, perde dignità e perde tempo. Nel caso in cui non perdesse ma vincesse gli nascerebbe attorno una tela di ragno che finirebbe col soffocarlo.
    Il gioco d'azzardo è figlio della avidità, è fratello dell'iniquità, è il padre dei mali. Così chiarì George Washington. Più recentemente in un'epoca in cui, al solito, l'Italia attraversava una condizione di crisi economica lo statista Quintino Sella col suo liberalismo sagace e cinico classificò il gioco d'azzardo come la tassa degli stupidi. Gli Stati lo hanno imparato bene: col gioco d'azzardo ottengono una massa di denaro che serve per colmare i buchi di bilancio dello Stato. Così è tuttora. La gente gioca e lo Stato, gli Stati, guadagna.
    Il gioco d’azzardo riguarda le persone di tutte le età.
    Nulla da ridire sia ben chiaro col gioco, e neppure con quello d’azzardo, ci mancherebbe! Infatti esso fa parte dei giochi più generalmente intesi e come tali utilissimi alla crescita e alla vita e nella sua componente di azzardo simula le condizioni di rischio sperimentale che aiutano a costruire la identità personale. La crescita senza un pizzico di azzardo è impossibile; assumere le sfide è energizzante. Ovvio, quelle che sono ragionevolmente affrontabili.
    Le attività legate al gioco d'azzardo si articolano lungo un continuum che parte dagli aspetti ludico-ricreativi, sociali e istituzionali della pratica che possono essere altamente piacevoli e addirittura consigliabili. Il punto è che essi possono esitare in alcune persone in un rapporto problematico fino a sviluppare, nelle persone più vulnerabili, una condizione di dipendenza patologica. Prevenzione e cura si rivolgono a queste condizioni psicopatologiche non al gioco in generale o a quello d’azzardo in particolare: sarebbe una società anestetizzata e davvero….. triste quella senza gioco. Esistono poi fattori di rischio generali che influenzano il formarsi del gambling patologico.
    La crisi finanziaria globale, la carenza di occupazione e la precarietà in cui vivono molte persone; lo stato di disperazione per la povertà incipiente, il debito incalzante, l’usura asfissiante, sono fattori di esposizione alla suggestione dell’inseguimento e dell’attesa della dea bendata. Ma anche la depressione dilagante è una pre-condizione che espone alla dipendenza da gioco (l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima nel 7% le persone che soffrono apertamente di stati depressivi).
    Il giocatore d’azzardo patologico, quello compulsivo per intenderci, è attratto infatti in modo perverso non tanto dal gioco rischioso in sé quanto da una schiavitù che si base sulla reiterazione di un copione interno. La vittoria dovrebbe avvenire più attraverso una coazione a ripetere del rischio, mentre il giocatore sano si contraddistingue per cercare l’aspetto ludico del gambling. Perché nel giocatore d’azzardo prevale la compulsione della coazione a ripetere del rischio?
    La vittoria rappresentata dalla vincita a ogni costo è fortemente richiesta anche in modo delirante come un ostinato e gigantesco bisogno per esistere e pertanto la vincita potrebbe rappresentare una sorta di ricompensa tanto magica quanto furtiva che verrebbe rubata al caso, al destino, alla fortuna; fortuna intesa idealmente come una fonte di vita ricca ma avara; che si dà raramente.
    L’atto del rischiare freneticamente d’azzardo si traduce in una sfida magica e il giocatore diventa vittima di un fantasma che lo sollecita di entrare all’interno di una situazione delirante di recupero di una idea di sé. L’autolesionismo si comprende nel momento in cui si riconosce l’ostinazione stessa che testimonia come il destino crudele si ripete inesorabilmente. Il giocatore patologico, come il bulimico, è catturato da un senso inesorabile di vuoto, di noia, di depressione dove la confusione mentale regna sovrana. Nei disturbi compulsivi come il gambling patologico le condotte ossessivamente ripetitive servono allo scopo di ridurre l’ansia e la tensione interiore. Servirebbero, perché la loro ossessiva reiterazione finisce col generare ansia e tensione.
    La compulsività progressivamente invade la psiche fino ad obbligare l’individuo in uno stato coatto.
    L’impulsività, la compulsività e l'ossessività si rintracciano come sintomi importanti di una schiera, peraltro eterogenea, di disturbi psichiatrici. Una lettura psicopatologica del problema consente di rilevare che lo spettro dei disturbi impulsivi e compulsivi rappresentano gli estremi di un continuum che va dalla sovrastima del pericolo col suo fobico evitamento ad una ridotta percezione del rischio di determinati comportamenti e ad una spasmodica ricerca di situazioni nuove ed eccitanti.
    La “triade” sintomatica formata da impulsività, compulsività e ossessività connota frequentemente sia i Disturbi di Personalità, specie quelli di tipo Borderline, sia l’abuso di sostanze che i Disturbi della condotta come il gambling patologico.
    Quindi spesso il gambling patologico si presenta in concomitanza con altri disturbi mentali. Raro, molto raro che non ci siano anche tabagismo o abuso di alcol o consumo di droghe o di psicofarmaci. Le buone pratiche cliniche ingiungono infatti di condurre una esplorazione completa all’incontro con ogni nuova situazione di gambling patologico per rilevare le altre forme concomitanti di disturbo.
    Mentre milioni di persone per svariate motivazioni, si tratta infatti di fenomeni multi-causati, sono attaccate al gioco, vere e proprie compagnie di affari speculano su questo loro bisogno; anzi lavorano per indurlo e per rafforzarlo.
    Purtroppo gli Stati lucrano su questi comportamenti. Se gli Stati si facessero carico dei danni provocati da queste dipendenze si accorgerebbero che i loro incassi verrebbero dilapidati nella cure delle persone e si accorgerebbero che avrebbero danneggiato individui, famiglie e contesti, insomma in cambio di tasse avrebbero dovuto scontare un peggioramento della qualità della vita individuale, familiare e sociale: una pessima lezione educativa scambiata per un buon incasso in tasse. Tutto ciò se gli Stati si occupassero dei danno che arrecano. Spesso invece si limitano ad incassare e lasciano i danni ai singoli e alle famiglie. Gli interventi di prevenzione e cura finora esistenti per quanto benemeriti sono davvero poca cosa.

    La prevenzione può svilupparsi a tanti livelli, da quello più macro politico a quello più personale. Per comprendere cosa ci sia da prevenire a livello individuale facciamo un tuffo dentro ad uno degli abissi più dirompenti della persona spesso inoltre attivati dalle enormi esigenze di apparire, dal credere di esserci. A quel livello possono esistere momenti esplosivi della vita psichica, quelli dominati dal craving. Sono momenti brevi, ma intensi, anzi, intensissimi. Tutto parte da uno strano sentimento di mancanza. Qualcosa che il soggetto pensa: è mio o qualcosa di me, manca. Dovrebbe esserci ma chissà dove è. Senza di esso gli sembra impossibile accettarsi. Non è detto che sia chiara la percezione di quel che si avverte mancare, anzi a volte è confusa, indicibile, contraddittoria; ma proprio quando manca qualcosa che non si sa bene cosa sia ci si agita di più. Manca. Ma dove e' finito? E' in un altrove imprecisato. Non sapere cosa davvero sia e dove sia genera inquietudine. Ciò non di meno, manca. Ci si sente incompiuti, irrealizzati, privi di senso, inaccettabili. Forse manca qualcosa dalle origini. Di chi fu la colpa? fu sottratto? e da chi?, è stato il caso? Forse manca qualcosa ora; dove? nel lavoro, in famiglia, negli affetti, con sé stessi? Ci si sente incompiuti, imperfetti, sbagliati. Si avverte la presenza di un vuoto; paradossalmente il vuoto, l'assente, il mancante diventa presente, molto presente, talmente presente che insegue occupa la mente ossessiona e non dà pace. Una presenza simbolica, una specie di fantasma del vuoto che richiama il perdersi, la voragine, lo sparire. L'angoscia di perdersi, il terrore di finire risucchiati nel vuoto. Il vuoto che chiama, che come una sirena inebriante si innesca nell'animo suggestionando la voglia di sparire, di andare via, di volare via, di essere risucchiati nel vuoto. Si aprono le voragini sul senso del vivere, sull'assoluto senza una vera analisi teologica e senza meditazione, ma come urgenza dell'abbracciare il vuoto, il suicidio col suo richiamo diabolico di congiungersi (ti ricongiungerai?) col nulla.
    Perdere l'altro è perdere parti di sé, anzi è perdere tutto sé stessi. Questa perdita diventa intollerabile e contro di essa è lecito fare qualsiasi cosa, dall'implorare al minacciare, al picchiare, financo all'uccidere; perché se perdo l'altro, perdo me stesso e questo non e' ammesso, non e' tollerabile. La persona sente anche solo l’ipotesi di questa perdita come una grande ingiustizia, contro cui è lecito e doveroso opporsi con tutte le forze.
    Il soggetto è scosso da un conflitto radicale e irrisolvibile fatto di antinomie che si rincorrono velocemente e che impediscono di trovare pace, di sedarsi, di accontentarsi, di sedersi, finalmente.
    Il soggetto vive la perdita della parte di sè che ha più senso. Senza di quella, nulla più ha senso, così crede. Senza di essa tutto è perduto, per l’individuo non c’è più niente. Allora lui la vuole, assolutamente, totalmente, immediatamente. Può arrivare inebriante il ricordo di un tempo che fu, di un allora che ha il sapore dolce, e che suscita una malinconia di un tempo in cui le cose andavano bene; e di converso che oggi mancano e lasciano il vuoto della depressione. Subito arriva la voglia di reagire, la rabbia, potente e accanita che fa sentire dilaniati dalla disperazione. Ora non si può più resistere, parte il desiderio incontenibile. Dalla frustrazione e dalla rabbia parte una reazione che fa sgorgare aggressività per avere una cosa, quella cosa, in modo capriccioso, intollerante, pretenzioso. Come un bambino che non è mai cresciuto nonostante il passare degli anni. Bambino che fa i capricci, che si esibisce nella protesta, che finge, che truffa, che piange, e si piange addosso, un velo auto-consolatorio che guarda sé stessi, poverino come sono ridotto. Come sono cattivi quelli che mi hanno ridotto così!
    Allora bisogna diffidare perché ci sono i colpevoli della perdita, bisogna vigilare, bisogna sospettare. Idee paranoidi travagliano la mente e non le consentono di darsi pace. Si può diventare molto irosi e bellicosi, decisamente persecutori, duramente punitivi; c’è voglia di vendetta.
    Come onde nell'oceano in un'esplosione di emozioni e di azioni impulsive e irrefrenabili il controllo se ne va. E’ uno spasmo, una contrazione emozionale e neuro muscolare che provoca una grande tensione, un dolore, una eccitazione, una vertigine, una bramosia incontenibile. È il craving. Allora il desiderio diventa incontenibile e la condotta ripetitiva. È nel vertice del craving il massimo di godimento, prima di sapere se si è vinto oppure no; un comportamento di tipo ordalico che mette nelle mani del destino la propria fortuna, il proprio esserci.
    Vari dati di ricerca dimostrano che già i giovani possono avvicinarsi al gioco d'azzardo fin da età precoci , già dai dieci-undici anni. Quali i loro stati d'animo, le sensazioni, le emozioni, i pensieri e i comportamenti nel corso di vari tipi di gioco compreso il gioco d'azzardo? Tutti i giochi, come tutti gli stimoli che il soggetto riceve, suscitano pensieri, emozioni e sensazioni, differenti per tipo e intensità.
    Il gioco d'azzardo provoca rabbia e non è neppure il più divertente tra i giochi ma è quello che i giocatori più facilmente vorrebbero ripetere. Il premio promesso coinvolge in maniera più intensa. Chi poi è più incline alla ricerca del rischio vi è particolarmente esposto.
    La varietà di giochi è innumerevole; sin dalla prima infanzia l'uomo si diverte con tutto ciò che lo allieta, dal mettere in bocca una mano al manipolare una pallina in poi è un crescendo di giochi e di apprendimenti fino ai giochi più estremi dove la curiosità si spinge a scrutare se si perde la vita stessa. Oggi poi con internet si ha l'opportunità di poter fruire in qualsiasi momento di giochi online, accessibili, stimolanti, interattivi, disinibenti, senza limiti di tempo e di denaro, in anonimato e con l'impossibilità di verificare l'età del giocatore: una subdola porta di ingresso all'azzardo e alla possibile dipendenza. Risibile è l’ostacolo posto dalla stantia frase rituale “il gioco può creare dipendenza patologica”.
    D’altro verso la facile accessibilità a giochi come gratta e vinci, new slot, scommesse, e le annesse strategie di marketing hanno favorito un atteggiamento mentale che non riconosce il rischio e alimenta l'idea di una facile vincita.
    Ovvio che chi è più vulnerabile, cioè con minori strumenti cognitivi, emotivi, sociali, economici, è più esposto. I giovani, le persone con disabilità o disturbo emotivo e mentale, i vecchi.
    Dato il ruolo che il gioco assume nel corso della vita e nella società, è molto importante comprendere non solo le differenti reazioni ai vari tipi di gioco ma anche creare i presupposti per cogliere i primi elementi della propensione al rischio al fine di strutturare una prevenzione mirata e efficace capace di limitare le ripercussioni negative dell'azzardo sulle fasce vulnerabili.

    Il gioco d’azzardo patologico rappresenta una delle patologie psichiatriche emergenti; è stato inserito nel DSM5 fra le Addiction (Substance Related and Addictive Disorders), le dipendenze seppur senza droghe come primo quadro rappresentante appunto la dipendenza senza sostanze. Al gioco d’azzardo patologico si aggiungeranno la internet dipendenza, la video-dipendenza, lo shopping compulsivo, la food addiction e altri quadri in cui l’individuo non riesce a staccarsi dall’oggetto della sua dipendenza.
    Alla sua formazione concorrono sia fattori soggettivi di base, genetici e biologici, che costituiscono la vulnerabilità e la predisposizione sia fattori ambientali, la facilitazione e la disponibilità di strumenti e occasioni di gioco. Recenti studi neuro scientifici hanno messo in luce nel giocatore patologico l’alterazione del sistema neurotrasmettitoriale della ricompensa. Gli studi neurobiologici hanno individuati temperamenti più esposti allo sviluppare condotte impulsive o a esporsi a forti emozioni o ad attuare comportamenti rischiosi.
    Queste predisposizioni fisiologiche portano alcuni individui ad essere più a rischio, nello sviluppare comportamenti maladattivi, rispetto agli altri.
    Per alcuni il gioco è una forma di masochismo, che implica un inconscio desiderio di perdere per punirsi; altri psicanalisti pongono l’accento sul fatto che il gioco rappresenti un tentativo di porre equilibrio tra due situazioni conflittuali, ma soprattutto sulla presenza di “onnipotenza” nel giocatore, che si esplica in maniera più evidente con l’illusione del controllo.
    Le teorie cognitive e comportamentali hanno sottolineato l’importanza dei rinforzi positivi (inerenti alle vincite) che agiscono come input per continuare a giocare d’azzardo; gli errori di pensiero conducono il soggetto ad essere convinto di poter vincere, nonostante vi sia la ripetizione della perdita. Il Nobel Kahneman ha dato esempi degli errori del giudizio di cui si forniscono gli scommettitori e di tutti coloro che fanno calcoli di tipo economico.
    Comunque sia accanto alla sofferenza soggettiva e alla frequente possibilità di sviluppare sia l’abuso di sostanze sia altre patologie psichiatriche, il gioco d’azzardo patologico conduce ad un progressivo scadimento della qualità della vita, dei rapporti interpersonali e delle capacità lavorative del soggetto.
    Siccome chiunque può diventare giocatore d’azzardo patologico, l’impegno per la prevenzione e la cura sono prioritari.


    Per approfondire

    - Bellio G., Croce M., Manuale sul gioco d'azzardo. Diagnosi, valutazione e trattamenti. Franco Angeli, Milano, 2014.
    - Gupta R., Derevensky JL., Ellenbogen S. (2006), Personality characteristics and risk-taking tendencies among adolescent gamblers. Canadian Journal of Behavioural Siance, 38, 201-213.
    - Kahneman D., Thinking, Fast and Slow, trad. di Laura Serra, Pensieri lenti e veloci, Milano: Mondadori, 2012
    - Ladouceur R. (2004), Gambling. The hidden addiction. Canadian Journal of Psychiatry, 49, 505-503.
    - Nizzoli U, Pissacroia M, Trattato completo degli Abusi e delle Dipendenze, Piccin 2003 – 2004, 2
    - Nizzoli U, Colli C, (a cura di) Giovani che rischiano la vita, McGraw-Hill, Milano, 2004
    - Nizzoli U, Caretti V, Croce M, - Lorenzi P, Margaron H, Zerbetto R, Craving, Alla base di tutte le dipendenze, Mucchi editore, Modena, 2011
    - Stephan F. Miedl, Jan Peters, Christian Buchel, Altered Neural Reward Representations in Pathological Gamblers Revealed by Delay and Probability Discounting, Arch Gen Psychiatry. 2012; 69(2):177-186


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