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    Esperienze e testimonianze "in vita quotidiana" (sulla proposta pastorale MGS 2018-19: Io sono una missione #perlavitadeglialtri)



    (NPG 2018-05-57)



    Animatrice e... apprendista di clownterapia
    Anna Mariani *

    Il mio è un oratorio alla periferia della città con tutte le caratteristiche tipiche delle zone periferiche, e la presenza salesiana è un punto di riferimento e uno stimolo per l’ambiente e per tutti gli abitanti.
    La mia esperienza in oratorio nasce in un momento particolare della mia adolescenza, in cui non avevo una vita sociale molto attiva a causa del mio carattere molto timido.
    Il direttore dell’opera salesiana mi aveva invitato a prendere parte al gruppo di fascia. Così tra curiosità e desiderio ho iniziato a partecipare al gruppo biennio. Subito è diventato il mio gruppo, i miei amici e il mio Oratorio. Mi sono inserita a pieno, tanto che insieme al mio gruppo abbiamo partecipato anche ad altre attività più allargate, come l’estate ragazzi.
    Ciò che mi ha spinto a lanciarmi anche nell’animazione è stato fondamentalmente il desiderio di stare con i più piccoli, di poter cambiare in meglio qualcosa della mia e della loro vita, e costruire nuove relazioni.
    L’avventura dell’animazione mi ha cambiata molto, non avrei mai pensato così tanto. La frequenza giornaliera e il confronto con gli altri della mia età mi hanno dato sicurezza, coraggio e spirito di iniziativa, mentre di solito tendevo a stare zitta e a svolgere solo ciò che mi veniva detto di fare. La meta più grande è stata quella di riuscire a confrontarmi e a legarmi anche a persone più grandi. Insomma vivere l’esperienza dell’oratorio è qualcosa di unico, e difficilmente riesco ora a pensare a cosa non abbia ricevuto da questo ambiente e dallo spirito che lo impregna: mi ha cambiata e mi ha dato tante nuove possibilità.
    Per non stare sul generico, posso dire che una delle esperienze più belle che ho vissuto e che mi porto dentro è stata durante l’estate ragazzi. Il condividere ogni giorno vari momenti con la tua squadra e con persone che magari durante l’anno vedi di meno, crea un rapporto più stretto. Mi trovavo in squadra con una preanimatrice che conoscevo poco, e durante un momento formativo mi colpì la sua "confessione" che la persona con cui aveva legato ero io. Disse che io ero stata una scoperta per lei e che mi voleva bene. Immaginatevi la mia gioia: non avevo fatto niente di speciale, mi sembrava di essere stata assolutamente normale, con lei come con tutti... Ho capito che basta esserci, essere sinceri, "normali", mettere impegno per tutte le cose che fai e farle il meglio che puoi. Poi nelle relazioni succede sempre qualcosa, scatta qualche molla nascosta, e impari a conoscere di pià te stessa e gli altri. Questo mi persuase a relazionarmi sinceramente ancora di più con gli altri.
    Una delle caratteristiche dell’oratorio è che non mi sono mai sentita esclusa o infereiore rispetto agli altri anche più grandi, siamo tutti uniti attrono a un progetto e con un entusiasmo che ci metter ein gioco, pur nei diversi ruoli che viviamo, e questo mi fa sentire a mio agio, e con un grado di responsabilità che sento di poter assumermi. Mi ha permesso da fare le cose liberamente e di diventare la persona che sono adesso.
    Anche la presenza e la guida di alcune figure adulte sono state importanti: mi hanno aiutato ad entrare gradualmente in uno spirito di comunità e nell'idea di progettazione, e a conoscere di piu le idee ispiratrici del carisma per i giovani di don Bosco. Ho capito che questa è animazione, aldilà dei giochi e delle attività, e i piccoli non aspettano altro!
    Anche la mia fede è cresciuta. Prima si “limitava” al momento della messa della domenica e a qulache preghiera, magari frettolosa, quotidiana, ora invece è alla base di tutte le cose che faccio. La presenza di Dio nella mia vita è la motivazione del mio stare con i ragazzi. Penso che queste due cose non si possano separare, anzi vadano di pari passo, non puoi fare animazione in modo "completo" senza una forte fede. Anche per lavorare insieme agli altri ci vuole tanta fede: ognuno ha il proprio carattere e il proprio pensiero, perciò sono inevitabili le incomprensioni, ma è più che positivo confrontarsi con rispetto e collaborare per trovare l’idea e la soluzione giusta.
    Durante questo anno pastorale ho affiancato una catechista della fascia elementari. Accompagnando i bambini nella preparazione al sacramento della prima comunione, cercando anche qui la modalità "salesiana" della catechesi: è sempre una sfida provare ad unire la catechesi con il gioco e con laboratori di canto, di manualità, ecc.
    L'altro gruppo che animo è di preadolescenti che si preparano alla cresima. Il sabato ci si ritrova con i tanti ragazzi di questa fascia d'età. È bello avvicinarli in questa fascia di età in cui stanno imparando a socializzare, e hanno tanta voglia di avventura, di azione, di movimento. .
    Insieme a questa avventura vivo anche il volontariato della clownterapy, esperienza che ho conosciuto in oratorio attraverso una testimonianza in un incontro formativo. Penso che sia un altro legame con il mio sogno di diventare medico, che vuole incontrare le persone e aiutarle nei momenti di dolore, magari anche con un sorriso.
    Cerco di vivere e testimoniare ciò che faccio anche nella mia famiglia e a scuola senza vergogna e senza timore, anche se a volte capita di non essere capiti a pieno. Essere originali è una delle tante qualità dell’animatore salesiano, che è chiamato non a fare ma ad essere sempre e ovunque animatore.
    Continuerò questo cammino anche durante l’università e spero di poter trascinare anche altri ragazzi e ragazze a seguire le orme di don Bosco e a servizio dei più piccoli.

    * 18 anni, vive a Foggia e frequenta il quinto anno dell’Istituto Tecnico Chimica e Biotecnologie Sanitarie. Nel tempo libero (e non solo) è animatrice della fascia elementari nell’oratorio salesiano Sacro Cuore e volontaria di clownterapy presso l’Ospedale Riuniti della città.


    Fare "teatro" con i ragazzi
    Cristiano Tanas *

    La mia esperienza di educatore e animatore parte dalla scuola: infatti, sono stato sempre affascinato dai giovani, salesiani e laici, che si “prendevano cura” dei piccoli e li facevano sentire accolti come in famiglia, anche in un ambiente istituzionale come quello scolastico.
    Ho sempre amato particolarmente il cinema e il teatro: fin da bambino, con mio fratello più piccolo, ci dilettavamo a produrre dei “film” casalinghi con i pochi strumenti a disposizione, da sottoporre poi al nostro ristretto pubblico familiare.
    La passione è poi cresciuta negli anni della scuola, fino al Liceo, quando, insieme ad altri compagni con i quali condividevo il cammino di formazione per animatori nel Movimento Giovanile Salesiano, mi sono impegnato nel gruppo teatrale scolastico, che poi qualche anno dopo ha ridato vita al latente circolo CGS che già esisteva nella nostra casa salesiana e che aveva cessato le attività con la chiusura della sala cinematografica.
    Da qui, con crescente responsabilità, si è sviluppato l’impegno associativo, che ogni anno mi vedeva impegnato nell’animazione delle attività teatrali per i ragazzi della scuola media e dei Licei dell’Istituto Salesiano di Cagliari.
    Un percorso molto bello e ricco, che mi ha insegnato a saper stare con le persone, a condividere insieme l’impegno e il lavoro oltre lo studio, a rendermi pienamente responsabile, sia di fronte ai ragazzi che mi venivano affidati, sia nei confronti della comunità educativa e del pubblico che assisteva agli spettacoli.
    La mia mente e il mio cuore sono cresciuti tanto, di pari passo con l’altezza, l’età anagrafica e con lo sviluppo della mia personalità, coltivando le passioni insieme all’impegno scolastico, che non è mai venuto meno e che sono sempre riuscito a conciliare senza difficoltà con le mille attività in cui ero impegnato.
    Guardando indietro, riconosco nella mia esperienza l’intervento di tante persone importanti, che, ciascuna con il proprio ruolo, hanno contribuito alla mia formazione e hanno percorso con me tratti di strada più o meno lunghi: prima di tutto la mia famiglia, nella quale ho sempre trovato sostegno e incoraggiamento, anche con la giusta preoccupazione nel vedermi “troppo impegnato”; in secondo luogo, gli educatori (insegnanti, salesiani e animatori laici) che mi hanno guidato, non tanto dicendomi “cosa” fare o “come” farlo, ma semplicemente attraverso il loro buon esempio, che diverse volte mi ha fatto pensare: «ecco, anche io voglio essere così», oppure esattamente il contrario.
    Ci sono poi i miei coetanei, o comunque colleghi di animazione, con i quali ho condiviso gioie, dolori, responsabilità, soddisfazioni e delusioni: l’essere parte di un gruppo mi ha aiutato soprattutto sul lato del confronto e mi ha arricchito dal punto di vista umano, non essendo una persona naturalmente propensa a “raccontare” i fatti propri.
    Ciò che mi ha sempre spinto ad impegnarmi è stata la fiducia che mi veniva concessa nell’ambiente in cui operavo. Una fiducia vera, in stile salesiano, fatta di corresponsabilità educativa: programmare insieme, dividersi i ruoli, svolgere il compito e verificare i risultati, mettendo sempre in luce gli aspetti positivi e negativi, senza sentire addosso la pressione del controllo, ma senza nemmeno sentirmi abbandonato a me stesso quando non ero in grado di prendere le decisioni o compiere le scelte più opportune.
    Spesso vedo che oggi manca questo ruolo da parte degli adulti, e in particolar modo negli ambienti salesiani che frequento: si tende a “indirizzare” il ragazzo dentro cammini prestabiliti, limitando la corresponsabilità a mera esecuzione di compiti prefissati, senza un vero e proprio accompagnamento e coinvolgimento a tutto tondo, che lasci anche libera la creatività e anche la possibilità di fallire, ma sempre con l’adulto presente in caso di necessità.
    La vera corresponsabilità salesiani–laici che ho vissuto grazie alle persone illuminate che ho incontrato nel mio cammino, comporta sempre un grosso rischio: quello di “lasciar fare”, di temere che i giovani non siano all’altezza, così che l’educatore pretende (giustamente) totale fiducia dal giovane, ma fa fatica a ricambiare questa fiducia.
    Ciò che ho sperimentato e toccato con mano, è stata invece la “follia” educativa di Don Bosco, che il 18 dicembre 1859 non fondò la congregazione salesiana con teologi, vescovi e cardinali, ma semplicemente affidandosi a un gruppetto di ragazzi del suo oratorio e scommettendo su di loro tutta la sua vita e la sua credibilità di fronte alla Chiesa di Roma.
    In tutto questo non è mancata l’esperienza di fede, che mi ha sempre accompagnato, naturalmente con alti e bassi, anche interrogandomi seriamente sulla mia vocazione e rendendomi consapevole della mia scelta di appartenere alla famiglia salesiana tra le fila dei Cooperatori, proprio quando il “fare” dell’animatore da oratorio si era ormai ridotto per ragioni anagrafiche e lavorative.
    Il mio impegno continua, nel quotidiano, specialmente all’interno dell’Associazione CGS che oggi sono chiamato a guidare, ma cerco di non farmi mai mancare il contatto diretto con i ragazzi e i giovani, attraverso l’oratorio, le attività estive e qualche chiacchierata con chi ne ha bisogno, perché, citando un’espressione di San Giovanni Paolo II a me molto cara, se vivi con i giovani, dovrai diventare anche tu giovane.

    * Nato nel 1979 a Cagliari, dove vive e lavora; dopo le scuole medie e la maturità classica presso l’Istituto Salesiano Don Bosco, ha conseguito la laurea in Ingegneria e dal 2005 svolge la libera professione, con qualche breve parentesi di insegnamento nella scuola. Animatore salesiano in particolare nell’ambito teatrale e cinematografico, dal 1999 è impegnato nell’Associazione CGS, della quale è presidente nazionale dall’aprile del 2017. È Salesiano cooperatore dal 2009.


    Il servizio al XteStudio del don Bosco Cinecittà
    Caterina Pezzi *

    Prima di far impazzire il benevolo lettore con vari tentativi di decifrazione della sigla del progetto che vorrei descrivere (XteStudio), ricordo che viene da una delle più belle frasi di don Bosco per dire il suo amore per i giovani e i principi basilari del suo sistema educativo:
    «Ho promesso a Dio che fino al mio ultimo respiro sarebbe stato per i miei poveri giovani. Io per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo. Per voi sono anche disposto a dare la vita. Fate conto che quanto io sono, lo sono tutto per voi, giorno e notte, mattino e sera, in qualunque momentoۚ».
    Il "Io per voi studio" l'abbiamo poi personalizzato e modernizzato/giovanilizzato in "XteStudio".
    Ovviamente lo studio dedicato da don Bosco ai suoi giovani è tutto il suo ingegno e impegno di conoscenza/amore; noi abbiamo preso l'immagine invece proprio per "dedicarci" a una delle realtà del mondo dei ragazzi che corre il rischio di diventare non arricchente ma escludente, marginalizzante, e di produrre drop out: la scuola e in essa appunto lo studio.
    E adesso vengo alla sua storia e al mio personale coinvolgimento.
    Il XteStudio è un servizio che nasce operativamente a febbraio del 2017, ma nella mente e nel cuore già da settembre 2016. Quando, a due giorni dalla laurea, ricevo la telefonata dell’incaricato dell’oratorio che mi propone di mettermi a servizio per un progetto che di lì a poco sarebbe nato. Ricordo ancora che ero in cucina a ripassare per il discorso della tesi e risposi sì, anche se la mia mente era indirizzata al giorno della discussione. Dopo quel “sì” ne diedi altri per continuare a mettermi al servizio dei giovani nel XteStudio. Certo era, ed è, che il mio percorso di studi è nato dal desiderio di dedicarmi ai giovani del mio quartiere, avendo frequentato l’oratorio e la scuola insieme a dei compagni che vivevano delle grandi ferite in famiglia e nel loro contesto, quindi nel mio cuore sapevo che questa proposta avrebbe abbracciato il mio studiare per i ragazzi.
    Non sapevo precisamente cosa aspettarmi perché il tutto era ancora da mettere su, ma mi accorgo ogni giorno che le mie aspettative sono sempre inferiori a quello che accade e che l’aspettarmi un posto rinnovato, nuovo, dipinto con colori era mettere un limite alla bellezza dell’aria di famiglia che qui al XteStudio si respira nonostante stanze vecchie di anni e pavimenti antichi.
    Da quella proposta tante sono state le riunioni, gli incontri, l’uscire verso il quartiere, il bussare a porte, il contattare persone e il pregare affidando quello che sarebbe venuto fuori. Il XteStudio è diventato per me il servizio al quale venivo chiamata nonostante proposte lavorative, sapevo che quelle ore spese erano ciò che io dovevo fare. La mia persona, i miei studi, il mio cuore e il mio affetto per il luogo e per il quartiere. Ho sempre prestato servizio in oratorio come animatrice, ma qui sapevo che si giocava la mia professionalità e il mio desiderio di dedicarmi ai ragazzi in modo più specifico, più utile… altrimenti, a cosa sarebbero valsi cinque anni di studi? Non mi è mai piaciuto troppo studiare, ma studiare per gli altri è sempre stata un’altra cosa.
    Il motivo per cui il XteStudio nasce è per rispondere ad una forte esigenza del quartiere che vedeva e vede tanti ragazzi in rischio di dispersione e abbandono scolastico per alcune difficoltà nell’apprendimento, ma soprattutto per una forte situazione di disagio nella propria famiglia. Da lì, una volta che il ragazzo viene accolto, comincia ad entrare in una vera famiglia con persone a cui aprirsi, raccontare, con cui giocare, con cui fare questa parte di cammino nella loro vita. Abbiamo visto come l’amore gratuito riaccende nei ragazzi la spensieratezza e la gioia che i loro anni devono vivere.
    Questo servizio mi ha indubbiamente aiutata nella conversione del cuore. Avendo da sempre avuto il desiderio di tenere sotto controllo tutto, di non lasciar niente al caso e di voler governare tutto, mi sono trovata davanti ad un luogo in cui ogni giorno c’era e c’è l’aspetto sorpresa: i volontari hanno impegni all’ultimo e non riescono a venire, allora ci sono troppi ragazzi e pochi volontari così dobbiamo gestirci; oppure i ragazzi avvertono all’ultimo che non vengono o proprio non avvertono, così si vive la situazione opposta, i volontari sono tanti e i ragazzi pochi e a volte il loro liberarsi il pomeriggio è servito poco o niente. Inizialmente ogni pomeriggio prima del servizio sentivo ragazzi e volontari per vedere quanti riuscivamo ad essere, ma era un voler controllare qualcosa comunque di imprevedibile, unito a nuovi volontari che si affacciano e che nel momento della preghiera vogliono parlare, ai genitori dei ragazzi che ti chiamano a colloquio nei momenti più impensabili..e allora ciò che si fa è semplicemente il giocoliere che tiene insieme tanti strumenti e si affida alla provvidenza ogni giorno. Questo ha cominciato a muovere tanto nel mio cuore rispetto all’affidarmi.
    In questo servizio Colui che mi ha sempre guidato è il Signore che da subito mi ha fatto capire che quei 12 ragazzi e quei 20 volontari (inizialmente rispettivamente 3 e 7) erano opera Sua. Ogni passo, ogni incontro è mosso da Lui che mi e ci vuole lì a servizio di questi ragazzi che ha pensato per noi. Le fila di tutto le ho sempre un po’ tenute insieme all’incaricato dell’oratorio e con alcuni aiuti esterni da parte di un altro centro diurno, ma ritorno a sostenere che questo spendersi è sempre stato guidato da Dio e che non ci sono stati fino ad oggi operatori con cui camminare insieme, ma volontari con grande cuore e tanto desiderio di donarsi.

    * 26 anni, è cresciuta nel quartiere (e oratorio) don Bosco di Cinecittà (Roma), che frequenta da sempre. Per una decina d'anni animatrice dell'estate ragazzi e catechista. Attorno ai 23 anni intuisce che "la mia casa era la Chiesa intera". Ha frequentato a Roma Tre il corso di educatore professionale di comunità, e poi la specialistica in pedagogia sociale all'UPS.


    Ero in carcere...
    Un’esperienza di volontariato alla Istituto penale per minori “Bicocca” di Catania
    Daniele Gulinello *

    Appena sposati, io e mia moglie Graziella abbiamo ricevuto la proposta di lavorare in un centro di accoglienza per minori non accompagnati provenienti dall’Africa, e l’abbiamo accolta. Qui ho conosciuto don Francesco, cappellano del carcere, che durante l’estate veniva a celebrare la messa nel centro di accoglienza. Alla sua ricerca di volontari disponibili ad animare la celebrazione eucaristica al carcere, ci siamo resi disponibili. È stato un sì non immediato e con qualche difficoltà: entrare in carcere, mettersi in relazione con ragazzi che avevano avuto a che fare con la giustizia, magari con amicizie poco raccomandabili, ragazzi abbastanza distanti dalle nostre frequentazioni abituali... però l’idea mi incuriosiva e i pregiudizi mi sono sempre stati stretti. Ho dunque (abbiamo) accettato l’invito.
    Nell’immaginario comune, il carcere non è di certo un luogo in cui si possano vivere momenti di normale quotidianità, ma un luogo fatto di sbarre di ferro, di alte mura in cemento armato e di volti arrabbiati o vuoti, forse incapaci di sentire qualche forma di bene e compassione. Eccomi dunque lì, insieme a mia moglie, un libro canti e una chitarra a tracolla. Cancello d’ingresso, pareti di cemento grigio, controllo dei documenti, porte in ferro e... una sorpresa: davanti a noi un piccolo giardino con un gazebo sotto gli alberi e a seguire un verde campo di calcio, benissimo curati. In lontananza, Don Francesco ci aspetta insieme a dei ragazzi che gli stanno intorno. Stiamo per incontrarli, incroceremo i loro sguardi, stringeremo le loro mani, scambieremo qualche parola di imbarazzo. Vediamo ragazzi educati e con modi gentili, Don Francesco fa le presentazioni e subito entriamo in cappella per prepararci a celebrare la messa. La cappella è piccola e accogliente. Don Francesco incarica alcuni ragazzi di leggere le letture e la preghiera dei fedeli, io e mia moglie invitiamo timidamente i ragazzi a provare qualche canto. Comincia la messa e quei ragazzi che vogliono apparire degli uomini duri, con qualche tatuaggio sul collo o sulle braccia, con i loro capelli impeccabilmente tagliati e rasati secondo lo stile di qualche noto calciatore del cuore, partecipano attivamente alla messa: leggono incerti le letture, sfogliano il libretto dei canti, ascoltano le parole del sacerdote, provano timidamente e con imbarazzo a cantare qualche canzone. Mi accorgo di chi sono realmente i ragazzi detenuti al carcere Bicocca: sono semplicemente giovani che non hanno avuto la possibilità di vivere la loro adolescenza. Qualcuno o qualcosa gliela ha scippata: nessun punto di riferimento, nessun affetto vero, nessun valore insegnato, ma tanti bisogni, tanti desideri, tanti sogni irraggiungibili, e poi dopo il desiderio di riscatto, di affermarsi, il bisogno che qualcuno si accorga di te, e se niente si realizza, il vuoto che si crea dentro diventa sempre più grande e a volte ti fa finire dietro le sbarre, perché ciò di cui hai bisogno te lo prendi con la forza.
    Fare volontariato in un carcere minorile è dare la possibilità a questi ragazzi di riappropriarsi della loro età, di fare pace con la loro reale condizione di giovani, a cui manca un padre che li incoraggi, che si complimenti con loro, che gli dedichi del tempo e delle attenzioni, che li faccia sentire importanti e utili. C’è un vuoto enorme da riempire, una distanza da colmare e l’unico modo per farlo è donare umanità, in modo semplice, con gesti semplici, come quello di animare la celebrazione eucaristica, sorridere, chiedere “come stai”, ripetere per l’ennesima volta lo stesso canto durante la comunione, perché hai capito che ad uno di loro piace. Poche cose, gesti semplici, che dentro un carcere acquistano un valore enorme, non solo per loro, ma anche per te. Può sembrare strano, ma entrare in carcere ti libera, ti purifica, ti strappa di dosso tutto ciò che non ti fa vivere veramente. Il segreto dietro tutto questo? Penso sia la Carità, la gratuità del gesto, l’interesse disinteressato di chi decide di incontrarti e di stare con te senza nessun obiettivo personale, senza nessun particolare tornaconto. I giovani che vivono al Bicocca si accorgono di questo, lo capisci da come ti guardano, non si spiegano perché sei lì, perché ti interessa di loro, se non li conosci. La gratuità del gesto sconvolge il cuore di chi lo riceve. Piccoli gesti che guariscono, ridanno dignità, fanno gustare a questi ragazzi dei valori che forse non hanno mai provato prima. Fare volontariato in carcere, per i ragazzi detenuti, è come una carezza, è la risposta positiva a qualcosa di negativo. Questo, secondo me, apre possibilità di cambiamento: sapere che esiste il perdono, che hai ancora una possibilità, che qualcuno non pensa a giudicarti. Quando finalmente fai l’esperienza che anche la tua vita ha valore, di fronte all’ennesima occasione di poter sbagliare di nuovo, avrai un motivo in più per tornare indietro, per non ricadere nello stesso errore, perché hai scoperto che qualcuno crede in te, ti dà importanza e non vuoi perdere tutto questo.
    Per me, l’esperienza in carcere, non si esaurisce nella bellezza umana del gesto. Per me vuol dire rispondere a quella Parola - difficilmente comprensibile, anche per chi la ascoltò per la prima volta - detta da Gesù, in cui si immedesima proprio con i carcerati. Per me è sperimentare la “follia” di Dio. Quanto è folle Gesù nel dire ai suoi discepoli «ero in carcere e siete venuti a visitarmi», e quanto mi piace questa follia. E quanto ha arricchito la mia vita "normale e fortunata"!

    * Sposato, vive a Catania, ha conseguito la laurea magistrale in Lettere Moderne e attualmente lavora come educatore per i giovani migranti.


    Dall'io al noi, con una guida
    Ezia Traversa *

    Scrivo di una scelta che, inaspettatamente, ha cambiato il mio percorso di vita dando un senso diverso al modo di identificarmi e di agire. Nel mio immaginario, avevo sempre ritenuto che il segreto della felicità stessa nella libertà di essere se stessi, nel seguire il proprio piacere e le proprie inclinazioni naturali. Purtroppo, non sempre la vita ti offre la possibilità di realizzare tutto questo, e nelle modalità in cui lo immagini... e anzi a volte ti fa percorrere percorsi del tutto diversi, e allora ti fai mille domande o trovi diverse risposte.
    Correva l’anno 2011 quando terminavo gli studi in psicologia clinica e rincorrevo la mia realizzazione sia professionale che personale. Era giunto il momento di capire non solo cosa avrei fatto “da grande”, ma anche che tipo di essere umano sarei diventata.
    Da sempre, dentro di me, sapevo di essere orientata verso professioni o esperienze nelle quali il mio tempo e le mie capacità fossero messe al servizio degli altri. Ciò che però ancora non avevo compreso è che, per aiutare qualcuno, è fondamentale conoscere a fondo se stessi, sapere su quale "materiale" si può contare, e sulla forza e coerenza delle motivazioni.
    Per questa ragione, a 26 anni, mettendo da parte per qualche tempo le mie ambizioni professionali, decisi di dedicare un anno della mia vita al volontariato. Cercando tra una miriade di progetti del Servizio Civile all’Estero, uno in particolare, in Spagna, richiamò la mia attenzione:
    “Un centro educativo salesiano per l’accoglienza di minori in condizioni di povertà, maltrattamenti, svantaggi economico-sociali, pronto ad offrire loro una casa dove poter apprendere una formazione, non solo in termini accademici, orientata ai valori e alle abilità sociali di base per potersi relazionare nella società”.
    Fino a quel momento non avevo conoscenza dell’opera salesiana e dello stile educativo "inventato" da Don Bosco, e nemmeno avrei mai potuto immaginare che questa esperienza mi avrebbe avvicinato non solo a una metodologia educativa (sistema preventivo) ancora attuale, ma alla fede cristiana. In quel momento mi sentivo pronta a mettermi a disposizione degli altri. Avevo capito che altruismo ed egoismo sono le due facce della stessa medaglia, ed è solo mettendosi alla prova che si può verificare la piega che vuoi dare alla tua vita.
    Ebbe così inizio l’esperienza che a tutt’oggi posso definire la più importante della mia vita. Arrivai ad Antequera, luogo dove era previsto il progetto, insieme ad altre tre volontarie. Il direttore, Don Paco Pepe, era lì ad accoglierci e, per tutto l’anno, fu per noi una guida presente e affettuosa. I professori, gli educatori e gli alunni divennero per noi una sorta di seconda famiglia.
    La “Escuela Hogar” (il focolare) è una residenza per bambini e adolescenti dai 3 ai 18 anni, che provengono da famiglie svantaggiate. I volontari prestano i loro servizi durante il pomeriggio aiutandoli nello svolgimento dei compiti, preparando attività ludiche, assistendoli nella mensa e nei dormitori. Per me, il momento migliore della giornata erano alcune attività serali, quando i bambini dopo le pulizie personali e la scelta degli indumenti per il giorno dopo, si preparavano ad andare a dormire. Noi ci premuravamo di organizzare con loro attività ludiche, leggere delle favole e vedere cartoni animati. Poi ci accostavamo ad ognuno di loro per augurare un sereno riposo, oppure, se qualcuno mostrava segni di tristezza (a soli tre anni, vivere lontano dai propri genitori è un’esperienza per molti davvero traumatica), ci sedevamo sul letto con loro ascoltando i loro pensieri e cercando un modo per donargli affetto e sostegno.
    Quel momento, per me, era così importante da indurmi a non curarmi degli orari fissati, non si trattava più di solo lavoro, ma di qualcosa di più spirituale e personale. Addormentati i bambini più piccoli, era il turno delle ragazze. Quando eravamo sicuri che tutti dormissero, noi educatori ci riunivamo per condividere le nostre esperienze anche col racconto di fatterelli del giorno.
    Il direttore dell'Opera poi, basandosi sul mio percorso di studi, mi inserì all’interno del gruppo degli psicologi. Da loro imparai più di quanto qualsiasi libro di testo potesse trasmettermi. Per merito di questa straordinaria possibilità che mi fu offerta, oggi continuo il mio percorso lavorativo presso un'altra residenza salesiana. In effetti, quando il mio anno di volontariato volse al termine, mi fu proposta l’opportunità di rimanere lì come volontaria per altri sei mesi. Non mi limitai solo ad accettare con grande gioia, ma mi trasferii anche a vivere all’interno della residenza. Il legame che si creò con i residenti fu qualcosa di bellissimo; vederli crescere giorno per giorno, affrontare assieme a loro i problemi della vita quotidiana, condividere gioie e dolori... iniziava a farmi capire un certo senso di "maternità", e a permettermi di calarmi in dimensioni personali così intime che prima non ero nemmeno in grado di immaginare. Il volontariato, per me, ha rappresentato un cammino che mi ha portato dall’io al noi, in una crescita continua che mi ha formato come persona e come cristiana.
    In questo cammino, la figura dell’OLP (Operatore Locale di Progetto) rappresentata da Don Paco, è stata fondamentale. Egli è stato per noi come un padre che ci ha accolte nella sua famiglia e ci ha aiutato a capire noi stesse, spingendoci a dare sempre il massimo nella relazione con i ragazzi. Parlo sempre al plurale perché, ancora oggi a distanza di anni, con le altre volontarie, compagne di viaggio in questo cammino, siamo in contatto e ricordiamo con gratitudine e gioia il percorso che abbiamo sempre condiviso, fianco a fianco.
    Attualmente lavoro nella casa salesiana di San José del Valle come educatrice e psicologa. Sono passati diversi anni da quando questo fantastico percorso ha avuto inizio; la mia vita ne è uscita completamente rivoluzionata, ho incontrato il mio futuro e la mia felicità e, ancora oggi, continuo a donare il mio tempo ai giovani in difficoltà crescendo giorno dopo giorno insieme a loro.
    In questi anni il progetto non si è mai interrotto, anzi abbiamo accolto dieci volontari italiani che con il responsabile salesiano abbiamo supervisionato durante il loro cammino. Le difficoltà non sono di certo mancate; spesso è difficile riconoscere e cambiare la visione etnocentrica della quale ognuno è portatore, e la stessa visione del compito del volontario, con le diverse aspettative e motivazioni, molte volte incoscienti, che spingono i giovani a intraprendere tale esperienza.
    In funzione di tutto quello che ho cercato di esprimere, la figura dell’OLP emerge come guida per tutti coloro volenterosi di fiondarsi in un’esperienza volta a cambiare la propria visione di sé e del mondo circostante, un viaggio per poter giungere dall’IO al NOI.
    Per il dono della sua presenza e la qualità del suo essere, per me la figura dei volontari è essenziale per poter offrire ai giovani attività e sostegno ed è grazie a loro che il nostro lavoro può migliorare giorno dopo giorno. Ma anche per il volontario stesso esperienze del genere aiutano a comprendere che è bello dedicare il proprio tempo (almeno per un certo periodo, e come abilitazione a un atteggiamento di servizio) e se stessi a chi ne ha bisogno, e questo dà un senso alla propria vita e può sollecitare a mettersi in gioco per migliorare come persone e anche a esprimere nel concreto la propria vocazione cristiana.

    * 33 anni, di Gioia del Colle (BA), laureata in psicologia clinica presso l'Università La Sapienza di Roma, psicologa nel Collegio Salesiano San Rafael y San Vicente di San José del Valle.


    Io e il rifugiato Aweys
    Francesco Cursale *

    Avevo da poco ripreso a frequentare la parrocchia quando conobbi Aweys. Giocava bene a calcio, aveva un atteggiamento adulto, a volte serioso, non gli mancava un certo spirito ironico. Un buon amico.
    Quando sentì che poteva fidarsi, mi raccontò la sua storia, quella di un giovane ritrovato mezzo morto nel deserto libico, unico sopravvissuto di dieci altri, alla fine di un viaggio di quindici giorni con pochi sorsi d'acqua, quasi zero cibo e benzina.
    Ma rifugiato o immigrato, che differenza fa? Aweys era lui, uno nei cui occhi c'era il vuoto del deserto e la sfiducia verso tutti, ma che non smetteva di essere un giovane con tutti i possibili sogni dei giovani e il bisogno di amicizia. Qui a Roma, comunque fosse arrivato, mi sembrava uno di quei giovani spaesati, sopravvissuti a un dramma e precipitati in uno nuovo, un labirinto fatto di moduli e solitudine, in una città distratta che ha solo pochi secondi per fermarsi ad ascoltarti, e senza lavoro. E io non avrei potuto certo risolvere il problema dei "rifugiati", farmi carico di tutti. No, quello no. Ma degli amici sì. Neanche io del resto me la passavo poi così bene. Dopo l'università, qualche contratto a progetto senza garanzie, mi ritrovavo a 32 anni a mandare montagne di email e curricula allegati.
    Ma l'avevo visto il Signore intervenire nella mia vita, eccome! Avevo avuto esperienza della "salvezza" quando qualche anno prima ero stato ripreso da una condizione molto più disperata di una mancanza temporanea di lavoro.
    Per questo trascorrevo quel periodo di disoccupazione con una certa incoscienza, con la speranza che quella condizione potesse essere in qualche modo uno strumento della Provvidenza. Anche se non avevo idea del come.
    Nello stesso periodo Aweys, molto più giù di morale di me per l'interminabile permanenza all'interno del centro, aveva colto l'opportunità di un tirocinio in un hotel, per il quale mi ero offerto di fagli da tutor.
    Di solito questo genere di rapporti lavorativi si conclude con la fine dello stage, perché i ragazzi sono impiegati in attività di poco conto. In pochi mesi di prova non hanno molte probabilità di dimostrare le proprie capacità e inserirsi.
    Anche la sua prospettiva non sembrava tanto diversa, era stato impiegato inizialmente come aiuto facchino. Durante una mia visita, in uno dei momenti di condivisione, gli dissi "devi puntare lì". Indicandogli il grande bancone della reception. Dopo qualche mese conquistò la fiducia del principale che lo affiancò a un portiere, imparò bene il lavoro e fu assunto.
    Ancora dopo tanto tempo, racconta la sorpresa per il valore che avevano avuto l'incoraggiamento e la motivazione, che gli avevano permesso di scalzare la competizione di candidati molto più titolati di lui.
    Quell'esperienza però fece scattare una molla dentro di me: creare un luogo dove potessero crescere le capacità dei ragazzi rifugiati in cooperazione con gli italiani. Il periodo in cui rimasi senza lavoro mi diede spazio per costruire l'idea insieme alla mia fidanzata (ora mia attuale moglie) e ad un'altra giovane famiglia della parrocchia, Cristina e Giuseppe, che volle raccogliere la sfida. Insieme fondammo "Siamo Coop". Da quell'esperienza sono seguiti nuovi percorsi di inserimento, altri ragazzi da formare, incontri, testimonianze, un cammino di famiglie nel servizio... Quanto entusiasmo e quanta ricchezza in queste vite che si sono incrociate lungo il percorso!
    Ed è un entusiasmo che non si esaurisce: proprio con Aweys oggi sediamo al tavolo per discutere di un nuovo progetto. È un'iniziativa ancora in fase di studio, ma che non ha altro intento che quello di riprodurre e moltiplicare nuovamente quell'esperienza, quel seme di rinascita, e dar risalto a quelle voci che possono restituire la speranza e la motivazione a tanti giovani. La voce di un amico che sa ispirare e infiammare, la voce – questa volta – del mio amico Aweys e di altri come lui, che sono sono rinati al calore di un incontro, di una mano tesa, di un'amicizia condivisa.

    * 37 anni, sposato, da poco papà. Consulente informatico di professione. Dopo una pausa "di fede e di chiesa" di 15 anni, ha ripreso in parrocchia come animatore in attività di servizio e di preghiera e nel consiglio della Cep.


    Il Servizio civile, un'esperienza "di casa"
    Maria Vincenza Pagano *

    A maggio dello scorso anno, decisamente esausta di Roma e dei tram e del caos e dei soldi che non bastavano mai e della totale inconcludenza e senso di solitudine e dei rapporti aridi che mi avevano prosciugata... volevo andare via.
    Certo, la città mi aveva reso un pochino più indipendente e autonoma, in questo faticoso cammino di ricerca della mia identità personale, di verificare se riuscivo a farcela da sola... ma mi aveva anche regalato un profondo senso di solitudine, che mi si aggrappava addosso e mi inchiodava a terra, senza permettermi di andare avanti e portare a compimento i miei obiettivi.
    E poi... dovevo anche terminare il mio percorso di studi, gli esami, la tesi… impegni inderogabili troppo grandi per tempo ed energie investiti negli anni precedenti. Via dalla città non avrei certo abbandonato il percorso di studi, ma avrebbe lasciato comunque a metà un percorso di costruzione (anche interiore) volto alla mia completa indipendenza, al mio percorso di vita. E poi... sentivo dentro di me che non potevo mollare di fronte alla prima grande difficoltà di vita: cosa avrei fatto in seguito se questa sensazione mi fosse tornata, cambiare ancora città?
    Per cui... cambiare città o cambiare io? E come, e dove? Potevo trovare un'esperienza che mi aiutasse a mettere insieme i miei cocci, a trovare nuovi percorsi, nuove motivazioni ed energie?
    Con un po' di sana incoscienza mi sono "buttata".
    Conoscevo la Congregazione dei Salesiani perché mia zia, la sorella di papà, è una suora salesiana. Da piccola quando l’accompagnavamo in convento dopo un week-end trascorso in famiglia, la zia mi portava in oratorio per un saluto alle sue consorelle e le suore mi regalavano sempre tante caramelle. Avevo forse cinque anni e ricordo che avrei voluto anche io una scuola dove le suore-maestre regalassero sempre caramelle. Durante l’adolescenza ho frequentato l’ACR per poi lasciare l’ultimo anno, quello in cui sarei diventata animatrice. Ero adolescente e il sabato pomeriggio, giorno di ordinario incontro, preferivo uscire con le mie amiche e andare al bar in piazzetta. Poi sono cresciuta e sono diventata dapprima una giovane donna con una fede inoppugnabile e poi…
    Dicevo… mossa da un insaziabile desiderio di rapporti umani sani e da un urgente bisogno di condivisione, ho deciso di dedicare parte della mia giornata all’esperienza del Servizio Civile.
    Da settembre, assieme ad altre due volontarie, sono volontaria presso il CNOS, il Centro Nazionale Opere Salesiane. Siamo impegnate principalmente nell’ufficio di comunicazione sociale, scriviamo brevi testi per il sito donboscoitalia.it e coadiuviamo la gestione delle pagine social dei Salesiani. Un impegno molto stimolante, creativo e molto… 2.0!
    Quando i primi giorni di servizio ho chiesto ad ex volontari o religiosi: “perché i salesiani?”, tutti mi hanno risposto: “perché da subito mi sono sentito a casa”. Sono una persona molto schiva e diffidente, eppure è stato lo stesso anche per me, nonostante alcune forme di resistenza (per non dire preconcetti!) da parte mia nei confronti della Chiesa tutta.
    Sto sperimentando una nuova forma di condivisione che mi nutre giorno dopo giorno a partire dalle mie colleghe volontarie che hanno vissuto e che vivono esperienze di vita più intese e difficili della mia, con gli altri collaboratori dell’Ente su cui possiamo fare completo affidamento vista la nostra inesperienza e sul nostro OLP, una persona che – oltre ad instradarmi nel setore della comunicazione - spesso è riuscito a smantellare tutte (o quasi) le mie certezze agnostiche in quotidiane occasioni di confronto.
    Da gennaio io e le mie colleghe volontarie siamo impegnate nel progetto “Voce ai giovani!” in vista del Sinodo sui Giovani. È un lavoro che abbiamo accolto con molto entusiasmo perché ci permette di dare realmente voce ai giovani mettendoci di fronte ad un problema collettivo: siamo tutti in un momento di grande incertezza, di volontario isolamento e ripiegamento su se stessi. Insomma… un po’ quello che vivevo io fino a qualche mese fa e che mi toglieva l’aria! Di fronte a un tale mondo mangiauomini il mio impeto di ribellione però si è mosso nella direzione opposta: non farci la guerra, non chiuderci in noi stessi e nelle nostre zone comfort; quello di cui l’essere umano ha bisogno è la condivisione con il dono di se stessi per l’altro che diventa incredibilmente nutrimento per il proprio spirito.
    Così sono diventata spontaneamente una “promoter” di questa straordinaria esperienza con chiunque ho occasione di confronto. Principalmente quello che mi è stato donato dai salesiani è davvero una “casa” che mi apre le porte ogni giorno. E chiunque ha una casa in cui tornare, ovunque essa sia e ovunque tu sia, non è mai solo.

    * 29 anni, viene dalla Campania un tempo Felix, studentessa quasi alla fine del percorso di laurea magistrale, a giorni alterni tata di due gemelli di 7 anni, e da diversi mesi impegnata come volontario nel Servizio Civile Nazionale al Centro Nazionale delle Opere Salesiane (CNOS). Vive a Roma da tre anni.


    Dopo la campanella
    Un’esperienza di alternanza scuola-lavoro
    Giandomenico Odorisio *

    All’oratorio, dove ho fatto l’esperienza che sto per raccontare, posso proprio dire di esserci entrato per caso (ma poi, vedendo a distanza di anni, forse non è stato proprio per puro caso…).
    Ero in terza superiore e dovevo svolgere un percorso di Alternanza Scuola Lavoro in un’azienda scelta da me, oppure la mia scuola avrebbe provveduto a trovarmi una collocazione. Per mia (solita) pigrizia, ci ha pensato proprio la scuola a sistemarmi, e non è stata una vera e propria azienda, ma un posto speciale: l’Oratorio Don Bosco di San Donà di Piave (VE), dove sono stato affidato a un tutor aziendale che era educatore nello stesso oratorio nonché coordinatore del progetto di doposcuola “Dopo la campanella”. Prima di questa esperienza venivo in oratorio la domenica con un gruppo di amici a giocare a calcio, rigorosamente dopo aver saltato messa. Ero un potenziale “ateuccio”, o forse attraversavo semplicemente un periodo di crisi della mia vita spirituale, come dopo ogni post-cresima che si rispetti, ammesso che ce ne fosse una prima.
    E così assieme ad altri ragazzi coinvolti in questo progetto, ho iniziato a prendermi cura dei più piccoli nelle attività del “Dopo la Campanella”, nel sostegno scolastico secondo lo stile di Don Bosco e imparando il cosiddetto “spirito di Valdocco”, come la preghiera iniziale e la ricreazione che intervalla i momenti di studio, facendo crescere i ragazzi anche nelle relazioni fra coetanei.
    L’esperienza è durata circa un mese e mezzo.
    Spiego ai non addetti... Gli studenti dei licei hanno l’obbligo, da tre anni, di svolgere un lavoro complessivo di A.S.L. di 200 ore suddivise in tre anni. Il primo anno erano obbligatorie 60 ore. L’attività del “Dopo la Campanella” dell'Oratorio è pomeridiana (14.30-17.30). Si inizia con un momento di accoglienza (10-15 minuti) in cui si incontrano i ragazzi, si conversa con loro, si gioca a calcio, basket, ping-pong… Poi inizia la prima ora di lezione. I ragazzi si dividono in aule a seconda delle materie da studiare, assieme al proprio educatore. Io seguivo, assieme a un’altra ragazza, la classe di italiano. Il compito dell’educatore è di seguire il ragazzo nei suoi compiti, nell'apprendimento. Si interviene in suo aiuto se ha difficoltà, cercando di farlo ragionare perché lui stesso capisca e risolva la questione. Poi c'è la ricreazione, mezz'ora circa: i ragazzi giocano con gli educatori e si confrontano con gli altri coetanei nella realtà tutta salesiana del cortile. La seconda ora di lezione poi è simile alla prima, con la possibilità di cambiare aula da parte dei ragazzi per un'altra materia e con altri animatori.
    Quando ho iniziato questo percorso, l’Oratorio era alla prima esperienza con i ragazzi dell’A.S.L. Ho avuto parecchi compagni di avventura con cui successivamente ho collaborato alla Proposta Estate Ragazzi, che vede coinvolti i giovani del sandonatese nell’esperienza dell’animazione e del servizio ai più piccoli, con laboratori, giochi, uscite nei parchi di divertimento e serate in oratorio.
    L’esperienza è stata valutata dagli educatori più grandi del progetto, con una scheda di valutazione fornita dalla scuola e che presentava una pluralità di voci, come “capacità di problem solving, autonomia nello svolgimento delle mansioni assegnate, ecc.”.
    Non sono previsti crediti formativi per l’esperienza, perlomeno ad ora. Tuttavia, dal prossimo anno, gli studenti saranno tenuti a presentare, in sede di esame, un documento in cui spiegano le attività svolte durante il percorso e le loro considerazioni personali circa l’esperienza vissuta.
    Personalmente è stata una delle più intense della mia vita. L'ho svolta nel mese di maggio, giorni intensi soprattutto per le verifiche che chiudono il secondo quadrimestre. Ma quel mese è stato del tutto diverso da quelli degli anni precedenti: l'ho vissuto con grande calma, proprio perché, anche se inconsapevolmente, un nuovo mondo si stava schiudendo davanti ai miei occhi.
    Ero un ragazzo rigido allora, vedo che l'esperienza mi ha ammorbidito per l’affetto dei ragazzi e la consapevolezza di essere dentro un progetto educativo nei loro confronti, animazione dei gruppi compresa (che comunque ho iniziato a fare dopo).
    La scuola è stata il tramite di questa esperienza, e sono contento di aver avuto – proprio dalla vituperata scuola – questa opportunità di arricchimento nel rapporto con gli altri. Quando cambiano i tuoi occhi, cambia anche l’ottica delle tue relazioni. I protagonisti rimangono sempre gli stessi, ma riesci a vederli in modo diverso. Ho imparato ad apprezzare i pregi di ognuno dei miei compagni di classe, prima che condannarne i difetti, ad essere un appoggio di fiducia per ciascuno di loro, per quanto ci riesca. Anche riguardo ai docenti... la mia professoressa di religione in primis ha notato il mio cambiamento dopo questa esperienza.
    Sto ancora vivendo un’illusione, ancorata ad un mondo fatato, magico, da cui poi uscirò aprendo gli occhi? Il mondo dei salesiani non è né fatato né magico. I ragazzi che ho conosciuto, come tutti i giovani di questo mondo, sono pieni di sogni e anche di scoraggiamenti. Ma hanno accanto degli adulti, vivono le iniziative che vengono pensate per loro, si sentono impegnati nella loro crescita, reagiscono di fronte alle proposte… In ogni caso, è lo spirito con cui ci si approccia alle cose che in certi casi fa la differenza.
    Sento di essere stato valorizzato per quello che sono. Spesso si pensa a un vero e proprio “lavaggio del cervello” che la Chiesa fa nei confronti di chi sposa il suo progetto. Ecco, io posso dire che questo tipo di Chiesa, ovvero una Chiesa giovane, che punta alla valorizzazione dei ragazzi e che fa dell’allegria il suo punto cardine (almeno questa e l’esperienza di Chiesa che ho vissuto nell’ambiente dell’oratorio), non è una Chiesa che ti impone un unico standard di pensiero, che chiede semplice obbedienza, che ti sfrutta. Io, Giando, sono rimasto io. Con i miei difetti, le mie paure, le mie difficoltà. Ho imparato a guardarmi sempre più con maggior realismo (non sono né un disgraziato né un santo…). Grazie ai ragazzi, capisco che la mia crescita non avviene in una concentrazione esclusiva su di me, ma aprendomi agli altri. Ho imparato a vedere negli altri qualcosa di diverso, di più profondo, che va oltre l’apparenza. Ecco, l’Oratorio che ho imparato a conoscere in questa esperienza di A.S.L. mi ha, per così dire, cambiato gli occhi, ha contribuito a far sorgere in me uno sguardo che fosse aderente alla realtà. Ecco perché ho successivamente intrapreso un percorso di discernimento spirituale che mi aiutasse a capire la mia vocazione, altra parola che spesso sembra essere un tabù.
    Da un punto di vista prettamente scolastico, il primo anno di attività in oratorio ha fatto sì che in certi casi io tralasciassi i miei impegni primari, che rimangono comunque lo studio e la scuola. Tuttavia, anche con l’aiuto della mia guida, ho capito come il Signore ci chieda cose semplici ed essenziali (come l’impegno nella scuola, nell’avere gli appunti ordinati e uno studio abbastanza regolare per quanto possibile, l'attenzione alle lezioni, il rispetto, la condivisione con gli amici...). Ma l’apprendimento alla vita avviene attraverso le varie esperienze e gli incontri, oltre che attraverso i libri, le interrogazioni e gli esami, e la “maturità” della persona non è solo quella del diploma...
    Questo mi ha comunque permesso, grazie ai miei insegnanti e alla tranquillità dei miei genitori, di ottenere risultati più che soddisfacenti anche in ambito scolastico, soprattutto quest’anno, quello della maturità. Insomma, l'obiettivo di essere "buoni cristiani e onesti cittadini", come voleva don Bosco.

    * 19 anni, studente di V superiore del Liceo Scientifico Galileo Galilei di San Donà di Piave (VE), da due anni frequenta l’oratorio Don Bosco nella stessa cittadina


    Uno sguardo di amore nei "buchi" della città
    Chiara Pieri *

    Roma, “la città eterna”, nasconde una grave ferita, nasconde e rivela "eterne" ferite. Tantissime persone, per diverse cause, si trovano a dormire, vivere e, quando possono, mangiare per strada, sole e abbandonate. I milioni di viaggiatori che giungono a Termini da ogni parte di Italia e del mondo, magari con un certo fastidio, se ne rendono conto... ma zona Termini è solo la zona più visibile. E non è solo "mancanza di decoro" verso la Città... è "mancanza di decoro" verso l'umanità. O peggio ancora, questi milioni di visitatori magari non se ne rendono neanche più conto, perché la miseria o stride o diventa invisibile: non perché è ben nascosta dietro le colonne o negli angoli bui della metropolitana o nelle arcate delle finestre delle vie che costeggiano la stazione, ma perché ormai l'occhio (l'occhio? la coscienza?) non se ne accorge più, la realtà è fuori dall'angolo visivo, fuori dalla cornice. Non sta diventando questa una modalità dell'uomo metropolitano che incosciamente si affretta di fronte alla mano che si tende a elemosinare?
    Un gruppo di noi si è dato una mossa, accanto alle varie associazioni cittadine: caritas, gruppi parrocchiali, di volontariato...
    La "Banca dei Talenti" è un gruppo di volontari che fa parte del più ampio “Progetto Missionario” della comunità salesiana del Sacro Cuore a Castro Pretorio, la casa fondata da don Bosco adiacente alla Stazione Termini. Il nome che si è dato nasce dalla parabola del Vangelo in cui il padrone dà delle monete d'oro (talenti) a tutti i suoi servi e si aspetta che questi vengano fatti fruttificare. Da questa "provocazione" i giovani volontari sono voluti partire, perché i talenti che hanno ricevuto dal Signore vogliono metterli a disposizione di chi nella vita non è riuscito ad avere la stessa fortuna.
    La "Banca dei Talenti" tutti i venerdì sera porta ai senza fissa dimora della Stazione Termini un panino e un bicchiere di thè: questi rappresentano però un pretesto per instaurare un dialogo e, alla lunga, un’amicizia che arricchisca ambo le parti. Ci interessa "incontrare", conoscere, entrare in relazione... e il panino e il thè rappresentano non certo la risoluzione dei problemi di fame e sete di quelle persone (comunque vanno sempre bene, soprattutto quando lo stomaco brontola da giorni, i cassonetti non presentano cose mangiabili e la gola è secca), ma il piccolo dono con cui vogliamo iniziare la nostra amicizia, in cui diciamo che siamo grati della loro attenzione e - più avanti – confidenza.
    La serata di servizio inizia con la preparazione dei panini e del thè. Poi l’intero gruppo si dirige alla stazione Termini e in 3 sottogruppi si divide tra Piazza dei Cinquecento, via Giolitti e via Marsala. A fine servizio il gruppo rientra presso la parrocchia dove i volontari leggono insieme il Vangelo della domenica successiva, ne fanno un breve commento e condividono insieme l’esperienza della serata.
    Sono arrivata a Banca dei Talenti nel febbraio 2015 e da allora tutti i venerdì quello è diventato un appuntamento fisso, forse anche desiderato e atteso, per dedicarmi all'amicizia: non parlo solo dei volontari nei quali immediatamente ho trovato dei compagni di avventura ma anche delle persone che vengono a prendere un panino e a scambiare quattro chiacchiere. Un momento prezioso per l'amicizia, per la scoperta della città e dei poveri, per domandarmi quando riesco a entrare in sintonia con chi è "così diverso da me".
    La prima volta che ho conosciuto questo gruppo è stato per merito di una mia amica FMA responsabile della cappellania universitaria della mia facoltà, che mi invitò a provare un’esperienza diversa, e da lì è iniziato questo cammino. Il suo accompagnamento in questi anni è stato per me fondamentale per dare al servizio il giusto senso: un donare agli altri i talenti (in questo caso un po' di tempo libero, la voglia di mettermi a disposizione, l'empatia verso le persone in sofferenza...) che il Signore mi ha dato, affinché negli altri io metta in pratica le Sue parole: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
    Era un momento particolare, vivevo da un anno a Roma, mi ero trasferita in questa enorme città da un piccolo paesino della Toscana, mi sentivo persa, non ero riuscita ancora a trovare il mio posto nel mondo: suona strano, ma a 20 anni mi sembrava di essere una formichina sperduta, dove tutti andavano di corsa, nessuno si fermava un momento, e quella fretta cominciava a contagiare anche il mio vivere. Se ci penso bene, è esattamente quello che succede ai nostri amici di strada, gli invisibili, di cui dicevo all'inizio. Fateci caso: se siete di Roma sarete sicuramente passati per la Stazione Termini: avete mai visto quante persone vivono agli angoli della stazione, circondati da migliaia di gente che corre, parla, passa di fretta senza guardare? Pensate che prepariamo 200 panini e riusciamo a distribuirli sempre quasi tutti. Ebbene sì, solo nella zona di Termini vivono per strada più di 200 persone. Facendo questo servizio ho scoperto il volto del Signore negli occhi di queste persone, nei loro sguardi talvolta spenti o talvolta inaspettatamente illuminati, nei loro gesti, nei loro “grazie” soffocati, e anche nelle loro grida disperate di aiuto.
    Questa esperienza mi ha segnato come una piccola goccia sulla pietra: insignificante... ma lavora, corrode, apre fessure, poi breccie. Per me è stata più o meno la stessa cosa. Ho imparato che le nostre scelte, anche se in maniera non proprio chiara all’inizio, permettono di determinare quello che siamo e ciò che diventeremo. Quando mi chiedevano “ti senti cambiata?”, all’inizio la risposta sinceramente era no, ma con il passare degli anni mi rendo conto che le vie che ho deciso di intraprendere dopo, le scelte che ho fatto, sono state influenzate tanto da questo volontariato.
    Ogni venerdì quello che facciamo con gli altri volontari non è tanto andare a dare un panino a chi ha fame, sì agli occhi degli altri facciamo proprio questo, ma ciò che imparo ogni sera da quelle persone, le emozioni che provo ogni volta che conosco persone nuove o ritrovo gli amici di sempre, influenzano la mia vita quotidiana, il pensiero prende una forma diversa, cambiano le priorità, ciò che prima consideravo necessario diventa marginale e le piccole cose prendono il sapore della felicità. E questo è bello, perché scopro piano piano la forma del mio essere e di chi voglio diventare.

    * 25 anni, laureata in Scienze dell’Educazione a Roma 3 e specializzanda in Psicologia dell’Educazione. Impegnata nel servizio di volontariato “Banca dei Talenti” con i senza fissa dimora e nella scuola di italiano con i giovani rifugiati.


    Servizio in oratorio: un quotidiano arricchito
    Oliviero Carlini *

    L’oratorio nello stile di don Bosco viene descritto così: “È casa che accoglie, parrocchia che evangelizza, scuola che avvia alla vita, cortile per incontrarsi in allegria”.
    Voglio "mettere alla prova" questa definizione e verificare se le ho provate davvero sulla mia pelle.
    Il "mio" oratorio ha un campo da basket, uno da pallavolo e uno da calcio. All’interno c’è un grande salone e diversi giochi come Tam-Tam, calcio balilla e ping pong.
    Quello che fa la differenza non sono i locali, ma le persone che sostengono le attività oratoriane (bambini, ragazzi, giovani e adulti). Se ci sono persone che quotidianamente pensano all’oratorio e ne sono responsabili vuol dire che di sicuro quel luogo può lasciare un segno nella vita di ognuno.
    La mia storia "oratoriana" parte dalla terza elementare quando un amico, dopo avermi chiesto per diversi mesi di fare un salto all'oratorio, è riuscito finalmente a convincermi.
    Lì ho frequentato il catechismo e in prima media ho iniziato a fare il doposcuola per tre fantastici anni, iniziando a respirare aria di gioco e di allegria.
    Dopo la cresima ho iniziato il percorso dei cammini di fede che ho portato avanti per 13 anni fino ad oggi.
    Alle superiori ho affiancato a questo il percorso da animatore che ritengo sia la scuola che mi abbia avviato alla vita perché mi ha fatto crescere in una maniera esponenziale permettendomi di superare delle grosse paure.
    Ricordo ancora la grossa paura che avevo di parlare in pubblico agli inizi anche solo in un gruppo con 5-6 adulti: potevo fisicamente sentire l’ansia che montava e la forte paura di mettermi sotto i riflettori. Col tempo ho affrontato questa paura, non eliminandola definitivamente, ma semplicemente capendo come gestirla.
    Il corso animatori mi ha preparato a vivere i campi estivi (Grest), dove posso affermare di aver vissuto le più belle estati della mia vita fianco a fianco con altri animatori per il bene dei ragazzi. Il segreto di un buon corso animatori è la partecipazione durante l’anno alle attività dell’oratorio che non prende vita solo durante il periodo estivo, ma include degli spazi di animazione dove l’animatore fa esperienza di vita oratoriana. Io insieme ad altri ragazzi e ragazze ho iniziato a frequentare quotidianamente l’oratorio, che è diventato per me una seconda casa e anche con il mio piccolissimo contributo una casa che accoglie.
    All’università ho scelto di avere maggiore responsabilità diventando educatore di un gruppo dei cammini di fede, e nel mentre ho iniziato a fare scuola animatori ai ragazzi delle superiori. Mi sembra così di essere parte di una "parrocchia che evangelizza".
    Ripercorrendo il mio cammino ho provato a ricordare un momento in particolare in cui ho pienamente scelto la vita all’interno dell’oratorio, ma non penso di averlo. Il processo di scelta è stato un lento innamoramento per le tante opportunità che mi forniva e la felicità che mi dava.
    Alcune convinzioni hanno bisogno di tempo per maturare, e questo è fondamentale nell’educare i ragazzi perché l’impegno che ci metti con loro non mostra quasi mai risultati immediati e a volte non riesci a vederli per nulla.
    Se dovessi mettere sulla bilancia quello che ho ricevuto e quello che ho dato, essa penderebbe a favore del primo. Le esperienze fatte e le persone conosciute mi hanno messo alla prova e mi hanno permesso di crescere. Non tutto è sempre stato rose e fiori, però anche nei momenti difficili sapevo che l’oratorio era la scelta giusta e lì dentro so che ho delle persone che mi vogliono bene.
    Ho anche appreso cosa voglia dire "comunità" (educativo-pastorale) e la responsabilità dell’ambiente. La responsabilità presuppone il fare dei sacrifici perché altri ricevano lo stesso bene che hai ricevuto tu.
    Tramite le esperienze di fede e la preghiera ho intuito che tipo di segno desideravo lasciare dentro quell’ambiente con il percorso prima da animatore e poi da educatore.
    L’oratorio ha inciso anche sulla mia vita quotidiana, tanto da frequentarlo giornalmente alle superiori. I miei amici non capivano questa scelta, a volte la criticavano o ne erano incuriositi. Diverse volte mi hanno chiesto perché andavo sempre in oratorio e cosa mi spingeva a continuare. Io solitamente dicevo che mi divertivo e ti rende felice fare qualcosa per gli altri anche se costa fatica.
    Importante nel mio personale cammino è stata la testimonianza ricevuta da adulti piú grandi e da altri animatori che hanno donato il tempo per me. Questo mi ha spinto ispirato ad imitarli e a seguire un percorso simile a loro nel servizio di altri giovani. Una persona che sa essere un buon testimone di quello in cui crede ottiene la fiducia dei ragazzi.
    Altrettanto importante è sicuramente la dinamica di gruppo (catechismo, gruppo di fede, animatori, educatori). In ogni gruppo si era motivati a dare il meglio di se stessi e a fare cose che si pensava fossero impossibili in un primo momento. Le risate e i bellissimi ricordi che ho mi rendono fiero del tempo che ho speso in oratorio.
    L’esperienza di fede diventa centrale col passare del tempo. Quando ho iniziato il mio cammino, l’ho fatto certamente perché mi divertivo e perché avevo i miei amici con me.
    La fede per me ha avuto un percorso altalenante: ho avuto momenti in cui ho creduto e altri in cui ho creduto poco, ma quello che ha contato è stata la costanza di portare avanti un cammino, aiutato da alcuni adulti che mi hanno capito e sostenuto... posso dire che hanno avuto fiducia in me e nella potenza dello Spirito che magari hanno intravisto nella mia quotidianità o nella mia buona volontà.
    Quello che ho appreso e in fondo quello che conta è sicuramente impegnarsi per gli altri, dedicare loro del tempo, ma fermandosi ogni tanto a ritrovare lo scopo per cui lo si sta facendo e valutare se stiamo dando il massimo. Questa è stata la chiave di volta del mio cammino.
    Se dovessi consigliare a una persona di frequentare l’oratorio, lo farei con convinzione cento e più volte, perché è stato l'ambiente (la casa, la scuola, la chiesa, il cortile...) che mi ha accolto, mi ha spinto a testimoniare il mio impegno cristiano, mi ha trasmesso gioia e mi ha avviato alla vita.

    * 24 anni, di Ferrara. Frequenta l'oratorio dall'età di 8 anni, e sta concludendo l'ultimo anno di laurea magistrale in economia (corso Green economy and sustainability). Fa atletica da 8 anni a livello poco più che amatoriale. È educatore di un gruppo di cammino di fede e formatore degli animatori.


    Il corridoio della speranza
    Voci di volontari in ospedale

    Ci definiamo "giovani per gli altri", e siamo un gruppo di volontari che svolge volontariato il sabato pomeriggio presso alcuni reparti del Policlinico Umberto I di Roma. Siamo parte di un progetto più ampio (Progetto Sacro Cuore) che intende guardarsi attorno nella periferia più grande di Roma che è il centro storico attorno alla stazione Termini. Altri in queste stesse pagine hanno presentato vari ambiti di intervento e di volontariato; qui alcuni di noi (giovani e meno giovani) danno voce alle emozioni di questa esperienza a diretto contatto con un mondo che molte volte ci sfugge, quello della malattia (che porta con sé tanti altri stigmi oltre alla sofferenza fisica: la solitudine, il senso di abbandono, a volte la disperazione), ma che presenta anche raggi di luce e di speranza.
    Perlopiù le nostre esperienze non sono nate da sollecitazioni di slogan che frequentemente rimbalzano nel mondo digitale (“Diventa volontario in ospedale. Aiuta chi soffre e chi è solo”...) ma dall'incontro con una comunità o un amico, o con la stessa sofferenza personale.
    Cosa facciamo? Operativamente niente, ma cerchiamo semplicemente di essere, di esserci, di stare accanto, di stringere una mano, anche di nascondere una lacrima. Abbiamo constatato che basta essere semplicemente presenti con la nostra umanità: loro cercano uomini e donne che si siedono con un sorriso accanto al loro letto. Abbiamo constatato che per ciascuno di noi questa è un’esperienza che prima di tutto raggiunge il nostro cuore, ci inquieta positivamente e indica il valore inestimabile della vita che trova il suo significato nel farsi dono per gli altri perché i molteplici corridoi dell’ospedale diventino uno solo: quello della speranza!

    Sono una ragazza di Maranola (in provincia di Latina) di 35 anni, che da poco più di un anno vive e lavora a Roma e che grazie al volontariato in ospedale ha scoperto degli amici sinceri, degli sguardi veri e profondi negli ammalati e dei sorrisi accoglienti.
    Appena trasferita a Roma, oltre a lavorare e ad andare in piscina, avevo necessità di entrare a far parte di un gruppo che condividesse i valori di un’umanità profonda e gentile. Ho trovato nell’accoglienza dei responsabili delle attività di volontariato della Basilica del Sacro Cuore a Roma la possibilità di svolgere qualcosa che mi mettesse in comunione con gli altri sulla base di valori condivisi fondamentali, quali il rispetto per ciascuno, la benevolenza, la cooperazione e l’ascolto.
    Con il volontariato in ospedale io dono un sorriso (anche se il primo giorno solo lacrime di commozione in modo irrefrenabile) e i malati mi donano le loro riflessioni su tutto ciò che è importante nella vita. Una cosa che sempre mi colpisce molto è, infatti, notare, tutte le volte, l’immediatezza con cui si parla con gli ammalati degli aspetti profondi della vita. Inoltre, incontrarli mi aiuta a relativizzare i miei problemi, affanni e sofferenze, perché il loro dolore e, a volte, anche la loro tristezza e rassegnazione, mi fanno capire maggiorente il valore della vita e della salute. Ci sono poi i malati speciali, quelli che non possono parlare (come una signora in terapia intensiva che però mi ha guardato a lungo dritto negli occhi per pochi interminabili minuti) o quelli che, nonostante la malattia, hanno la forza di sorriderci o di scherzare con noi volontari. Inoltre, è bello tornare il sabato successivo e scoprire che alcuni malati non ci sono più, perché, ormai guariti, sono tornati a casa dai loro cari!
    È calorosa anche la condivisione con gli altri volontari che facciamo ogni sabato al termine delle visite ai malati: è un momento di riflessione profonda per tutti, ripercorrendo nella mente e nel cuore i volti incontrati e le storie ascoltate. Una scuola per la mia umanità.
    (Delfina)

    La mia esperienza di volontariato è positiva, anche se è difficile da esprimere con le parole giuste, so però che è un mondo che non conoscevo sino ad un anno fa ma oggi voglio viverla con tutto il cuore come un’avventura e un impegno sia con i volontari sia con i malati che incontro.
    (Moriba)

    Sono di Roma, anche se ho vissuto 20 anni in Sicilia. Mi sono diplomato al tecnico industriale e ho frequentato la facoltà di ingegneria. Faccio parte di un bell'Oratorio salesiano di Roma, e ella mia ricerca religiosa mi sono imbattuto nella proposta dei !"10 comandamenti", durante la quale è nata in me la volontà di smettere di preoccuparmi di me stesso e di dedicare il mio tempo a chi ha bisogno. L'incontro con un'amica mi ha fatto conoscere la realtà del volontariato in ospedale. Cosa mi aspettavo? Nulla, ho smesso di fare programmi e ho solo accettato di andare dove il Signore voleva condurmi. So che Lui mi vuole lì adesso perché tre anni fa la malattia di mio padre, che tra l'altro ho vissuto proprio in quei reparti di ospedale, mi ha avvicinato alla realtà del malato di cui avevo timore e inquietudine e ha fatto nascere nel mio cuore il desiderio di mettermi al loro servizio.
    Ho iniziato questo servizio da poco tempo, ma ho vissuto già esperienze di amore. Innanzitutto ho trovato un gruppo fantastico di persone che hanno una luce enorme dentro e che ci mettono il cuore in quello che fanno. Ho già vissuto nei vari reparti storie molto forti di persone che si sono ammalate ma che hanno una fede così grande in grado di spostare le montagne. Non posso citare una sola esperienza perché non sarebbe giusto rispetto a tutte le persone che abbiamo visitato, dalla situazione più semplice alla più complicata, e che mi hanno mostrato il volto di Gesù. Io credo che il cambiamento sia iniziato tempo fa, ma questa esperienza mi sta aprendo ad una visione diversa di ciò che mi accade, delle cose di cui mi lamento e del modo in cui vivo le difficoltà di tutti i giorni. Dalle persone malate che avrebbero tutto il diritto di vacillare nella fede e di essere inquiete con la "sorte", imparo ogni giorno come ogni realtà, anche la più dolorosa è Grazia se vista con gli occhi di Dio. Anche le situazioni di cui mi lamento, dal lavoro alla vita sentimentale, alla difficoltà a trovare le risorse per essere indipendente possano essere occasione per pormi in ascolto del Padre e al servizio di chi mi sta intorno.
    (Francesco)

    Vengo dalla Somalia, ho 22 anni e sono in Italia da quasi 2 anni. Ho conosciuto la realtà in cui ora opera attraverso amici che frequentavano il corso per imparare l’italiano. Ho iniziato anche io a frequentare questa casa e mi sono trovata molto bene perché ho sentito un’aria di famiglia e di accoglienza. Ho voluto iniziare anch'io questa realtà di volontariato per mettermi a disposizione di persone che hanno bisogno d’aiuto, perché già nel mio paese avevo fatto volontariato con persone ammalate e anziani. Per me aiutare il prossimo significa dare speranza, dare sollievo ed essere a disposizione del fratello bisognoso. L’esperienza di volontariato in ospedale mi fa crescere e mi regala ogni volta emozioni nuove. Mi piace veder sorridere le persone che aiuto con piccoli gesti e alcune volte con semplici sguardi. Non è un mistero che oggi moltissimi giovani dedichino una parte del loro tempo libero al prossimo tramite il volontariato. È bello vedere che in questa società ci siano giovani pronti a mettersi in gioco per il prossimo. Molti mi domandano perché sottrarre del tempo che potrei dedicare al lavoro oppure a me stessa. Ognuno certamente avrà le proprie motivazioni per fare il servizio; una cosa però penso che ci accomuni a tutti: la gioia di donare qualcosa di sé!
    (Amira)


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