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    Messaggio ai giovani


     

    Tarcisio Bertone – Arcivescovo di Genova

    (NPG 2003-09-05)

     

    Fino ad adesso vi ho parlato di me, certamente per stabilire un ponte di amicizia e confidenza che come Vescovo vorrei avere con voi. Ma non vi direi tutta la verità se tacessi di quella che è la ragione più profonda che può sorreggere questa relazione di amicizia e confidenza: entrambi, voi ed io, siamo cristiani. Voi come giovani, io come vostro vescovo, abbiamo la gioia e l’onore di appartenere a Gesù Cristo nella sua Chiesa. Ho meditato a lungo su questo punto, ed ora è giunto il momento che ve ne parli, vi offra in certo modo il messaggio che in nome di Gesù, lealmente e con fiducia, vorrei fosse l’asse portante del nostro rapporto. Con i vostri suggerimenti potrà essere la base per delineare gli orientamenti di fondo della pastorale giovanile a Genova.
    Essendo un punto importante, voglio partire dalla stessa Parola di Dio, cogliendo un tratto significativo della Bibbia rivolto ai giovani, e alla sua luce esprimervi il mio pensiero.


    “SCRIVO A VOI GIOVANI…”. IN ASCOLTO DELLA PAROLA DI DIO

    Giovanni, l’apostolo, colui che ci ha trasmesso il quarto Vangelo, ci ha lasciato anche alcune lettere, tre, inviate ad una comunità cristiana. Nella prima di esse, chiamata “Prima lettera di Giovanni” questo “apostolo che Gesù amava” (egli si firma così nel Vangelo) scrive nel c. 2:

    “Scrivo a voi, figlioli,
    perché vi sono stati rimessi i peccati in virtù del nome di Cristo.
    Scrivo a voi, padri,
    perché avete conosciuto colui che è fin dal principio.
    Scrivo a voi, giovani,
    perché avete vinto il maligno.
    Ho scritto a voi, figlioli,
    perché avete conosciuto il Padre.
    Ho scritto a voi, padri,
    perché avete conosciuto colui che è fin dal principio.
    Ho scritto a voi, giovani,
    perché siete forti, e la parola di Dio dimora in voi e avete vinto il maligno”.
    PAROLA DI DIO

    Siamo alla fine del I secolo. Sono passati quasi cento anni da quando Gesù di Nazaret ha iniziato la sua straordinaria avventura di vita e missione sulla nostra terra. La sua memoria, richiamata continuamente dagli apostoli che erano stati con lui fin dall’inizio, suscitava nel gruppo dei cristiani ancora minoritario un fascino irresistibile: come aveva vissuto, ciò che aveva detto, quale era stato il suo rapporto con le persone, come avevano cercato di eliminarlo, ma soprattutto come Egli non fosse stato bloccato prigioniero nel sepolcro, ma Dio, che chiamava Padre, lo avesse risuscitato dai morti, ed ora era, ed anzi è, vivo e Signore della vita. Vi era un momento particolarmente intenso in cui i cristiani facevano mensa con Lui: nell’Eucaristia del giorno del Signore, la domenica.
    Proprio questa presenza del Cristo vivo aveva colpito profondamente Giovanni che con il suo fratello Giacomo aveva incontrato Gesù all’alba della sua vita (poteva avere sui 18-20 anni), con gli amici Pietro ed Andrea. Ricordava anche l’ora quando si fermò con Gesù: “Erano le quattro del pomeriggio” (Gv 4,38). Dagli anni 30 agli anni 100 (Giovanni morì centenario) approfondì il mistero di questa Persona che amava e da cui si sentiva amato e, guidato dallo Spirito Santo, riconobbe che Gesù è il Verbo, la Parola stessa di Dio fatta carne, Dio stesso diventato uomo per un solo motivo: per amore dell’uomo, perché Dio è amore (sono sue parole).
    Ebbene, verso la fine del I secolo, nell’area del mediterraneo orientale, dove la Turchia dà sull’Egeo, chiamata allora Asia Minore, il Vangelo era giunto da tempo e aveva piantato buone radici. Non mancavano però difficoltà anche allora (e il saperlo ci conforta). Sono difficoltà a tre livelli: circa la stessa identità di Gesù, perché alcuni lo confessavano solo uomo o solo Dio, compromettendo la sua realtà di Figlio di Dio fatto uomo; vi erano anche difficoltà a riguardo della condotta cristiana, in due direzioni: difficoltà di vivere in comunione fra tutti i credenti senza fare gruppi settari e divisioni; difficoltà di fronte alle tentazioni contro il Vangelo che - riprendendo il linguaggio di Gesù - Giovanni chiama il “maligno” (attribuendo al diavolo o satana ogni spinta al male) o anche “mondo” (non nel senso del mondo umano come tale, ma come concentrazione di ciò che è antievangelico), e dà un nome a tali tentazioni devianti, proprio dopo il testo che abbiamo ascoltato: “concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi, superbia della vita” (1 Gv 2,16) che possiamo tradurre in: chiusura egoistica, volontà di sopraffazione, autosufficienza arrogante. [1]
    Ma ecco, in questo contesto che per sé induce alla paura di soccombere al male, Giovanni pone un annuncio di vittoria: è il nostro brano. I cristiani, visti nella compagine familiare di padri e figli, sono elogiati e quindi rinfrancati dall’Apostolo come dei vincenti. Ma dove sta tale segreto di vittoria, per cui Cristo è di casa in tali comunità, anzi abita nel cuore delle persone, in particolare nel mondo dei giovani? Cogliamo la dinamica del pensiero giovanneo prendendola dall’ultimo versetto che abbiamo letto (v. 14):
    “Ho scritto a voi, giovani, perché siete forti e la parola di Dio dimora in voi e avete vinto il maligno”. Cogliamo tre affermazioni che danno in certo modo i criteri di identificazione di un cristianesimo a misura dei giovani:
    – A voi giovani, perché siete forti: è il riconoscimento della identità e qualità della persona giovane agli occhi di Cristo.
    – Avete vinto il maligno: è il riconoscimento che la scelta del Vangelo è impegno di lotta, volontà di battersi e dunque disponibilità al sacrificio; ma lotta che ha con sé, come frutto nelle radici, la garanzia di vittoria, di essere rinuncia sì, ma costruttiva nella realizzazione di sé, per cui ne vale la spesa.
    – La Parola di Dio dimora in voi: è il riconoscimento che tra la Parola di Dio, che è il Cristo Risorto e vivente, e il giovane non vi è certo estraneità, ma anzi una appartenenza di domicilio, una sorta di coabitazione, come fu per Giovanni quando da giovane incontrò Cristo, dunque una relazione di dialogo e la condivisione di un progetto e di una missione appassionante e alla fine appagante, come è quella trascritta nel Vangelo.
    Vogliamo sviluppare brevemente e tutti tre questi lineamenti che diventano preziosa direzione di marcia per ogni giovane che, fruitore da bambino di una scelta cristiana fatta dai genitori, ora intende rinnovarla consapevolmente da giovane in cammino verso il diventare adulto.
    Vi dico subito che quanto ora affermerò è ispirato da quell’umanissimo e credibile amico dei giovani che è Giovanni Paolo II.


    “A VOI GIOVANI, PERCHÉ SIETE FORTI”. UN VALORE DA AFFERMARE

    Giovanni Paolo II, nella Novo Millennio Ineunte (NMI), in questa carta di navigazione della Chiesa nel mare non facile del III millennio, ha siglato così il suo modo di vedere i giovani a seguito del grande evento della GMG a Roma: “I giovani si sono rivelati un dono speciale dello Spirito di Dio. C’è talvolta, quando si guarda ai giovani, con i problemi e le fragilità che li segnano nella società contemporanea, una tendenza al pessimismo. Il Giubileo dei Giovani ci ha come ‘spiazzati’, consegnandoci invece il messaggio di una gioventù che esprime un anelito profondo, nonostante possibili ambiguità, verso quei valori autentici che hanno in Cristo la loro pienezza” (n. 9).
    Chi conosce Giovanni Paolo II sa che non ama adulare i giovani, è con loro schietto nell’avvertirli delle loro debolezze ed incoerenze, ma sulla base di una profonda stima ed amore. Vi è, nelle sue parole, un filo rosso permanente venuto alla luce lungo tutte le GMG e che ha condensato così nella sua Lettera ai giovani e alle giovani del mondo nel 1985: “La giovinezza in se stessa (indipendentemente da qualsiasi bene materiale) è una singolare ricchezza dell’uomo, di una ragazza e di un ragazzo… Infatti è il tempo di una scoperta particolarmente intensa dell’‘io’ umano e delle proprie capacità ad esso unite”, in vista della realizzazione di sé (EV, 9, 1457). E qualche anno dopo: “Nei giovani vi è un immenso potenziale di bene e di possibilità creative” (Varcare la soglia della speranza, Milano 1994, 139-140). Un giovane vale per ciò che è, prima ancora che per ciò che produce o in funzione del sistema dominante, pur sapendo di essere membro con parità di diritti e doveri nella società di tutti.
    Vorrei sottolineare questo vostro essere persona e dunque la vostra dignità intrinseca costituita dalla vostra anima e dalla vostra corporeità, dalla vostra capacità di pensare e di amare, dal vostro essere uomini e donne, in cui si concentrano originali qualità umane tutte protese alla vita, alla realizzazione dei vostri sogni, alla vostra felicità. Ne sono segnali concreti il lavoro che assumete, l’amore di una vostra famiglia, la partecipazione alla vita sociale, il conseguimento di un ideale missionario, di vita consacrata, di prete.
    Voi valete per la vostra naturale apertura alla verità, alla giustizia, alla solidarietà, alla pace, per la capacità di farvi domande di senso, interrogativi sui valori per cui valga la spesa di vivere (e questo fare domande nuove, domande vere, domande ispirate dall’umanesimo del Vangelo è in se stesso un valore prezioso che può dare un deciso dinamismo ad un mondo talora bloccato da mezze verità e menzogne). È quanto mai logico dire allora, con Giovanni Paolo II, che i “giovani sono il futuro della Chiesa e della società”, e crederci per l’affidabilità della persona.
    Giovani, che cosa dite di voi stessi? Avete colto le vere ragioni dei vostri impegni, ma anche i motivi delle vostre crisi e dei vostri errori? Come mantenete e sviluppate la vostra dignità giovanile così come Giovanni Paolo II la viene delineando nei suoi incontri con voi?
    Da parte mia, vorrei che la ritrovata consapevolezza della vostra dignità fugasse quello scoraggiamento che talora vi prende di fronte a difficoltà, e non sono poche, che vi possono paralizzare, per cui vi lasciate cadere le braccia, vi lasciate consumare da surrogati, al momento piacevoli, ma di corto respiro e ingannatori.
    Vorrei in particolare che i giovani esposti in questo momento a qualche sofferenza fisica, spirituale, mentale, affettiva, in situazioni di malattia, di depressione, di handicap, di marginalità, di reclusione…, aiutati da noi, riprendessero un cammino di speranza.
    Vorrei che nella nostra Genova i giovani partecipassero alla mensa della vita, dove si opera, dove si decide, da forti, come dice S. Giovanni nella sua lettera, accettando di esserci con il coraggio delle idee nuove che derivano dalla vostra fede nel Vangelo coniugata con la vostra cultura, con la praticità nel concretarle, con la costanza nel resistere alle inevitabili delusioni e insuccessi. Che non sono però l’ultima parola. La gente di mare sa che ogni lunga attraversata ha per sé il prezzo di qualche tempesta. Ma vi si prepara e decide lo stesso di salpare.


    “AVETE VINTO IL MALIGNO”. UNA PROVA DA AFFRONTARE

    L’Apostolo Giovanni scrivendo ai giovani della sua Chiesa ha messo in chiaro che quanti vogliono seguire il Maestro nella missione di dare alla vecchia terra il profilo nuovo del Regno di Dio si espongono a dei rischi: vi è un “maligno insidioso da vincere”, un mondo sbagliato da rettificare. E qui Giovanni non poteva non ricordare le ultime parole del Maestro, il discorso di addio, il suo testamento nel Cenacolo durante l’ultima Cena, parole che lui ha riportato fedelmente nel suo Vangelo:
    “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me… Perché io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che vi ho detto: un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi… Vi ho detto queste cose, perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!” (Gv 15,18-20; 16,33).
    Si può tranquillamente dire che se un cristiano non avesse niente da soffrire per esserlo, non lo è veramente. Ma attenzione: non è mestiere di Gesù far soffrire i suoi tanto per farlo, ma perché, come dice S. Giovanni, delle forze negative interiori ed esteriori tarpano le ali per volare alto, quali l’egoismo, la sopraffazione, l’autosufficienza. Sicché quello che chiede Cristo è la lotta e un sacrificio non fine a se stessi ma per una vittoria, una arrampicata per una vetta, una attraversata sofferta di mare per un approdo.
    Io, vostro Vescovo, vorrei ricordare a me e a voi situazioni di impegno che necessariamente chiedono il coraggio di andare controcorrente:
    – resistere al disarmo interiore, a rassegnarvi di vivere senza ideali forti e degni, a diventare una piazza esposta a tutti i venti delle opinioni e delle mode, alle seduzioni del piacere facile, al rischio di essere strumentalizzati e consumati da suadenti e rapaci venditori di male e di morte (dalla droga, al coinvolgimento in manifestazioni di violenza, al guadagno procurato contro la legge di Dio e la vostra coscienza);
    – superare con decisione un atteggiamento di indifferenza verso gli altri, verso la società, e dunque la chiusura e l’autocentramento. Sarebbe una violenza proprio contro la vostra natura giovanile. Ciò si manifesta in forme di privatizzazione della propria coscienza umana e civile, con la rinuncia alla ricerca, al confronto, al dialogo, con il tirarsi fuori dai problemi comuni, pensando solo a se stessi. Purtroppo può capitare che questo si manifesti nel mondo degli adulti, ma ciò non corrisponde certo allo stile di quel Gesù che ci ha convocati, del quale Pietro, primo Papa, ebbe a fare questo ritratto: “Egli passò tra noi facendo del bene a tutti e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del maligno, perché Dio era con lui” (At 10,38);
    – vincere il complesso di inutilità e di vergogna di essere cristiani, la paura di essere credenti. In interviste sulle scelte dei giovani in materia religiosa compaiono cifre altissime dell’85% che attestano che essi non sono contrari ad una visione religiosa della vita. Però poi si legge una sorprendente ignoranza di cosa sia effettivamente ciò in cui tanti giovani credono. Facciamo una prova: “Se una persona ti fermasse per strada e ti chiedesse: Amico, vuoi dirmi in che cosa credi e le ragioni per cui credi, tu saresti capace di rispondergli in modo corretto nel tempo di due minuti?”.
    Vi chiedo con lealtà e rispetto:
    – Non sarà ora di riprendere in mano seriamente la scelta della fede in Gesù Cristo proposto dalla Chiesa, liberandola da profili infantili che la deformano per restituirle il volto della vostra età?
    – Non sarà giunta l’ora di approfondire quale sia il fondamento e il senso genuino della morale cristiana, nell’ordine personale, familiare, sociale, secondo tutta l’estensione del Vangelo, senza ritagliarsi facili sconti in materia di verità, di uso della sessualità, di impegno per i diritti dei poveri e nella ricerca della giustizia e della pace?
    – Non sarà tempo di liberarci della mediocrità di una vita anche buona, ma stanca e ripetitiva, da un pratica religiosa evanescente e impigrita, da uno stile di vita in scarsa sintonia con la radicalità del Vangelo per darsi un colpo d’ala, secondo la stimolante, ardita consegna, per altro applaudita, di Giovanni Paolo II nella magica notte di Tor Vergata: “Siate i santi del terzo millennio”?
    Certamente tutto ciò è prova, vuole lotta, richiede coraggio. Lo disse con parole indimenticabili e tra le più applaudite ancora il Papa a Tor Vergata: “Cari giovani, è difficile credere in un mondo così? Nel 2000 è difficile credere? Sì, è difficile! Non è il caso di nasconderlo. È difficile, ma con l’aiuto della grazia è possibile”.


    “LA PAROLA DI DIO DIMORA IN VOI”. UNA MISSIONE DA VIVERE

    L’Apostolo Giovanni non si limita a constatare che i giovani a cui si rivolgeva erano dei vittoriosi, stavano acquisendo una personalità in cui si rifletteva la maturità giovanile di Cristo. Nemmeno si limita a mettere in guardia dalle insidie del maligno. Fa un passo ulteriore: designa un campo di azione che si fonda sulla dimora che la Parola di Dio ha nel loro cuore. Afferma cioè un con-domicilio, cioè una appartenenza vitale con il Cristo Vivente tale da essere coinvolti nella missione di Gesù, che, come si sa, era così poco abituato a stare in pantofole e vestaglia su qualche poltrona a guardare la televisione. Da questa appartenenza dinamica scaturisce il terzo e più importante momento di un autentico cammino di fede, dove l’idea di cammino, di processo, di sviluppo indica una linea di azione secondo il Vangelo, cosciente e convinta, che i giovani cristiani della Chiesa genovese fanno propria e si impegnano a realizzarla proprio nella loro qualità di giovani.
    In che senso, come, perché? Qui ci aiuta ancora quell’affascinante esperto di giovani che è Giovanni Paolo Il. Egli che mise in rilievo il valore del giovane come tale, nella società e nella Chiesa, ebbe ad aggiungere nel citato documento programmatico postgiubilare NMI (citazione ripresa tale e quale, notiamo, dai Vescovi italiani OP, 51): “I giovani (sono) come un nuovo ‘talento’ che il Signore ci ha messo nelle mani perché lo facciamo fruttificare” (n. 40). Dire “talento” al tempo di Gesù, alla cui nota parabola il Papa si ispira, significava dire un tesoro (come 10000 monete d’oro).
    In verità ci furono epoche storiche in cui tale tesoro, che Gesù stesso aveva messo in luce, ad esempio nell’incontro con il giovane ricco (Mt 19,16-22), rimase nascosto. La gioventù era fatta diventare violentemente adulta (si pensi ai ragazzi nelle fabbriche all’epoca di Don Bosco, ma anche adesso in diverse parti del mondo, si pensi ai forzati dell’emigrazione) o era una gioventù mantenuta in una bambagia soffice, ma sterilizzante (si pensi ad una certa attuale impostazione della scuola che non finisce mai e di un lavoro che non arriva mai, per cui si allarga la fascia oggi chiamata della adultescenza, di una adolescenza cioè immatura che non termina mai).
    Ora invece, dice il Papa, è tempo di luce, di rinascita, di riconoscere nei giovani non dei stanchi dormienti, ma delle “sentinelle del mattino”, da valorizzare da parte della Chiesa e della società, ma anzitutto aiutando loro a valorizzarsi.
    Qui vengono delle indicazioni di azione che vorrei lasciarvi, su cui aprire in seguito il dialogo con voi per una traduzione programmatica. Traduzione che vede in prima fila la nostra pastorale giovanile diocesana, attraverso ad esempio l’Azione Cattolica, gli Istituti religiosi e le altre aggregazioni ecclesiali che si dedicano alla gioventù. Non dimentichiamo poi nemmeno quanti nella società si impegnano da educatori dei giovani, segnatamente nel mondo della scuola, dello sport, del tempo libero. Tutti questi responsabili fin da ora saluto con profonda simpatia e sostegno, considerando la pastorale giovanile uno dei punti prioritari e qualificanti del mio servizio episcopale.
    Riunisco tali indicazioni di programma in tre punti.
    Ridare un volto cristiano, un profumo evangelico alla vostra fede.
    Cioè occorre ri-identificare ciò che sia veramente essere cristiani, ritrovando il profilo vero del Gesù del Vangelo così come lo propongono Giovanni, Paolo, gli apostoli, il NT, e la Chiesa oggi ci garantisce nella sua genuinità e nei termini adatti alla nostra cultura. Per questo vorrei dirvi: “Mettete la vostra fede in stato di catecumenato”; costruite, come ha chiesto Giovanni Paolo II, il “laboratorio della fede”, cioè un percorso articolato, a tappe, in cui maturare la componente mistica della vostra personalità, dare alla vostra vita una solida spiritualità cristiana.
    Essa si compie con una frequentazione seria della Parola di Dio nella Bibbia con la Lectio Divina, approfondita nella catechesi della comunità; si nutre di preghiera (importa accettare di imparare a pregare per trovare il gusto di pregare); fa della domenica e dell’Eucaristia in essa la fonte rigenerativa della settimana; coltiva la ricerca e l’approfondimento anche culturale della fede, riconoscendo domande, dubbi, questioni che, in questo contesto multiculturale e confuso, l’uomo di oggi esprime, anzi lo stesso giovane prova dentro di sé, impegnandosi per questo di trovare per sé e per dire agli altri i motivi della propria scelta di fede.
    Infine, e questo è un obiettivo così fortemente atteso da Cristo e dalla Chiesa, un giovane può essere oggi genuino credente se si mostra testimone, se accetta una impostazione missionaria della sua condotta (negli ambienti di vita, scuola, università, lavoro, tempo libero), e si impegna a condividere con altri giovani, senza complessi e senza trionfalismo, le ragioni della propria speranza (cf 1 Pt 3,15).
    Fare una scelta dell’uomo per amore e sull’esempio di Cristo.
    È ancora davanti a voi l’esperienza dolorosa di quanto avvenuto a Genova alcuni mesi fa. Ha lasciato il segno nell’intimo di tante persone. Gesù interpretava segni analoghi nel suo tempo come un invito di Dio alla conversione (cf Lc 13,1-5), ossia a riflettere per assumere il giusto atteggiamento di chi riconosce i problemi gravi della convivenza e si impegna a risolverli.
    Sono i problemi occupazionali che toccano tante famiglie e i giovani stessi, il disagio dell’immigrazione, la marginalità di tanti giovani per motivi di droga e di microcriminalità… E poi alzando lo sguardo verso l’orizzonte, avvertiamo venti di guerra, insidie terroristiche, il grido silenzioso di chi ha fame; tutto ciò appare collegato a motivi profondi di ingiustizia, di mancato rispetto dei diritti umani e di abuso del creato.
    Si prospetta un “volontariato dell’anima” che poi si traduce in un “volontariato reale”, come esigenza qualificante la propria dignità di uomini e di cristiani. È quanto intendiamo rilanciare alla vostra generosa disponibilità.
    Ma intanto vorrei lasciare la parola a Giovanni Paolo II in uno dei passaggi più belli, profetici, da nuova frontiera, detti alle “sentinelle del mattino” (così aveva espressamente nominato lo sterminato uditorio nella grande notte mondiale di Tor Vergata):
    “Oggi siete qui convenuti per affermare che nel nuovo secolo non vi presterete ad essere strumenti di violenza e di distruzione; difenderete la pace, pagando anche di persona se necessario. Voi non vi rassegnerete a un mondo in cui altri esseri umani muoiono di fame, restano analfabeti, mancano di lavoro.
    Voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno, vi sforzerete con ogni vostra energia di rendere questa terra sempre più abitabile per tutti.
    Cari giovani del secolo che inizia, dicendo ‘sì’ a Cristo, voi dite ‘sì’ a ogni vostro più nobile ideale… Non abbiate paura di affidarvi a lui. Egli vi guiderà, vi darà la forza di seguirlo ogni giorno e in ogni situazione”.
    Ognuno scopra la chiamata che Dio ha per lui.
    Sarebbe retorico e frustrante richiamare così nobili e drammatici scenari di impegno se la propria vita non fosse da ciascuno di voi accolta come un progetto da scoprire e da realizzare.
    Oggi, in tempo di postmodernità, si dice che sono finite la “grandi narrazioni”, che i giovani non amano fare progetti, che affermare “per sempre”, “per tutta la vita” li fa intimorire e squagliare come neve al sole, che lo stesso volontariato è piuttosto una pausa di lavoro per riposare meglio!
    Può darsi che vi siano manifestazioni siffatte, ma è vero che molti giovani non hanno paura di impegnarsi seriamente, come è certo che per un discepolo del Cristo fare con Lui un patto di amicizia temporaneo o a rate sa di vigliaccheria e tradimento, fonte di delusione e infelicità.
    Piuttosto chiediamoci quali sono le premesse di una felicità duratura. Hanno un nome, diventato classico, dalle robuste radici bibliche e denso di umanità: si chiama vocazione, chiamata. Vuol dire che nessuno si trova nella vita come figlio di papà, nessuno dispone di una vita prefabbricata, come si dispone di un conto in banca, ma ciascuno la costruisce, bene o male, con le sue mani, secondo un progetto che, trattandosi della vita di una persona che porta in sé l’immagine di Dio, non può fare a meno di discernere ed ascoltare l’appello del Creatore. È un appello personalizzato di Dio, uno per uno (Dio non fa clonazioni!), per cui ognuno ha la sua chiamata, il disegno progettuale che lo riguarda. Tale vocazione-progetto tocca le scelte fondamentali della vita ed è dotato di risorse che Dio garantisce per una realizzazione fedele e felice. Alla scuola del Vangelo possiamo dire che la vocazione di Dio è sempre all’amore e al servizio della vita del prossimo. Amore e servizio che si rendono concretamente visibili in due direzioni.
    La prima è la vocazione al matrimonio e alla famiglia. Sono note l’incertezza e la crisi su questo punto. Ciò avviene perché questo straordinario vincolo di amore fra uomo e donna non si riesce più a capirlo ed impostarlo come vocazione, e di conseguenza senza capacità di accettarne i sacrifici per gustarne l’immenso valore di sacramento dell’amore di Dio.
    Vorrei citare qui la voce di un testimone credibile ed autorevole, il presidente Ciampi che all’ultimo dell’anno 2002 così si rivolgeva ai giovani: “Abbiate fiducia in voi stessi. Ciò significa anche non aver timore di formare una vostra famiglia. Non negatevi quanto di più bello può darvi la vita. Famiglie più unite generano cittadini migliori”.
    Ma proprio al servizio della vita vi è, nel tanto chiasso che ci circonda, una voce, una chiamata che rischia di restare soffocata, ai margini: la vocazione al sacerdozio e alla vita consacrata. Ve ne parlo non per questione di numero (vi sono pochi preti, poche suore), ma per questione di qualità della fede di tutti noi, in quanto questo tipo di vocazione speciale è come l’ago di verifica della generosità di una intera comunità.
    Un amico conoscitore dei giovani, come S. Giovanni Bosco, pensava che tutti i giovani e le giovani in un momento della loro vita hanno da Dio un germe di chiamata al sacerdozio o alla vita religiosa, da discernere ovviamente e da maturare, ma non da respingere automaticamente.
    Perciò vi ripeto anch’io con Giovanni Paolo II a Tor Vergata: “Se qualcuno di voi, cari ragazzi e ragazze, avverte in sé la chiamata del Signore a donarsi totalmente a lui, non si lasci frenare dal dubbio e dalla paura. Dica con coraggio il proprio ‘sì’ senza riserve, fidandosi di lui che è fedele in ogni sua promessa”. Io stesso vi dico che se chiunque di voi volesse parlare della sua vocazione, volentieri farò in modo di incontrarlo e corrispondere con lui o lei.

    Conclusione

    Qui si conclude il mio incontro con voi. Vi ho aperto il cuore. Vi ho parlato da amico, anzi con Don Bosco che ha ispirato la mia vocazione vi dico: “Basta che siate giovani perché io vi voglia bene assai”. Un affetto che vi segue, vi ascolta, vi parla, vi incontra, gioisce e soffre con voi, prega per voi. Voi fatelo con me e con tutti i sacerdoti che mi rappresentano nelle vostre comunità.
    Ha ispirato questo mio messaggio la prima lettera di Giovanni. Vorrei lasciarvela come ricordo, anzi come testo guida su cui potrete impegnarvi nella lettura e nella meditazione. Troverete una Parola di Dio stupenda, espressioni enormi, come questa: “Dio è luce e in lui non ci sono tenebre” (1,5); “Dio è amore” (4,8), “Questa è la vittoria che vince il mondo, la vostra fede” (5,4).
    Anzi vorrei chiudere richiamando ancora un testo di questo documento che in certo modo oggi diventa il documento del nostro primo incontro: “Carissimi, amiamoci gli uni e gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama, non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo figlio unigenito nel mondo perché noi avessimo la vita per lui” (4, 7-9).

    [1] F. Tannini commenta: “Concupiscenza della carne, ossia la forza che induce l’uomo a rinchiudersi nel limite della sua creaturalità; concupiscenza degli occhi, ossia la spinta che contrappone l’uomo al suo fratello nella volontà di sopraffazione; superbia della vita, ossia l’arroganza della presunta autosufficienza che toglie all’uomo lo slancio verso il più grande, Dio, al quale è chiamato”: Bibbia Piemme 1995.

    (Chiesa di San Siro, Genova, 1 Febbraio 2003)


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