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    «Pentitosi, ci andò»


    Parabole giovani /6

    Roberto Seregni

    (NPG 2012-06-2)


    Un incontro

    Ha quasi quarant’anni, ma ne dimostra almeno dieci in più. Non so per quale strano intreccio di provvidenza sia finita nel mio confessionale.
    Gli abiti trascurati, i capelli ingrigiti e scompigliati nascondono due occhi verdi pieni di pianto e di dolore.
    Mi alzo e la saluto. Lei si mette in ginocchio e, senza darmi il tempo di fare nemmeno il segno della Croce, inizia a raccontarmi la sua vita. Non alza lo sguardo dalle mani intrecciate appoggiate al mento. Piange, singhiozza. Un’esistenza dura, segnata da scelte sbagliate e forse superficiali. Tragedie di relazioni che si accavallano e si complicano.
    La fede è un ricordo lontano, dei primi anni dell’adolescenza. Ha bussato a tante porte e ora, con un’ultima flebile speranza, bussa a quella del Padre.
    Lei, mi dice, si sente una schifezza.
    Ha sbagliato tutto.
    Ha tradito la fiducia di tutti quelli che le volevano bene, Dio compreso.
    Ha detto di «no» anche a Lui, l’ha cancellato.
    E ora si sente cancellata.
    Finalmente alza gli occhi e incrociamo gli sguardi.
    «Padre, mi dica qualcosa! Almeno lei mi dica qualcosa di bello…».

    «Due figli»

    In quel tempo Gesù disse ai prìncipi dei sacerdoti e agli anziani: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Rivoltosi al primo disse: «Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna». Ed egli rispose: «Sì, signore»; ma non andò. Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: «Non ne ho voglia»; ma poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Dicono: «L’ultimo». E Gesù disse loro: «In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli». (Mt 21,28-32)

    Questa è la prima di tre parabole che cercano di spiegare perché quelli che avrebbero dovuto accogliere Gesù e il suo Vangelo lo hanno rifiutano.
    Il testo è breve, ma costruito in modo geniale: Gesù racconta la parabola, la fa commentare ai diretti interessati e poi toglie il velo dallo specchio per far capire che si stava parlando proprio di loro.
    Questa parola mira a mettere a nudo quelli che credono di essere giusti e che si sentono già a posto, arrivati. Il vero cieco è chi crede di vedere (cfr. Gv 9,41), il vero peccatore è chi si crede giusto (cfr. Lc 18,9-41)!
    E, dall’altra parte, mostra il percorso di conversione e di pentimento del figlio che dice «no» e poi fa la volontà del Padre. È possibile ricredersi, ritornare sui propri passi, dire con sincerità il proprio peccato e poi rimboccarsi le maniche per ripartire. Dopo un errore la vita non è chiusa e sprangata, dopo una caduta è possibile rialzarsi e ripartire!
    Forse questi due figli sono entrambi dentro ogni uomo e ciascuno è chiamato a stanarli e a riconciliarsi davanti al volto del Padre.

    «Pentitosi, ci andò»

    Leggendo questa parabola la mia attenzione è sempre attratta dal secondo figlio, quello che dice «no» e poi si ricrede e fa la volontà del Padre. Quel giorno in confessionale, trafitto dagli occhi verdi di quella donna, ho letto queste parole del Rabbì come mai avevo fatto nella mia vita.
    Nessuno è escluso dall’abbraccio del Padre.
    Nessuno è il suo peccato, il suo errore, la sua miseria.
    Nessuno è caduto così in basso da non poter essere raggiunto dalla mano del Padre, risollevato e rivestito della dignità di figlio.
    Mi piace sottolineare quanto scrive Matteo: «Egli rispose: “Non ne ho voglia”; ma poi, pentitosi, ci andò».
    Quel figlio si pente, sa riconoscere il suo errore, ammette di aver peccato e converte il suo rifiuto in disponibilità.
    Commentando questa parabola Luciano Manicardi scrive:
    «Credere significa ri-credersi, tornare sui propri passi, riconoscere il proprio errore e intraprendere un cammino diverso. A volte l’obbedienza alla parola di Dio passa attraverso la smentita della propria parola e dei propri atti. La fede non chiede di non sbagliare o di non peccare, ma di riconoscere l’errore e di confessare il peccato».[1]
    A volte il vero ostacolo nella vita cristiana non sono i peccati o le fragilità, ma l’incapacità di riconoscerli, di chiamarli con il loro nome e di iniziare un vero cammino di conversione.
    Il pentimento e la conversione sono dinamiche essenziali della vita cristiana, indicano autenticità e onestà. Ma tutto questo richiede la dolorosa e liberante lucidità di riconoscere il proprio peccato.
    Scrive Isacco di Ninive:
    «Colui che ha raggiunto la coscienza dei propri peccati è più grande di chi risuscita i morti con la sua preghiera».[2]

    Il sorpasso

    Forse è per questo che le prostitute e i pubblicani sorpasseranno gli scribi e i farisei...
    I primi si sono lasciati amare da Gesù, hanno visto il loro peccato, hanno intuito che il Rabbì di Nazareth annunciava un amore che non giudica, non stronca e non condanna. Nelle sue parole, così diverse da quelle degli altri maestri, hanno visto un amore accogliente che apre a nuovi sentieri di speranza.
    Scribi e farisei, invece, erano certi di essere i primi della classe, di vedere gli angeli e di essere già in paradiso grazie alla loro perfezione. In realtà, non hanno visto proprio un bel niente, nemmeno la cosa più ingombrante: la loro presunzione!


    NOTE

    [1] Luciano Manicardi, Il pentimento, Qiqajon, 2011, p. 11.
    [2] Isacco di Ninive, Prima collezione 8.


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