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    La pedagogia salesiana dell'incontro con il Signore


    Stefano Mazzer

    (NPG 2016-05-24)

     

    «Miei cari, io vi amo tutti di cuore, e basta che siate giovani, perché io vi ami assai, e vi posso accertare che troverete libri propostivi da persone di gran lunga più virtuose e più dotte di me, ma difficilmente potrete trovare chi più di me vi ami in Gesù Cristo, e che più desideri la vostra vera felicità. Il Signore sia con voi e faccia sì che praticando questi pochi suggerimenti possiate giungere al salvamento dell'anima vostra, e così accrescere la gloria d'Iddio, unico scopo di questa compilazione. Vivete felici, e il Signor sia con voi. Affezionatissimo in Gesù Cristo» (G. Bosco, Il giovane provveduto, 1847).

    Oltre ad essere un passo di don Bosco assai noto e frequentemente citato, le righe che abbiamo riportato sono l’inizio di uno dei suoi libri che maggiormente hanno segnato la spiritualità giovanile tra ‘800 e ‘900: il Giovane provveduto. Il numero di edizioni, la diffusione, le migliaia di copie, testimoniano non solo la fama dell’autore ma, ancor di più, l’efficacia di quello strumento pedagogico nell’introdurre i giovani alla pratica gioiosa della vita cristiana. Più che teorizzare il cammino di incontro dei giovani con il Signore Gesù, don Bosco lo ha reso possibile, appetibile, affascinante e avvincente: certamente non in modo ingenuo o irriflesso, ma, in ogni caso, in una modalità sapienziale (che non disgiunge cioè la teoria e la pratica, con quella conseguente immane e sterile fatica di metterle poi insieme che tutti spesso sperimentiamo) che mentre vede la meta è capace di additarne la strada e accompagnare i passi verso di essa.
    È noto come proprio la letteratura biblica sapienziale sia stata una delle fonti privilegiate nella pedagogia di ambiente di don Bosco (si pensi anche solo alle iscrizioni dei portici di Valdocco). Una delle specificità della sapienza biblica è la possibilità che essa apre e rappresenta di vedere la realtà, nella sua concretezza, dal punto di vista di Dio: il sapiente è colui che ha sperimentato l’affidabilità di Dio, delle sue promesse, e conosce la strada per accedere a quanto Dio stesso offre a chi decide di camminare nelle sue vie.
    Cosa ha da dire al nostro tema questa “divagazione” scritturistica? Credo molto più di quanto si possa immaginare. Per don Bosco i giovani non sono anzitutto o semplicemente dei “destinatari” che egli deve condurre all’incontro con Gesù: il suo sguardo non è, per così dire, “dai giovani a Cristo”, bensì l’esatto contrario: “da Cristo ai giovani”, senza che questo significhi ricadere nelle maglie di quella falsa alternativa o precedenza del “cristiano” sull’“umano”, o viceversa, che tanto ha nuociuto alla pastorale. Se parliamo di uno sguardo dal punto di vista di Gesù, intendiamo suggerire che l’unica prospettiva che ha animato don Bosco è quella della fede. Potremmo ben applicare alla pedagogia salesiana quanto Papa Francesco ha scritto in Lumen fidei n. 18:

    Nella fede, Cristo non è soltanto Colui in cui crediamo, la manifestazione massima dell’amore di Dio, ma anche Colui al quale ci uniamo per poter credere. La fede, non solo guarda a Gesù, ma guarda dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una partecipazione al suo modo di vedere. […] La vita di Cristo – il suo modo di conoscere il Padre, di vivere totalmente nella relazione con Lui – apre uno spazio nuovo all’esperienza umana e noi vi possiamo entrare. […] Per permetterci di conoscerlo, accoglierlo e seguirlo, il Figlio di Dio ha assunto la nostra carne, e così la sua visione del Padre è avvenuta anche in modo umano, attraverso un cammino e un percorso nel tempo. […] La fede nel Figlio di Dio fatto uomo in Gesù di Nazaret non ci separa dalla realtà, ma ci permette di cogliere il suo significato più profondo, di scoprire quanto Dio ama questo mondo e lo orienta incessantemente verso di Sé; e questo porta il cristiano a impegnarsi, a vivere in modo ancora più intenso il cammino sulla terra.

    Che la prospettiva di don Bosco nel guardare ai giovani, alla loro realtà e condizione, sia quella che viene dischiusa nel testo dell’enciclica, lo attestano in modo eloquente le tre Vite di giovani (anche se non sono le uniche) che il Santo ha scritto e consegnato ai ragazzi e a tutti i suoi collaboratori, come esempio paradigmatico di che cosa significhi una autentica pedagogia della fede. C’è da chiedersi, pur senza azzerare il divario tra la situazione culturale dell’800 piemontese e la temperie odierna, se le tante – forse fin troppe! – descrizioni, ricerche, definizioni… dei giovani di cui oggi disponiamo riescano, di fatto, a muovere nello stesso modo e con la stessa intenzionalità i passi e il cuore di noi educatori come è accaduto in don Bosco e nei suoi collaboratori. Siamo stati molto bravi e acuti nel definire i giovani del nostro tempo, con tutti i loro malesseri e sintomi: generazione Telemaco, Icaro, Enea, Narciso… Quanti nomi abbiamo dato e diamo ai giovani! Pagine e pagine di erudite e robuste ricostruzioni, eziologie sulle dinamiche tipiche del mondo giovanile odierno. Eppure vien proprio da chiedersi non solo se questo sia, in fin dei conti, rispettoso dei giovani concreti che esistono ma anche se sia così gravido di quella speranza della quale, a quanto pare di vedere e sentire, tutti continuano a lamentare l’assenza. Don Bosco non si è fermato a “definire” i giovani che incontrava: ha colto, e con grande acume, i nodi nei quali le loro vite erano ingarbugliate, ma ha guardato tutto questo dal punto di vista e con gli occhi di Gesù. In altre parole: Gesù non è stato la meta alla quale condurre i giovani bensì quella “casa” dalla quale il cuore del Padre ha sempre amato, atteso, sia il figlio che è partito sia quello che è rimasto. Non si tratta di accantonare tutti gli apporti delle scienze umane o delle analisi filosofico-culturali in nome di uno spiritualismo autosufficiente e di bassa lega: piuttosto occorre ritornare alle sorgenti sapienziali della pedagogia salesiana che, mentre onora e ritiene quanto di buono incontra in chiunque con dedizione e onestà si occupi dei più piccoli, non perde mai però la consapevolezza di dover abitare il luogo dal quale, nel quale e verso il quale ogni vera educazione prende senso, motivazione, direzione: il cuore generante di Dio Padre. Non è forse questo il semplice e limpido anelito che anima le battute iniziali del Giovane provveduto da noi citate in apertura? Non è questa la vera speranza che non delude?
    Più che pedagogia del o all’incontro con Gesù, ci piace allora parlare di quella salesiana come una pedagogia nell’incontro con Gesù. E ciò ha notevoli ricadute e implicanze pastorali. Per illuminarne solo alcune scegliamo come riferimento immediato le Vite di giovani scritte da don Bosco: quella di Savio, di Magone e di Besucco. In questi celebri testi troviamo una pedagogia della santità in forma narrativa, che, pur perseguendo intenti assai chiari all’autore nello stendere i testi, tuttavia non è, per così dire, “inventata” da don Bosco mistificando la biografia reale dei tre ragazzi, bensì è da lui stesso ri-conosciuta dentro le trame concrete di quelle esistenze. Don Bosco si pone davanti alla vita dei tre giovani nella modalità del testimone, con tutta la densità che un simile termine indica nella tradizione cristiana. Quindi testimone, prima di tutto, delle meraviglie che Dio compie nel cuore e nella vita di chi, come un bimbo, entra nella logica e nelle esigenze del Regno dei cieli.
    Dopo aver abbozzato alcune coordinate di fondo della pedagogia salesiana nell’incontro con Gesù, ci riferiremo alle tre vite sottolineando, per ciascuna, un elemento che possa diventare non solo paradigmatico di un modello educativo-pastorale ma, ancor di più, un punto prospettico di particolare momento nel progettare e pensare un cammino di accompagnamento personale e d’ambiente. Faremo questo attraverso una prospettiva non usuale nel nostro contesto occidentale, anche teologico (e che, proprio per questo, potrebbe esser considerata un po’ “stravagante” o “poco scientifica”), ma molto importante e determinante nella tradizione biblica e in quella teologica dell’oriente: ci riferiamo alla teologia del nome. Domenico, Michele, Francesco: per noi post-moderni si tratta di “semplici nomi”, denotativi del soggetto cui ci si riferisce. Ma mai per la Bibbia un nome è solo questo. Il nome ha a che fare, invece, con l’identità più profonda della persona: ed è lì, nel livello più intimo e unico della persona, che risplende quella sua immagine e somiglianza con Dio, che proprio il nome intende rivelare e custodire (da qui, forse, il senso che fino a pochi decenni fa aveva ancora, nelle nostre famiglie, la scelta del nome dei propri figli).

    Famiglia, Oratorio, Chiesa: una “casa”

    L’espressione che abbiamo usato, pedagogia nell’incontro con Gesù, suggerisce in modo discreto ma decisivo che la prima condizione perché si possa vivere un cammino in qualcosa è che ci sia un luogo nel quale l’incontro si dà o verso il quale ogni incontro tende. In don Bosco non ci sono dubbi: l’unico vero luogo nel quale l’avventura educativa può dispiegare tutta la sua bellezza è la casa.
    Una casa. Senza questo spazio non si possono comprendere gli elementi fondamentali del Sistema Preventivo, come di ogni cammino di educazione alla fede e alla vita. Per don Bosco, infatti, l’istituzione (se intesa nel senso giusto) non è affatto in contrasto con la flessibilità del cammino educativo: non c’è infatti nessun cammino spirituale salesiano che non si articoli in itinerari educativi, essendo l’educazione la forma del carisma. Se per don Bosco è chiaro che solo il cristiano può attuare in pienezza il Sistema preventivo, poiché esso poggia tutto sulla Carità che è Dio stesso (si vedano i bellissimi numeri da 90 a 119 di Amoris laetitia di Papa Francesco), è chiaro che tale nitida convinzione è radicata sulla scelta di Dio di porre la sua casa, la sua tenda in mezzo a noi (cfr. Gv 1, 14). L’incarnazione del Figlio di Dio avviene entro i legami e i contorni di una casa, di una famiglia, di un popolo, di una terra. Dio impara a vivere tra gli uomini, come uno di loro, perché gli uomini imparino a vivere la vita di Dio. E tutta la pedagogia di Dio già dispiegata nel lungo cammino con il popolo di Israele, trova nella vita di Gesù con i suoi un senso nuovo e assolutamente imprevedibile. È Gesù il nuovo tempio, la nuova casa dove si incontra Dio e ci si incontra come fratelli. E i cristiani sono resi a loro volta tempio dello Spirito Santo proprio per il loro esser una cosa sola con Gesù.
    Sono queste le radici della pedagogia di ambiente così cara alla tradizione carismatica salesiana. Si tratta quindi di qualcosa di molto più forte di un semplice “contorno”, di una mera cornice: l’ambiente che don Bosco crea a Valdocco è realmente casa perché in esso vi sono tutta quella ricchezza di legami, incontro di generazioni, rispetto reciproco e fiducia, capacità di accoglienza dei conflitti e rettitudine nel perseguire obiettivi, che fanno di un gruppo umano un’autentica comunità cristiana, una famiglia di figli di Dio. Questo don Bosco lo ha respirato, assimilato, fin dalla sua esperienza familiare. Non è un caso che le Memorie dell’Oratorio inizino con l’inizio della vita di Giovanni Bosco e non con l’8 dicembre del ’41.
    Questo legame ci permette di tenere presenti alcuni aspetti cruciali di una pedagogia che non si concentri asfitticamente sul giovane o sull’educatore, dimenticando la rete di legami nella quale è possibile parlare di incontro con Gesù. Sì, perché se è il vero Gesù di Nazaret, Signore e Cristo, quello a cui vogliamo condurre i giovani, Egli non è mai comprensibile in modo “solitario” ma sempre all’interno del suo legame di amore con il Padre nello Spirito Santo e a partire dalla splendida e drammatica trama di relazioni vissute con Maria, Pietro, Giovanni, Giuda… fino agli ultimi e minimi personaggi di cui i Vangeli ci danno notizia.
    Un primo aspetto importante è, allora, il rispetto. Se don Bosco vive l’incontro con i giovani come incontro con Gesù, questo determina in lui un fondamentale rispetto per la persona del giovane. Non si tratta di un aspetto banale o ovvio, soprattutto oggi in cui la constatazione del mancato interesse da parte della società per i giovani – specie i più poveri – può involontariamente portare gli educatori a essere così concentrati sulla bellezza, necessità e importanza della loro missione da essere più presi dalla propria opera educativa – da progettare, svolgere, verificare, aggiornare, ecc… – che della vita del singolo giovane che sta loro davanti e che ha una dignità previa a qualsiasi benemerita azione che si possa a lui dedicare. Rispettare il giovane significa quindi non considerarlo immediatamente un “destinatario” delle proprie cure, bensì come un soggetto con il quale instaurare una relazione di autentica reciprocità. Per quanto i ruoli siano diversi e asimmetrici, infatti, anche l’educazione rimane una forma di amore, e perché l’amore sia vero e pieno, occorre sempre ci sia reciprocità. Se ci pensiamo bene, però, è solo questa scommessa e fiducia nella reciprocità che fonda la possibilità di vivere nell’incontro con il giovane un vero incontro con Cristo. Non si tratta infatti solo di una reciprocità di scambio ma di una vera reciprocità di vita, perché la carità non opera solo nell’animo dell’educatore ma Gesù stesso vive già nel cuore di quel ragazzo, perché Dio ha già dato la sua vita per lui. Nessuna pedagogia potrà quindi sostituirsi a questa precedenza assoluta della Grazia ma la dovrà sempre e solo servire. Per servire qualcuno, occorre averne anzitutto rispetto e non creare delle condizioni di dipendenza o di strisciante debito che portano il giovane ad accettare delle forme di inferiorità o di riconoscenza distorta (del tipo: “è già fin troppo che qualcuno si prenda cura di me… quindi…”) davanti all’educatore-benefattore cui “deve tutto”..
    Un secondo aspetto della casa è la pluralità di figure che in essa si danno. Ci piace sottolineare come nell’esperienza pedagogica di don Bosco sin dall’inizio si sia affermata una convinzione granitica: senza una madre è impossibile educare e tanto meno creare un clima di famiglia. Ciò che è stata mamma Margherita per la Valdocco delle origini – ma ancor prima per Giovannino Bosco ai Becchi –, ciò che è stata Madre Mazzarello per il sorgere del carisma salesiano, ciò che è stata Maria Ausiliatrice nell’esperienza spirituale di don Bosco e dei suoi discepoli, è assolutamente irriducibile a un mero elemento decorativo o aggiuntivo. Se l’educazione è un prolungamento della generazione, se il prendersi cura dello sviluppo di un giovane è onorare il suo essere al mondo come figlio, allora questo non è possibile senza il ruolo della donna, che è colei che genera nuovi figli alla vita. La donna-madre, la donna-Maria, la donna-Chiesa: questa presenza don Bosco l’ha talmente sperimentata sulla sua pelle e gli è stata così incisa nell’anima, da far accadere con evidenza che laddove il carisma salesiano si è impiantato di più e meglio, proprio lì è fiorita una devozione mariana intensa e radicata nel cuore della gente.

    Una teologia e pedagogia del “nome”

    Come sopra accennato, vogliamo presentare alcuni elementi narrativi presenti nelle Vite di giovani scritte da don Bosco, e lo vogliamo fare attraverso una teologia del nome. Domenico, Michele, Francesco. Tre nomi che disegnano un programma e un itinerario ben preciso, ma soprattutto tre nomi, tre persone, tre doni ricevuti da don Bosco che illuminano con semplicità e freschezza il “genio” educativo del carisma affidato al Santo dei giovani.

    Domenico, ovvero, “del Signore”

    Come scrive don Bosco nell’introduzione alla vita di Magone, «nella vita di Savio Domenico voi osservaste la virtù nata con lui, e coltivata fino all'eroismo in tutto il corso della vita sua mortale». Una virtù nata con lui e coltivata (!) fino alla morte con eroismo: l’intera esistenza di Domenico Savio, agli occhi di don Bosco, risplende come una scia luminosa che parla di Dio senza veli e senza tentennamenti. Per un uomo che amava sollecitare i giovani a “darsi a Dio per tempo”, Domenico rappresentò non tanto una “prova” della bontà della sua opera educativa quanto il dono di avvertire e toccare con mano la sorgente di ogni dono perfetto (cfr. Gc 1,17): la santità stessa di Dio («Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo» Lev 19,2).
    Agli occhi e al cuore di un educatore come don Bosco, Domenico insegnò la verità e l’intenzionalità dello sguardo, permettendogli di riconoscere che i giovani, tutti, sono del Signore, tutti sono Domenico. Per don Bosco, il giovane va sempre accolto e accostato nel punto in cui si trova la sua libertà: nel caso dell’incontro con Domenico Savio, don Bosco si è trovato però con stupore – e nelle righe della Vita questo trapela ad ogni pagina, non semplicemente come un dazio pagato allo stile edificante dell’epoca – davanti a una libertà già totalmente abitata dalla Grazia e già consegnata ad essa, anche senza aver ancora trovato la forma nella quale attuare tale consegna. Ma forse, e ancora di più, don Bosco ha potuto toccare con mano, nell’anima di Domenico, quello che la Grazia aveva già operato pur in un ragazzo così giovane. La libertà di Domenico nel “lasciarsi fare, plasmare” dallo Spirito Santo, è preceduta dalla consegna che Gesù ha fatto di sé per i suoi amici e che, in Domenico, Dio ha fatto risplendere. Questo non toglie la necessità di un percorso educativo a 360°, anzi, lo motiva ancora di più: sappiamo infatti tutti come non sia per nulla più semplice condurre un giovane con una sensibilità spirituale molto fine e sviluppata rispetto a un giovane che si trovi ancora ai primi passi della vita cristiana. Ogni giovane ha diritto e bisogno di essere educato: ma in Domenico don Bosco ha potuto “obbedire” in modo più evidente al primato della Grazia, apprendendo con maggiore chiarezza di essere semplicemente un servo inutile come Gesù esorta ad essere. Soprattutto, don Bosco ha potuto imparare l’aspetto dell’amore forse più importante per noi uomini: che, come diceva Chiara Corbella Petrillo, il contrario dell’amore non è l’odio ma il possesso. Domenico è stato “tolto” presto al suo educatore: ma prima che la prematura morte lo cogliesse ancora in bocciolo, don Bosco lo aveva già “perso”, in quanto aveva già imparato a rispettare in Domenico il suo non essere il “prodotto” di un sistema educativo o vocazionale di cui andar fieri o da esibire come trofeo ma il suo essere davvero e solo “del Signore” e, come lui stesso ebbe a dirgli, “tutto del Signore”. Solo così è possibile che l’incontro con qualsiasi giovane, sia un incontro in Cristo; ovvero un incontro segnato da cima a fondo dalla gratuità del dono e non dalla logica del possesso. Ché la forma del possesso è esattamente quella del peccato: non è forse un caso che una delle espressioni più celebri di Domenico Savio sia proprio “la morte ma non i peccati”. Quanta maturità di amore troviamo in queste che vengono spesso liquidate come espressione di una stereotipata spiritualità dell’800, la quale sarebbe stata fatta propria in modo quasi automatico da un adolescente come il Savio.

    Michele, ovvero, “chi è come Dio?”

    «In […] Magone noi abbiamo un giovanetto che abbandonato e se stesso era in pericolo di cominciar a battere il tristo sentiero del male; ma che il Signore invitò a seguirlo. Ascoltò egli l'amorosa chiamata e costantemente corrispondendo alla grazia divina giunse a trarre in ammirazione quanti lo conobbero, palesandosi così quanto siano maravigliosi gli effetti della grazia di Dio verso di coloro che si adoperano per corrispondervi». Così don Bosco, sempre nell’introduzione alla vita di Magone. È proprio in questa delle tre Vite, che il momento della crisi emerge con maggiore nitidezza. Nella narrazione di don Bosco della vita dei tre giovani, infatti, dopo il racconto della vita precedente all’arrivo all’Oratorio e dopo la descrizione dei primi mesi di permanenza in esso, i protagonisti vivono sempre un momento di passaggio e di sofferenza – diverso nei tre casi – che è preludio e detonatore di quell’intensità di vita e di fede che ne motivò poi la fama e l’esemplarità. Nel caso di Michele, questo momento esistenziale e narrativo occupa un posto tutto particolare. Come ben sappiamo, esso ruota attorno alla dimensione della coscienza e dei suoi nodi. Certo, in primo piano c’è l’esperienza della Confessione come liberazione dal peccato e acquisto della pace, ma essa diviene appunto momento paradigmatico di un’educazione della coscienza che non si risolve unicamente nella dinamica del sacramento, anche se lì trova la sua massima evidenza e attuazione.
    Michele significa “chi è come Dio?” e, come ben sappiamo, questo nome è legato alla figura biblica dell’Arcangelo che muove lotta contro Lucifero e i suoi angeli, vincendoli e scacciandoli dal cielo. La devozione all’Arcangelo Michele ha da sempre costituito uno dei luoghi principali nei quali il popolo cristiano ha preso coscienza della necessità della lotta contro il male. Basti pensare anche solo all’immaginario di alcuni dei più frequenti sogni raccontati da don Bosco, per comprendere come la realtà della lotta contro il male sia stata non tanto una nube capace di intristire la sua opera educativa quanto piuttosto una robusta consapevolezza della necessità della Grazia per aiutare e accompagnare i giovani verso la piena verità del loro cuore e della loro anima. In Michele Magone, grazie al cammino di vita con lui intrapreso, don Bosco ha potuto vedere come la bontà di un giovane, pur rimanendo tale, possa essere offuscata o rischiare di smarrirsi non tanto per cattiva volontà ma per l’assenza di qualcuno, accanto a lui, che gli ricordi appunto che “nessuno è come Dio”. Non è un caso che esattamente per i giovani del tipo di Magone i membri della Compagnia dell’Immacolata avessero “inventato” la tecnica dell’angelo custode: ossia la vicinanza di un buon compagno che li aiutasse a stabilirsi nel bene senza lavorare direttamente e in prima battuta a reprimere le loro cattive abitudini. Solo questo permetteva infatti, come nel caso di Magone, di prender poi consapevolezza della verità del Bene e della distanza da esso, che solo Dio poteva colmare e sanare.
    Questo don Bosco lo ha ben capito e lo lascia a noi come preziosa indicazione pedagogica: “chi è come Dio?” vale in effetti prima di tutto e anzitutto per l’educatore. Poiché solo Dio possiede le chiavi del cuore dei giovani e solo Lui è il vero educatore. Su tale certezza deve riposare il lavoro sacrificato e appassionato di un vero educatore. Non considerare la dimensione della lotta, dell’agonia, nel cammino educativo significa, in fondo, pensare di essere “come Dio”, ritenendo che con uno sforzo in più, con più dedizione, con maggiore competenza, ecc… si potranno sciogliere i nodi del cuore dei giovani. Si tratta di un’idea pedagogica pericolosa e non perché dobbiamo contrapporle un’ansiosa paura del maligno ma perché tale prospettiva dimentica la condizione reale nella quale la libertà dell’uomo si dà e cioè la sua fragilità e il suo essere sempre esposta al peccato. In una parola: non si può eliminare o tentare di eliminare la Croce da qualsiasi cammino, perché questo significherebbe rendere vano l’amore di Cristo. Come scrive sr. Elvira Petrozzi: «Ragazzi, avete diritto, certamente, di pretendere di più da noi adulti, di puntare il dito per mostrarci le nostre incoerenze, ma non possiamo illudervi. Noi, con voi e come voi, abbiamo bisogno di perdono tutti i giorni e tutto il giorno. Credetemi, è così! Noi tutti i giorni con voi saliamo il monte della Croce perché solo dalla Croce viene la risposta esauriente, piena, alla vita, alla mia e alla tua vita. E smettiamo di illuderci, siamo concreti nella nostra fede! La nostra fede è partita da un uomo apparentemente fallito, morto, appeso a una croce: sembrava un fallimento e tutti scuotevano il capo, delusi. Non possiamo sbandierare delle vittorie non conquistate: la nostra vittoria è Gesù vittorioso da quella croce. È risorto! Lui non ci ha delusi, non ha fallito: ha vinto con la forza dell’amore che ha dato tutto, con la forza del perdono sino alla fine» (Madre Elvira, L’abbraccio).

    Francesco, ovvero, “della minorità”

    Meno conosciuta tra le tre, la Vita di Francesco Besucco ci dona di soffermarci su un’ultima colonna portante dell’edificio educativo di don Bosco. Essa emerge in modo limpido dalle pennellate con le quali don Bosco descrive i tratti di fondo dell’animo del giovane: «Nella sua umiltà Francesco giudicava tutti i suoi compagni più virtuosi di lui, e gli sembrava di essere uno scapestrato in confronto della condotta degli altri»; «Questa sensibilità ai benefizi ricevuti, questo affetto al suo benefattore fecemi concepire una buona idea dell'indole e della bontà di cuore del giovanetto». Un cuore buono, umile, che, in tutta umiltà, considera gli altri superiori a se stesso (cfr. Fil 2,3), un cuore mite nel quale la riconoscenza per i benefici ricevuti sgorga limpida e senza increspature: sono i tratti tipici dell’esperienza spirituale del santo di cui Besucco portava il nome, il poverello di Assisi. Minorità è il nome che può racchiudere in unità tutte queste caratteristiche: considerarsi ed essere minori, cioè piccoli, ritenere che tutto sia dono e dunque nulla sia dovuto, essere persuasi che gli altri siano meritevoli di stima e riconoscenza perché consapevoli della propria reale e radicale povertà. È questo il centro dell’ideale di Francesco di Assisi, ben più ampio rispetto al singolo aspetto della povertà materiale. Ed è questa, ci pare, la nota dominante della fisionomia spirituale del Besucco, come don Bosco la disegna nelle sue pagine. Così egli commenta la delicatezza del cuore del giovane Francesco, allargando lo sguardo su ciò che in essa un educatore può riconoscere come chiave di lettura del rapporto educativo: «è provato dall'esperienza che la gratitudine nei fanciulli è per lo più presagio di un felice avvenire: al contrario coloro che dimenticano con facilità i favori ricevuti e le sollecitudini a loro vantaggio prodigate rimangono insensibili agli avvisi, ai consigli, alla religione, e sono perciò di educazione difficile, di riuscita incerta». In Francesco Besucco, don Bosco riconosce un elemento che deve accompagnare ogni vero e riuscito cammino educativo: la riconoscenza, la gratitudine. Infatti, per prendere un giovane lì dove si trova e condurlo a realizzare un vero itinerario nel quotidiano, sapendo assumere anche il peso della fatica e delle cadute che inevitabilmente ci saranno, conservando la libertà e la coscienza del dono che ogni giovane rappresenta, occorre necessariamente un cuore che sappia dimorare nella gratitudine. Don Bosco questo lo sa bene, se ricorda che una delle cose che mette più a dura prova la dedizione dell’educatore è esattamente l’ingratitudine di coloro che si è cercato di servire con autentica passione.
    Davanti alla ferita dell’ingratitudine, come Dio, anche l’educatore è quindi chiamato a scegliere il dono di sé fino alla fine. Se il cuore dell’educatore non è radicato e innestato come tralcio alla vite, nella forma dell’amore eucaristico di Cristo, una simile dedizione è impossibile. L’incontro con Cristo, ancora una volta, si rivela non come la meta verso la quale condurre i giovani bensì come il luogo nel quale abitare, rimanere, dimorare (tutti verbi della sequela nel Vangelo di Giovanni), per poter accogliere ogni incontro con i giovani già in quello spazio di salvezza. Anche degli israeliti, riguardo il loro lungo cammino nel deserto, san Paolo dice che essi «bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo» (1Cor 10,4). L’Apostolo legge quindi tutta la vicenda del suo popolo nella luce e nella presenza di Cristo; poiché nulla c’è della storia che non sia già nello spazio di Gesù. Questo vale ugualmente per la pedagogia salesiana: Cristo, infatti, non è soltanto la meta dell’itinerario formativo, perché Lui stesso si è rivelato anche come la via, e per questo come verità di ogni vita.

    * * *

    Un anno dedicato alla pedagogia salesiana nell’incontro con Cristo è allora un anno nel quale riprendere con vigore e fiducia a coltivare il campo di Dio che è la gioventù, quei piccoli che Dio ama con predilezione e cura. Come ebbe a scrivere una santa mamma, la beata Maria Corsini in Beltrame Quattrocchi, sposa e madre di 4 figli tutti consacratisi al Signore: «“Lo Spirito di Dio soffia dove vuole”, e per quanto la famiglia possa e debba circondare i propri figli di cure spirituali e di affetto, non per tanto sarà questo un motivo per pretendere il dono di qualche vocazione. Nulla possiamo né dobbiamo fare, né pro né contro la vocazione dei figli, perché “Io ho scelto voi”; ma un giardino coltivato e recinto, dove Gesù possa compiacersi e cogliere i suoi fiori sarà nostra gioia procurarlo» (M. Corsini, Il sacerdozio. La vocazione dei miei figli).


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