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    Parola ascoltata, parola pregata, parola operosa


     

    Dialogo con Franco Ardusso

    (NPG 2001-08-26)



    Domanda.
    Si assiste oggi a un vasto risveglio dell’interesse nei confronti della Parola di Dio (gruppi biblici, pratica della lectio divina, passione per l’esegesi...). Potremmo dire che tale risveglio ha prodotto realmente quella lettura esistenziale, spirituale o attualizzante che ci si aspettava?

    Risposta. Assistiamo certamente a un ridestarsi dell’interesse per la Parola di Dio nella sua forma biblica all’interno delle nostre comunità ecclesiali, ma non dovunque e non con la stessa qualità. La lettura-meditazione delle Scritture comincia a dare i suoi frutti là dove con instancabile perseveranza si è promosso un accostamento ad esse non dilettantistico, ma metodico, sapienziale e continuativo. Il cattolicesimo italiano ha sperimentato, forse più di altri, l’emarginazione della Bibbia per circostanze storiche che non ci fanno del tutto onore (cf il libro di G. Fragnito, La Bibbia al rogo, il Mulino 1997). L’Italia è però anche uno dei paesi in cui più si è fatto per la diffusione della Bibbia. E, tuttavia, non è sufficiente che ci sia una Bibbia in ogni casa. Si esige una iniziazione ad essa. Parlo a ragion veduta di «iniziazione» per indicare che non è sufficiente qualche sporadica lezione da parte degli esperti. Si impara a leggere la Bibbia leggendola, assieme ad altri (la Bibbia, secondo il principio cattolico, va letta all’interno della comunità ecclesiale), con la guida di persone che, oltre ad avere la necessaria competenza, non necessariamente specialistica, posseggono l’arte di far amare e gustare il testo sacro. Ciò, come già s’è detto, non può avvenire con qualche sporadico incontro o con qualche conferenza specialistica. Ciò esige metodo (il metodo non è necessariamente qualcosa di complicato!), perseveranza per anni, criteri di altra natura rispetto a quelli efficientistici. Conosco delle splendide realizzazioni a questo riguardo. Ad esempio delle parrocchie che da decenni offrono settimanalmente in tre fasce orarie differenti (mattino, pomeriggio, sera) la possibilità di fare la lettura-meditazione del testo biblico. Conosco delle parrocchie che, una volta la settimana, sostituiscono la Messa Vespertina feriale con l’ora della Bibbia, inculcando in tal modo nei fedeli la necessità di cibarsi alla mensa della Parola oltre che alla mensa del pane eucaristico. Tutto ciò crea un costume, degli abiti mentali, delle abitudini sane. Conosco dei monasteri (non tutti, ahimè) e delle comunità religiose dove giornalmente o settimanalmente viene offerta agli ospiti la lectio. Ci sono monasteri nei quali, durante l’estate, i corsi di lectio divina si susseguono senza pausa. Penso in modo particolare a Bose (Biella). In molte parrocchie manca però ancora la possibilità di essere iniziati al testo biblico. Ci sono in esse innumerevoli attività oratoriane, assistenziali, ricreative, ecc. L’iniziazione alla Parola di Dio (alla Parola ascoltata-meditata-pregata) è spesso la cenerentola, quando non è del tutto assente. Così, pure, non tutti i movimenti ecclesiali sono sensibili al tema biblico. In essi ci sono corsi di formazione e di istruzione, ma credo proprio che il libro delle Scritture spesso non costituisca il testo-base. Ritengo di poter dire che spesso i presbiteri non sono sufficientemente preparati ad iniziare i fedeli alla lettura sapienziale delle Scritture. Che dire poi dei seminaristi ai quali talora si consiglia, allorché già sono studenti di teologia, di fare la meditazione quotidiana non già sulle letture del giorno, ma su altri testi?
    Constato che le indicazioni della Dei Verbum sono molto disattese, soprattutto quelle che invitano ad «un contatto continuo con le Scritture, mediante la sacra lettura e lo studio accurato» (n. 25). E che dire delle omelie dei preti e dei vescovi? Cercano esse di iniziare alle letture bibliche, o parlano d’altro?

    Domanda. II testo sacro veicola un’oggettività che va accolta, capita, rispettata. Di fatto, talvolta (come nel caso delle omelie) assistiamo alle tentazioni di prendere le scorciatoie di una lettura fondamentalista, spiritualistica, soggettivistica. Oppure, corriamo un altro pericolo, quello della lettura esclusivamente erudita, manualistica, ma sterile. Perché oggi non sappiamo evitare, nonostante i buoni strumenti di cui disponiamo, questi scogli tra una lettura moraleggiante e una lettura che diventa lezione accademica ma senza fuoco veramente spirituale?

    Risposta. Le omelie costituiscono nella Chiesa italiana un caso serio. Le lamentele dei fedeli, raccolte anche recentemente da qualche organo di stampa, sono frequenti. Nella mia città mi sono sentito rivolgere più di una volta la richiesta di segnalare una chiesa dove si potesse ascoltare una omelia fatta come si deve, perché i miei interlocutori si dichiaravano tediati e in rivolta contro un tipo di predicazione che divagava sugli argomenti più disparati, con le solite puntate contro la nequizia dei nostri tempi e dei nostri politici, ecc. In Italia non c’è una cultura dell’omelia, come c’è nei paesi protestanti una cultura del sermone. Il pastore protestante in genere prepara a lungo il suo sermone domenicale. Il pastore Bonhoeffer soleva dire che il pastore deve incontrare la Bibbia sul suo tavolo di studio, sull’inginocchiatoio della preghiera e sul pulpito dal quale predica.
    Ci sono due eccessi presenti oggi nelle nostre chiese, minoritario il primo, assai più diffuso il secondo. Il primo eccesso è di chi trasforma la predicazione in una lezione erudita. Il secondo è di chi prende il testo biblico come un pretesto per dire altre cose, solitamente ispirate a un moralismo buonistico, talora aggressivo.
    Per trasmettere la Parola di Dio senza stemperarla, mantenendola «viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio» (Eb 4,12), ci vuole scienza, sapienza, arte, ma soprattutto si esige che colui che parla sia compenetrato dalla Parola, l’abbia lui stesso letta e assimilata. Talora la stessa predicazione dei vescovi lascia a desiderare, soprattutto se li si confronta coi grandi pastori del periodo patristico che sapevano spezzare ai fedeli il pane della Parola. I pastori indulgono non di rado, e con le migliori intenzioni, ad ampie citazioni dei discorsi papali e dei documenti romani, affrontano le questioni dibattute nella società civile, rispondono alle critiche dei giornali e della TV, ecc. Non sono certo cose da deprecare. Semplicemente va detto però che l’omelia è un’altra cosa.

    Domanda. Nel Nuovo Testamento la fonte della vera lettura delle Sacre Scritture è Gesù Cristo (cf 1 Cor 1,23), che significa acquistare a poco a poco i pensieri di Cristo, gli occhi di Cristo, lo sguardo di Cristo per contrastare la mondanità della Chiesa e dunque di tutti noi. Eppure, dietro anche l’irrompere di tante sapienze che provengono dal pluralismo religioso, non possiamo dire che oggi la cristologia, per così dire, goda di buona salute dentro le nostre menti e le nostre anime. C’è, piuttosto, anche tra alcuni teologi, la tentazione di annacquare in un certo senso lo scandalo che è Gesù Cristo. A che cosa è dovuto, secondo lei, questo sottilissimo riduzionismo del ruolo di Gesù nella cultura e mentalità contemporanee?

    Risposta. «L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo». Questo detto di san Girolamo mette anche in chiaro che Gesù Cristo è il centro e il principio interpretativo delle Scritture. Esse rendono testimonianza a lui. È vero che si finisce spesso, oggi, da parte di qualche tendenza teologica, per annacquare un po’ lo scandalo cristologico. La recente Istruzione Dominus Jesus ha opportunamente stigmatizzato questa tendenza. Io direi però che, per comprendere il riduzionismo del ruolo di Gesù, oltre ai fattori culturali del nostro tempo è necessario badare al fatto che il cattolicesimo odierno è superaffollato di troppe cose, in sé anche belle e giuste, che rischiano però di fare velo alla centralità di Gesù Cristo, al mistero pasquale, allo scandalo della croce, ecc. Il Giubileo recentemente conclusosi era, perlomeno nelle intenzioni dei promotori, il tentativo per far convergere gli sguardi sulla figura del Redentore. C’è da temere però che ci siano state troppe distrazioni e fors’anche troppe esteriorizzazioni. La fede è una relazione profonda con la persona di Gesù Cristo, rivelatore del Padre, datore dello Spirito. Ciò esige un clima di raccoglimento, di silenzio interiore, di scrutamento delle Scritture, ecc. Rischiamo di perdere l’anima profonda del cristianesimo, la sua anima mistica e contemplativa. Il discutibile successo di alcune correnti religiose non cristiane dei nostri giorni ha qualcosa da dire a un cattolicesimo troppo esclusivamente concentrato sulle manifestazioni esteriori e su lodevoli impegni filantropici. Bisognerebbe fermarsi e mettere un po’ d’ordine.
    Domanda. È sempre emblematica l’espressione di Gesù: «Le mie pecore ascoltano la mia voce, io le conosco ed esse mi seguono» (Gv 10,27). Gesù, dunque, invita i suoi discepoli a una intimità profonda, a una sequela fatta di lealtà e di autentica conoscenza di questo rapporto singolarissimo e lontano da altre voci anche se seducenti o più razionali. Questo ascolto comporta ricettività, docilità, umiltà. Cosa potremmo fare, nella nostra pastorale ordinaria, per uscire da una certa genericità e per entrare piuttosto in un vero dialogo con Gesù?
    Risposta. Il vero dialogo con Gesù esige, come ogni dialogo autentico, il retto modo di ascoltare e il giusto modo di parlare. Non sa dialogare chi non sa ascoltare con attenzione, con simpatia, con amore. Non sa dialogare chi non si lascia in qualche modo trasformare o mettere in crisi dalla parola dell’altro. Ciò vale anche per il dialogo con Gesù Cristo, dialogo che deve avvenire a partire dalle Scritture. Il dialogo sa però anche trovare la parola giusta per relazionarsi con l’interlocutore. È ovvio ricordare che nel dialogo con Gesù tale parola è la preghiera come parola umana di risposta alla Parola divina che ci interpella. Certo la Parola divina non va solo ascoltata e pregata. Essa esige anche di diventare operosa nella vita, nelle relazioni, ecc.
    Bisogna però partire dalla Parola ascoltata e pregata, dalla Parola che, udita, suscita la fede (fides ex auditu), la quale a sua volta diventa operosa nella carità (fides quae per charitatem operatur). Guai però a invertire le cose. Potremmo rischiare, anche se inconsciamente, di cercare la giustificazione dalle opere, e non dalla fede in Cristo Salvatore.

    (da FEERIA)


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