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    BUONA STOFFA /2. “Facciamo un bell’abito per il Signore”


    Per un artigianato dell’accompagnamento salesiano

    Ufficio Nazionale Vocazioni - Salesiani Don Bosco – Italia

    (NPG 2018-03-19)

     

    2. “Facciamo un bell’abito per il Signore”

    «Beato chi trova in Te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio».[1] È il segreto di un cuore giovane. Il sorgere impetuoso di un desiderio più grande, mai sperimentato prima, che illumina il mare di una luce nuova e ti dona il coraggio e la forza di fare sul serio. Di prendere il largo. Non sono più le fantasie di un bambino. È il mare aperto che si spalanca, immenso, davanti agli occhi.
    Miracolo di quell’età meravigliosa e complessa in cui si entra bambini e si esce uomini. Si esce dal porto. Si mollano gli ormeggi sicuri e si salpa, guardando alla traversata della vita come a una promessa di bene e di pienezza, per cui vale la pena issare le vele e rischiare.
    E beato quell’uomo che, quando giungerà alla fine del suo santo viaggio, potrà dire che, nonostante tutto e malgrado qualche naufragio, ne è valsa la pena. Ne è valsa la vita!
    Becchi, 2 ottobre 1854. Mattino presto. Ad andargli incontro, accompagnato dal padre, un ragazzino.
    Verso quanti giovani don Bosco ha ormai fatto il primo passo? Sono già centinaia. Questa volta il contrario: con il volto ilare è Domenico che viene avanti per parlargli. Lo ricorderà nitidamente, narrandone la vita: «l’aria ridente ma rispettosa trasse verso di lui i miei sguardi».[2]
    Quello che accade quel lunedì di ottobre, nel cortile dei Becchi, è un evento dello Spirito, un evento che per don Bosco sarà di assoluta importanza per comprendere il carisma che ha ricevuto e per lasciarsi plasmare dal Signore come un sarto di anime. Come un pastore vero, un padre.
    Tanti anni dopo,[3] passeggiando in quella povera aia, mostrerà a don Barberis il punto preciso di quel loro primo incontro. Un dialogo indelebile nella sua memoria: poche battute, nessun convenevole, «e siamo entrati tosto in confidenza egli con me, io con lui».[4] Una confidenza nuova, reciproca. Familiare. Oggi diremmo salesiana.
    In pochi minuti, don Bosco scopre con stupore che quel dodicenne, che gli appare così gracile, ha un segreto, la vera trama di quella sua buona stoffa. «Conobbi un animo tutto secondo lo Spirito del Signore».[5] Tutto: ecco il segreto. Si è dato senza riserve a Dio. Senza più tenere nulla per sé.
    «A che può servire?».[6] Una buona stoffa. Eccellente. Ma a cosa può servire? Il viaggio di Domenico trova qui il suo snodo. Questo ragazzino, con una semplice domanda rovescia e stravolge la prospettiva. A cosa può servire questa buona stoffa?
    Non trattiene su di sé lo sguardo di don Bosco. Non si guarda. Non si ammira. Non è forse il narcisismo la tentazione propria dell’adolescenza? Un’adolescenza riuscita è quella che si espone al rischio del dono. Ecco il suo amore profondo per Gesù Eucaristia, la sua devozione tenerissima all’Immacolata. Non eccessi bigotti. Ma il segreto per prendere sul serio quella rivoluzione di vita e di amore che è l’adolescenza.
    «Dunque io sono la stoffa; ella ne sia il sarto; dunque mi prenda con lei e farà un bell'abito pel Signore».[7]
    02 ottobre 1854. Nell’aia della cascina dei Becchi. Una stoffa buona consegnata completamente al Signore, nelle mani di un sarto. Libera, disponibile ad essere tagliata, piegata, cucita. Un sarto umile, che se ne intende di stoffe. Così tanto da lasciarsi cucire e tagliare da un dodicenne con il volto ilare. È la sartoria di Valdocco che, da quel mattino, non sarà più la stessa.
    Avrà una peculiarità unica. I ragazzi, le stoffe pregiate e preziose, non saranno più semplicemente destinatari delle cure e della missione di don Bosco. Saranno parte attiva del commercio di stoffe. Cofondatori con lui, della sua nuova famiglia religiosa.
    Abiti belli per il Signore. Uomini veri. Che salperanno dal cortile dell’oratorio, con fede e coraggio, per affrontare la vita e il mare aperto. E compiere il santo viaggio.

    Illuminati dalla metafora della stoffa e del sarto, che Domenico Savio rilancia con preziosità nel primo dialogo con don Bosco, gli occhi sono pronti a rileggere l’esperienza di accompagnamento che si è fatta concreta nel primo oratorio di San Giovanni Bosco a Torino. È il tentativo di questo secondo capitolo, che attinge a piene mani dal lavoro svolto in occasione del Seminario sull’accompagnamento spirituale a servizio del discernimento vocazionale dal titolo “Sarti santi dal 1841”, celebrato nel febbraio del 2016.

    LA SARTORIA: UNA COMUNITÀ CHE ACCOMPAGNA

    Nella sartoria si incontrano le stoffe, le buone stoffe, con il sarto, i sarti, i sarti santi. È un’immagine che richiama un laboratorio dinamico, fatto di tagli, di scelte, di cuciture, di intrecci, di orditi, di tessuti preziosi, di metri, di abiti abbozzati e di splendide tessiture. È l’ambiente,[8] è la comunità, vero e proprio laboratorio ove stoffe e sarti si comprendono all’interno di un progetto più ampio.

    Alcune premesse sembrano necessarie: l’evangelizzazione e l’educazione sono sempre azioni ecclesiali. Per tale motivo, tutti (ministri ordinati, consacrati, laici, giovani e meno giovani), vivendo la condivisione dei differenti doni e ministeri, sono soggetti attivi a servizio della missione comune. La comunità tutta è, al tempo stesso, soggetto e oggetto, ambito e metodo dell’azione educativo-pastorale, che ha come prassi preferenziale quella dell’accompagnamento.

    L’ambiente educativo

    L’accompagnamento che la comunità vive e offre è anzitutto quello d’ambiente, rendendosi “casa” accogliente e abitabile per tutti, dove i giovani si sentono a casa propria, una trama di relazioni con adulti significativi. Per rendere tale una comunità è necessaria un’intenzionalità progettuale ed educativa per vivere alla presenza di Dio, diventando esperienza di Chiesa che accompagna all’incontro personale con il Cristo,[9] impastata di progettualità chiara, vicinanza concreta, spessore teologico. La declinazione salesiana di tale dinamica può essere percepita, ad esempio, in ciò che porta Michele Magone al pianto inconsolabile ai Becchi.[10]
    L’ambiente, inoltre, si rivela come una comunità educativo-pastorale strutturata, nella quale, in un fecondo e mutuo sostegno, si costruiscono gradualmente relazioni amicali, paterne, personali, di gruppo, profonde, libere e liberanti. L’organizzazione e il coordinamento sono attenzioni essenziali per qualunque ambiente educativo,[11] mettendo in rete tutti i corresponsabili. In questo tessuto di relazioni i giovani diventano protagonisti della propria crescita e maturazione, attraverso itinerari di formazione integrale, fino a giungere al dialogo personale e confidente con l’educatore. È qui che l’accompagnatore sapiente conduce amorevolmente fino all’incontro con il Signore della storia. Ed è qui che a sua volta il giovane elegge l’educatore a “proprio” educatore. Eloquente a tale proposito la svolta che porta Michele Magone a consegnarsi nelle mani di don Bosco, che gli dice di aver bisogno che lo lasciasse «un momento padrone del suo cuore».[12]
    Per condurre alle vette della santità dell’ordinario l’ambiente lancia continuamente stimoli di crescita, anche tramite modelli da imitare, favorendo un impegno costante di formazione permanente di qualità a tutti i livelli: spirituale, cristiana, carismatica.[13] Inoltre, poiché il giovane ha bisogno di stabilire rapporti educativi e di identificazione, l’accompagnamento d’ambiente assicura relazioni aperte con giovani ed adulti che hanno già compiuto delle scelte di servizio educative. Basti pensare al desiderio e alla bella tensione di crescita che si respira a Valdocco intorno a Domenico Savio, Michele Magone e Francesco Besucco.[15]
    Le comunità che non si costruiscono pazientemente così e che non si preoccupano di essere intenzionalmente educative generano ambienti che non tessono virtù. Leggere “Valentino”[16] ci ricorda il rischio di un ambiente che può rallentare la crescita di un giovane, non valorizzandone le reali potenzialità e accontentandosi di proporre un impegno superficiale.

    Il gruppo e le relazioni fra amici

    Il gruppo giovanile [17]
    All’interno di ciascuna comunità educativo-pastorale i gruppi rappresentano un luogo privilegiato di accompagnamento, poiché permettono di curarne la gradualità e la differenziazione, in un unico itinerario di educazione ed evangelizzazione. Consentono, infatti, ai giovani di sentirsi coinvolti a partire dai propri interessi, valorizzando il loro protagonismo; di inventare ed esprimere iniziative; di elaborare i valori con le categorie culturali cui sono più sensibili. Il gruppo giovanile è il luogo dell’incontro fra le loro attese-domande e le proposte di valore e di fede; il luogo dell’assunzione graduale e vitale di uno stile di vita cristiano.

    Le amicizie
    Il coinvolgimento dei giovani a Valdocco giunge al co-protagonismo, da intendere non solo come collaborazione all’educatore, ma anche come stimolo apostolico nella diffusione del bene e nel servizio. Paradigmatico in questo senso è il cosiddetto “Sistema delle Compagnie”[18] e, fra di esse, la Compagnia dell’Immacolata: in essa gioca un ruolo particolare l’amicizia, legame libero e virtuoso, sostegno nel cammino credente, luogo di servizio concreto per i più fragili.[19] È l’amicizia che sostiene il percorso personale di Domenico Savio e compagni e il loro impegno apostolico: vivono interessandosi al vero bene dei loro coetanei, impegnandosi a farli maturare attraverso una vicinanza costante, discreta e stimolante, come dei veri e propri “angeli custodi”. È la dimensione concreta e apostolica della Compagnia.[20]

    La relazione personale

    Nella tradizione salesiana, possiamo individuare tre caratteristiche del cammino personalizzato di accompagnamento di ciascun giovane: graduale, libero, liberante.

    Graduale
    Don Bosco incontra centinaia di giovani con la pazienza di chi sa accoglierli al punto in cui si trova la loro libertà. I tempi delle scelte e delle esperienze non sono i medesimi in tutti e neppure sono uguali le situazioni e le decisioni di fronte alle quali i giovani si trovano.[21] Don Bosco infatti mostra un crescendo di profondità: ad esempio, nel primo incontro con Michele Magone, parte dalla domanda «quanti anni hai?» per arrivare a proporgli di «abbandonare la vita da monello».[22]
    L’accoglienza richiama il primo momento di incontro, ma l’educazione richiede un accompagnamento sereno e prolungato. E quanto è graduale l’inserimento nell’ambiente lo si coglie dall’importanza data al gioco, alla ricreazione, alla festa, a tanti momenti che non richiedono un particolare impegno, ma semplicemente, una disponibilità. Nel graduale accompagnamento, spesso affidato agli stessi coetanei, si mostra tutta la pazienza e la sapienza metodologica di don Bosco. Poche e piccole regole sussurrate all’orecchio dagli stessi compagni, il graduale inserimento nella scuola, l’accompagnamento e l’affiancamento di quelli che fanno più difficoltà.
    Come un padre dopo aver generato è chiamato ad allevare-educare il figlio, così l’educatore è chiamato non solo ad accogliere, ma ad accompagnare il processo di crescita.[23]
    Ci sono, a tal riguardo, due manifestazioni principali: l'amicizia e la paternità. La prima ricorre spessissimo nelle narrazioni di don Bosco sulla sua esperienza personale e sulla sua prassi educativa. I gesti e la volontà di familiarità, nella relazione educativa, sono elementi essenziali per un’amicizia profonda. Essa a sua volta genera confidenza e la confidenza rende disponibile il cuore ad accogliere la proposta educativa.
    Una delle espressioni concrete dell’amicizia è l’assistenza intesa come desiderio di stare con i ragazzi e condividere la loro vita.
    L’accoglienza, l’amicizia, l’assistenza culminano in una manifestazione singolarissima: la paternità, che offre guida e insegnamento vitale ed esige disciplina e impegno. Si manifesta soprattutto nel “saper parlare al cuore”, in maniera personalizzante, svelando la portata e il senso di quello che i giovani stanno vivendo in modo da toccare la coscienza, la profondità e aiutarli ad acquisire una sapienza con cui affrontare gioie, problemi e prove, in un parlare che comunica l’arte di vivere.[24]
    Occorrono persone che abbiano il dono dell’ascolto e accettino la responsabilità educativa di assistere i giovani, particolarmente nel loro sforzo di crescita. Camminare accanto ad ogni giovane per aiutarlo a individuare la sua strada è un’esperienza umana e di fede che lascia nella sua vita un’impronta permanente.[25]

    Libera
    La seconda condizione per poter far crescere un giovane è la libertà. Eloquente a tal riguardo è il colloquio tra Michele Magone e don Bosco, che gli lascia la possibilità di esprimersi e non pretendere di affrettare il passo: «Non voglio per ora entrare in cose di coscienza; ti darò solamente le norme per aggiustare ogni cosa».[26] Gli prepara la strada per l’incontro sacramentale, ma lo lascia libero di scegliere quando e come viverlo.
    Arrivato il momento opportuno, Don Bosco “bussa” con delicatezza: «Avrei bisogno che tu mi lasciassi un momento padrone del tuo cuore».[27] Non obbliga, ma è capace di far vibrare le corde del sano orgoglio, con pacata persuasione e intelligente profondità: «Quindi a modo di scherzo gli dissi: Come! tu sei quel generale Michele Magone capo di tutta la banda di Carmagnola? Che generale tu sei! Non sei più in grado di esprimere colle parole quanto ti duole nell’animo!».[28]
    È ciò di cui ha bisogno Michele. Ogni giovane, infatti, sentendo il peso della molteplicità delle proposte che lo raggiungono e la fatica interiore di doverle vagliare in vista della propria crescita, desidera uno spazio - affettivamente carico ma rispettoso della sua libertà - che gli permetta di “respirare”, di interrogarsi, di esercitare la propria responsabilità; uno spazio dove trovare appoggio per potersi pazientemente appropriare di se stesso.[29] La proposta affascinante e autentica dell’educatore e il desiderio di appropriazione della verità da parte del giovane si incontrano nell’unico terreno possibile: la libertà interiore, colma di fiducia dell’adulto, e la libertà del giovane che accoglie con ponderatezza e fiducia.
    Tecnicamente questo richiede che si garantiscano tempi e luoghi dove il comunicare personale non sia né impedito, né frettoloso.[30]

    Liberante
    La gradualità necessita una meta chiara cui tendere; allo stesso tempo la libertà richiede un fine verso il quale orientare le proprie energie. Don Bosco ha chiaro questo, indicando ai suoi giovani la vita di fede come realtà concreta e possibile, profonda e coinvolgente. Essa libera dal peso dell’egoismo e potenzia i desideri più autentici dell’adolescente, coinvolgendolo nel suo cammino e rendendolo protagonista.
    L’azione salesiana infatti vuole svegliare nel giovane una collaborazione attiva e critica al cammino educativo, misurata sulle sue possibilità, scelte ed esperienze personali: la ricerca di motivazioni di fondo per vivere; il bisogno di chiarezza in un momento puntuale; il desiderio di dialogo e discernimento; l’interiorizzazione delle esperienze quotidiane per decifrarne i messaggi; il confronto e l’istanza critica; la riconciliazione con se stessi e il recupero della calma interiore; il consolidamento della maturità personale e cristiana; una proposta chiara ed esplicita, mediante incontri, testimonianze, esperienze, informazioni sulle diverse vocazioni nei vari ambiti della vita (il fidanzamento, il matrimonio, il sacerdozio ministeriale, la vita consacrata).[31]
    La proposta costante e frequente dei sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia permette al giovane di attingere a fonti certe di dedizione incondizionata, rendendolo realmente coprotagonista con Dio del proprio futuro.

    IL SARTO: COLUI CHE ACCOMPAGNA

    Essere sarto è il compito che Domenico Savio affida a don Bosco, riconoscendosi come stoffa e mettendosi nelle sue mani, per fare un bell’abito per il Signore. Essere sarti, compito per educatori: consacrati, laici, giovani e adulti. Arte da imparare sulle ginocchia della propria comunità.

    La stoffa del sarto

    La fecondità dell’oratorio di don Bosco, quanto a scelte vocazionali dei ragazzi, è davvero incredibile. Viene naturale chiedersi: “Come ha saputo don Bosco prendersi cura così efficacemente della vita dei suoi ragazzi?”. Risponde un testimone autorevole: «Ora vi dirò la ragione, il motivo, la causa per cui Don Bosco si è fatto santo. Don Bosco si è fatto santo perché nutrì la sua vita di Dio, perché nutrì la vita nostra di Dio».[32] Un santo - don Orione - diverso da don Bosco, ma cresciuto alla sua scuola, mette a fuoco la qualità centrale per un accompagnatore spirituale: egli è guida illuminata, perché è discepolo fedele e consegnato. Porta a Dio, perché di Dio si nutre abitualmente. Di uomini così se ne sente l’intimo bisogno, uomini che - direbbe Papa Francesco - a partire dalla loro esperienza di accompagnamento sanno condurre le pecore lontane dai lupi.[33] Insomma si potrebbe dire che don Bosco ha saputo accompagnare perché non ha mai smesso di prendersi cura della propria stoffa lasciandosi accompagnare a sua volta.
    Il rapporto tra don Bosco e don Cafasso sembra essere a tal proposito paradigmatico. In questa trama relazionale di accompagnamento don Bosco ha maturato le sue scelte fondamentali e ha imparato ad accompagnare i suoi ragazzi. Con don Cafasso ha vissuto un accompagnamento sacramentale, specialmente nella frequente confessione. A lui ha consegnato desideri, aspirazioni e paure per essere aiutato nel discernimento della scelta vocazionale e nei progetti pastorali affinché tutto sia fatto nella volontà di Dio. «Dipendeva da lui in ogni cosa, sia nel regolare la propria coscienza, sia nell'indirizzo delle opere esterne che andava svolgendo».[34]

    La capacità di ascoltare i ragazzi

    «Egli era sempre in mezzo a noi», testimoniano i primi ragazzi. Lo trovavano in mezzo al cortile, pronto e disponibile a “stare in mezzo” a tutto ciò che li riguardava e stava loro a cuore. Senza mai perdere di vista nessuno, don Bosco sapeva accorgersi di ciascuno. Una presenza forte ed amorevole, uno sguardo affabile e cordiale. Le Memorie Biografiche lo descrivono così in innumerevoli occasioni, mentre studia ogni modo ed ogni strategia per farsi prossimo e guadagnare la confidenza sia dei giovani più impegnati come di quelli più in disparte, magari seduti ai margini a guardare, disinteressati o con ancora la nostalgia di casa. L’arte dell’accompagnamento salesiano svela, nel clima vivace e chiassoso di una polverosa ricreazione di Valdocco, la sua condizione base: esserci. L’educatore salesiano deve essere fisicamente in mezzo ai ragazzi, non solo disponibile al dialogo, ma suo infaticabile promotore.
    «La Chiesa dovrà iniziare i suoi membri – sacerdoti, religiosi e laici – a questa “arte dell’accompagnamento”, perché tutti imparino sempre a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro (cfr Es 3,5)».[35] L’arte dell’accompagnamento si configura, nella sua coloritura salesiana, in una particolare uest’accessibilità e vicinanza dell’educatore. La sua capacità d’ascolto matura in una continua ascesi, in una vera e propria prossimità generativa. L’accompagnamento salesiano, all’apparenza così ordinario e leggero, chiede all’accompagnatore raccoglimento ed equilibrio. Il segreto dello sguardo di don Bosco e del suo ascolto profondo delle parole e dei silenzi dei suoi ragazzi risiede nel suo cuore di padre: libero da ogni interesse personale, abitato da Dio. Solo chi ha la semplicità e la limpidezza degli uomini di Dio può accogliere un giovane nella condizione in cui si trova, accorgersi dei suoi bisogni, rispettare i suoi desideri più profondi e custodirne le confidenze più intime.

    Una partecipazione interiore alla Pasqua di Gesù

    Le Memorie Biografiche narrando il famoso episodio del colera, riportano una pagina mirabile e poco conosciuta. Allo scoppio dell’epidemia, il primo pensiero di don Bosco è quello di offrirsi vittima al Signore, perché nessuno dei suoi ragazzi ne sia contagiato. Sono le parole di un pastore, di un padre, pronto a tutto per i suoi figli: «Mio Dio, percuotete il pastore, ma risparmiate il tenero gregge». E quindi rivolgendosi a Maria continua: «Maria, (…) preservatemi questi amati figli; e qualora il Signore volesse una vittima tra noi, eccomi pronto a morire».[36]
    È per questa offerta di sé che don Bosco potrà proporre ai suoi ragazzi di scendere per le strade di Torino a prestare soccorso e conforto ai colerosi. È la chiave dell’accompagnamento, ed in particolare di quello che è il suo vertice, l’accompagnamento vocazionale. Ne è la chiave, perché è il cuore della generatività.
    Si comprende bene come l’efficacia di ogni azione educativa, e dell’accompagnamento personale in particolare, non risiede primariamente di tutto nella cura delle tecniche, ma nell’intima e segreta partecipazione alla Pasqua di Gesù. La vera pastorale è solo quella del buon Pastore, che dà la vita per le sue pecorelle. Tanta fatica da parte dei Salesiani e delle Comunità ad accompagnare i giovani nel discernimento vocazionale veniva rintracciata da don Vecchi proprio nell’ignoranza della piena maturità dell’azione pastorale, confusa con una tanto rumorosa quanto sterile opera di intrattenimento.[37]
    Don Bosco, già a 39 anni, è capace di un abbandono completo nelle mani del Signore, di una totalità che rende così feconda la sua paternità da permettergli di instaurare con i suoi ragazzi legami profondi e sempre assolutamente liberi. A fidarsi delle sue parole e a scendere nelle strade a servizio dei colerosi, ci sono, l’uno accanto all’altro, sia Michele Rua che Giovanni Cagliero. Entrambi figli di don Bosco, impregnati del suo spirito, sono tra di loro assai diversi, pienamente se stessi. Così è di ogni vero educatore: tanto più accompagna, tanto più genera, vincendo ogni tentazione di proiezione e di omologazione, sa riconoscere e coltivare quell’unicità che Dio dona ad ogni uomo.
    La storia di don Bosco ci mostra come la forma cristiana di questa generatività, prima che nell’offerta al Signore della propria vita, sta nella consegna umile e fiduciosa delle proprie debolezze e delle proprie ferite. Don Bosco, padre e maestro dei giovani, è un orfano. Il suo primo ricordo, traumatico, sono le parole di mamma Margherita: «Tu non hai più padre».[38]

    LA STOFFA: COLUI CHE È ACCOMPAGNATO

    La stoffa è ogni ragazzo, ogni giovane che sta vivendo la stagione della sua crescita come tempo di formazione, di desiderio, di sogni, di prova… È il giovane che prende gradualmente consapevolezza delle proprie qualità, che si interroga su quale sia il sogno di Dio su di sé, che si lascia interpellare da quanto lo circonda, che desidera che la sua potenza d’amore prenda una forma concreta di vita.

    Accoglienza di “qualsiasi” stoffa

    La prassi educativa di don Bosco testimonia una sua particolare attenzione e arte nell’accoglienza dei giovani, capace di creare subito empatia e relazioni profonde. Tutta la sua sapienza educativa si rendeva palese nella cordialità del primo approccio e nella semplicità dell’accoglienza. Solo dopo essere stato accettato come amico premuroso, si presenta come prete preoccupato dei valori spirituali. In tal senso sono esemplificativi i racconti dei primi incontri con Bartolomeo Garelli,[39] Michele Magone[40] e Domenico Savio,[41] dove attraverso un dialogo semplice e cordiale, con gradualità l’educatore entra a far parte della vita del giovane. In modo particolare, l’incontro con Magone mette in luce la particolare capacità di don Bosco di sapere accogliere qualsiasi giovane, anche chi si presenta come apparentemente non aperto al dialogo e al confronto. Don Bosco non mette etichette, non classifica i ragazzi più difficili come “perduti” e “irrecuperabili”, ma si accosta loro con premura e attenzione, offrendo a ciascuno la propria vicinanza e il proprio accompagnamento educativo. La relazione educativa esige entrare in empatia profonda con i giovani: un cuore grande, attento ad intravedere ciò che il giovane “è” e anche quello che, attraverso un accompagnamento e una cura educativa, “potrebbe essere”. Don Bosco infatti «parla e scrive di una generale disponibilità positiva dell’età giovanile alla maturità morale e educativa, quando sia tempestivamente coltivata, per l’impegno degli educatori e del giovane stesso».[42] Quanto è necessario questo sguardo in ottica vocazionale! Ne deriva che l’esperienza dell’accompagnamento non sia da riservare solo ai “buoni”, ma a tutti i giovani. Richiedono una cura particolare coloro che lasciano intravedere, all’occhio attento dell’educatore, segni di vocazione apostolica. È quindi un “diritto” di ciascun giovane essere accolto lì dove si trova e a essere “accompagnato” verso gli orizzonti di grazia, secondo i doni singolari di ciascuno.

    Le tre “S”

    Don Bosco, per aiutare il giovane a scoprire la propria vocazione, pone in essere tre principi pratici che lui chiama le tre “S”: «Io vi assicuro che vi raccomando ogni giorno nella Santa Messa, domandando per ognuno i tre soliti S, che i nostri sagaci giovani tosto sanno interpretare: sanità, sapienza, santità».[43] Con queste tre attenzioni egli vuole essere vicino alla persona del giovane così come egli è, ma anche stimolare l’accompagnato a un’adesione libera e consapevole per “un ideale di vita alto” cui tendere.
    La sanità diviene pertanto l’acquisizione di uno stile di vita sano che porta il giovane a conservare la propria salute ed evitare la malattia. Vivere l’allegria e lo sport con il gruppo dei pari, curare l’igiene del corpo e il modo di presentarsi agli altri, la temperanza nel cibo e nel riposo, guardarsi dagli eccessi, evitare gli stili di vita che intaccano la salute, ricercare ciò che il buon Dio dona ai suoi figli come “bello”, sono alcuni consigli che il padre e maestro della gioventù offre come progetto di vita.
    La sapienza, o studio, favorisce nel giovane la costruzione della propria identità, l’acquisizione di competenze per il mondo del lavoro (così da guadagnare onestamente il pane), l’adempimento esatto dei doveri[44] e il saper discernere ciò che è vero ed essenziale da ciò che è falso e superfluo. È dedizione piena al proprio dovere e gusto per il lavoro:[45] quotidiano, fatto senza sbuffare, con dedizione, competenza, gusto e fantasia.
    La santità è la ricerca quotidiana del “Bene”. È quella moralità e preghiera che tiene unite sia la sanità che la sapienza. Per don Bosco il giovane che ha una buona condotta morale, progredisce facilmente sia nello studio che nella sanità e raggiunge speditamente il sommo bene che è la salvezza dell’anima.[46] Tematica ordinaria nella predicazione, la santità veniva proposta come meta accessibile per ciascuno.[47]

    La meta: una vita all’insegna del dono di sé

    L’accompagnamento spirituale conduce sempre più verso Dio, in cui possiamo raggiungere la vera libertà,[48] intesa come opportunità per vivere da uomini liberi “per”.[49] Si è realmente liberi perché si è maturata la capacità di governare la propria vita costruendo un rapporto significativo con sé stessi e con gli altri.[50] Ricordava Papa Benedetto XVI: «Diventate grandi se siete capaci di fare della vostra vita un dono agli altri, non di cercare se stessi, ma di dare se stessi agli altri: questa è la scuola dell’amore».[51] Diceva infatti don Bosco di Domenico Savio: «Il pensiero di guadagnar anime a Dio lo accompagnava ovunque. In tempo libero era l’anima della ricreazione; ma quanto diceva o faceva tendeva sempre al bene morale di sé o di altri».[52] Tale prospettiva ben si concilia con un adeguato concetto di vocazione in cui la libertà gioca un ruolo ineludibile. La scoperta, l’accettazione e la perseveranza di ogni vocazione, oltre che all’iniziativa divina, sono legate alla libertà dell’individuo che sceglie generosamente di offrire a Dio la propria collaborazione.[53]
    Libertà e dono di sé appaiono pertanto come mete del cammino dell’accompagnamento e allo stesso tempo sono la verifica di una vita centrata e costruita in Cristo. Sono elementi che nella prassi dell’accompagnamento non possono essere smarriti, pena la perdita di senso rispetto ad una vita che vuole dirsi cristianamente realizzata.

    NOTE

    [1] Sal 83, 6.
    [2] G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico, in Istituto Storico Salesiano, Fonti Salesiane, LAS Roma 2014, 1039.
    [3] ibidem.
    [4] ibidem.
    [5] ibidem.
    [6] ibidem.
    [7] ibidem.
    [8] cfr. Messis Multa, 49-64.
    [9] cfr. La pastorale giovanile salesiana. Quadro di riferimento (QRPG), Dicastero per la PG 2014.
    [10] G. Bosco, Cenno biografico del giovanetto Magone Michele, in Istituto Storico Salesiano, Fonti Salesiane, LAS Roma 2014, 1097.
    [11] cfr. QRPG, 114.
    [12] G. Bosco, Cenno biografico del giovinetto Magone Michele, cit., 1096 1097.
    [13] ibidem.
    [15] G. Bosco, Il pastorello delle Alpi, in Istituto Storico Salesiano, Fonti Salesiane, LAS Roma 2014,
    1130-1169.
    [16] In Opere edite, prima serie: Libri e opuscoli (ristampa anastatica), 37 vol., LAS (Roma 1977-1978),
    Vol. XVII (1866-1867).
    [17] cfr. QRPG, 115
    [18] Cfr. Messis multa, 67-71.
    [19] Illuminanti a tale proposito sono alcuni brani di don Alberto Caviglia, Savio Domenico e don Bosco. Parte prima, libri I-IV, SEI. Torino 1942, 135.184-
    [20] A. Caviglia, Savio Domenico e don Bosco. Parte prima, libro X, SEI. Torino 1942, 461.
    [21] Cfr. QRPG, 116
    [22] G. Bosco. Cenno biografico del giovanetto Magone Michele, cit. 1093.
    [23] J.E. Vecchi, Spiritualità Salesiana. Temi fondamentali, Elledici, Torino 2001, pp. 122ss.
    [24] ivi.
    [25] cfr. QRPG, 117
    [26] G. Bosco, Cenno biografico del giovanetto Magone Michele, cit. 1093.
    [28] ibidem.
    [ ] ibidem.
    [29] cfr. QRPG, 116-117.
    [30] cfr. QRPG, 117.
    [31] Cfr. QRPG, 153.
    [32] P. Chavez, Strenna 2014, ACG 417, 17.
    [33] cfr. Evangelium Gaudium (EG) 171.
    [34] MB IV, 586.
    [35] EG, 169.
    [36] MB V, 82.
    [37] cfr. J.E. Vecchi, ACG 373, 6.
    [38] G. Bosco, Memorie dell’Oratorio, cit., 1174.
    [39] cfr. MB II, 73-75.
    [40] cfr. MB V, 738-741.
    [41] cfr. MB V, 121-124.
    [42] P. Braido, Prevenire non reprimere. Il sistema educativo di don Bosco, “ISS – Studi” 11, Las, Roma 1999, 206.
    [43] cfr. MB, XI, 124.
    [44] G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico, cit., 1174.
    [45] «Lavoro [intellettuale o manuale] vuol dire occupazione del tempo e delle risorse nel miglior modo, attenzione al nostro sviluppo in tutte le sue possibilità, accortezza nelle scelte, dedizione piena» (J.E. VECCHI, Spiritualità salesiana, Elledici, Leumann TO 2001, 103).
    [46] cfr. MB, XI, 15.
    [47] Come non ricordare la famosa predica di don Bosco sulla santità? Per Domenico Savio fu come una scintilla che gli infiammò il cuore di amore di Dio. “Mi sento, diceva, un desiderio e un bisogno di farmi santo. Ora che ho capito che ciò si può effettuare anche stando allegri, io voglio assolutamente e ho assolutamente bisogno di farmi santo. Iddio mi vuole santo e io debbo farmi tale. Voglio farmi santo e sarò infelice finché non sarò santo”. Cfr. Giraudo (ed.), Vita di Domenico Savio, LAS, Roma 2012, 60-61
    [48] cfr. EG 170.
    [49] Nella biografia di don Bosco questo è evidenziato nel commiato con Giuseppe Buzzetti che si può leggere in MB V, 525-526. Si ricordino anche le parole di don Bonetti, scritte a Filippo Rinaldi all’epoca del suo tentennamento vocazionale: “Maria tutto può, ed Essa molte volte non fa le grazie compiute, se non quando vede che noi ci mettiamo all’opera e facciamo già quello che ella ha inspirato. Così sarà di te, come fa di tanti altri”. E. Ceria, Vita del servo di Dio Sac. Filippo Rinaldi, SEI, Torino 1948, p. 23.
    [50] cfr. M. Pacucci, Dizionario dell’educazione, EDB, Bologna 2015, 260-261.
    [51] Benedetto XVI, Discorso del Santo Padre ai ragazzi e i giovanissimi dell’Azione Cattolica Italiana, Roma 30 ottobre 2010.
    [52] G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico, cit., 1050.
    [53] cfr. C. Castagnetti, Vocazione in De Fiores Stefano – Goffi Tullo, Nuovo Dizionario di Spiritualità, Edizioni San Paolo, Milano 19997, 1700.


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