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    Ascoltare il sussurro del maestro interiore


    Sulle spalle dei giganti /4

    La coscienza e lo stile educativo in J.H. NEWMAN

    Chiara Zambon


    (NPG 2018-06-71)



    Tu guida i miei passi, luce gentile,
    non chiedo di vedere assai lontano
    mi basta un passo, solo il primo passo,
    conducimi avanti, luce gentile.[1]

    Non si è educatori per insegnare qualche particolare concetto mentale. Non si è educatori per emozionare o stimolare sentimenti. Non si è educatori per promuovere un’attenzione tutta speciale per una spiritualità. Il cardinal John Henry Newman direbbe invece che si è educatori principalmente per essere angeli custodi della coscienza dei nostri ragazzi, della loro “luce gentile”, e dunque dei processi di discernimento che si accendono nei nostri contesti educativi.
    Sappiamo infatti che l’antropologia biblica propone una visione unitaria dell’uomo, la cui sintesi trova espressione nel cuore (“lev” in ebraico), che si può tradurre anche con coscienza: questa è la sede delle nostre emozioni, che non possiamo disgiungere dai nostri pensieri e neanche dalle nostre scelte. Intelligenza, sentimenti, corpo, spirito, volontà, ombre… la Bibbia, nelle sue narrazioni, non separa in modo così chiaro queste componenti dell’uomo (lo farà piuttosto l’antropologia greco-romana); preferisce indagare l’uomo a tutto tondo, e cogliere la sua sintesi nella interiorità del cuore-coscienza. Anche perché è proprio lì che la voce di Dio parla a ciascuno – passo per passo. Ed è proprio da lì, dall’accompagnare il dialogo tra se stessi e il Maestro interiore, che il metodo educativo di Newman pone le sue basi.

    Un brindisi alla coscienza

    Vissuto lungo il XIX secolo, il J. H. Newman è pienamente uomo del suo tempo e insieme è portatore di alcuni slanci profetici. Nato a Londra nel 1801, percorre tutto l’Ottocento camminando dentro a un percorso esistenziale e spirituale affascinante: dapprima prete anglicano, leggendo i Padri della Chiesa si avvicina al cattolicesimo, e dopo un impegnativo percorso di consapevolezza giocato nella sua coscienza, vi aderisce diventando ministro cattolico all’età di 44 anni, nel 1845.
    Il suo assunto pedagogico e la sua intuizione più potente, su cui soffermarsi anche oggi a riflettere, è appunto il valore sacro della coscienza personale. Ogni epoca però ha le sue paure e le sue resistenze: nell’Ottocento la Chiesa aveva il timore che la coscienza venisse intesa riduttivamente come fondamento dell’assoluta libertà del soggetto, dunque in modo autoreferenziale; come accade anche oggi, la coscienza era confusa con l’arbitrio, l’opinione personale, il sentimento tutto soggettivo. Invece per Newman la dignità della coscienza soggettiva è inseparabile dall’amore per la verità, e dal profilo oggettivo della fede. Descrivendo invece il suo tempo, scrive: “Quando gli uomini si appellano ai diritti della coscienza non intendono assolutamente i diritti del Creatore né il dovere che tanto nel pensiero come nell'azione la creatura ha verso di lui; essi intendono il diritto di pensare, parlare, scrivere e agire secondo il proprio giudizio e il proprio umore senza darsi alcun pensiero di Dio. La coscienza ha diritti perché ha doveri, ma al giorno d'oggi per una buona parte della gente il diritto e la libertà di coscienza consistono proprio nello sbarazzarsi della coscienza, nell’ignorare il legislatore e giudice, nell’essere indipendenti da obblighi che non si vedono”[2].
    Tuttavia, proprio in contrasto a questa interpretazione secolarizzata della coscienza, che non ha niente a che fare con la visione trascendente a cui invece si riferisce Newman, la prassi ecclesiale (ma anche sociale) si era sbilanciata molto sul principio di obbedienza all’autorità - e dunque in ambito ecclesiale obbedienza alla gerarchia, ma pensiamo anche alle relazioni familiari (la figura del padre-padrone) oppure all’autoritarismo in ambito scolastico.
    La fede inoltre era intesa soprattutto come assenso a una dottrina più che relazione personale con il Dio di Gesù, e dunque molta attenzione veniva data all’aspetto morale della fede, alla “coerenza” dei comportamenti. L’obbedienza alla propria coscienza, a una coscienza formata, alla coscienza credente, era una dinamica messa in secondo piano. Lungo quel secolo però non mancano personalità brillanti che, senza rinnegare la sensibilità del loro contesto, cercano di andare più in profondità.
    Famosa, ad esempio, è la battuta di Newman nella “Lettera al Duca di Norfolk”: “Se fossi obbligato a introdurre la religione nei brindisi dopo un pranzo (il che in verità non mi sembra proprio la cosa migliore), brinderò, se volete, al Papa; tuttavia prima alla coscienza, poi al Papa”[3]. Il nostro autore non vuole certo mettere in contrasto la coscienza soggettiva e la verità oggettiva custodita dal Papa (che a sua volta custodisce il radicamento nella memoria degli apostoli), ma vuole stimolare una visione più raffinata del loro reciproco rapporto.

    “Il cuore parla al cuore”

    Newman propone infatti una pedagogia in cui la coscienza compia questi passi, mai l’uno senza l’altro: l’obbedienza a sé stessi; la responsabilità per altri; l’ascolto dello Spirito.
    Queste tre dimensioni, prima di essere tematizzate, sono state vissute da Newman: nel suo percorso di vita infatti, intuì dapprima, a 15 anni, che la sua coscienza era il luogo sacro dove far dialogare “io e il mio Creatore”, dove custodire dunque la conversazione tra sé e sé e tra sé e Dio; quando a 23 anni fu ordinato diacono anglicano, iniziò un periodo di vita più sbilanciato verso gli altri, perché capì che la fedeltà a Dio esigeva intrinsecamente anche la dedizione verso gli altri. Da diacono e poi da parroco aveva a cuore due cose principalmente: curare l’omelia e la predicazione, ma anche approfondire le relazioni personali. E questo lo faceva tramite lettere (ne sono conservate 20.000!) e soprattutto visitando le persone a casa, cosa inusuale per quel tempo. Però forte era in lui il voler “parlare con le azioni”[4], e far parlare la sua umanità cordiale: entrare nelle case dei suoi fedeli era segno del desiderio di allacciare un rapporto più schietto, più autentico, che aveva a cuore la vita così come è dei singoli, e non solo del gruppo/comunità. Tra l’altro il suo motto cardinalizio è proprio “Cor ad cor loquitur”, (il cuore parla al cuore), timbro della relazione profondamente personale con Dio e con l’altro.
    Dopo aver lavorato dunque molto su sé stesso, Newman diventò anche professore e tutor nell’Oriel college di Oxford, centro culturale vivissimo, e accompagnò molti studenti universitari con il suo stile educativo non autoritario ma autorevole.
    Il suo percorso di vita portò però a mettersi continuamente in gioco: a 27 anni iniziò a leggere in modo sistematico i Padri della Chiesa e, influenzato anche dalla corrente della “Chiesa Alta” dell'anglicanesimo (più attenta alla tradizione, ad esempio appunto i padri della Chiesa, e meno condizionata dal calvinismo liberale), fondò nel 1833 il “movimento di Oxford” insieme ad alcuni amici, per riformare la sua chiesa anglicana rinnovandola nello spirito dei Padri[5]. L’università di Oxford e la gerarchia anglicana condannarono però questo loro tentativo e i loro libri. In questo momento di disorientamento, Newman decise di ritirarsi a Littlemore con alcuni suoi amici per studiare, pregare, fare chiarezza e ad ascoltare in profondità la voce della propria coscienza e dello Spirito. Dopo 4 anni di discernimento, approdò alla Chiesa Cattolica, entrò nell’Oratorio di San Filippo Neri, dopo alcuni anni divenne rettore dell’Università Cattolica di Dublino (1854) e infine venne fatto cardinale nel 1879. Anche se, come scrive nel suo diario, si sentì sempre un po’ incompreso – soprattutto nel suo stile educativo: “Ho visto che, nei cattolici, ci sono molte lacune da colmare, soprattutto nei loro metodi di educazione”.[6]

    Cogliere l’eco e discernere

    Per Newman la coscienza dunque non è il luogo dove tiranneggiano le passioni e le decisioni di un io autofondato, ma sostanzialmente è aprire il cuore a sapere con un altro/Altro (con-scientia): è il luogo di incontro e di sintesi del dialogo con sé stessi, con lo Spirito, con la realtà.
    Obbedire è prima di tutto ascoltare (ob-audire), ascoltare la propria coscienza che nel tempo si è lasciata modellare ed educare. E, come dice il nostro autore, la coscienza credente si fa orientare innanzitutto dalla Scrittura: “Ho bisogno di un monitore che mi guidi e spero fiduciosamente che la mia coscienza illuminata dalla Bibbia e guidata dallo Spirito Santo sia un custode fedele e diligente dei veri principi religiosi”[7]. Newman con coraggio afferma che la coscienza è l’originario “vicario di Cristo”! La “Luce gentile”, il “Maestro interiore”, lo Spirito inscrive infatti indelebilmente nel cuore dei credenti la sua legge, e dunque la contrapposizione tra ricerca soggettiva e verità oggettiva è falsa, e da disambiguare: i desideri profondi della coscienza, purificati alla luce della Parola, sono i desideri di Dio! La coscienza diventa dunque avvocata della verità del cuore dell’uomo; la coscienza formata è alleata della Chiesa, non sua avversaria. Scrive H. Geissler FSO: “Per lui la coscienza non è una realtà puramente autonoma, ma essenzialmente teocentrica - un “santuario” nel quale l'Altro si rivolge personalmente ad ogni singola anima. Con i grandi dottori della Chiesa egli conferma che il creatore ha impresso nella creatura ragionevole la sua legge: “Questa legge, in quanto è percepita dalla mente dei singoli uomini, si chiama coscienza e ben che possa subire rifrazioni diverse passando attraverso l'intelligenza di ogni essere umano, non ne viene per questo intaccata al punto da perdere il suo carattere di legge divina”. Dobbiamo obbedire alla coscienza perché si presenta a noi come l'eco della voce di Dio. Nel contempo abbiamo il dovere di formarla, perché possa far risplendere la legge di Dio nel modo più chiaro possibile e senza infrangere la sua luce”[8].
    Certo nella coscienza abita l’eco della voce di Dio… ma il cuore è esposto anche a tante voci, e bisogna essere accompagnati per separarle, ponderarle, ridimensionarle o promuoverle. Possiamo dunque dire che l’educatore accompagna l’avvincente compito dello “stare con sé stessi”[9] e del discernimento. Newman dice che la voce della coscienza è una “severa consigliera”, e il suo linguaggio è un sussurro, spesso impreciso: infatti il lavoro pedagogico che prende la sua forma sul lavoro della coscienza (più che su principi morali-dottrinali) è assai delicato e difficile! Aiutare il discernimento della coscienza vuol dire partire dalla realtà, dalla storia personale, dai casi concreti e non da principi astratti; vuol dire accompagnare a riconoscere senza paura ciò che abita il cuore, emozioni sentimenti preconcetti… e distinguere la voce degli spiriti buoni da quelli malvagi; più l’educatore incoraggia e accompagna (criticamente) la coscienza, più il ragazzo imparerà a scegliere da sé il bene. Anche il Concilio Vaticano II infatti non esita a dire che “la coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità”[10]. Per questo l’educatore cristiano deve tenere alta l’attenzione su questo aspetto educativo. È alla propria coscienza che bisogna rispondere, non a “leggi” che rimangono estranee ad essa.
    Se tuttavia durante l’infanzia il bene deve essere ingiunto e le leggi prescritte - i bambini devono chiaramente sentire dai loro educatori cosa è bene e cosa è male... è controproducente lasciare che “decidano loro”, perché l’infanzia chiede a gran voce di essere orientata nella scoperta del mondo, e di ciò che è giusto o no -, la preadolescenza, adolescenza e soprattutto l’età giovanile richiedono il passaggio graduale di un sempre più profondo ascolto del proprio maestro interiore, e dentro a un percorso di fede… riconoscere che questi è il Signore. È lo stile educativo descritto anche nei discorsi di Newman pubblicati come The Idea of a University: quello dei tempi lunghi, della pazienza di chi non dà frettolosamente risposte definitorie ma sa suscitare domande, o risponde con altre domande che stimolino l’ulteriore ricerca. E soprattutto si radichi in un grande slancio e offerta di fiducia.
    Per strutturare un percorso educativo efficace è opportuno però partire sempre dalla ricostruzione della visione del mondo del ragazzo, dalla sua coscienza così come è, costruendo una mappa dei suoi luoghi di maturazione, quelli di maggior resistenza e quelli su cui è possibile far leva. Questo soprattutto con i cosiddetti “ragazzi difficili”[11], in cui il lavorio della coscienza sembra assai arduo.
    Infine, Newman ci ricorderebbe che tuttavia non edifica molto un’educazione tutta concentrata sul soggetto e sul suo mondo, senza una formazione alla corresponsabilità e responsabilità verso l’altro (gli ultimi soprattutto): mentre cresco nella cura degli altri cresco nella cura di me!

    Star desti: la coscienza invertita

    Interessanti e provocatorie sono anche le parole pronunciate da papa Benedetto XVI in occasione della beatificazione di Newman, nel 2010. Il papa ricorda come il generale nazista “H. Goering aveva detto del suo capo: “Io non ho nessuna coscienza. La mia coscienza è Adolf Hitler (…) L’immensa rovina dell’uomo che ne derivò ci stava davanti agli occhi. Perciò era un fatto per noi liberante ed essenziale da sapere, che il “noi” della Chiesa non si fondava sull’eliminazione della coscienza, ma poteva svilupparsi solo a partire dalla coscienza”.[12]
    Formare la propria coscienza protegge infatti anche dall’aggressività e dalle false promesse... dei falsi maestri. “Chi segue fedelmente la voce della propria coscienza, non si lascia abusare per scopi estranei alle sue convinzioni interiori né si chiude nel mondo piccolo del proprio io”[13] ma rimane ancorato all’orizzonte del bene comune e della responsabilità per altri.
    Anche la filosofa Hannah Arendt ha lavorato molto sul tema della “coscienza invertita”, chiedendosi come mai nella raffinata e culturalmente elevata Germania di inizi ‘900 potesse essere stato appoggiato senza molte esitazioni l’avvento della politica nazista. Assistendo e riflettendo sul processo a un famoso criminale nazista, Eichmann, la pensatrice notò in lui una in-umana in-capacità di ricordo, di articolazione del linguaggio, di riflessione; queste capacità, che qualificano la personalità dell'uomo, erano state disattivate in poco tempo, portandolo a una repentina “inversione di coscienza”[14]. Eichmann è mancato all’appuntamento con il proprio sé, ha disertato il faticoso dialogo interiore nella propria coscienza, dando ascolto solo ai bisogni “di pancia” e delegando pensiero e volontà a un altro - Hitler. Nei momenti di crisi questa via più facile (la delega della coscienza, che porta appunto a una “coscienza invertita”) secondo Arendt è molto più frequente e pericolosa del male radicale, della malvagità assoluta che il tribunale di Gerusalemme attribuiva all'imputato. Ci ricorda che è sorprendentemente molto più vicino alla realtà il male banale, quello senza radici, quello della coscienza difettosa, piuttosto che quello intenzionale che può a tratti apparire anche eroico.

    Pungoli pedagogici

    In conclusione, le riflessioni e la vita stessa dell’educatore Newman ci provocano a verificare se:
    - educhiamo a tenere profondamente unite e coordinate le varie dimensioni di noi stessi, che trovano la loro sintesi nella coscienza;
    - educhiamo al dialogo tra sé e sé, a interpretare sentimenti ed emozioni, a fare discernimento tra le varie voci che risuonano nel cuore e a riconoscere la voce del Maestro interiore;
    - educhiamo alla responsabilità verso altri, fin da piccoli;
    - educhiamo la coscienza credente a sintonizzarsi con lo Spirito, dunque a un’immagine di Dio personale e non dottrinale, morale, astratta;
    - educhiamo noi stessi a essere sempre in ricerca, a formare sempre e di nuovo la nostra coscienza, credendo fino in fondo nel valore della formazione permanente, che parta proprio dalla rilettura dei vissuti personali.
    Educare la coscienza e attraverso la coscienza significa per l’educatore testimoniare la capacità di stare bene con sé stessi e saper affidare l’altro al proprio maestro interiore, anche sapendosi ritirare e farsi da parte.


    NOTE

    [1] Preghiera di J.H. Newman, Kindly Light.
    [2] J.H. Newman, Lettera al Duca di Norfolk. Coscienza e libertà, a cura di V. Gambi, 1999, pp.221-222.
    [3] Ibidem, pp.232-233.
    [4] J.H. Newman, Apologia pro vita sua, a cura di F. Morrone, Milano 2001, p. 136.
    [5] Dice don Primo Mazzolari: “Il Movimento di Oxford aveva portato il problema di Roma davanti a un’Inghilterra assopita spiritualmente dai successi militari e politici e dall’improvviso benessere economico”, prefazione a J.H. Newman, Diario intimo, p. 11.
    [6] J.H. Newman, Diario intimo, p. 27.
    [7] J.H. Newman, Autobiografical Writings, Londra 1956, pag.152, trad. di H. Geissler FSO.
    [8] H. Geissler FSO, Coscienza e verità negli scritti del beato J.H. Newman, p. 8.
    [9] Cfr. H. Arendt che descrive il “due-in-uno” socratico: “Quando io appaio agli altri e sono visto da altri, io sono uno, altrimenti sarei irriconoscibile. […] Chiamiamo invece coscienza il fatto curioso che, in un certo senso, io sono pure per me stesso, benché difficilmente io appaia a me stesso. Io non sono soltanto per gli altri, ma sono anche per me stesso. E in quest’ultimo caso, chiaramente, io non sono più uno. […] Io sono identico a me stesso solo per gli altri ai quali appaio come uno e soltanto uno. Per me invece, che articolo questo essere conscio di me stesso, io sono inevitabilmente due-in-uno. La coscienza non è il pensiero, ma senza di essa il pensiero non sarebbe possibile. Ciò che il pensiero attualizza nel suo processo è la differenza data nella coscienza.” in H. Arendt, Responsabilità e Giudizio, Tr. It. Einaudi, Torino 2004, p. 159.
    [10] Gaudium et Spes 16: “Nell'intimo della coscienza l'uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire. Questa voce, che lo chiama sempre ad amare, a fare il bene e a fuggire il male, al momento opportuno risuona nell'intimità del cuore: fa questo, evita quest'altro. L'uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al cuore; obbedire è la dignità stessa dell'uomo, e secondo questa egli sarà giudicato. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell'intimità.” In un articolo scritto sull’Osservatore Romano nel 1964, il filosofo cattolico Jean Guitton scriveva: “I grandi geni sono dei profeti sempre pronti a rischiarare i grandi avvenimenti, i quali, a loro volta, gettano sui grandi geni una luce retrospettiva che dona loro un carattere profetico. E’ come il rapporto che intercorre tra Isaia e la passione di Cristo, reciprocamente illuminati: così Newman rischiara con la sua presenza il Concilio e il Concilio giustifica Newman”.
    [11] Bertolini, P. Caronia, L. (2015), Ragazzi difficili. Pedagogia interpretativa e linee di intervento. Milano: FrancoAngeli.
    [12] Cfr. H. Geissler FSO, Coscienza e verità negli scritti del beato J.H. Newman, p. 1.
    [13] Ibidem
    [14] H. Arendt, La banalità del male, Feltrinelli 2007, p. 103.


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