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    Animazione da riscoprire


    Laboratorio dei talenti 2.0 /3

    La metodologia propria dell’oratorio che ci sorprende ancora

    Gigi Cotichella (AnimaGiovane) - Manuel Carboni (Sider)

    (NPG 2018-04-74)


    Un surplus di significati

    Parlare o riflettere sull’animazione in oratorio richiede parecchio impegno perché il concetto di animazione è così ricco da sembrare confuso. Anche Wikipedia dice che occorre disambiguazione.
    Animazione è da disambiguare come aggettivo: se la situazione è stagnante si cerca qualcuno che animi un po’ l’ambiente, ma non troppo perché una discussione troppo animata non è mai del tutto positiva.
    Animazione è da disambiguare come sostantivo: se un bambino va in oratorio è animato, ma lo è anche se va in un laboratorio di animazione teatrale. In estate in ogni villaggio, campeggio o resort c’è l’animazione turistica, mentre durano tutto l’anno quella culturale e quella socioculturale. A Messa si anima la liturgia, mentre al cinema si animano i cartoni o i pixel. Esistono tecniche animative nella formazione e, infine, nei casi più estremi interviene la rianimazione.
    Letteralmente l’animazione è l’azione con cui l’anima entra in un corpo. Questo senso letterario è rimasto per la rianimazione medica e in parte per il cinema d’animazione. Approfondendo scopriamo le radici nel termine greco “anemos” che indica soffio, vento. Da questo sono derivati sia anima sia animus. Il primo indica vita, respiro; il secondo principio pensante. Quindi animare è dare vita ma anche aiutare a pensare: in senso figurato si ha animazione tutte le volte che si aiuta a vivere e a pensare.

    Una storia avvincente

    Oggi, con animazione si intende una metodologia che di volta in volta sposa diversi ambiti assumendo come secondo nome l’aggettivo che le corrisponde: turistica, teatrale… Fa un po’ eccezione quella in oratorio che da sempre è solo animazione.
    Perché parlare di tutte queste tipologie di animazione se di fatto vogliamo indagare su quella dell’oratorio?
    Il motivo è semplice: se cerchiamo all’interno di queste “animazioni” scopriamo elementi comuni che mai come oggi sono importanti per i nostri oratori.
    Può aiutare un piccolo viaggio storico. Non esiste una ricerca storica che abbia uno sguardo d’insieme su tutte queste tipologie, ma ogni disciplina nel suo evolversi rivela dei dati particolari.
    Innanzitutto, emerge che le tipologie moderne di animazione hanno due momenti di nascita precisi, entrambi in periodi decisamente difficili. Il primo durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra (animazione catechistica, animazione turistica, animazione nella formazione, gli albori dell’animazione teatrale), il secondo negli anni successivi al ’68 (animazione liturgica, animazione teatrale, intrattenimento televisivo, l’animazione socio-culturale, animazione culturale).
    Siamo tra gli anni ‘40 e ‘50 e in diverse parti del mondo, senza essere a conoscenza l’uno dell’altro, nascono dei movimenti “animativi”. In Italia don Ricaldone, Rettor Maggiore dei Salesiani, all’interno del rilancio della missione catechistica della sua congregazione, istituisce un gruppo di salesiani con il compito di progettare una catechesi dei fanciulli e dei ragazzi più feconda e generativa. Così l’8 dicembre 1941 nasce a Colle don Bosco la Libreria Dottrina Cristiana che tutti conoscono meglio come Elledici. È la svolta per la sussidiazione a sostegno dell’animazione nella catechesi e negli oratori. Sempre in Italia e sempre nel 1947 Mario Apollonio scrive il manifesto per il Piccolo Teatro che aprirà con Giorgio Strehler, Virgilio Tosi e Paolo Grassi. Pur separandosi poco dopo, il manifesto resterà una pietra miliare fondamentale per la nascita dell’animazione teatrale.
    Sempre nel Dopoguerra, la Germania deve rendere produttive delle fabbriche con operai che fino al giorno prima si scontravano l’uno con l’altro, divisi in fazioni opposte. Sembra un’impresa impossibile eppure l’economia tedesca risorta ci mostra l’opposto. Pochi sanno che questo “miracolo” deve molto all’animazione che nasce nelle fabbriche come metodo per la formazione e per creare unità, quello che oggi va più di moda come team building.
    Arriviamo al 1950 per veder nascere il primo villaggio turistico in senso moderno, quello fondato da Gilbert Trigano ad Alcuida nelle Isole Baleari. Fu proprio Trigano, il fondatore del Club Méditerranée a dar vita a un’attività turistica che potesse coinvolgere le grandi masse.
    Con la chiusura del Concilio Vaticano II (1965) nasce l’animazione liturgica in risposta all’esigenza di accompagnare l’assemblea e celebrare bene e con gioia i momenti di preghiera comunitari.
    È negli anni Settanta che l’animazione teatrale fa rinascere il teatro dove non arrivava più: periferie e fabbriche. Con Rodari e Passatore entrerà nelle scuole per una riforma della didattica.
    Negli stessi anni il varietà entra prepotentemente nella televisione, creando l’intrattenimento televisivo che negli anni successivi farà nascere l’animazione da palco.
    E ancora, nel 1971 a Milano nasce “Animazione Sociale”, la rivista che lancia l’animazione socioculturale, cioè la pratica che mira a sviluppare il potenziale represso del soggetto e la collaborazione tra membri di un gruppo.
    L’ultima delle animazioni vede la sua nascita proprio tra queste pagine. Fin dagli inizi di NPG Riccardo Tonelli e Mario Pollo provano a fare una sintesi verso un concetto olistico, omnicomprensivo dell’animazione: è l’animazione culturale che si rivolge a tutto l’uomo per tutte le dimensioni dell’uomo. È un modello educativo-formativo, fondato di concezioni filosofico/antropologiche, su un metodo valido e con una strumentazione particolare, che rifiuta ogni divisione dell’uomo in tante parti. La persona è globale e l’animazione è culturale proprio per questo suo approccio globale. L’animazione si caratterizza dunque come scommessa sulla vita e sull’uomo. Fiducia sulla vita perché l’animazione persegue l’amore per la vita stessa; da qui la fiducia che nonostante le difficoltà della vita, l’uomo possa costruirsi secondo un progetto che vada oltre la sopravvivenza, l’adattamento sociale, toccando il senso più profondo dell’esistenza.

    Animare è...

    Attraverso questo percorso storico possiamo vedere che tutti i tipi di animazione hanno cinque caratteristiche in comune e che potremmo definire caratteristiche proprie dell’animazione stessa.
    Anzitutto, l’animazione è di gruppo, coinvolge sempre un gruppo di persone. Essa punta al singolo, ma lo fa attraverso il gruppo. Questo è il primo passaggio che fonda poi le altre dimensioni successive. Questa caratteristica permette, inoltre, l’azione educativa la quale si rivolge sempre al progetto del singolo all’interno di un percorso animativo.
    La seconda caratteristica propria dell’animazione è che essa è partecipativa e tende a rendere protagonista ogni singolo. È partecipativa non nel senso di essere solo coinvolgente, accattivante, ma nel senso che inserisce il singolo all’interno del processo animativo non come semplice utente ma come autentico protagonista.
    Terzo, l’animazione utilizza una pluralità di linguaggi. Lo fa sia per un fine strumentale (arriva meglio a ciascun singolo, differenzia il processo comunicativo rendendolo più interessante, offre diverse possibilità all’interno dello stesso percorso) sia per un fine esistenziale: il linguaggio può rispondere alla ricerca di senso del singolo e diventare quindi anche un’opportunità di discernimento vocazionale.
    Il miglioramento è un’altra caratteristica. L’animazione è sempre fatta per migliorare il gruppo e i singoli, e questo spiega il motivo per cui le spinte fondative per l’animazione sono sempre nate in situazioni difficili e tra persone che avevano bisogno e desideravano migliorarsi. Ciò spiega che non si cerca il cambiamento in quanto tale, fine a se stesso, quanto un modo per apportare un miglioramento del singolo e del gruppo.
    Infine c’è la comunità. Ogni vera animazione termina la sua azione nella comunità. Ogni gruppo restituisce il proprio vissuto per il miglioramento della comunità stessa. Per esempio, nell’animazione da palco si restituisce lo spettacolo, in quella socioculturale il cambiamento della società intorno a noi, nell’animazione turistica si cerca di migliorare le dinamiche comunitarie dei singoli nel villaggio, e così via. La comunità è lo scopo ultimo: se il gruppo si ritira in disparte non lo fa mai per estraniarsi dal mondo, ma lo fa per arricchirsi e creare processi animativi più estesi; il gruppo è sempre parte della comunità.
    Queste cinque dimensioni sono un utile cartina di tornasole per valutare la bontà della nostra animazione in oratorio. Quanto davvero rendiamo protagonisti i nostri animati? Quanto quello che fa ogni gruppo viene restituito alla comunità? Non possiamo limitare l’animazione solo a un insieme di tecniche; essendo una metodologia essa tocca anche l’identità. Su questo punto è chiaro anche la nota pastorale: “Il metodo proprio dell’oratorio è quello dell’animazione, ovvero quello del coinvolgimento diretto; è un metodo attivo che si caratterizza per il protagonismo del soggetto e per la notevole carica esperienziale. Esso parte normalmente da un’attività semplice, dinamica e attraente per comunicare dei contenuti o stimolare una riflessione. Tale metodo si serve di molti linguaggi a seconda dell’opportunità. Molto spesso la ricchezza di una proposta educativa dipende in grande misura dalla varietà dei linguaggi attraverso i quali riesce a esprimersi. L’utilizzo di più linguaggi può permettere un’assimilazione dei contenuti più precisa e profonda, oltre che dare la possibilità a ciascuno di esprimersi a partire dalle proprie inclinazioni naturali“ (LdT 20).
    Fare il punto della situazione sul metodo dei nostri oratori non è solo urgente ma è soprattutto salutare per gli animatori, i destinatari e la comunità tutta. Il binomio di vita e pensiero contenuto nell’etimologia del termine ritorna in questo binomio di “esperienza” e “riflessione”. L’animatore è colui che propone esperienze di vita adatte o adattate all’età e alla storia dei ragazzi e dei giovani e nello stesso tempo è capace di regalare oasi di confronto per sfogliare vocabolari di senso alla ricerca delle giuste sintassi del saper vivere.
    Ecco allora uno slogan che al di la del gioco di parole può aiutarci a memorizzare tutto questo: “Animare è mettere l’anima nelle azioni e mettere in azione l’anima”.
    È l’animatore che mette l’anima nelle sue azioni affinché il suo non sia un semplice fare, correndo il rischio di perdere l’obiettivo per cui tale fare si era iniziato. Ma questo mettere l’anima nelle azioni, cioè essere consapevoli del senso del nostro agire è tutto affinché ragazzi che ricevono le azioni con un tocco d’anima, sappiano muovere la propria anima. Mettere in azione l’anima è quindi l’obiettivo verso i destinatari, è quel misto di vita e pensiero che vogliamo scaturire e far nascere nei ragazzi e nei giovani.
    Per questo oggi diciamo che l’oratorio e la sua animazione devono essere generativi, per questo ha ancora senso che animazione, anche quella semplice senza aggettivi degli oratori, ha un impatto culturale perché tende a riaccendere il pensiero e a far produrre nuovi stimoli per nuovi pensieri. Dal più alto progetto di protagonismo giovanile all’ultimo gioco per un Grest, sta a noi darne, promuoverne e orientarne il senso.
    In questo senso, animazione risponde all’invito di Cristo di guarire i malati, far vedere i ciechi, far ascoltare i sordi, far parlare i muti. E non è un linguaggio figurato: basta chiederlo a chi attraverso una vera animazione ha davvero aperto gli occhi, ha davvero capito chi ascoltare e a trovare le parole giuste.
    Qui l’annuncio incontra l’animare. Perché la Buona Notizia è perché tutti abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza, e animare è arrivare fino al punto di ridare la vita là dove il soffio della vita sembra non esserci più.


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