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    «Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti» (Fil 4,4)


     

    Lectio divina (salesiana) sulla Strenna del Rettor Maggiore per il 2013

    Cesare Bissoli

    (NPG 2012-06-7)


    Siamo in cammino verso il secondo centenario della nascita di San Giovanni Bosco. Il Rettor Maggiore dei Salesiani, Don Pascual Chavez, con l’autorevolezza di nono successore di Don Bosco, ci fa da guida proponendo per il 2013 una Strenna che ha al centro la gioia, l’allegria, la festa. Infatti il titolo completo della Strenna suona così: «Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti (Fil 4,4)». Come Don Bosco educatore, offriamo ai giovani il Vangelo della gioia attraverso la pedagogia della bontà».
    Notiamo subito quattro elementi in gioco: la fonte è la Parola di Dio, trasmessa da San Paolo nella lettera ai Filippesi; il modello è Don Bosco educatore; i destinatari sono i giovani; l’impegno è di operare da educatori come Don Bosco, per dare gioia attraverso lo stile della bontà.
    Questa connotazione pedagogica è in corrispondenza all’anno dedicato alla conoscenza approfondita del sistema educativo del Santo dei giovani (2013).
    Noi ci interessiamo qui del primo elemento, la fonte biblica, perché fa da fondamento teologico ed è criterio ultimo per trovare la gioia autentica che deriva dall’essere discepoli di Gesù, anzi suoi fratelli, e per non essere travolti dall’onda nera – sempre in agguato – degli inquinamenti della felicità.
    Stendiamo il percorso biblico secondo la traccia della Lectio divina articolata in più momenti: ascolto della Parola (momento esegetico); il riferimento alla vita (momento di attualizzazione); per una condivisione (momento di comunione e decisione); preghiera conclusiva (momento di invocazione e congedo).
    Terremo presente la prospettiva salesiana, ossia come Don Bosco ha incarnato con creatività e coraggio l’invito alla gioia di San Paolo nella sua vita, nelle sue parole, nel suo stile educativo. Non saranno che dei cenni che aprono vie da percorrere.
    Offriamo questo sussidio ai salesiani e membri della famiglia salesiana, ma anche pensiamo che sia possibile un adattamento per parlarne ai giovani nei momenti formativi.

    LETTERA DI SAN PAOLO AI FILIPPESI: 4,1-9

    1Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi! 2Esorto Evòdia ed esorto anche Sìntiche ad andare d’accordo nel Signore. 3E prego anche te, mio fedele cooperatore, di aiutarle, perché hanno combattuto per il Vangelo insieme con me, con Clemente e con altri miei collaboratori, i cui nomi sono nel libro della vita.
    4Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. 5La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino! 6Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. 7E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù.
    8In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri. 9Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. E il Dio della pace sarà con voi!

    Preghiera
    Padre, donaci il tuo Santo Spirito, lo Spirito di Gesù, perché possiamo gustare la gioia di essere tuoi figli amati.
    Ce lo ha promesso Gesù nell’ultima Cena, come suo solenne testamento: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11). Purtroppo ci capita troppo spesso il contrario: siamo tristi anche quando non ve ne è motivo, anche quando c’è veramente non siamo capaci di ritrovare in te la nostra serenità. Forse abbiamo smarrito il senso vero della gioia, della felicità, e ci balocchiamo con surrogati…
    È possibile essere contenti? Perché, quando, come?
    Signore, tramite due grandi testimoni della gioia, San Paolo prima e Don Bosco, poi aiutaci a conoscere la gioia e a diffonderla come il migliore profumo del Vangelo per i giovani di oggi. Amen.

    1. IN ASCOLTO DELLA PAROLA DI DIO
    (momento esegetico)

    Proviamo a chiederci: cosa si intende comunemente per gioia, felicità, festa…? Quali sono le fonti che ce la danno? Certamente la pubblicità vorrebbe vendercela… ma cosa viene promesso? E a quali condizioni?
    E tu, personalmente, cosa pensi? Fai esperienze della gioia? Da dove la fai scaturire?
    Merita l’acquisire un’idea corretta, perché proprio su questo argomento si scontrano una forte attrazione a parlare di gioia – e soprattutto a sperimentarla – e la pochezza e fugacità dei risultati, che ci lasciano non senza un certo amaro in bocca, come chi, dopo aver cercato non trova, o trova poco, o trova il contrario…
    Ma – anche questa è verità certa – si trovano persone che in nome della propria fede in Gesù Cristo sono contente, serene… Qual è il loro segreto?

    Cosa intendiamo per gioia? L’uomo gioisce perché viene in possesso di beni apprezzati come valori indiscutibili dell’esistenza umana.

    IL CONTESTO BIBLICO

    Paolo parla di gioia nelle sue lettere (usando il verbo chaìro) per 19 volte, di cui 10 in Filippesi. Ma la gioia di cui parla Paolo è un’esperienza di vita che deriva da un’amicizia profonda con Gesù Cristo. A Gesù dunque bisogna risalire per capire il senso della gioia in Paolo. Ma Gesù appartiene al popolo di Dio, Israele, in cui il motivo della gioia (sempre in corrispondenza al solo termine chaìro) appare ben 269 volte. A seguito di Gesù la Chiesa, fin dalle origini, è erede e si fa missionaria della gioia di Cristo. Ben 59 volte la gioia viene ricordata nel NT.
    La gioia è presente nella vita del popolo di Dio: prima di Gesù, in Gesù, nella Chiesa. Questi sono i tre appuntamenti che ci portano nell’area della felicità cristiana.

    Insomma la Bibbia vuole l’uomo contento e se non è contento ciò rende in certo modo triste Dio, come se lui non avesse capacità di farci contenti, allegri, malgrado tutto.

    Tre livelli di gioia

    Nel mondo del popolo di Dio, di cui ci parla l’Antico Testamento (AT), riconosciamo tre livelli di gioia.
    * Vi è la gioia che proviene dalla creazione, dalle cose belle del mondo, per cui «l’uomo gioisce perché viene in possesso di beni apprezzati come valori indiscutibili dell’esistenza umana» (G. Barbaglio). Tre voci: a riguardo delle cose, la bellezza e vitalità del mondo fa dire al salmista: «A Dio sia gradito il mio canto, io gioirò nel Signore» (Sal 104,33-34); a riguardo delle persone, il figlio saggio e pio colma di gioia i genitori (Pr 23,24-25); ma – terza voce – è vero che le gioie terrene sono effimere e caduche: «Anche nel riso il cuore prova dolore e la gioia può finire in pena» (Pr 14,13). Lo dirà energicamente Gesù a riguardo di quel ricco stolto che attinge la sua gioia dai beni materiali dimenticando il suo prossimo (cf Lc 12,16-21).
    * Vi è poi la gioia dell’anima, la gioia del cuore, qualcosa di più solido dei beni terreni. Essa deriva da un rapporto diretto con Dio nella storia. Ha una sua espressione privilegiata nel canto e nella poesia. I Salmi ne sono la prova migliore, il che fa dire che la gioia è collegata alla preghiera.
    Tre sono le fonti privilegiate di gioia: prima fonte è la grande epopea di liberazione dalla schiavitù di Egitto fino alla Terra promessa: «A Dio cantate, a lui inneggiate, meditate tutte le sue meraviglie. Gloriatevi del suo santo nome: gioisca il cuore di chi cerca il Signore» (Sal 105,2-3); seconda fonte di gioia intima è di poter arrivare dove abita Dio, nel tempio, dove si svolge la celebrazione liturgica: «Quale gioia quando mi dissero: andremo alla casa del Signore!» (Sal 122,1; cf 42,3-5; 84,2-3; 95,1-3); terza fonte, questa volta strettamente individuale, è l’esperienza del perdono, dunque della misericordia di Dio: «Fammi sentire gioia e letizia… Rendimi la gioia della tua salvezza» (Sal 51,10.14).
    * Vi è infine la gioia che ci sarà domani, a motivo della salvezza futura. Purtroppo le vicende del popolo di Dio furono catastrofiche, fino ad arrivare all’esilio, vera morte della gioia. Ma non sarà così per sempre. La gioia deve tornare ad allietare la gente, più di prima. Si staglia così la promessa del Messia portatore di gioia, in quanto ristabilisce l’alleanza di Dio con il suo popolo. I profeti ne sono i grandi annunciatori, soprattutto il profeta anonimo che va sotto il nome di deutero Isaia (Is 40-55). Ecco un piccolo saggio: «Ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con esultanza, felicità perenne sarà sul loro capo, giubilo e felicità li seguiranno, svaniranno afflizioni e sospiri» (Is 51,11; cf 44,23; 49,13; 52,7-9; 54,1; Sof 3,14-15).
    Una grande eredità di memorie e di attesa di gioia si riversa su Gesù, come Messia.

    Dio vuole positivamente la gioia dell'uomo.
    La vuole con i beni della creazione, con i beni dell'alleanza e della sua Presenza nel santuario e nella coscienza, con i beni futuri, più belli e duraturi di quelli del passato, grazie al Messia mandato da Dio.

    Gesù Cristo, «una grande gioia per tutto il popolo»

    Gesù di Nazareth è collegato strettamente alla gioia.
    Sottolineiamo quattro momenti.
    * Alla sua nascita, l’angelo di Dio annuncia ai pastori: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo: oggi nella città di Davide è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,10), cui segue l’inno della moltitudine dell’esercito celeste: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama» (2,13-14), dove ‘pace’ è intercambiabile con la parola ‘gioia’. È una gioia contagiosa: nove mesi prima sua madre Maria era stata esortata dall’angelo Gabriele a godere per la scelta di Dio nei suoi riguardi («Rallegrati», con lo stesso verbo chaìro). Tre mesi dopo Maria farà esplodere la sua gioia nel canto del Magnificat.
    * Il secondo momento è costituito dalla sua missione, che possiamo chiamare missione della gioia, di rendere cioè felici le persone che incontra, persone che – per qualche motivo – sono infelici, nel corpo e nello spirito. Zaccheo è pieno di gioia nell’accogliere Cristo in casa sua e ricevere il suo perdono. È la stessa gioia del perdono che incontriamo nelle parabole della pecora e della moneta, smarrite e ritrovate, e del padre che riabbraccia il figlio (Lc 15); la gente giustamente si stupisce ed esulta dopo le guarigioni di Gesù (cf Mt 7,37); Gesù stesso «esultò di gioia nello Spirito Santo», proprio nel rivelare che la gioia di Dio ha come destinatari quanti ne sono senza: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose (il Regno di Dio) ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Lc 10,21).
    * La conclusione è un flusso di gioia, come alla nascita. Alla sera di Pasqua «i discepoli gioirono al vedere il Signore» (Gv 20,20; cf Lc 24,41); altrettanto fu per i due di Emmaus (cf Lc 24,32). È una gioia che, come una corrente elettrica, continua in quanti sono in relazione con Gesù.
    Per cui il terzo Vangelo ha questa svolta paradossale: mentre Gesù «era portato via (in cielo)», i discepoli «tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio» (Lc 24,50-53).
    * Ritagliamo come quarto momento, su cui riflettere, la stretta comunione tra la gioia di Cristo e quella dei discepoli, come appare nell’ultima Cena, nei suoi discorsi di addio (Gv 13-17).
    Sottolineiamo due aspetti fondamentali che vanno oltre la storia di Gesù e toccano in profondità la storia della Chiesa, di Paolo stesso e da Paolo fino a noi, oggi.
    Primo: la nostra gioia viene da Gesù. È la sua gioia che si fa nostra: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11); secondo, questa gioia del discepolo è esposta alla prova, alla tristezza, quando Gesù si nasconde alla sensibilità della fede del credente, per motivi di persecuzione o perché il Signore stesso sembra tacere.
    Ma ecco la folgorante affermazione di Gesù: «Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia» (Gv 16,22). È come la situazione di una mamma che prova i dolori del parto, ma – nato il bambino – il pianto cessa, «per la gioia che è venuto al mondo un uomo» (16,21).

    PAOLO

    Il breve testo di Fil 4,4 della lettera di Paolo ai cristiani di Filippi, che il Rettor Maggiore ha scelto come Strenna del 2013, può essere compresa correttamente soltanto se collocata in un contesto più grande, grande come il progetto di Dio contenuto nei 72 libri della Bibbia, dalla Genesi all’Apocalisse, poiché la gioia di vivere è un bene che nella religione biblica non è secondario, ma indispensabile, come il pane, come l’acqua, per cui – finché ci sarà una creatura umana – non può mancare la gioia nel mondo di Dio, dall’inizio alla fine. Paolo partecipa in pieno a questo progetto, lo viene a conoscere dalla sua convinta appartenenza al mondo ebraico (cf Fil 3,3-6), ne fa lui stesso un’esperienza fondamentale incontrando Gesù Risorto, e perciò lo annuncia, lo sostiene e lo augura ai suoi figli cristiani, dandoci in questo modo – più che delle conoscenze teoriche e astratte – un diario dell’anima, segnato da gioie e dolori (o da gioie al contrario!). Per convincersene, si veda nella seconda lettera ai Corinzi i cc. 11 e 12. Anche la lettera che ora ci occupa è uno specchio privilegiato di ciò. Analizziamola con una certa attenzione.

    L’origine della lettera ai Filippesi

    * Siamo verso gli anni 50 d.C., subito dopo l’assemblea di Gerusalemme che aveva riconosciuto come voluto dallo Spirito Santo l’impegno missionario di Paolo presso i pagani. Ciò spinse l’Apostolo a una scelta audace: portare il Vangelo nella grande Ellade, la Grecia. Confermato da una visione divina, Paolo varca l’Ellesponto ed entra a Filippi, capitale della Macedonia (cf At 16). La missione non fu facile. Paolo, insieme a Timoteo, subì la fustigazione, la prigionia e l’espulsione, ma ciò che è veramente importante è che trovò nei Filippesi una bellissima, fruttuosa accoglienza: prima Lidia, una facoltosa commerciante di porpora, poi gli stessi carcerieri e tanti altri ancora aderirono a Cristo, formando la prima comunità in terra di Grecia. Una comunità che rimase nel cuore di Paolo come la prediletta, e dunque motivo di memoria continua, di consolazione e di gioia. La quale gioia ebbe a crescere ancora di più quando Paolo sperimentò la durezza della missione a Tessalonica, ad Atene e a Corinto, fino a cadere in prigionia, a Cesarea e poi a Roma. I suoi cristiani di Filippi erano rimasti per lui «fratelli carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona» (Fil 4,1), impegnati concretamente a sostenere la colletta per i poveri di Gerusalemme e non solo, ma anche ad aiutare le chiese sorelle di Grecia e lo stesso Paolo, trovatosi in un grave bisogno (Fil 4,10). Per questo la lettera ai Filippesi viene chiamata la «lettera della gioia», come tra poco vedremo in dettaglio.
    * Da Filippi Paolo si inoltra in quel mondo greco che attende il Vangelo. Prima Tessalonica (attuale Salonicco) dove si forma un’accogliente comunità di cristiani, ma dove avversari giudei lo costringono a fuggire; poi Atene, dove prova l’amarezza del rifiuto degli intellettuali del posto. Segue il soggiorno di quasi due anni a Corinto (cf At 17-18), dove la comunità, fervida di tanti carismi ma indisciplinata, provoca addirittura una «lettera delle lacrime», ossia scritta con le lacrime agli occhi (cf 2Cor 2,4).
    Paolo va poi ad Efeso e si incammina verso Gerusalemme, dove sarà arrestato e diventerà prigioniero, prima a Cesarea e poi a Roma (At 18ss), da cui si pensa abbia inviato la lettera ai cristiani di Filippi. Infatti Paolo non dimenticava mai le sue comunità, da cui era stato cacciato appena erano nate, e lo dimostrava attraverso delle lettere appassionate: così ai Tessalonicesi, ai Galati, ai Corinzi, e anche ai cristiani di Roma. E così pure ai Filippesi.

    Notiamo bene due particolari: la lettera della gioia, come viene chiamata quella ai Filippesi, è scritta da Paolo che si definisce «prigioniero di Cristo», proprio carcerato. Usiamo pure il crudo termine di galera: senza libertà, in catene. Non è certo la gioia di chi vive la sua fede in pantofole, mangia tre o quattro volte al giorno, con l’assicurazione in tasca. E ancora Paolo parla di gioia qui, ai Filippesi e agli altri cristiani, non da sfaticato, ma come lavoratore di tende, dentro un colossale, vorticoso impegno di testimonianza a Gesù e di servizio alle giovani chiese. Questa gioia paolina ha un suo spessore, non è parola da biglietto di auguri, è parola strettamente legata a Cristo e al suo Vangelo, ancora di più legata ad un impegno di evangelizzazione per il quale si mette a rischio la vita.

    Uno sguardo globale

    * Un possibile schema della lettera è il seguente:
    – Saluto, ringraziamento e preghiera (1,1-11)
    – Notizie personali e invito alla concordia
    – L’esempio di Paolo (3,1-4,20)
    – Saluti e augurio (4,21-23).
    * La lettera non ha uno sviluppo logicamente ordinato, ma segue l’onda dei sentimenti. È una lettera da cuore a cuore. Paolo è in prigione, in attesa di giudizio, che potrebbe essere di condanna a morte (1,6-20; 2,14-18). Egli si ricorda dei suoi amici di Filippi e parla loro con singolare affetto, dandoci elementi autobiografici di grande valore. Questi sono i contenuti:
    – Paolo afferma la sua appartenenza incondizionata a Cristo;
    – invita a superare certe tensioni comunitarie imitando Gesù, pienamente obbediente al Padre;
    – vi è anche un momento polemico verso certi cristiani giudaizzanti che vorrebbero tornare indietro, all’osservanza delle strette regole dell’ebraismo;
    – nel ricordo di Gesù, scaturisce infine un caloroso invito alla gioia e una testimonianza tenera di affetto.

    Il filo rosso che dà il tono alla lettera è, paradossalmente – data la situazione dell’apostolo prigioniero – un’inattaccabile fiducia in Gesù, tale da creare un forte sentimento di gioia in lui e, tramite lui, nella comunità. Ecco dunque il motivo della gioia che compare in 1,4.18.25; 2,2.17-18.28-29; 3,1; 4,1.4.10.

    Commento

    Possiamo distinguere, senza mai separarle, la gioia che Paolo prova e la gioia verso cui invita la comunità, o ancora – più unitariamente – la gioia che Paolo riceve dalla comunità e la gioia che la comunità riceve da Paolo. Si divide la lettera in due parti.

    La gioia di Paolo

    Si vorrà osservare quanto ne sia artefice la comunità e come Paolo la coinvolga nei suoi pensieri più intimi, spirituali. È una gioia che fa aprire l’anima a Dio e al prossimo.
    * 1,4-5 Sempre, quando prego per tutti voi, lo faccio con gioia, a motivo della vostra cooperazione per il Vangelo dal primo giorno fino al presente.
    La gioia nasce da un motivo preciso: l’attiva partecipazione dei cristiani di Filippi alla diffusione del Vangelo in maniera fedele, costante, dai lontani anni 50 fino al presente, anni 60. Anzi, tale gioia – ne è convinto Paolo – continuerà fino al Giorno di Cristo Gesù, il giorno del grande giudizio (v. 6). Quattro sono i particolari di questa gioia: è una gioia non effimera, ma di ampio respiro, capace di abbracciare passato, presente e futuro; è motivata dalla fedeltà al Vangelo; appare congiunta alla preghiera; è un gioia dentro la prigione!
    * 1,18 Purché in ogni maniera, per convenienza o per sincerità, Cristo venga annunciato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene.
    La gioia ritorna ancora una volta strettamente legata all’annuncio di Cristo. Paolo dice questo in una situazione paradossale. In precedenza lamentava che vi sono annunciatori del Vangelo mossi da ricerca di prestigio, di ambizione, o di rivalità nei confronti di Paolo. Ma è così importante il Vangelo che anche se annunciato in maniera imperfetta, suscita gioia, festa.
    * Nei vv. 19-24 Paolo esprime, in maniera implicita ma chiara, la ragione profonda della sua gioia orante: è il dono dello «Spirito di Gesù», lo Spirito Santo che – come già in bocca allo stesso Gesù, e poi da Paolo stesso in altre lettere – diventa causa della gioia (Gal 5,22 citato sopra, 1Tess 1,6; Rom 14,17), in quanto è fonte della salvezza. È tale questa certezza che, con inaudito entusiasmo, Paolo dice: «per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (v. 21). La gioia del Signore è più forte della morte! Il tratto autobiografico continua nel c. 3.
    * 1,25 Persuaso di questo, so che rimarrò e continuerò a rimanere in mezzo a tutti voi per il progresso e la gioia della vostra fede.
    Si noteranno due aspetti:
    – Paolo che vive di Cristo accetta di fare servizio alla comunità. Ciò porta a riconoscere che la gioia per Paolo è collegata alla missione di servizio del Vangelo;
    – si tratta di «gioia della fede», cioè di gioia che proviene dalla fede (cf 2Cor 1,24; 2,3; 7,4) e che a sua volta produce fede.
    * 2,2-5 Rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi… Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù. La comunità – forse a causa di falsi cristiani – è percorsa da tensioni che possono portare alla discordia e al conflitto. Paolo ne fa richiamo esplicito in 4,2. Allora la gioia di Paolo viene meno, perché la divisione contraddice la natura del Vangelo.
    – Ecco allora l’invito, anzi il comando, di non amputare la gioia di Paolo, che appare in lui un chiaro segno, anzi, una prova, di essere e vivere come Gesù e con Gesù.
    – La gioia che Paolo attende si manifesta nelle idee (fronein) e nella prassi, dunque in convinzioni operative.
    – È una gioia che matura in forza della carità (agape) che si manifesta come comunione. E l’attenzione al modello, che è Gesù, mostra che l’umiltà è parente stretta della gioia.
    – Qui Paolo, riportando forse un inno (2,6-11) cantato in comunità, propone lo stile di Cristo come la regola di condotta. Vuol dire che nella comunione con la sua vita del tutto dedita al piano del Padre a nostro favore, da quando Gesù era il Verbo preesistente, poi nella sua umiliante incarnazione, morte e insieme vittoriosa risurrezione, noi troviamo la ragione della nostra reciproca comunione, ed è proprio ciò che rende piena la gioia di Paolo.
    * 2,17-18 Ma, anche se io devo essere versato sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, sono contento e ne godo con tutti voi. Allo stesso modo anche voi godetene e rallegratevi con me.
    Paolo sta esortando i suoi fratelli cristiani di Filippi ad essere come «figli di Dio immacolati in mezzo a un generazione malvagia e perversa. In mezzo a loro voi risplendete come astri nel mondo, tenendo salda la parola di vita». Grande compito che rivela una grande fiducia e che produce un grande esito.
    – Da questo compito che Paolo compie come una liturgia sacrificale – dando la sua stessa vita per la fede dei Filippesi – si situa la sua gioia e insieme (è la prima volta che se ne fa parola) la gioia degli stessi cristiani di Filippi.
    Si vorrà notare lo stretto collegamento della gioia di Paolo e della comunità (v. 17) con la prospettiva di martirio che su di lui incombe (v. 18). Paolo è felice perché viene ucciso? Assolutamente no, ma perché mai come in questo caso egli va a identificarsi con Cristo, e quindi reso partecipe della sua risurrezione dai morti!
    – La gioia, radicata così saldamente nella vita fedele al Vangelo, è una testimonianza luminosa laddove prevalgono le tenebre del male.
    – La gioia tra cristiani vive di reciprocità. Paolo intende condividere la sua gioia con i fedeli di Filippi e costoro sono chiamati a godere della gioia di Paolo.
    Ancora una volta fonte di tutto è l’attaccamento a Gesù, nonostante il contorno di malvagità e perversità degli avversari dell’apostolo.
    Di questo intreccio di gioia vi sarà una sorta di gran finale in 4,1 al momento del congedo.

    La gioia dei cristiani

    A questo punto della lettera, la gioia di Paolo, già condivisa di per sé dalla comunità (vedi v. 18), si profila esplicitamente come la gioia propria della stessa comunità. Le parole sono più di un augurio, diventato imperativi: dovete essere lieti, rallegrarvi…, rendendo la gioia contrassegno dell’autenticità cristiana. Perché di questo si tratta. Abbiamo visto infatti che per Paolo la gioia è Cristo, la sua dedizione assoluta a lui. Così dovrà essere per i cristiani che hanno ricevuto il Vangelo di Gesù e gli sono stati fedeli.
    * 2,25.28-30 Ho creduto necessario mandarvi Epafrodìto, fratello mio, mio compagno di lavoro e di lotta e vostro inviato per aiutarmi nelle mie necessità... È stato grave, infatti, e vicino alla morte. Ma Dio ha avuto misericordia di lui... Lo mando quindi con tanta premura, perché vi rallegriate al vederlo di nuovo e io non sia più preoccupato. Accoglietelo dunque nel Signore con piena gioia e abbiate grande stima verso persone come lui, perché ha sfiorato la morte per la causa di Cristo.
    Si tratta di una gioia particolare: la gioia dell’amore di accogliere un concittadino, Epafrodito, collaboratore generosissimo di Paolo, che aveva nostalgia della sua Filippi.
    La gioia si manifesta attraverso due atteggiamenti:
    – la gioia di chi può vedere di nuovo il volto di questo fratello-apostolo: è il volto di un amico che è stato compagno così stretto del loro padre e amico Paolo;
    – la gioia di chi non si accontenta di andare sulla piazza a vederlo, come quando arriva un personaggio distinto, ma quella gioia ‘piena’ che sta nell’accoglierlo così come si accoglie il Signore (cf Mt 10,42), averne stima, e non tralasciarne la ragione profonda: «Ha sfiorato la morte per Cristo».
    Dunque, sempre e solo a motivo di Cristo scaturisce la gioia!
    * 3,1 Per il resto, fratelli miei, siate lieti nel Signore.
    Seguono, sia pure in modo contorto, le ragioni di tale letizia. È ancora un bellissimo tratto autobiografico che si collega con 1,19-24 e continua poi in tutto il c. 3.
    L’invito alla gioia ha una precisa matrice: sta nel fatto che l’Apostolo è stato «conquistato da Cristo Gesù» (v. 12). Ciò mette Paolo nel compito di conquistare colui che l’ha conquistato, facendo il suo stesso percorso di sofferenza e di morte «nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti» (3,11). Conseguenza radicale: considerare ogni cosa che non sia Gesù come «spazzatura» (3,6).
    Detto al positivo, la gioia paolina ha una chiara portata cristocentrica e pasquale.
    * 4,1 Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!
    Paolo fa sintesi della gioia che riceve dai cristiani di Filippi. La caratterizza con tre connotazioni:
    – è gioia che nasce dall’intima soddisfazione di avere dei cristiani ‘incoronati’, come i sacerdoti officianti, o i vincitori delle gare atletiche (cf 1Cor 9,25), o ancora come l’imperatore nelle sue visite. Gioia dunque esaltante;
    – si tratta di una gioia che esprime profondo affetto: «Fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona». Il pronome mio indica una letizia provata intensamente;
    – è su questa base che si innesta l’imperativo di «stare saldi nel Signore».
    Parlando così, Paolo mostra che vera gioia per lui è quella che proviene da cristiani che vivono i suoi insegnamenti.
    * 4,4-9 Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù.
    In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri. Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. E il Dio della pace sarà con voi!

    Siamo finalmente giunti materialmente al tema della Strenna fissata nel v. 4. Ma già abbiamo potuto fare una prima fondamentale acquisizione. Questo versetto da solo direbbe ben poco se non fosse compreso dentro il più ampio contesto biblico (AT), di Gesù, dello stesso Paolo e di tutta la lettera ai Filippesi (v. perciò il «messaggio» che segue subito dopo questo commento).
    Cogliamo però anche le suggestioni di queste righe – tanto più significative in quanto sono a conclusione della lettera – che assumono un valore programmatico, hanno il sapore di testamento, come già le parole di Gesù nel discorso della Cena ultima, dove emerge il motivo della gioia (cf Gv 15,11).

    La forza energica degli imperativi – che riprendono 3,1 – fissa la gioia come dimensione dell’essere cristiano. Si voglia notare tre caratteristiche:
    – per il cristiano vi è un obbligo di gioia;
    – si tratta di una gioia senza interruzioni, né di tempo né di spazio, ‘sempre’;
    – la ragione centrale sta nel suo essere «gioia nel Signore (en Kyrio)». «Nel Signore» sta ad indicare l’ambito esistenziale decisivo di ogni realizzazione umana (cf Ef 6,4). Pilastro portante ne è tutta la nostra lettera e tutto il pensiero di Paolo.
    – per avere gioia si deve essere in Gesù Signore, in quanto risorto e pieno di autorità;
    – solo in Gesù Signore è possibile la gioia;
    – chi è in Gesù non solo può, ma deve vivere nella gioia;
    – in Gesù la gioia non è spenta dalla sofferenza, anzi si accende. Lo testimonia la vita di Paolo, così come egli stesso la racconta.

    «Ricorrendo due volte l’imperativo ha una forza particolare, né si deve dimenticare che l’invito viene dalla bocca di un prigioniero. Se non lo dovessero più vedere, devono poter ricordare che la gioia del Signore fu la sua ultima raccomandazione» (J. Gnilka).

    Il corteo della gioia
    La gioia, questa intima soddisfazione dell’anima perché dispone di beni essenziali – che per il cristiano è lo stesso Gesù Signore – si manifesta e si rinvigorisce con cinque sorelle: l’amabilità, la preghiera, la pace, la ricerca di ciò che è vero e buono, la fedele imitazione di Paolo. Esaminiamo brevemente ciascuna di loro:
    – La gioia vive di «amabilità», ossia della bontà reciproca fra i membri della comunità (v. 5). Non si tratta di un volersi bene chiuso in sé stesso. Esso deve farsi visibile, diventare cioè testimonianza agli occhi degli altri, di tutti, di chi è questo Gesù in cui i cristiani credono e che li fa così buoni.
    E ciò tanto più in quanto i cristiani devono avere la coscienza lucida che «il Signore è vicino», il giorno della sua venuta è prossimo, dunque sta per battere l’ora della gioia suprema, la gioia escatologica. Si apparenta con il Maranathà: Vieni Signore! di 1Cor 16,22.
    – Nella vita anche del cristiano vi sono momenti di angustia, di non gioia (v. 6). Essa va superata parlandone al Signore, con la preghiera di supplica e di ringraziamento. L’aveva detto già Gesù nel discorso della montagna (cf Mt 6,25).
    – Sigillo della gioia – e suo sinonimo – è la pace, ripetuta due volte (vv. 7 e 9). La pace, sullo sfondo biblico, equivale a salvezza e come tale è un’azione di Dio per mezzo di Cristo Gesù che supera ogni umana capacità, e anzi va oltre ogni nostro desiderio (cf Ef 3,20). Se la gioia entra a far parte delle opere che solo Dio può fare, se ha bisogno di essere salvata da manipolazioni maligne, ciò avviene perché è fragile, insidiata. Ecco allora venire in auto la «custodia dei cuori e delle menti» da parte di Dio, che è come l’allargarsi delle sue braccia per una sicura protezione. Paolo ha il senso realistico che la gioia/pace nasce per quanto di Dio si realizza nel mondo, nonostante le insidie di questo!
    – Qui interviene un dato che qualifica compiutamente questa gioia/pace date da Cristo. È certamente frutto dello Spirito di Dio (cf Gal 5,22), ma è anche un’esperienza che coinvolge lo spirito dell’uomo. Meglio: la risposta di Dio alle nostre aspirazioni di gioia si coniuga con la ricerca, la riflessione e valorizzazione di ciò che la creazione di Dio ha messo nelle nostre mani come fattori di gioia (v. 8). Paolo, non senza ardimento, nomina qualità virtuose attinte dalla morale stoica e divenute oggetto della paideia greca, della buona educazione tra i pagani.
    «Paolo vuole allora esortare la comunità a non essere inferiore al bene che esiste anche nel suo ambiente e di fronte al quale egli non sa chiudere gli occhi: la comunità infatti non è tolta dal mondo, ma deve dar prova di sé nel mondo, attirandosi ogni vera virtù e ogni riconoscimento» (J. Gnilka).
    – L’ultima raccomandazione che garantisce gioia/pace è degna di un buon educatore che facilita il compito ai discepoli, attirando la loro attenzione su di sé, invitandoli a non dimenticare quanto hanno da lui ‘imparato’, ‘ricevuto’, ‘udito e visto’.
    * 4,10 Ho provato grande gioia nel Signore, perché finalmente avete fatto rifiorire la vostra premura nei miei riguardi.
    È l’ultimo cenno alla gioia in cui sono coinvolti Paolo, come destinatario, e la comunità, come agente di dono:
    – è una gioia motivata dalla partecipazione alle «tribolazioni» missionarie di Paolo (4,14), così prolungate, eppure dai Filippesi sempre condivise, anche con aiuto materiale, eccezionalmente ricevuto dall’apostolo (4,14-15);
    – ancora una volta è, deve essere, una gioia « nel Signore»!

    Il messaggio

    Lo vogliamo sintetizzare leggendo la lettera ai Filippesi nel più ampio contesto della Bibbia.
    * La gioia degli uomini è un bisogno esistenziale primario: quello di poter disporre di ciò che è necessario per la vita in modo soddisfacente. Dio, che ha creato l’uomo, vuole la sua gioia, e ancora di più ora che l’ha redento tramite Gesù Cristo, facendolo suo figlio. Agli occhi di Dio o la vita è gioiosa o non è vera vita come la vuole lui.
    * Gesù Cristo è il segreto della gioia, perché egli fa da ponte tra Dio che dona la vita e l’uomo che l’accoglie. Egli è il modello insuperabile della gioia perché è unito con il Padre. È vissuto lodando Dio e suscitando gioia fra il popolo, è la fonte che dispensa la gioia a chi lo incontra e lo accetta. Paolo è tutto qui: Gesù vuole la nostra gioia; andiamo da Gesù e troveremo la sua gioia, con la sua misura eccedente ogni limite di tempo e di spazio, affermandola eterna domani, facendola pregustare già oggi. Dunque esiste un solo modo per godere la gioia in modo pieno: «gioire nel Signore».
    * Con la Chiesa pellegrina nella storia i tratti biblici della gioia si caricano di forti esperienze, motivate da cause precise: predicare il Vangelo è intrinsecamente legato alla gioia, perché viene diffusa tra la gente di tutto il mondo la «bella/buona notizia» dell’amore di Dio in Cristo per ogni persona. Dunque, gioia e Vangelo sono uniti, e anche oggi se il Vangelo non produce gioia significa che l’abbiamo detto male.
    * Vi è un agente segreto della gioia: è lo Spirito Santo, lo Spirito di Gesù, colui che dona a Cristo di continuare a dirci la bella notizia del Vangelo e ci mantiene uniti a lui, come membra del suo corpo, tramite i sacramenti, in particolare l’Eucaristia e la Confessione. La richiesta a Dio della gioia dona gioia nel momento in cui la si pronuncia.
    * Anche la gioia del Vangelo è sotto prova: la seduzione delle gioie più facili del potere, dell’avere, del sapere, come strumenti di appagamento egoistico di sé; l’ostilità degli avversari di Cristo, fino alla persecuzione e al martirio… Questi sono elementi che turbano fino allo sconforto. Ogni gioia ha il suo Venerdì Santo. Ma la gioia che dona Gesù alla nostra vita viene nascosta solo per poco, e tanto meno mai viene perduta. Dopo tre giorni avviene la risurrezione. Se non si può essere contenti per adesso, lo si è nella speranza, con la certezza della fede in una festa finale che albeggia già oggi.
    * La gioia del cristiano si nutre di una qualità che ne è come il suo nutrimento: l’amore. Ha diversi aspetti: è la gioia per la certezza assoluta di essere amati da Dio in Cristo; nel solco di tale amore divino troviamo la gioia di ricevere amore dalle persone che ci sono care; vi è poi la gioia che nasce dall’imitazione dell’amore di Dio in Cristo verso il nostro prossimo. «Chi non ama resta sempre nella morte» cantiamo in un nostro inno di Chiesa.
    * La gioia che Dio vuole per noi proviene anche dal saper riconoscere, discernere e accogliere quegli aspetti della vita umana dove verità, bontà e bellezza si fondono, anche oggi, nel mondo così com’è, in quanto Dio ha creato il mondo e l’uomo. Vi sono i segni vistosi della gioia, come il canto, la poesia, l’arte. Non dimenticheremo per questo gli aspetti di tristezza, o di falsa gioia che circolano, per conoscerne le cause e superarle.
    * La gioia a cui Paolo invita i Filippesi è strettamente collegata e generata dalla gioia che lui stesso prova per primo grazie al suo rapporto con Gesù. Nella Chiesa la gioia non è mai individualista, ma c’è se si condivide.

    «Paolo spinge a un’intelligenza pratica, a una capacità valutativa della vita dettata dalla fede. Frutto di tale intelligenza è costituito dalla gioia. Essa non è una via episodica o una disposizione interiore, ma il risultato ingenerato nei credenti dalla loro consapevole unione con Cristo. Ciò si avvera in modo paradigmatico per Paolo, che vive la sua unione gioiosa con il Signore nel proprio ministero apostolico, anche se questo lo ha condotto a una prigionia il cui esito potrebbe rivelarsi mortale. È la profonda comunione interpersonale con il Signore a dare senso positivo a tale possibilità, per cui Paolo giunge sino a gioire, invitando la comunità a unirsi ai suoi sentimenti. Si può così comprendere la locuzione “gioire nel Signore”, ove il complemento ha valore fondativo. Questa dimensione cristologica pervade l’intera lettera» (S. Romanello).

    Cenno bibliografico
    (per un ulteriore approfondimento)

    – Barbaglio G., Lettera ai Filippesi, in Lettere di Paolo, II, Borla, Roma 1980;
    – Ernst J., Ai Filippesi, a Filemone…, Morcelliana, Brescia 1985;
    – Fabris R., Lettera ai Filippesi. Lettera a Filemone, EDB, Bologna 2000;
    – Gnilka J., Lettera ai Filippesi, Paideia, Brescia 1972;
    – Peretto E., Lettera ai Filippesi, in «La Bibbia, III, Nuovo Testamento», Ed. Paoline, Cinisello B. (Milano) 1991.

    2. IL RIFERIMENTO ALLA VITA
    (momento di attualizzazione)

    Il riferimento esistenziale abbraccia due momenti: la riflessione sulla Parola di Dio che ci dice la ragione per essere contenti; l’attenzione su Don Bosco, Santo della gioia giovanile.

    CONTENTI PERCHÉ CRISTIANI, CRISTIANI PERCHÉ CONTENTI

    Ci siamo chiesti all’inizio: cosa vuol dire provare gioia? Chi la dona, chi può riceverla, come si relaziona la gioia di vivere e l’essere cristiani, credenti in Gesù Cristo?

    * Dalla Parola di Dio lungo i due Testamenti, cioè all’interno del popolo di Dio, di Gesù, di Paolo, dei primi cristiani, cogliamo la prima verità: la gioia è di casa, è conosciuta, desiderata, sperimentata con entusiasmo quando avviene, sofferta quando tarda a venire. Il Dio della Bibbia vuole la gioia dell’uomo in quanto persona fatta a sua immagine e somiglianza. All’inizio del tempo l’uomo è posto nella felicità del giardino (Gen 2,4s); nella storia gli viene assicurata la terra dove scorre latte e miele (Es 3,8; 15); al termine gli viene data la grande festa della vita nel giardino rinnovato (Ap 21- 22).
    Lo ripete sovente Benedetto XVI: «Dio non ha invidia né toglie la gioia dei suoi figli, ma la dona quando non c’è, la rafforza quando è fragile, l’assicura come dimensione permanente della vita». Per il Papa, Dio (Cristo) e gioia sono quasi sinonimi. Significa che ogni persona con l’aiuto di Dio può «entrare in possesso di beni apprezzati come valori indiscutibili dell’esistenza umana». Vuol dire che la gioia che Dio pensa e vuole non è esclusivamente religiosa o valida solo per l’anima. Vale per tutto l’uomo, vale per ogni uomo. La gioia ha una valenza teologica e antropologica.
    * Gesù Cristo, proprio perché Dio e uomo nella sua persona, porta la testimonianza più autorevole di essere lui stesso sorretto e animato dalla gioia e contemporaneamente essere colui che dona la gioia. La sua vita lo vede ad una festa di nozze (Gv 2,1-12), a banchetti felici come nel caso di Levi (Mc 2,15), di Zaccheo (Lc 19,1-10), soprattutto felice – anzi entusiasta – per il ministero dei suoi discepoli (Lc 10,21-22). I suoi ultimi discorsi nella Cena finale diventano promessa e anzi trasmissione di gioia (Gv 15,11). Le beatitudini sono il suo inno alla gioia per i suoi discepoli, i miracoli ne sono il segno, l’incontro con le persone (anche peccatori) ne sono la dimostrazione (cf Lc 7,36-50; Gv 4,1-42).
    Chi incontrava Gesù non se ne andava mai demoralizzato, nessuno è mai stato aspramente rimproverato, nemmeno Giuda. A chiunque diceva che Dio era suo Padre.
    Non ci sfugga la linea di condotta di Maria di Nazareth che, avvolta dalla benevolenza di Dio, viene dall’angelo salutata con un invito alla gioia («Rallegrati Maria»), e a cui Maria dà una risposta di gioia, il Magnificat (cf Lc 1,28; 1,46s).
    La gioia per Gesù non è di facciata, un bluff, un sorriso a denti stretti, non proviene da ragioni di potere e di ricchezza, ma dalla sua pratica dell’amore, che volle diventasse il principale comandamento (cf Mc 12,28-34; cf Lc 10,25-37): è l’amore che riceveva e dava al Padre, e che dispensava ai discepoli, ai bambini, ai poveri, alla donne. Ne nasce una legge: chi sta con Gesù, anzi, abita in lui, vive la sua gioia – non dentro necessariamente a un monastero o in situazioni particolari di isolamento – ma nello scorrere sinuoso e faticoso della vita di ogni giorno, in Chiesa, in famiglia, sulla strada.
    Ricordiamo che Maria viene inneggiata come «causa della nostra letizia».
    * Di questa stretta correlazione fra Gesù e la gioia, Paolo ne è un massimo fruitore e testimone. Egli vive di Gesù, perciò niente gli potrà fare paura, togliergli la gioia indispensabile alla vita. Le pagine autobiografiche della seconda lettera ai Corinti (11-12), l’inno entusiasta di Rom 8,31-39, come pure il desiderio fremente di afferrare quel Cristo che lo ha afferrato (cf Fil 3,12), l’invito alla gioia fatto con insistenza ai Filippesi mentre lui è dentro una prigione…, tutto ciò rivela che Paolo ha provato una gioia enorme per opera del Signore Gesù, del suo Spirito. Ed è quella che vuole comunicare, con la stessa logica e intensità. Si noti che Paolo parla di gioia non a singoli prediletti ma a tutta la comunità. La Chiesa è come il filo elettrico che porta l’energia della gioia e la distribuisce per sé a tutti, a partire dai più sconfortati.
    Per questo Paolo parla di «gioia del Signore». Chi vuole gustarla, deve incontrare Gesù Cristo Risorto, vivo e operante tra noi. Se la gioia viene dai valori indiscutibili della vita, Gesù Signore diventa valore indiscutibile perché possiamo essere pienamente contenti. «Gioia del Signore» vuol dire anzitutto la gioia che gode il Signore con il Padre e lo Spirito Santo e che si prolunga nella gioia di vedere i suoi figli in cammino verso l’eternità; ma per questo, «gioia del Signore» vuol dire anche la gioia che proviene da lui e che lui vuole inviarci. La Chiesa non è estranea e tanto meno contraria a questo flusso e clima di gioia. In essa si sente cantare: «Il Signore della mia gioia». Essa dovrebbe essere deposito, cassa di risonanza e distribuzione della gioia del Signore.
    * Una caratteristica della gioia cristiana è la sua con-vivenza con la prova, le difficoltà, la tribolazione.
    Nella logica del mondo, la gioia elimina il pianto, così come il pianto annulla necessariamente la gioia. Nella logica cristiana vale la prima affermazione, mentre non vale la seconda. Nel popolo di Dio, prima di Gesù, il momento tragico della caduta e dell’esilio e della difficile ricostruzione è attraversato dalle più belle promesse di gioia da parte dei profeti (cf Ger 31), e in particolare da parte del deutero e terzo Isaia (Is 40-45; 56-66). Gesù, pur nella previsione della sua orribile croce, sente – e in un qual modo gusta – la vita come gioia e pace per aver obbedito al Padre per amore nostro (cf Gv 13-17). In quest’ottica, egli ha il coraggio di annunciare ai discepoli: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno… a causa mia. Rallegratevi ed esultate perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» (Mt 5,11). Sulla stessa linea si pone Paolo, con il suo paradossale grido: «Sono pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione» (cf 2Cor 7,4). E Pietro ai cristiani dell’Asia Minore raccomanda: «Siete ricolmi di gioia anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove» (1Pt 1,6). In questi testi citati non può sfuggire la dimensione escatologica della gioia, che essa cioè è pienamente realizzata solo in cielo, nel Regno di Dio. Qui in terra la gioia è strettamente dipendente dalla speranza: è la sicura speranza che prende il nome di gioia.
    Più sei a rischio con Cristo più sei nella gioia di Cristo. Ciò avviene perché le risorse di Dio e del Cristo sono tali da deporre, nel momento oscuro della prova, la certezza massima della fede: l’amore di Dio, del Cristo, ci cinge e ci protegge con fedeltà, ci assicura che si tratta di prova transeunte (= passeggera): giacché accolta con fiducia dalle mani di Dio la sofferenza diventa atto di amore e di consolazione (= la gioia dentro la prova). Qui si staglia l’arco di testimonianze indimenticabili, dai martiri ‘felici’ di morire per e con Cristo, alla ’perfetta letizia’ di Francesco di Assisi proprio nel momento della sofferenza, fino alla ‘città della gioia’ di Madre Teresa. Qui si pone bene l’affermazione di A. Manzoni che, raccontando il dramma della vita degli umili nei Promessi Sposi, scolpisce così l’agire di Dio nella storia: «Dio non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande». Il tradizionale Paradiso (o Cielo) mantiene la sua validità e necessità.
    * Il dinamismo della gioia del cristiano riflette il mistero dell’Incarnazione. Vi è la componente divina che è rappresentata dal Vangelo del Regno, la notizia bella e confortante che Gesù annuncia; vi è la componente umana, che è data dall’impegno umano di creare gioia per sé e per gli altri. Paolo parla di gioia a cristiani che vivono nelle città, con i loro compiti, attenti a rendere serena la propria vita, e invita anzi a trovare tracce di questi prodotti della gioia laddove si manifesta la verità, l’onestà, la trasparenza (cf Fil 4,8-9). La gioia del Signore non esclude quella dell’uomo, ma la contiene, la rafforza, la purifica e dona ad essa, così fatta di piccoli frammenti, fuggevole, illusoria, un orizzonte di vita eterna.
    Come per altre qualità della vita, nella visione cristiana, non si nasce capaci di procurare a sé stessi quella gioia di cui abbiamo veramente bisogno. Non di rado essa è di corto respiro, sa più di piacere che stordisce che di una esperienza di serenità interiore. La gioia va educata. Paolo contesta le «opere della carne» dove hanno luogo «fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregoneria, inimicizie, discorsi, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, ubriachezze, orge e cose del genere» (Gal 5,19-21). Detta al positivo la gioia è matura se comprendiamo che noi abbiamo una vocazione alla gioia che si realizza esercitandola, per sé e per gli altri. La pedagogia della gioia si nutre di evangelizzazione, della capacità di trasmettere «belle notizie» legate a Gesù, a Maria, ai suoi testimoni; se si impara a gustare le cose belle della vita (situazioni, incontri, esperienze…) come invito alla gioia; se noi stessi portiamo i segni visibili di una gioia interna che si manifesta in accoglienza mite e incoraggiante e, per quanto possibile, sorridente; la gioia ha bisogno di manifestarsi con la festa, il canto, la musica… garantendo che l’esterno sia specchio dell’interno, di una gioia che è dentro di me; forma alla gioia l’incontro sacramentale con il Signore; la gioia si nutre di amore dato e ricevuto. La gioia è irradiante, è tua se la condividi. Sei contento se fai contenti.
    In una parola, contenti perché cristiani, cristiani perché contenti.

    ALLA SCUOLA DI DON BOSCO

    Don Bosco è stato definito il Santo della gioia. Dietro ci sta una vita intera intrisa di gioia, da quando era ragazzo fino alla fine dei suoi giorni.
    Era persona gioiosa non per generazione spontanea, ma perché si allenò a esserlo sviluppando le sue risorse naturali con l’aiuto della grazia di Dio; fece contenti i suoi ragazzi e la gente che incontrava non così per caso, ma per una sua determinazione, diciamo vocazione, a dare e ricevere gioia.
    Ne accenniamo qui, all’interno di questa Lectio divina, perché il pensiero e l’opera del Santo per la gioia dei ragazzi si dimostrano essere state forme di attualizzazione della Parola di Dio, sotto la guida dello Spirito Santo, che ne hanno esplicitato il senso profondo, assicurato l’adattamento culturale e prodotto il processo pedagogico.
    Anche Don Bosco ha coltivato la stessa radice evangelica di Paolo per parlare e procurare gioia a noi stessi e al prossimo. Non per niente la Strenna del Rettor Maggiore corrisponde alla liturgia della Parola (seconda lettura) nella Messa di Don Bosco.
    Indichiamo qui tre piste su cui continuare la Lectio fin qui espressa: il pensiero di Don Bosco sulla gioia (pista documentata); la sua esperienza di vita (pista vissuta); la sua eredità nelle Costituzioni salesiane e delle FMA (pista codificata). Non possiamo soffermarci oltre che ad alcuni cenni. [1]
    Distinguiamo tre fonti, fra loro unite, definendole ‘piste’ del percorso: la documentazione, l’esperienza vissuta, la codificazione.

    PISTA DOCUMENTATA

    Intendiamo qui raccogliere alcune citazioni maggiori di Don Bosco sulla gioia, così come lui le ha attinte dalla Bibbia. [2] Le possiamo radunare secondo tre prospettive care al Santo: la gioia, anima della vita di ogni giorno; la gioia nella sofferenza; la gioia della vita futura. Sono tre componenti proposte da Don Bosco in chiave pedagogica o formativa, tenendo in unità il tempo e l’eternità. È l’ottica che in certo modo sintetizza la sua visione della gioia, della festa, dell’esistenza come dato positivo, alla luce della fede nella Parola di Dio, e in particolar modo nel Vangelo. Per cui – se è vero che Don Bosco non cita materialmente il testo biblico della Strenna (Fil 4,4) – però la sostanza è ampiamente presente.

    La gioia nella vita di ogni giorno

    È la componente più diffusa. Distinguiamo due ordini di contenuto: la gioia nella vita quotidiana e la gioia della conversione.

    Nella vita quotidiana

    Nella vita quotidiana la gioia ha la sua espressione madre nel: «Servite Dominum in laetitia» (Sal 100,2). «Servite il Signore con allegria» era la traduzione della ben nota Bibbia del Martini, usata da Don Bosco, dando così rilievo al termine ‘allegria’ da lui molto usato (v. la «Società dell’allegria»!), e oggi forse andato in disuso.
    – Ne tratta nella biografia di L. Comollo, ma soprattutto ne Il Giovane Provveduto: «Tra i principali inganni con cui il demonio suole allontanare i giovani dalla virtù, il primo è far loro venire in mente che servire il Signore consista in una vita malinconica e lontana da ogni divertimento e piacere. Non è così, cari giovani. Io voglio insegnarvi un metodo di vita cristiano, che sia nel tempo stesso allegro e contento, additandovi quali siano i veri divertimenti e i veri piaceri, talché voi possiate dire con il santo profeta Davide: «Serviamo al Signore in santa allegria. Servite Domino in laetitia». Tale è appunto lo scopo di questo libretto: servire al Signore e stare sempre allegri» (pp. 5-6). E più avanti annota ancora: «Noi vediamo che quelli che vivono in grazia d’Iddio sono sempre allegri, e anche nelle afflizioni hanno il cuore contento. Al contrario, coloro che si danno a’ piaceri vivono arrabbiati, e si sforzano onde trovare la pace ne’ loro passatempi, ma sono sempre più infelici» (p. 28).
    – Nella biografia di Domenico Savio, Don Bosco ricorda che Domenico ripeteva lo stesso pensiero ai suoi compagni, spiegando ad uno di loro: «Noi qui facciamo consistere la santità nello star molto allegri. Noi procureremo soltanto di evitare il peccato, come un gran nemico che ci ruba la grazia di Dio e la pace nel cuor, di adempiere esattamente i nostri doveri, e frequentare le cose di pietà. Comincia fin da oggi a scriverti per ricordo: Servite Domino in laetitia, serviamo il Signore in santa allegria» (pp. 86-87).
    Altri detti cari a Don Bosco: «Il demonio ha paura della gente allegra»; «Laetare e bene facere e lasciar cantar le passere»; «Siate sempre allegri»; «Servite il Signore stando lieti»; «Vivete pure nella massima gioia, purché non facciate peccati».

    Vi è anche la gioia della conversione

    Don Bosco si riferisce alla conclusione della parabola della pecora smarrita, per cui vi è «gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte» (Lc 15,7) e fa una «sinfonia della gioia» del peccatore pentito. Ciò appare almeno in nove operette da lui scritte, tra cui Il divoto dell’angelo custode, Esercizio alla misericordia di Dio, Vita infelice di un novello apostata, Mese di Maggio, Cattolico provveduto.

    La gioia nella sofferenza

    Sempre mantenendo riferimento ai testi biblici, Don Bosco tocca il nostro tema quando si imbatte nella connessione tra gioia e sofferenza per Cristo. Ecco alcuni testi più significativi.
    – Ricordando Atti 5,41, in cui gli apostoli uscirono «lieti dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù», dopo averne fatto commento nella Storia Ecclesiastica e in diverse Vite di Papi, Don Bosco ne fa applicazione alla vita dei salesiani, ricordando loro che, per amore di Gesù Cristo, «non abbiamo obbligo di sacrificare il corpo con questi modi e, se talora fosse necessario, Dio ci assisterà con la sua grazia. Ma dobbiamo fare sì di non secondar mai, di reprimere, di prevenire le insidie dei sensi» (Memorie Biografiche, IX, 354).
    – Non poteva mancare una riflessione sul detto paolino: «Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione» (2Cor 7,2-4) che Don Bosco applica al voto di povertà (Costituzioni art. 74: v. sotto). Nel momento doloroso delle perquisizioni dell’Oratorio, nel 1860, il «siate lieti nel Signore» (Fil 3,1) fece da incoraggiamento. Confrontare ancora il commento di 1Pt 3,14 e 4,14: «Beati voi, se venite insultati per il nome Cristo» e la Vita di S. Urbano I.
    Questo rapporto tra gioia e sofferenza appare ancora in relazione al premio celeste (v. qui sotto).

    La gioia nella vita futura

    Il richiamo alla gioia in Don Bosco ha il suo luogo specifico nel futuro, nel Paradiso. È la componente escatologica che irradia i suoi effetti nel presente, specie se questo è tribolato.
    – Uno dei testi biblici più commentati è quel «bene, servo buono e fedele… prendi parte alla gioia del tuo padrone», nella parabola dei talenti (Mt 25,21). Don Bosco lo cita nella vita del Comollo, di Domenico Savio, del Cafasso, Il Giovane Provveduto. Così scrive nelle prime Costituzioni ai salesiani: «Dio tiene minutissimo conto di ogni più piccola cosa fatta per il suo Santo nome, ed è di fede che a suo tempo ci compenserà con abbondante misura. In fin di vita, quando ci presenteremo al suo divin tribunale, mirandoci con volto amorevole, ci dirà: «Tu sei stato fedele in poco e io ti farò padrone di molto: entra nel gaudio del tuo Signore». Lo stesso ritornello riappare nel suo commento a Mt 5,12; 6,19-21, e in particolare alla parabola del grande giudizio finale (Mt 25,34): «È dolce cosa asciugare le lagrime degli infelici… Ah, sì! Riposi il mio spirito nel pensiero del cielo… Quale felicità quando io udrò queste parole: «Venite, benedetti del Padre mio, voi avete diritto della ricompensa degli eletti. Voi avete alleggerito la fame e la sete dei vostri fratelli…» (Il cattolico provveduto, 536-537).
    Così, richiamandosi ad Ap 21,4 secondo cui «non vi sarà più la morte, né lutto…» Don Bosco estasiato scrive: «Considera la gioia che proverà l’anima nell’incontrare i parenti e gli amici, nel rimirare la nobiltà, la bellezza, la moltitudine de’ cherubini…, di tutti i santi… Là vedremo Adamo, Abramo, i patriarchi, i profeti, il coro degli apostoli, l’immenso numero dei martiri, dei confessori, delle vergini. Oh, quanto godono in quel fortunato regno! Sono sempre lieti, senza infermità, senza dispiaceri, senza affanni che turbino la loro allegrezza, il loro contento» (Il mese di maggio, p. 161).
    – Con riferimento al rapporto sofferenza-gioia, commentando Rom 8,18, secondo cui «le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura», Don Bosco interviene 11 volte, particolarmente nell’Epistolario: cita in latino il testo nominato scrivendo al chierico Michele Rua (I, 355), ne parla ai suoi primi missionari …. Ad una persona scrive: «Le spine che ci pungono nel tempo, sono fiori per l’eternità» (II, 219); ad un chierico: «I grandi benefici fatti in gioventù sembrano pungenti spine, ma esse saranno cangiate in odorifere rose nella eternità» (II, 273).

    PISTA VISSUTA

    Quello che si può dire dell’esperienza della gioia (o allegria) nella vita di Don Bosco è moltissimo, perché essa è, né più né meno, una componente costitutiva. Ha scritto F. Orestano: «Se S. Francesco santificò la natura e la povertà, S. Giovanni Bosco santificò il lavoro e la gioia. Egli è il Santo dell’euforia cristiana, della vita cristiana operosa e lieta. Non mi stupirei che Don Bosco venisse proclamato Santo protettore dei giochi e degli sport moderni». [3] Riportiamo alcune ‘schegge’ di vita.

    Tre livelli

    Si possono cogliere tre livelli nel rapporto tra Don Bosco e la gioia.
    • La gioia come fatto aggregativo edificante.
    La vediamo nel ragazzo Giovannino Bosco che tiene uniti a sé i compagni con un fantasioso mondo dei giochi, addirittura con l’istituzione di una «Società dell’allegria». Assieme al gioco si unisce sempre il momento della parola di fede (la preghiera, i sacramenti, la predichetta…). Questo continuerà lungo la vita di Don Bosco, prete giovane in mezzo ai giovani, in particolare ai tempi del primo oratorio. Le Memorie dell’Oratorio (1873-1875) ne sono la testimonianza avvincente.
    • La gioia come imprescindibile fattore educativo.
    È quanto appare nell’agire concreto di Don Bosco verso i giovani con il trinomio «allegria, studio, pietà». Lo manifesta in particolare nelle vite dedicate ai suoi giovani Domenico Savio, Francesco Besucco e Michele Magone, e in tanti altri scritti, come appare nella pista documentata vista sopra.
    Tra questi scritti vanno ricordate le riflessioni raccolte nel Sistema Preventivo e nella Lettera da Roma del 1884.
    • La gioia come componente ascetica spirituale.
    Vi si trovano diversi motivi: il motivo gioioso del premio finale (nel Paradiso), della gioia nella sofferenza (era convinzione comune che Don Bosco era tanto più allegro quanto più dispiaceri aveva), e della gioia nella recezione dei sacramenti e nel cammino di santità. In una parola dell’unione con Dio, auspice l’opera dell’Ausiliatrice.
    In realtà questi tre livelli sono tra loro connessi: ciò che la persona di Don Bosco per natura e per grazia portava in sé di gioioso e letificante, divenne una pedagogia ricca di stimoli, in stretto contatto – come fine e come mezzo – con una proposta di santità, e ciò in vista di una gioia piena e definitiva, una gioia «nel tempo e nell’eternità», come ebbe a scrivere nella Lettera da Roma del 1884.
    Risulta quindi evidente che la gioia di cui si parla è stata una qualità anzitutto di Don Bosco stesso nella sua vita, e che egli propone ai giovani come esperienza da lui stesso provata.

    La testimonianza di Don Bosco

    Il discorso non può restare astratto. Vi è tutta una ‘organizzazione della gioia’, punteggiata da valutazioni significative. Partiamo da queste.

    Il sentimento profondo di Don Bosco
    P. Braido, nel suo libro sul sistema preventivo (citato in nota), ritiene la gioia come caratteristica essenziale di un regime basato sulla ragione e su una religiosità che ha la sua sorgente nella pace con Dio e nella vita di grazia. E ne connota così le caratteristiche.

    La gioia per Don Bosco ha un volto profano e religioso
    – Don Bosco, più di ogni altro, comprende che il ragazzo è ragazzo, e permette – anzi, vuole – che lo sia; sa che la sua esistenza più profonda è la gioia, la libertà, il gioco, la società dell’allegria.
    D’altra parte è convinto che il cristianesimo è la più sicura e duratura sorgente di felicità, perché è lieto annuncio, ‘Vangelo’: dalla religione dell’amore, della salvezza, della grazia non può che scaturire la gioia, l’ottimismo. Nell’incontro con Domenico Savio l’allegria è fatta coincidere con la santità. «Don Bosco vuole diffusa tra i suoi la gaiezza e il buon umore, era per lui l’undicesimo comandamento.
    Raggiunge una particolare intensità nelle molte festività, religiose e profane. Con l’esercizio della buona morte, l’adorazione eucaristica continua, la preghiera, s’intrecciano il trattamento speciale a tavola, i giochi, la lotteria, il teatro, la musica…».
    L’esito lo dice lo stesso Don Bosco nelle Memorie dell’oratorio: «Affezionati a questa mescolanza di devozione, di trastulli, di passeggiate, ognuno mi diveniva affezionatissimo a segno che non solamente erano ubbidienti simili ai miei comandi, ma erano ansiosi che loro affidassi qualche incombenza da compiere».

    La gioia per Don Bosco è bisogno fondamentale di vita
    È legge della giovinezza, per definizione età in espansione, libera e lieta. Michele Magone è pensato da Don Bosco come archetipo della grande massa dei giovani incontrati nella ricreazione. Le Memorie dell’oratorio sono prodighe di vocaboli che indicano movimento di allegrezza: «schiamazzi, canti di grida, fare applausi e ovazioni, cantare e direi urlare, giocare con le bocce, con i fucili, con le spade in legno… La maggior parte se la passava saltando, correndo e godendosela in vari giochi e trastulli. Tutti i ritrovati dei salti, corse, bussolotti, corde, bastoni erano messi in opera sotto alla mia disciplina».

    La gioia per Don Bosco diventa mezzo diagnostico e pedagogico
    Ciò avviene nelle più svariate forme di ricreazione e soprattutto nei giochi all’aria aperta, campo di irradiazione di bontà. «Dopo la confessione – nota A. Caviglia – non si può indicare altro centro più vitale e attivo di questo nel suo sistema. Poiché non solo nella spontaneità della vita gioiosa familiare del giovane si ha una delle fonti capitali della conoscenza degli animi, ma soprattutto si ha mezzo e occasione di avvicinare, senza soggezione, senza parere, uno per uno i giovani, dir loro in confidenza la parola che fa per ciascuno. Torna qui il principio vitale della pedagogia o meglio dell’educazione vera e propria: quello dell’educazione dell’uno per uno, seppur respirata nel clima/ambiente dell’educazione collettiva… Se ricordiamo che, fino a quando gli fu possibile, Don Bosco lasciava tutto il resto per trovarsi in cortile coi suoi figlioli, noi avremo compresa l’importanza che tutto questo fattore ha ai suoi occhi di educatore e di padre delle anime dei suoi figlioli. Dice Don Bosco stesso: «Io mi serviva di quella smodata ricreazione per insinuare ai miei allievi pensieri di religione e di frequenza dei santi sacramenti». L’ultimo dei sette segreti dell’oratorio rivelati da Don Bosco nel 1875 è: «Allegria, canto, musiche, in libertà grande nei divertimenti».
    L’allegria è dunque per Don Bosco non solo ricreazione, divertimento, ma autentica, insostituibile realtà pedagogica. Non per nulla nella Lettera da Roma scriverà che «la familiarità con i giovani, specialmente in ricreazione» è un punto capitale nel sistema. Il contatto fraterno e paterno dell’educatore con i suoi allievi non avrebbe valore né effetto senza l’efficacia della vita gioiosa, dell’allegria sullo spirito del giovane.

    Esperienze di vita
    Merita almeno ricordare le ‘strutture’ della gioia di Don Bosco. Don Braido le elenca in feste religiose e civili. Erano numerose e caratterizzate da straordinario sfoggio di musiche, canti e splendore di riti; il teatro; musica e canto («Un oratorio senza musica è un corpo senz’anima»), escursioni.

    PISTA CODIFICATA

    Si può ben pensare che sia stata accolta come una eredità indimenticabile questo rapporto tra Don Bosco e la gioia, la gioia provata da lui stesso e la gioia proposta ai suoi ragazzi. I suoi salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice l’hanno accolta come tratto costitutivo del suo carisma e quindi introdotto nelle Costituzioni a varie riprese.

    Dalle Costituzioni dei salesiani di Don Bosco

    * Art. 17 «Il salesiano non si lascia scoraggiare dalle difficoltà, perché ha piena fiducia nel Padre: ‘Niente ti turbi’, diceva Don Bosco. Ispirandosi all’umanesimo di San Francesco di Sales crede nelle risorse naturali e soprannaturali dell’uomo, pur non ignorandone la debolezza. Coglie i valori del mondo e rifiuta di gemere sul proprio tempo: ritiene tutto ciò che è buono, specie se gradito ai giovani. Poiché annuncia la buona novella è sempre lieto. Diffonde questa gioia e sa educare alla letizia della vita cristiana e del senso della festa: «Serviamo il Signore in santa allegria».
    * Art 40.2 «Don Bosco visse una tipica esperienza pastorale del suo primo oratorio, che fu per i giovani casa che accoglie, parrocchia evangelica, scuola che avvia la vita e cortile per incontrarsi da amici e vivere in allegria. Nel compiere oggi la nostra missione, essa rimane criterio permanente di discernimento e il rinnovamento di ogni attività e opera».
    * Altri ‘snodi gioiosi’:
    – annunciare Gesù Cristo costituisce la ‘gioia più profonda’ (34);
    – invito ad imitare la gioia di Maria nel Magnificat (92);
    – la comunità è luogo della gioia: ivi la si condivide, assieme ai dolori, nel clima di fraterna amicizia (51); la gioia diventa fattore di vocazione (37); l’allegria è una delle qualità che crea un clima di fiducia e docilità nella formazione (noviziato) (110);
    – i consigli evangelici sono intesi anche come fonte di gioia: l’obbedienza (65), la povertà («la beatitudine dei poveri in spirito») (75), la castità («il clima fraterno della comunità aiuta a vivere nella gioia il celibato») (83);
    – «la preghiera salesiana è gioiosa e creativa, semplice e profonda, e si apre alla partecipazione comunitaria, è aderente alla vita e si prolunga in essa» (86); «la domenica è il giorno della gioia pasquale, vissuta nel lavoro apostolico, nella pietà e in allegria, rinvigorisce la fiducia e l’ottimismo del salesiano» (89); il «sacramento della riconciliazione ci dona la gioia del perdono del Padre, ricostruisce la comunione fraterna e purifica le intenzioni apostoliche» (90).

    Dalle Costituzioni delle Figlie di Maria Ausiliatrice

    * Art 8 «Viviamo la nostra vocazione di Figlie di Maria Ausiliatrice come risposta al Padre che in Cristo ci consacra, ci raduna e ci manda. Nella grazia dello Spirito Santo ci doniamo a Dio sommamente amato seguendo Cristo più da vicino nella sua missione di salvezza. In una comunità animata dalla spirito apostolico di Don Bosco e di Madre Mazzarello viviamo con radicalità la vita nuova delle beatitudini, annunciando e testimoniando alle giovani e con le giovani la buona novella della redenzione. Collaborando così nella Chiesa, con nuovo e speciale titolo per l’avvento del Regno, trasformiamo ogni istante della nostra esistenza in un gioioso inno di adorazione e di lode, e diveniamo segni dei beni celesti già presenti in questo mondo».
    * «La nostra comunità adunata dal Padre, fondata sulla presenza del Cristo risorto e nutrita da lui, Parola e Pane, è chiamata a servire il Signore con gioia, in profondo spirito di famiglia, e a lavorare con ottimismo e sollecitudine per il Regno di Dio» (49). «Si formerà così nella comunità un clima di fiducia e di gioia, tale da coinvolgere le giovani e i collaboratori e da favorire il nascere di vocazioni salesiane» (50); «in un continuo tendere all’amore nell’ottimismo salesiano, la Figlia di Maria Ausiliatrice pratichi quell’ascesi data dalla presenza attiva in comunità e fra le giovani, e che è fonte di vera gioia» (53); «la prima comunità di Mornese è invito e incoraggiamento alla vita di ogni giorno vissuta nella carità e nella gioia in continuità con ‘il Magnificat’ di Maria» (62).
    * Nella missione: «Il sistema preventivo diventa un’esperienza di comunione vissuta tra noi e le giovani in clima di spontaneità, di amicizia e di gioia» (66); «notevole incidenza hanno i momenti di ricreazione e distensione. Vi prenderemo parte con vivo senso comunitario e fraterna allegria… con particolari momenti di festa» (55).
    – «Animate dalla carità apostolica orienteremo le giovani a scoprire la gioia profonda della comunione con Dio» (71); «le vocazioni le impetreremo con la preghiera incessante e con la nostra gioiosa e costante fedeltà» (73).
    * Altri ‘snodi gioiosi’:
    – invito ad «aprirci all’umiltà gioiosa» del Magnificat (4);
    – i consigli evangelici come fonte di gioia: la castità, «sorgente di gioia» (12,15), che rende «capaci di accogliere le giovani con quel’affetto forte e sincero che dà loro la gioia di sentirsi amate personalmente» (14); l’obbedienza va eseguita «con animo ilare e con umiltà» (32), «discrezione e bontà nel richiedere e spontanea e gioiosa adesione nell’eseguire» (33; 65); la povertà va vissuta «nello stile salesiano di temperanza, gioia e semplicità» (23);
    – la formazione: la gioia della donazione a Dio per la salvezza della gioventù (90; 99);
    – «la preghiera deve essere capace di esprimere il senso della ‘festa’ e coinvolgere le giovani nella gioia dell’incontro con Cristo» (38), la preghiera comunitaria va vista come affidamento a Dio delle «sofferenze e gioie di ciascuna» (47), si tenda fare della giornata una liturgia vissuta in semplicità e letizia come ‘lode perenne’ al Padre» (48).

    3. PER UNA CONDIVISIONE
    (momento di comunione e decisione)

    È la fase in cui si mettono insieme i punti che ci hanno maggiormente toccato e quelli restati più oscuri. Per una riflessione, una conversione, una decisione.
    L’attenzione tiene presenti due momenti: la Parola di Dio e l’insegnamento di Don Bosco.
    1. Adesso, dopo aver esplorato il mondo della Bibbia, di Gesù, di Paolo, chiediamoci: la Parola di Dio cosa intende per gioia?
    Comunicare cosa ci ha colpito della trattazione esegetica, dire gli aspetti comuni fondamentali, provare a descrivere il senso biblico della gioia.
    2. Cosa vi è di convergente tra la gioia di Dio e le attese della persona? Cosa ha di diverso la gioia di cui parla Paolo rispetto ad altre interpretazioni?
    È noto che il desiderio alla felicità è universale e si fa di tutto per realizzarlo: indicare modalità attuali di ricerca della gioia nel mondo giovanile; notare quali sono i punti di contatto con la visione cristiana e i punti discordanti.
    3. Si nasce capaci di gioia o lo si diventa? Con quali criteri? Cosa apporta il Vangelo?
    Benedetto XVI non fa un discorso ai giovani senza mettere in gioco la gioia. Per lui Gesù di Nazareth è capace di dare gioie sicure: provare a vedere per quale ragione Gesù merita fiducia, quale profilo di gioia egli comunica, a quale condizione; perché e come sofferenza e gioia possono accordarsi…
    4. Esistono persone felici tra coloro che hanno fede? Abbiamo provato esperienze di gioia collegate alla fede? Perché tanti giovani oggi fanno fatica ad accettare il binomio: la fede dà gioia e la gioia fa crescere la fede?
    Raccontare di persone felici di essere credenti e cercare di capirne le ragioni (si può anche intervistare persone come queste). Fede-gioia: fornire indicazioni in un cammino educativo giovanile.
    5. Perché Don Bosco è stato chiamato Santo della gioia giovanile? Perché ha legato così strettamente santità e allegria? Il suo messaggio (parole ed esempi) può valere anche per i giovani di oggi? Serve fare riferimento al Paradiso e – per contrasto – all’Inferno per garantire la gioia?
    Provare a comprendere e a spiegare il segreto del successo di Don Bosco fra i giovani; raccontare magari qualche propria esperienza felice stando a contatto con le persone e le opere di Don Bosco; vedere il nesso che Don Bosco mette tra i sacramenti e la gioia, perché cioè l’amicizia con Dio toglie la paura, mentre – a contrario – senza di lui si cade nella paura.
    6. È possibile essere giovani di oggi e trovare la gioia? Se Don Bosco fosse qui tra noi cosa indicherebbe ai suo salesiani e alle Figlie di Maria Ausiliatrice in ordine alla gioia?
    Provare a dare qualche suggerimento ai membri della Famiglia salesiana sulla condotta da mantenere per raggiungere la gioia per sé e per provocare gioia nei giovani.

    4. PREGHIERA CONCLUSIVA
    (momento di condivisione e di congedo)

    Proponiamo un esercizio di lettura e uno di invocazione.

    Meditazione
    – Leggere insieme i discorsi della Cena o dell’addio di Gesù in Gv 13-17, rimarcando il motivo della gioia;
    – Riflettere su testi biblici che parlano di gioia: Is 65,17-25; 66,8-24.

    Invocazione
    Invitiamo ogni partecipante a formulare un’intenzione di preghiera sulla gioia, assicurando il proprio impegno nel trasmetterla e nel riceverla.

    Preghiera conclusiva
    O Signore della nostra gioia e giovinezza, tu ci dici sempre la verità. Tu vuoi che noi siamo contenti nel tempo e nell’eternità, oggi e domani. Anzi, tu prometti un domani così gioioso a chi cammina con te, che già le nostre giornate sono intrise di verde speranza.
    Che Maria del Magnificat, che i santi della gioia (S. Filippo Neri, Don Bosco…) ci aiutino ad essere persone contente non per quello che abbiamo, ma per quello che siamo: amati da te come amici, dotati di risorse per amare e dare alla vita quotidiana un profilo sorridente anche nel momento della prova. Rendici cristiani perché contenti e contenti perché cristiani.


    NOTE

    1 Per il necessario approfondimento rimandiamo agli esperti. V. P. Braido, Prevenire, non reprimere. Il sistema educativo di Don Bosco, LAS, Roma 1999, c. 16.
    2 Fa da riferimento l’opera di M. Wirth, La Bibbia con don Bosco. Una Lectio divina salesiana, voll (AT; I quattro Vangeli; Atti, Lettere, Apocalisse), LAS, Roma 2009-2012.
    3 Per una conoscenza completa vi sono le Memorie biografiche; per un approfondimento rimandiamo al citato P. Braido, Prevenire, non reprimere. Il sistema educativo di Don Bosco, LAS, Roma 1999, c. 16; P. Brocardo, Don Bosco. Profondamente uomo, profondamente Santo, LAS, Roma 2001, c. 8.


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