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    CATECHESI CON I GIOVANI /2. Le ultime ricerche sulla realtà giovanile


    Un quadro di riferimento teorico

    Marcello Scarpa

    (NPG 2018-04-22)


     

    2. Le ultime ricerche sulla realtà giovanile

    In Italia le prime ricerche sulla realtà giovanile furono condotte a partire dalla fine degli anni ’50 del secolo scorso.[1] Dopo le drammatiche vicende della seconda guerra mondiale la voglia di riscatto collettiva, il boom economico e demografico, ed il desiderio di costruire un mondo diverso dal precedente fecero emergere una nuova classe politica e sociale: i giovani.[2]
    Da allora un pensiero continua ad attraversare la mente ed il cuore della società civile ed ecclesiale: capire i giovani, a cui appartiene il futuro. L’interesse della Chiesa nei confronti dei giovani è bene espressa dalle parole di papa Francesco nella lettera ai giovani in occasione della presentazione del Documento Preparatorio della XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi: «Ho voluto che foste voi al centro dell’attenzione perché vi porto nel cuore. […] Un mondo migliore si costruisce anche grazie a voi, alla vostra voglia di cambiamento e alla vostra generosità».[3] Allo stesso modo il tema dei giovani continua ad interrogare anche gli studiosi della «nostra società. Alcuni istituti di ricerca specializzata dedicano loro un’attenzione costante».[4]
    Nei prossimi paragrafi non analizziamo in maniera completa il rapporto dei giovani con la fede, ma presentiamo solo qualche aspetto delle due più recenti ricerche a livello nazionale effettuate su questo tema dall’Istituto di Studi Superiori Giuseppe Toniolo di Milano e dall’Associazione piemontese di sociologia delle religioni di Torino (APSOR).
    Prima di procedere è bene precisare le potenzialità e i limiti delle analisi sociologiche in ambito pastorale-catechetico. Esse hanno senz’altro il pregio di superare l’ambito della soggettività in quanto forniscono elementi obiettivi e concreti, utili come punto di partenza per affrontare successive riflessioni sul tema della catechesi dei giovani. Un punto critico è che di solito le indagini sociologiche sono il frutto di ricerche di tipo quantitativo, cioè realizzate a partire da questionari che raccolgono le risposte degli intervistati sulla base di una serie di domande costruite a priori, secondo la logica della ricerca. Il rischio è di forzare l’oggetto di studio monitorando variabili che sono distanti dalla reale sensibilità dei giovani.[5] Infatti, di solito le ricerche di tipo quantitativo sui giovani e la fede offrono dei dati numerici piuttosto freddi sulla pratica religiosa in termini di frequenza alla Messa, di opinioni riguardo alla Chiesa o alla morale, formulate a partire da griglie basate più sul senso comune che sull’esperienza reale con la quale i giovani vivono il loro rapporto, spesso sofferto e travagliato, con la fede.[6]
    Pertanto, i ricercatori dell’Istituto Toniolo e dell’APSOR hanno utilizzato una metodologia mista. Le dinamiche generali del rapporto dei giovani con la fede, rilevate secondo indagini di tipo quantitativo, sono state successivamente approfondite con ulteriori interviste di tipo qualitativo, cioè formulando domande aperte per entrare con grande rispetto nell’animo dei giovani e richiamare delicatamente emozioni e ricordi legati alle loro esperienze di fede.[7]

    Giovani e fede in Italia (2015)

    Il volume Dio a modo mio. Giovani e fede in Italia raccoglie il lavoro svolto da un team di esperti dall’Istituto Giuseppe Toniolo di Milano che hanno interpretato il vissuto di fede di centocinquanta giovani in base ai racconti che hanno fornito agli intervistatori.[8] Di seguito si presentano i risultati degli studi più vicini al tema della catechesi con i giovani.

    I percorsi di fede dei giovani del nuovo millennio
    Un primo studio ricostruisce le principali tipologie dei percorsi di fede dei Millennials, la generazione del nuovo millennio.[9] Il percorso standard, cioè quello vissuto dalla maggioranza dei giovani intervistati, si articola in tre fasi.
    Nella prima tappa della vita si ricevono dalla famiglia e dalle agenzie sociali preposte una serie di valori, norme ed altri elementi culturali. Ordinariamente è la famiglia che introduce con il Battesimo i propri figli alla fede e poi li iscrive ai percorsi d’iniziazione cristiana.
    Nella pre-adolescenza (11-13 anni) iniziano a manifestarsi i primi cali d’interesse verso la fede e i suoi luoghi istituzionali. Ciò si verifica sia per la stanchezza, la noia e la ripetitività delle ore di catechismo, sia perché questa è l’età in cui si ricercano l’autonomia e l’indipendenza sperimentando nuove dinamiche relazionali. L’allontanamento dalla fede è lento e progressivo, quasi fisiologico, perché legato ai compiti di sviluppo della persona nella sua fase di crescita.
    L’analisi sulla fase successiva di età (14-18 anni) evidenzia che la fede non viene totalmente rifiutata ma resta latente, in stand-by, mentre il giovane è impegnato a vivere con maggiore autonomia la sua vita concentrandosi su nuove conoscenze e amicizie. La fede può continuare a rimanere sommersa a causa delle preoccupazioni di studio, della ricerca del partner (19-21 anni), del lavoro necessario per conseguire l’indipendenza economica (27-29 anni).
    In generale dalle interviste si osserva che quando la fede riemerge ciò accade proprio a partire dal periodo della giovinezza in cui, a causa di varie circostanze, può verificarsi una riappropriazione personale dei percorsi precedenti. Ciò porta a vivere la fede non più come un’imposizione ma come una scelta personale, secondo una forma meno convenzionale, più autentica e consapevole.
    In conclusione, lo studio mostra come i giovani del millennio siano una “generazione di mezzo”, sospesi tra un modello tradizionale-istituzionale tipico del passato e un modello nuovo, de-istituzionalizzato, tipico della cultura del tempo presente. Due sono gli elementi di riflessione che proviamo a raccogliere dall’analisi svolta sulle narrazioni autobiografiche delle esperienze di fede dei giovani.
    1) Risulta evidente come il percorso di fede dei giovani s’intrecci fisiologicamente con il loro cammino di vita. Pertanto, bisogna seguire il tracciato della vita dei giovani, negli incontri catechistici bisogna impastare la vita quotidiana dei giovani con il levito della Parola perché possa maturare la fede.
    2) Bisogna avere il coraggio di avere fiducia nei giovani. Essi non hanno abbandonato la fede secondo un modello in/out,[10] dentro/fuori, ma più semplicemente hanno rinviato tale discorso a tempi futuri. Bisogna credere che i giovani, per quanto apparentemente lontani dai discorsi religiosi, sono aperti alle novità della vita e non escludono eventuali riavvicinamenti alla fede, secondo forme più adeguate alla loro età.

    Il rapporto con la famiglia
    La famiglia è il luogo primario degli affetti, dove si fa apprendistato delle dinamiche relazionali, scuola di arricchimento umano e palestra di socialità.[11] Papa Francesco la definisce come «il primo luogo in cui si impara a collocarsi di fronte all’altro, ad ascoltare, a condividere, a sopportare, a rispettare, ad aiutare, a convivere».[12] Ma quale ruolo gioca la famiglia nella trasmissione della fede alle nuove generazioni? La ricerca si proponeva di indagare sul ruolo della famiglia nell’avvicinamento o meno dei figli ai valori della vita e al significato della fede.[13] Avviene tutto in maniera spontanea, quasi automatica, o ci sono degli elementi che giocano a favore di una riuscita ed efficace trasmissione della fede?
    I ricercatori chiariscono subito che per trasmissione non intendono un processo unilaterale caratterizzato dal semplice trasferimento di conoscenze, ma un processo dinamico di interazione in cui da un lato i genitori nel relazionarsi con i figli si coinvolgono mettendosi in gioco con i propri comportamenti educativi, e dall’altro i figli hanno la possibilità di poter acquisire quegli strumenti che permetteranno loro di orientarsi e impegnarsi in un possibile percorso di fede.[14] Intorno alla libertà si gioca la trasmissione della fede, in quanto non è scontato che a famiglie credenti corrispondano figli impegnati lungo un percorso di fede. Dalle ricerche emergono due fattori che favoriscono l’esercizio della libertà nell’appropriazione della fede da parte dei figli: l’autenticità di una testimonianza convincente da parte dei genitori e la promozione dell’autonomia del figlio nelle scelte religiose.
    Quando i figli percepiscono una mancanza di testimonianza coerente di vita di fede da parte dei genitori, è più facile che si allontanino dalla fede perché non riescono ad interiorizzarla. Laddove i genitori testimoniano autenticamente la propria vita di fede comunicandone con gioia l’importanza delle scelte e dei valori vissuti, per i figli sarà più semplice seguirne il percorso in maniera personale. Se però i genitori lasciano poca autonomia ai figli riguardo le scelte concrete del cammino (orario delle Messe, partecipazione ad eventi di preghiera, oratorio, etc..), essi percepiranno l’aspetto religioso come un’imposizione. Pertanto, vivranno la fede in maniera più automatica, superficiale, con minore interiorizzazione, come un dovere da assolvere. Quando invece ai figli si lascia autonomia di scelta nelle questioni religiose, questi, una volta ricevuta la bussola interiore dei valori cristiani, percorreranno la strada personale nella vita di fede in maniera più convinta e profonda.
    In conclusione, per l’efficacia della trasmissione della fede bisogna superare l’idea di un solo processo unidirezionale di insegnamento di idee o di norme o di testimonianza da parte dei genitori dei propri valori di fede. Il concetto di trasmissione è invece bidirezionale e si basa sulla promozione dell’autonomia dei figli nell’espressione di sé, nella possibilità di fare domande, di esprimere perplessità, di dialogare sulle questioni della fede per cercare risposte, sciogliere dubbi, rafforzare motivazioni. La conversazione è efficace quando si parte dalla realtà della vita, «dalle domande dei giovani, quando la discussione è aperta e la comunicazione bidirezionale»,[15] quando si prende sul serio il figlio rispettandolo nella sua unicità e libertà, «incoraggiandolo a fare domande ed ad esprimere la propria opinione».[16]

    Il rapporto con la Chiesa
    Dalla maggioranza delle interviste con i giovani sul loro rapporto con la Chiesa emergono alcune parole chiave quali distacco, indifferenza, delusione, che indicano un rapporto “interrotto”, mentre solo un terzo di essi afferma di avere ancora una sufficiente fiducia nell’istituzione ecclesiastica. Di solito il progressivo allontanamento inizia, come abbiamo visto, nell’adolescenza, un periodo nel quale i percorsi di formazione cristiana sono avvertiti come noiosi e ripetitivi ed in cui si ricerca una differente qualità di rapporti relazionali.
    I giovani ancora coinvolti nella vita ecclesiale conservano nella memoria il ricordo di ambienti entusiasti ed affettivamente “caldi”, dove hanno sperimentato un clima di famiglia e dove hanno intessuto e vissuto legami significativi per la propria crescita. Quanti invece si sono allontanati dagli ambienti ecclesiali vivono un rapporto d’indifferenza e distacco verso la Chiesa, la descrivono usando termini “freddi” quali organizzazione, potere, business e la ricordano come un luogo dove il formalismo e la rigidità istituzionale prevalevano sulle persone e sui loro percorsi di crescita.
    Entrambe le categorie di giovani apprezzano le realtà e le figure ecclesiali che sono ispirate da logiche di gratuità e prossimità verso i bisogni concreti della gente, come ad esempio gli oratori e i missionari. Tutti auspicano un cambiamento nella Chiesa che desidererebbero più flessibile e dinamica, più umile e vicina alla gente, più in ascolto ed in dialogo, meno dispensatrice di norme e divieti. Una Chiesa che, secondo lo stile di papa Francesco, rifiuta ogni segno di potere e privilegio, per essere in uscita verso gli ultimi, i bisognosi e i sofferenti, con parole più di tenerezza e misericordia che rigide, astratte o formali.[17]
    Su questo sfondo il ruolo del prete risulta ancora importante, nonostante sia relegato in una sorta di benevola indifferenza e dalle interviste emerga che lo si approvi con riserva. Le opinioni sono diversissime, in genere sono apprezzate le scelte di vita coerenti con la vocazione, soprattutto la sobrietà nell’uso dei beni e la vicinanza ai bisogni e alle necessità della gente. Pertanto, risultano affascinanti le figure del missionario o del prete di frontiera. Meno comprensibili sono i temi della vocazione, vista più come una scelta personale di autorealizzazione che come una chiamata di Dio, e del celibato, considerato come una ingiusta privazione nei confronti di una più arricchente esperienza di vita familiare.
    È da rilevare che sull’immagine del prete pesa molto l’influsso esercitato dalla culturale attuale. Nonostante il ricordo di esperienze positive vissute nei percorsi di iniziazione cristiana, i giudizi dei giovani seguono genericamente le rappresentazioni suggerite dai mass media che parlano di soldi, potere, abusi sessuali.
    In conclusione i giovani intervistati desidererebbero una Chiesa meno istituzionale e più missionaria. Il prete che vorrebbero incontrare è una persona attenta ai bisogni delle persone, un padre che sa ascoltare i problemi della gente, una guida che accompagna il cammino, un consigliere sapiente che sa comprendere senza giudicare, un maestro che indica la strada senza imporla, un predicatore che sa spiegare il vangelo rendendo vive ed attuali le parole di Gesù, un uomo di comunione che sa ricomporre in unità le divisioni delle comunità. Sostanzialmente, i giovani cercano preti che testimonino in carne ed ossa la propria maturità di vita e di fede operanti nella carità. L’immagine del pastore che odora di pecore, lasciataci da papa Francesco, risponde pienamente alle richieste dei cuori giovanili.[18]

    Davvero una generazione incredula? (2016)

    Il volume Piccoli atei crescono. Davvero una generazione incredula? presenta i risultati di una ricerca su “Ateismo e nuove forme del credere” nelle nuove generazioni, promossa dall’Associazione piemontese di sociologia delle religioni di Torino.[19] L’indagine è stata condotta realizzando centoquarantaquattro interviste a studenti universitari che hanno risposto a dodici domande su fede e religione. Di seguito, tralasciando l’analisi dei dati numerici, si presentano i punti di maggiore interesse per il tema della catechesi con i giovani.

    Un selfie dalle nuove generazioni
    I giovani sempre più spesso sono rappresentati come atei, non credenti, increduli. La loro condizione è di aver perso sensibilità religiosa, di «non aver più antenne per Dio e per la Chiesa».[20] Uno scenario confermato da diverse ricerche empiriche che registrano l’indebolimento della religione non solo nella vita pubblica ma anche nella dimensione interiore e personale dei giovani.
    Eppure quando si dà voce ai diretti interessati il quadro muta notevolmente.[21] Infatti la maggioranza dei giovani intervistati si dichiara cattolica, almeno per appartenenza e credenza, anche se è fortemente in crisi la frequenza alle pratiche religiose. Un dato interessante è l’aumento di quanti si dichiarano «non credenti», un panorama variegato, composto da atei convinti, da indifferenti alla fede religiosa, ma anche da quanti, di fatto, mostrano di vivere come se Dio non ci fosse (ateismo pratico). Ormai il gruppo dei non credenti supera non solo quello dei credenti convinti ed attivi, oggi ridotto ad una strenua minoranza, ma anche quello dei credenti non sempre o poco praticanti, che era stato lo stile più diffuso di vivere la religione nel nostro paese. Il numero dei non credenti è superato solo dai credenti per tradizione o educazione, legati a una religione familiare prevalentemente formale, poco motivata e poco partecipata, spesso condizionata da ragioni di convenzione sociale.
    Dall’analisi delle interviste risulta che le dinamiche interiori della fede giovanile risultano complesse e articolate. Più che concentrare l’attenzione sui dettagli delle cifre e delle classificazioni operate dai ricercatori, è interessante allargare lo sguardo al rapporto che si istaura fra il gruppo dei credenti e il gruppo dei non credenti. Nonostante le inevitabili diversità di idee, opinioni e giudizi, vi sono tuttavia dei significativi punti di contatto fra gli appartenenti ai due gruppi. Un’affermazione su cui si registra sostanziale consenso è che credere in Dio è un bisogno dell’uomo. È il riconoscimento, anche da parte di chi non crede, che la religione offre una risposta a bisogni profondi altrimenti non soddisfatti. Un secondo tema che trova concordi giovani credenti e non credenti riguarda la plausibilità o meno del credere. Si può essere critici su Dio e la religione, ma ciò non impedisce di riconoscere legittimità e cittadinanza a quanti hanno un pensiero differente sui valori religiosi. Similmente chi vive la propria fede religiosa si rende conto del carattere inconsueto della propria scelta nella cultura contemporanea e ciò lo porta ad essere comprensivo nei riguardi di chi ha convinzioni diverse dalla sua. Risulta, dunque, che su alcuni temi i confini fra le diverse tipologie di appartenenza religiosa dei giovani non sono netti e separati, ma permeabili, «assai porosi».[22]
    Da questi rilievi è possibile trarre alcune considerazioni. Il bisogno di credere in Dio, letto dai non credenti come modalità per affrontare meglio le difficoltà della vita, fa trasparire in filigrana il valore che viene accordato alla qualità della vita, un indice di valutazione che tutti comprendono. Pertanto, prendersi cura della vita dei giovani, averla a cuore, è un’attenzione che non passa inosservata. È un investimento affettivo che è anche effettivo nel rilanciare, come una cassa di risonanza, dubbi, interrogativi, possibili ripensamenti. Inoltre, il reciproco riconoscimento delle posizioni altrui in ambito di fede porta sottotraccia l’attitudine a saper comprendere le ragioni del prossimo, di farsi carico delle difficoltà e problemi altrui. Forse è lo stesso atteggiamento che i giovani s’aspetterebbero di vedere nei propri confronti da parte degli adulti, soprattutto da chi ha come missione la cura del prossimo. Non ci sono muri d’estraneità da sfondare, ma sentieri di disponibilità da tracciare e ponti di reciprocità da costruire ed attraversare.

    Quel che resta nella memoria
    L’autoritratto con il quale i giovani rappresentano se stessi dal punto di vista della fede, come abbiamo accennato, è variegato e ricco di mille sfumature. Ma quali immagini sono conservate nella memoria dei loro ricordi? L’indagine rivela che la stragrande maggioranza degli intervistati ha ricevuto il battesimo e la prima comunione, mentre si registra una flessione per il sacramento della cresima.[23] Ciò è in linea con la tradizione religiosa italiana che prevede il battesimo alla nascita o nei primi anni di vita e la prima comunione nell’infanzia avanzata, con scelte che appartengono ai genitori. La cresima, invece, è lasciata prevalentemente alle decisioni dei diretti interessati e questo spiega il calo che si verifica nell’accesso al sacramento della confermazione.
    La grande maggioranza dei giovani intervistati, sia credenti che non credenti, è entrata in contatto con gli ambienti ecclesiali non solo attraverso i percorsi tipici dell’iniziazione cristiana, ma anche frequentando le attività ludico ricreative dell’oratorio ed aderendo alle proposte parrocchiali (campi estivi, gite, pellegrinaggi, ritiri spirituali) e dell’associazionismo cattolico (gruppi Scout, Azione Cattolica, movimenti spirituali di antichi e nuovi carismi ecclesiali, gruppi di preghiera e di volontariato). Certo per molti giovani la presenza è stata sporadica e limitata nel tempo, ma ciò non ha impedito che i ricordi delle esperienze vissute si sedimentassero nella loro memoria. Della diffusa frequenza agli ambienti ecclesiali, seppure in alcuni casi veloce e discontinua, quali ricordi sono rimasti ai giovani? Che cosa hanno ritenuto coinvolgente e cosa, invece, non ha soddisfatto le loro attese? Dalla ricerca emergono alcuni dati interessanti.
    L’oratorio è ricordato come un luogo aperto a tutti, una palestra di socialità e di multiculturalità, con un campetto per le attività ludico ricreative e con ambienti per momenti formativi più specifici. Proprio sulla formazione si registra l’alto ruolo «esercitato dall’esperienza e dal vissuto rispetto alla mera trasmissione dei contenuti religiosi».[24] Sostanzialmente, gli itinerari formativi sono risultati più incisivi quando sono stati supportati da dinamiche relazionali ed esperienziali, piuttosto che svolgersi solo con lezioni teoriche, dottrinali o morali.
    I primi ricordi della formazione religiosa vanno più indietro nel tempo e sono associati alla famiglia d’origine, in particolare alla figura della madre che si prendeva cura dell’educazione religiosa dei figli soprattutto accompagnandoli a Messa. Pochi, se non nulli, i ricordi legati alla preghiera in famiglia, alle riflessioni intorno al desco familiare e alla condivisione di esperienze religiose. L’azione delle famiglie è consistito nell’iscrivere i figli ai percorsi di iniziazione cristiana e nel frequentare insieme ai figli, finché è stato possibile, i riti religiosi. Tutto il resto è stato appaltato, se così si può dire, alle autorità religiose preposte.
    Quale immagine di credibilità per la fede si è depositata nell’animo dei giovani? Tra i motivi che rendono ragionevole ed ammissibile il fatto che nella società attuale si possa credere in Dio ritroviamo le domande di senso che da sempre albergano nel cuore dell’uomo. Non solo gli interrogativi generici sul senso della vita e della morte o del male e della sofferenza, ma anche i «punti di rottura dell’esistenza, che non vengono rimossi nemmeno nelle società più progredite e tecnologiche».[25]
    Da queste osservazioni possiamo fare alcune riflessioni. Quando vi è investimento affettivo e relazionale con i giovani allora sarà più facile che essi entrino in relazione con la fede religiosa. Quanto più nelle comunità ecclesiali s’investe sulla formazione dei giovani, tanto più essi si lasceranno coinvolgere negli itinerari di fede. Soprattutto bisognerebbe promuovere e coinvolgere maggiormente le famiglie aiutandole a riprendere in mano il proprio vissuto di fede, spesso ferito dalla vita, e condividerlo con i percorsi dei figli creando nelle comunità ecclesiali tempi e spazi opportuni di confronto e crescita.

    Quale futuro?
    Quale futuro per i percorsi di fede giovanile considerando la complessità della cultura e società contemporanea? Le interviste ai giovani mettono in rilievo alcuni aspetti significativi sul rapporto fede-modernità.[26] La maggior parte dei giovani riconosce che nelle società tradizionali del passato, quando la religione dava risposte soddisfacenti agli interrogativi ed inquietudini dell’uomo fornendo sicurezza e conforto, era più facile credere in Dio. Diversi sono i motivi per cui risulta sempre più difficile maturare una fede religiosa nel mondo contemporaneo.
    Un primo ostacolo riguarda la complessità della società attuale che trova nuove spiegazioni scientifiche ed amplia le prospettive e gli orizzonti di senso dell’esistenza. La velocità delle comunicazioni apre a continui stimoli ed esperienze, caricando di stress ed aspettative i vissuti personali. Tutto ciò può stancare e disorientare, alimentare tensioni, dubbi ed interrogativi che non sempre trovano risposta nell’ambito della fede.
    Inoltre, i giovani avvertono che la società in cui vivono oggi è instabile e frenetica, ed anche se offre molte possibilità di scelta è «carente di risposte decisive per la vita».[27] Questa mancanza è avvertita anche nei confronti del magistero ecclesiale che continua a preoccuparsi di norme e precetti morali piuttosto che puntare sugli aspetti vitali del messaggio religioso.[28]
    Nelle risposte dei giovani serpeggiano sentimenti di delusione verso il mondo adulto che avrebbe dovuto fare da guida nel cammino presente ed orientare verso scelte e decisioni future. Scuola, famiglia, chiesa, istituzioni politiche anche se hanno indicato mete, additato valori, proposto itinerari hanno mancato di credibilità non tanto per mancanza di coerenza ma perché si sono mostrati poco ospitali verso i giovani, non offrendo loro spazi, tempi, opportunità di crescita. Il risultato è che i giovani sono stati privati di tensione progettuale e di impegno non solo nel campo ecclesiale, ma anche nel campo sociale e politico. I giovani percepiscono la loro situazione marginale e si sentono orfani di qualcuno che li prenda sul serio e sia disposto a scommettere su di loro.[29]
    Da queste osservazioni possiamo trarre alcune considerazioni. Data la complessità attuale, il credere non è più favorito dal contesto socio-culturale ma esige lo sforzo personale di andare controcorrente, l’impegno della costanza quotidiana, la continua verifica del cammino percorso. Tutti elementi che non devono essere ingenuamente sottaciuti, ma presentati ai giovani nelle loro dinamiche valoriali e come condizioni di possibilità per l’esercizio della fede. Tutto ciò che costa (tempo, impegno, sacrifici) vale, e proprio per questo vale la pena affrontarne i costi. Inoltre, i giovani avvertono l’esigenza di confrontarsi con la vitalità della fede piuttosto che accettare acriticamente un bagaglio di contenuti precettistici e moralistici. Bisogna credere maggiormente nella capacità critica dei giovani di interrogarsi sui fondamenti della fede, di vagliarla alla luce della ragione, di metterla a confronto con le dinamiche della vita quotidiana e delle proprie esperienze.
    I giovani non si accontentano di una fede riscaldata ma vogliono farsi riscaldare l’intelligenza ed il cuore dagli inediti intrecci di vita, fede, ragione ed esperienza. Prima ancora di colmare un vuoto o rispondere a un desiderio di maggiore pienezza, la fede deve essere aderente al mondo della vita.
    Infine, se i giovani si sentono smarriti, quasi orfani esistenziali,[30] non bisogna avere timore di entrare nella loro esistenza per offrire la paternità che riscalda il cuore, fa crescere nell’identità ed orienta la vita nella libertà di una ricerca comune appassionata ed appassionante.

    Per la riflessione:
    - Dalle ricerche sui giovani emerge una forte predilezione per gli aspetti vitali della fede. Quanto conosciamo realmente la vita dei nostri giovani? Quando hanno la possibilità di raccontarla e come la ascoltiamo? Proviamo a tracciare un elenco dei punti luminosi ed oscuri della loro vita. Che profilo ne risulta? Quali potrebbero essere i punti di accessibilità per la fede?
    - La famiglia è ancora un valore fondamentale per i giovani. Costruiamo relazioni che hanno il sapore dell’ambiente familiare? Quali pensiamo che siano le caratteristiche più importanti del clima di famiglia? Abbiamo mai pensato al reciproco sostegno che famiglia e Chiesa possono darsi e possono dare al cammino formativo dei giovani? Da dove si potrebbe iniziare un cammino comune?
    - Dopo la lettura sulle dinamiche della fede dei giovani, quali elementi ci hanno maggiormente impressionato? Che visione di giovane avevamo e con quali punti l’abbiamo integrata? Come penseremo di risolvere le seguenti polarità: memoria del passato e progetti per il futuro; trasmissione unilaterale della fede e dialogo reciproco sulla fede; fede dei giovani e fiducia nei giovani; testimoni della fede ed intelligenza critica della fede.

    NOTE

    [1] Cfr. G. Bianchi – R. Salvi, Gioventù, in: F. Demarchi – A. Ellena – B. Cattarinussi (edd.), Nuovo Dizionario di sociologia, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1987, 926.
    [2] Di solito con il termine “giovani” si fa riferimento alle persone d’età compresa tra i 16 e 29 anni; nel documento preparatorio al prossimo sinodo sui giovani si precisa che «la giovinezza, più che indicare una categoria di persone, è una fase della vita che ciascuna generazione reinterpreta in modo unico e irripetibile»: Sinodo dei vescovi. XV Assemblea Generale Ordinaria, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Documento preparatorio e questionario, LDC, Leumann (TO) 2017, 28.
    [3] Francesco, Lettera ai giovani in occasione della presentazione del Documento Preparatorio della XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei vescovi, (13 gennaio 2017).
    [4] P. Donati, La novità di una ricerca. Pensare i giovani «generazionalmente», in: P. Donati – I. Colozzi (edd.), Giovani e generazioni. Quando si cresce in una società eticamente neutra, Il Mulino, Bologna 1997, 11.
    [5] Cfr. U. Lorenzi, Gioia e fatica del nuovo nella pastorale con i giovani, in: D. Castenetto (ed.), Spiritualità giovanile e responsabilità formative nel cristianesimo contemporaneo, Glossa, Milano 2009, 104-108.
    [6] C. Giuliadori, Presentazione, in: R. Bichi – P. Bignardi (edd.), Dio a modo mio. Giovani e fede in Italia, Vita e Pensiero, Milano 2015, VII.
    [7] Cfr. ibidem, X.
    [8] R. Bichi – P. Bignardi (edd.), Dio a modo mio. Giovani e fede in Italia, Vita e Pensiero, Milano 2015.
    [9] Cfr. C. Pasqualini, I percorsi di fede dei giovani (di) oggi, in: R. Bichi – P. Bignardi (edd.), Dio a modo mio, 15-25.
    [10] Cfr. A. Martelli, Pastorale giovanile e famiglia. Editoriale, in “Note di pastorale giovanile” 50 (2016/4) 4.
    [11] Cfr. Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes, Costituzione pastorale su «La Chiesa nel mondo contemporaneo» (=GS), 7 dicembre 1965, n. 52; Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio. Esortazione apostolica circa i compiti della famiglia nel mondo di oggi (=FC), 22 novembre 1981, n. 37.
    [12] Francesco, Amoris Laetitia (=AL). Esortazione apostolica postsinodale sull’amore nella famiglia, (19 marzo 2016), n. 276.
    [13] S. Alfieri – M. Brambilla – E. Marta, “Seconda stella a destra…e poi la strada la trovi da te”. Famiglia e percorso di fede dei giovani adulti, in: R. Bichi – P. Bignardi (edd.), Dio a modo mio, 117.
    [14] Ibidem, 119.
    [15] Ibidem, 120-121.
    [16] Ibidem, 121
    [17] Cfr. P. Triani, Il rapporto con la Chiesa, in: R. Bichi – P. Bignardi (edd.), Dio a modo mio, 93-103.
    [18] Cfr. G. Goccini, L’odore delle pecore. La figura del sacerdote, in: R. Bichi – P. Bignardi (edd.), Dio a modo mio, 105-116.
    [19] F. Garelli, Piccoli atei crescono. Davvero una generazione senza Dio?, Il Mulino, Bologna 2016.
    [20] A. Matteo, La prima generazione incredula. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede, Rubettino, Soveria Mannelli 2010, 15.
    [21] Cfr. F. Garelli, Piccoli atei crescono, 19-36.
    [22] Ibidem, 28.
    [23] Cfr. F. Garelli, Piccoli atei crescono, 41-57.
    [24] Ibidem, 45.
    [25] Ibidem, 57.
    [26] Cfr. ibidem, 62-74.
    [27] Ibidem, 64.
    [28] Cfr. ibidem, 71.
    [29] Cfr. ibidem, 174.
    [30] «Il sentimento di essere orfani che sperimentano oggi molti bambini e giovani è più profondo di quanto pensiamo»: (AL 173).


    T e r z a
    p a g i n A


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