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    Preadolescenti oggi tra disagio individuale e difficoltà sociali


     

    Carlo Alfredo Moro

    (NPG 92-06-42)

     

     

    In questi ultimi decenni si è venuta sviluppando nel nostro paese, sia a livello scientifico sia sul piano del diritto sia infine nella cultura e nella coscienza collettiva, una particolare attenzione ai problemi e ai bisogni dell'età evolutiva e ai suoi difficili, e spesso interrotti o deviati, itinerari di formazione umana.

    Ma tale attenzione si è sostanzialmente polarizzata tutta o sulla prima fascia d'età, e cioè sull'infanzia, o, ma in misura molto minore, sull'adolescenza avanzata.

    La giusta rilevazione della fondamentalità dei primi anni di vita nella formazione della persona umana - e dei danni talvolta irreversibili delle carenze affettive nell'infanzia - e la conseguente diffusa preoccupazione di realizzare tempestivamente un intervento preventivo primario contro le possibili devianze future, ha stimolato la riflessione collettiva, e gli sforzi di intervento, su questa fascia di età che si riteneva ad alto rischio.

    Si è così sviluppata, anche se con molte carenze, una massiccia opera di informazione e di responsabilizzazione dei genitori, degli operatori scolastici e sociali, degli stessi mezzi di comunicazione sociale sulle problematiche infantili e sui molti bisogni inappagati dei soggetti che si affacciano alla vita.

    Di contro si è anche sviluppata una certa attenzione verso la tarda adolescenza: la preoccupazione per un disagio adolescenziale che si esprimeva in comportamenti devianti, che fortemente incidevano sulla sicurezza collettiva (criminalità minorile che si assumeva in aumento, tossicodipendenze che colpivano in questa fascia di età ogni ceto sociale), unita alla percezione che si andava sviluppando una cultura adolescenziale alternativa che rischiava di minare una pacifica e ordinata convivenza tra le generazioni, ha spinto a prestare una certa attenzione, anche se non del tutto soddisfacente, alle problematiche adolescenziali.

    Una attenzione più difensiva che educativa, più riparativa che preventiva, più preoccupata di fornire occasioni «per fare» che motivazioni «per essere» (vedi i progetti giovani, i corsi di formazione professionale e di avviamento al lavoro, i centri di informazione, le occasioni per impiegare il tempo libero): comunque vi è stata una certa presa in carico dei problemi dell'adolescenza.

     

    Tra cura dell'infanzia e allarme per l'adolescenza: preadolescenza poco conosciuta

     

    È invece mancata del tutto una considerazione, e una riflessione anche operativa, sui problemi e sui bisogni di quella fascia di età che va dai dieci ai quattordici anni e che costituisce la difficile età preadolescenziale.

    Una età che giustamente è stata definita come «l'età negata» o «l'età sconosciuta» perché scarsamente scandagliata nelle sue difficoltà e nei suoi bisogni; poco considerata nella sua significatività, del tutto trascurata come momento formativo complesso, e per molti aspetti traumatico, in cui le domande silenziose al mondo degli adulti e le richieste di aiuto sono assai pressanti, anche se spesso non compiutamente espresse.

    Una fascia di età, è bene subito notarlo, che racchiude un numero non irrilevante di soggetti anche se in costante, e preoccupante, diminuzione: i 2.610.811 ragazzi di questa età del 1951 sono divenuti 2.710.991 nel 1983 ma sono scesi a circa 2 milioni nel 1991 e, secondo le proiezioni demografiche, si ridurranno a 1.700.000 circa nel 2.000. E questo contro circa 46 milioni di maggiorenni, di cui circa 10 milioni di anziani.

    Il che necessariamente connoterà pesantemente le caratteristiche e la qualità della vita collettiva, aggiungendo un surplus di difficoltà al ragazzo che si apre alla vita sociale e la va faticosamente sperimentando.

     

     

    OLTRE LE AMBIGUITÀ ALCUNE CARATTERISTICHE

     

    Una fascia di età, inoltre, che presenta delle caratteristiche di ambivalenza e di ambiguità che si possono pesantemente ripercuotere sul processo di crescita umana, sia sul piano dell'acquisizione di una effettiva identità personale, sia sul piano della apertura serena alla socialità: non solo nella prima infanzia, ma anche in questo momento dello sviluppo formativo, carenze affettive ed educative e incomprensioni dei reali bisogni rischiano di interrompere o deviare l'intero processo formativo e di portare a drammatici aborti umani differiti.

    Per questo sembra opportuno sollecitare una particolare, e per quanto possibile puntuale, riflessione sulle difficoltà e sulle esigenze di questo periodo della vita umana che tanta incidenza ha nella costruzione dell'uomo maturo.

    Ma prima di tentare una individuazione delle difficoltà personali e sociali che rendono complesso e talvolta traumatico questo momento del processo dello sviluppo umano, è opportuno premettere alcune brevi considerazioni di carattere generale.

     

    Il continuum dello sviluppo

     

    La preadolescenza non è un momento della crescita che si apre in un periodo della vita ben predeterminato e che si conclude in un altro periodo preciso: la crescita è sempre un continuum (è proprio vero che natura non facit saltus). Inoltre la preadolescenza non si svolge in modo identico per tutti i soggetti: per qualcuno inizia prima, per altri dopo, per alcuni il processo è più accelerato; il passaggio alla adolescenza vera e propria non è chiaramente indicato né avviene contemporaneamente per tutti i soggetti di questa età. Da ciò la difficoltà nella individuazione di questo periodo della vita; da ciò le difficoltà dell'adulto di identificare i problemi che il singolo ragazzo va affrontando e di adottare conseguentemente le misure più idonee per sostenere il ragazzo nel suo profondo processo di trasformazione.

    È perciò indispensabile una conoscenza e una comprensione estremamente individualizzata del singolo ragazzo, dei suoi ritmi di crescita, dei suoi problemi; ma è anche opportuno identificare un più generale e unitario quadro di riferimento nel quale inserire le differenze individuali che, peraltro, sono sempre transitorie.

     

    La disattenzione dell'adulto

     

    Nei confronti della preadolescenza vi è una grande disattenzione dell'adulto: non solo per la più generale disattenzione di questi nei confronti di tutti i problemi del soggetto in età evolutiva, ma specificatamente perché questa fascia di età viene spesso o appiattita e ricompresa, nella condizione di dipendenza dell'età infantile, sottovalutando i primi germi di autonomia e di distacco che si vanno verificando, ovvero assimilata all'adolescenza, e quindi alla assoluta autonomia, che consente al genitore di ritenere esaurito il suo impegno educativo e di riacquistare così la propria tanto sospirata libertà compromessa dalla ingombrante presenza del figli.

    È perciò assai difficile per il genitore coniugare in modo attento e rispettoso protezione vigile e nel contempo un progressivo ritrarsi per assicurare degli spazi di libertà.

    Il genitore che ha visto il figlio come un oggetto di gratificazione personale e che lo ha apprezzato ed amato solo in quanto «pupo», più che come persona, tenderà a procrastinare al massimo il momento in cui il figlio diviene «altro da sé» accentuandone la forzata infantilizzazione, anche perché non è in grado di accettare il lutto della separazione.

    Il genitore invece che ha vissuto il bambino come un peso, tenderà ad accelerare precocemente il momento del distacco e dell'autonomia; in tal modo l'adulto abdica troppo presto alle proprie responsabilità e lancia prematuramente il preadolescente nell'arengo della vita, peraltro in una situazione assai equivoca, perché alla libertà del ragazzo non si accompagna la responsabilità: egli rimane per tanti aspetti ancora fortemente dipendente dal genitore (primo fra tutti da quello economico).

    Il periodo preadolescenziale è un momento della vita i cui problemi sono assai difficili da comprendere non solo per il genitore ma anche per ogni adulto che vive accanto al ragazzo in crescita.

    E ciò perché è un periodo della vita in cui il ragazzo spesso si chiude in se stesso, non riesce compiutamente a comunicare, tende a celare quello che confusamente avverte e che non sa innanzitutto decifrare: un momento in cui difficilmente esprime domande di aiuto, perché incapace di formularle, mostra una apparente serenità esteriore che nasconde invece angosce profonde.

     

    «Come un acrobata»

     

    Se alla superficie non affiora la tempesta da cui è squassato il ragazzo - di cui perciò i genitori non sono sufficientemente avvertiti - ciò non significa che la situazione di vita non sia a forte rischio, perché non sempre il preadolescente ha da solo le risorse indispensabili per ricondurre ad equilibrio il caotico vortice delle sue pulsioni, delle sue disperazioni, delle sue insoddisfazioni, delle sue incapacità di comprendere una realtà sociale che gli appare confusa e spesso ostile o inaccettabile.

    Il poeta cileno Neruda, ricordando questa età, ha detto efficacemente di averla vissuta come se fosse un sordomuto, e Sciascia ricorda di avere a un certo momento scoperto che il «pensare su me stesso e su gli altri e su tutte le cose del mondo» costituiva un gioco inesauribile e che si sentiva «come un acrobata che si libra sul filo, guarda il mondo in una gioia di volo e poi lo rovescia, si rovescia, e vede sotto di sé la morte, un filo lo sospende su un vortice di teste umane e luci, il tamburo che rulla morte».

    Ma l'acrobata, per non cadere sull'arena del circo, ha bisogno che sull'altro trapezio vi sia qualcuno che sappia protendere le braccia e raccoglierlo nel suo volo: quanti preadolescenti trovano due mani tese pronte a stringere forte e ad evitare la rovinosa caduta su quell'arena della vita che non prevede reti di sicurezza?

     

     

    QUALCHE DATO SULLA CONDIZIONE PREADOLESCENZIALE IN ITALIA

     

    Appare opportuno innanzitutto cercare di individuare chi sono e che fanno i preadolescenti nel nostro paese. Per la verità i dati a disposizione non sono molti e sono spesso assai confusi.

    Esistono, è vero, ricerche recenti basate su interviste a significativi campioni rappresentativi del mondo preadolescenziale da cui emerge cosa i ragazzi di questa età pensano su una vasta serie di tematiche: ma ho forti perplessità sulla perfetta rispondenza del quadro, che emerge dalle interviste effettuate, con la reale situazione esistenziale vissuta da chi è chiamato ad esprimere in prima persona giudizi e valutazioni. Ciò vale anche per le indagini effettuate intervistando gli adulti, ma è particolarmente significativo per i preadolescenti che difficilmente hanno una piena comprensione di quel che realmente sentono, che non sanno esprimere compiutamente ciò che confusamente avvertono, che perciò sono portati ad adagiarsi conformisticamente su risposte tradizionali che ritengono meno compromettenti, che sono abituati dalla scuola a ripetere solo ciò che l'adulto vuole che essi dicano, che possono vivere come tradimento l'espressione di sentimenti non perfettamente collimanti con quelli che sono stati loro inculcati dai genitori.

     

    La condizione dei preadolescenti nei dati Istat

     

    Più significativi dovrebbero essere i dati statistici: ma purtroppo essi sono scarsi e non pienamente affidabili. L'Istat infatti, se raccoglie una notevole massa di dati sulla cosiddetta delinquenza minorile, ma per lo più solo per la fascia di età 14-18 anni, raccoglie pochissimi dati relativi ad altri aspetti della vita del minore e sembra non considerare affatto questa fascia di età, che raggruppa in dati complessivi relativi a fasce di età molto più ampie.

    In particolare emerge dai dati disponibili più la patologia che la fisiologia della condizione preadolescenziale. Indicheremo comunque i pochi dati disponibili aggregandoli per argomenti.

    Per quanto riguarda la salute, i dati generali non sono disaggregati per questa fascia di età: emerge solo che la mortalità tra i 10 e i 14 anni non è del tutto insignificante, poiché nel 1984 vi sono stati 1027 morti di cui ben 410 per traumatismi vari (226 a seguito di incidenti stradali). I suicidi di minori fino a 13 anni sono stati 11 nel 1981, 8 nel 1986, 6 nel 1989; i tentati suicidi rispettivamente 12, 6, 7. Per le tossicodipendenze risulta che, nell'anno 1987, 5 ragazzi di meno di 14 anni (una ragazza) sono stati utenti dei servizi sanitari pubblici: nessun decesso vi è stato in questa fascia di età. Ma dal rapporto dell'osservatorio permanente sul fenomeno droga del gennaio 1991, risulta che i prefetti hanno adottato provvedimenti nei confronti di assuntori di droga per 35 ragazzi e 5 ragazze inferiori a 14 anni (è da notare che di questi provvedimenti ben 18, 16 maschi e 2 femmine, sono stati adottati nella sola Campania). Mancano dati specifici sull'alcoolismo in questa fascia di età: ma da una indagine compiuta dalla CEE su un campione di 10.000 ragazzi europei fra gli 11 e i 15 anni risulta che il 66% dei giovani intervistati 'ha affermato di aver provato bevande alcooliche e che il 14% possono essere considerati bevitori abituali. Da tale indagine l'Italia sembrerebbe particolarmente coinvolta, perché la percentuale dei consumatori abituali in età 11-15 sarebbe del 25%.

     

    Formazione tra scuola e tempo libero

     

    Per quanto riguarda i dati scolastici emerge che:

    - nella fascia di età considerata erano ancora nella scuola elementare 328.609 ragazzi nel biennio 72-73, 124.468 nel biennio 78-79 e 60.776 nel biennio 84-85. Sembra pertanto che vi sia un più fisiologico passaggio dalla scuola elementare a quella media;

    - nella scuola media, nei periodi sopra indicati, vi sono stati 2.038.779, 2.573.096 e 2.480.801: appare evidente come assai massiccia sia stata l'azione di scolarizzazione di massa;

    - particolarmente imponente è la scolarizzazione femminile passata dal 36,8% al 91,2%, con una percentuale maggiore di quella maschile che è del- 1'81,7 e poi dell'86,9%;

    - nel biennio 84-86 ben 65.098 ragazzi, pur avendo solo 13 anni, frequentano la scuola superiore;

    - peraltro notevoli sono i tassi di ripetenza: nella scuola media si è passati dall'11,0% del biennio 84-86 per la prima classe al 12,1 del biennio 90-91. E i tassi di ripetenza nella seconda media sono intorno all'807o e nella terza media intorno al 4%;

    - i tassi di abbandono appaiono in diminuzione: rispettivamente per la prima media si passa dal 3,6 dell'84-85 al 3,2 dell'85-86 e al 2,9 nei due bienni successivi; per la seconda media da 3,4 al 3,2 al 2,3 e all'1,7; per la terza media dal 2,7 al 2,5, al 2,3 e all'1,2. Quel che appare inquietante è che il fenomeno nel Sud d'Italia è quasi il doppio che nel Nord.

    Per quanto riguarda le letture effettuate dai ragazzi di questa fascia di età i dati statistici ci dicono che 830.000 leggono quotidiani; 1.323.000 settimanali (significativo il dato che il 15,5% di essi sono di informazione generale superando in percentuale anche i settimanali sportivi pari al 14,1%); 555.000 riviste con periodicità diversa dalla settimanale (il 44,7% per ragazzo e 1'8,8 di informazione generale politico-economica); 1.549.000 hanno letto negli ultimi dodici mesi un libro (e il 57,3 da uno a tre libri, il 18,6 quattro-cinque libri, il 18,7 dai sei a dodici libri, il 4,7% oltre questo numero.

    Non è comunque insignificante il numero di ragazzi che non leggono nulla (1.875.000 per il 68,4% degli abitanti della stessa fascia di età) perché non interessano loro i giornali.

    Massiccio è l'ascolto della televisione (il 95,1%) e notevole l'ascolto quotidiano della radio (il 58,7%).

    Non rilevante è la partecipazione all'associazionismo dei ragazzi di questa fascia di età (i dati però riguardano solo i ragazzi dai 10 ai 13 anni): solo il 9,9% svolge attività associativa.

    Non irrilevante è invece l'attività sportiva in questa fascia di età, pari al 56,8% (65,4 maschi e 47,6 femmine). È significativa la motivazione per cui un notevole numero di ragazzi non esercita lo sport: se il 43,9% dichiara che non gli interessa la pratica sportiva, 16,5% dichiara che ciò è dovuto a mancanza di tempo, il 24,3% alla mancanza di impianti sportivi, il 3,7% perché gli orari sono scomodi, 1'8,3% per motivi economici, il 4,6% per motivi di salute (il resto o ha indicato altri motivi o non ha indicato alcun motivo).

     

    Preadolescenti e problematica familiare

     

    In relazione alla separazione e divorzio risulta che sono coinvolti nella frattura familiare un numero non irrilevante di ragazzi di questa età: rispettivamente negli anni 1984, 1985 e 1986 il numero dei ragazzi ultradecenni e infraquattordicenni di cui è stato disposto l'affidamento è stato di 10.794, di 10.533 e di 10.493. L'affidamento è avvenuto rispettivamente al padre per 1.099 e 975; alla madre per 9.622, 9.352 e 9.429; alternativamente 24, 21, 35; ad altri 49, 48, 53. Di questi ragazzi erano figli unici rispettivamente 2.989, 3.251, 3.267; avevano un fratello 5.220, 5107, 5.125; avevano due fratelli 1.825, 1.608, 1.559; avevano tre o più fratelli 760, 567, 542.

    Nel divorzio dei genitori sono stati coinvolti 4.603 ragazzi di questa età con affidamento al padre rispettivamente di 530,489 e 526 ed alla madre di 4.029, 4.052 e 4.281.

    Mancano dati specifici relativi alle adozioni ed agli affidamenti di ragazzi di questa fascia di età.

    Né si conoscono i dati relativi ai ragazzi di questa età ricoverati in istituto, essendo il raggruppamento effettuato dall'Istat dei ragazzi tra i sei e i tredici anni Comunque è significativa la progressiva contrazione del numero di tali ragazzi: dai 56.344 del 1978 si è passati a 45.523 del 1980 e poi a 38.965 del 1983, a 36.981 dell'84 e a 33.174 dell'85. È però significativo che il numero massimo di ricoverati sia in Sicilia (8.552), seguita dalla Campania (5.106). Nel Nord il numero è più contratto: 1.605 in Piemonte, 1.657 nel Veneto, 3.614 in Lombardia.

    Di un certo interesse i dati relativi ai minori stranieri di questa età presenti nel nostro paese. Frequentano le scuole medie 274 zingari, 429 nomadi, 120 polacchi e 772 extracomunitari per un totale di 1.595 ragazzi. A questo numero vanno aggiunti 210 ragazzi che frequentano scuole medie non statali: si ha l'impressione però che questo dato sia approssimato per difetto. È anche da aggiungere che, secondo una ricerca compiuta, il 48,5% di questi ragazzi ha bisogno di particolari sostegni specie linguistici; come rendimento scolastico si è rilevato che per il 17,3% è molto buono, per il 48,7 è buono, per il 33,6 è discreto e solo per lo 0,4 insufficiente.

     

    Preadolescenti, violenza sui minori e devianza

     

    I dati Istat non specificano l'età dei soggetti sottoposti a maltrattamenti o a violenze carnali: sappiamo solo che nel 1988 vi sono stati 183 casi di corruzione di minorenni e 71 casi di ratto di persona minorenne a fini di libidine.

    Per le interruzioni di gravidanza in questa età vi sono stati 231 casi nell'83 e 346 nell'88.

    Anche per i casi di persone scomparse non vi è nei dati Istat una specifica indicazione di quanti ragazzi appartengono alla fascia di età che ci interessa, essendo indicati genericamente il numero dei minori scomparsi. Eppure una specifica indicazione sarebbe estremamente importante. Comunque risultano globalmente scomparsi nel 1984: 4.072 minori (di cui 2.495 femmine), nel 1985: 3.481 (2.132 F), nel- 1'86: 3.425 (di cui 2.121 F). Sono stati ritrovati nell'anno rispettivamente 3.530, 3.204, 3.135.

    I dati sulle denunce penali alle Procure delle Repubbliche presso i Tribunali per minorenni di soggetti minori di 14 anni ci indicano per l'anno 1984 il numero di 3.011 casi di cui I per tentato omicidio, 115 per lesioni volontarie, 23 per violenza carnale e 7 per atti di libidine, 62 per rapina, 19 per estorsione e 2.242 per furto. Il numero rimane pressoché costante negli anni successivi anche se aumentano i reati più gravi (2 di omicidio nel 1985 e 3 per omicidio volontario e 3 per omicidio volontario tentato nell'86). Nell'88 le denunce sono state 3.420 (di cui 598 relative a ragazze): 4 per omicidio volontario tentato (di cui uno da parte di una ragazza), 215 per lesioni, 13 per violenza carnale e 12 per atti di libidine violenti, 64 per rapina, 10 per estorsione e 2.355 per furto. È significativo che la percentuale sul totale dei minori denunciati sia stata del 15%.

    Il numero di minori ricoverati in istituti di rieducazione è stato per questa fascia di età di 69 maschi e 42 femmine.

    Appare evidente la frammentarietà dei dati statistici rinvenibili e quindi la loro relativa significatività per dare una adeguata rappresentazione dell'universo dei ragazzi di età compresa tra i 10 e i 14 anni• ci sembra però che, pure nella loro incompiutezza, essi non siano del tutto inutili per uno scandaglio, anche se approssimativo, sulle condizioni di vita dei ragazzi di questa età e per stimolare conseguentemente qualche tentativo di approfondimento.

     

     

    L'ETÀ PREADOLESCENZIALE È UN'ETÀ DIFFICILE

     

    Il periodo della preadolescenza, che come abbiamo visto è sottovalutato nei suoi problemi, costituisce invece un momento della vita e del processo di sviluppo estremamente complesso e difficile, gravido di rischi, assai tormentato: il ragazzo attraversa, e ciò è fisiologico non patologico, un periodo di grandi trasformazioni e quindi di profondi e rilevanti squilibri. Una effettiva comprensione da parte di tutti gli adulti che sono a contatto con ragazzi di questa età, è perciò condizione indispensabile per aiutare il ragazzo a ricomporre in unità il suo «io» frantumato e a superare il suo difficilissimo itinerario di esodo per approdare, indenne, al traguardo della maturità.

    L'analisi delle difficoltà preadolescenziali sarebbe amplissima: ci limiteremo qui ad alcune considerazioni.

    Il periodo preadolescenziale è il periodo della vita in cui l'essere umano è squassato da profondissimi mutamenti che raramente è in grado di comprendere e tanto più di dominare.

     

    Il corpo che cambia

     

    Cambia, rapidissimamente e in modo del tutto disarmonico, il corpo del preadolescente. Dopo il rapido accrescimento dei primissimi anni di vita vi è una decelerazione nell'aumento della statura e del peso: intorno ai 10 anni di vita per le donne, e gli undici per gli uomini, si ha invece una accelerazione rapidissima che porta ad una brusca impennata. A questa mutazione della stessa realtà fisica, e della propria immagine esterna, si aggiungono le profondissime trasformazioni legate alla evoluzione sessuale non solo con le nuove, e misteriosissime, pulsioni collegate con la crisi puberale, ma anche con quella che è stata definita la «tempesta ormonale» per cui il ragazzo è bombardato da quantitativi smodati di sostanze ormonali che investono non solo la sfera sessuale ma anche altre sfere (si pensi agli ormoni tiroidei e a quelli surrenalici).

    Non è facile per il ragazzo accettare queste trasformazioni del proprio corpo: perché ciò richiede un continuo adattamento reso peraltro estremamente difficile dal fatto che la crescita è continua e a ritmi variabili; perché la disarmonia della crescita comporta goffaggini e un senso di sgradevolezza del «sé» che fa crollare quel tanto di autostima così faticosamente conquistato nell'età infantile; perché non potendo, esistenzialmente, accettare che la disarmonia sia fisiologica e quindi destinata in breve tempo a ricomporsi nell'armonia dell'età matura, il ragazzo è attanagliato dall'angoscia che la rivoluzione somatica che patisce si arresti e che alcuni caratteri che riconosce come sgradevoli restino stabili. Ed inoltre la incipiente attrazione per l'altro sesso costituisce fonte di ansietà, anche perché coinvolge la relazione con i propri genitori e suscita sentimenti di colpa o terribili timidezze.

     

    Il cambio investe il mondo delle relazioni

     

    Cambia anche il rapporto con i genitori. Permane l'atteggiamento ancora fanciullesco di idealizzazione del genitore percepito come onnisciente e onnipotente, ma nel contempo va emergendo l'esigenza di sottrarsi ad un atteggiamento di totale ricettività e di dipendenza, per costruirsi, anche attraverso la critica sia pure embrionale della figura dell'adulto, una certa autonomia ed una propria identità che sia diversa da quella attribuitagli dal genitore. Allo schema di riferimento esclusivamente verticale incominciano ad intrecciarsi anche schemi di riferimento orizzontali (specie quello, più che con i coetanei in genere, con l'amico del cuore) e schemi di riferimento verticali di tipo diverso da quelli familiari (specie con l'insegnante).

    Non è facile per il ragazzo vivere serenamente questa fase di trapasso, non solo perché quest'opera di sganciamento finisce con l'essere percepita dallo stesso ragazzo come tradimento e innesca perciò sensi di colpa causativi di profondo disagio interiore (la stessa improvvisa repulsione verso le tradizionali forme di tenerezza genitoriale, peraltro ancora vivamente desiderate, che si ritengono confermazione nel ruolo fanciullesco, creano imbarazzo e pentimento) ma anche perché il mutamento della situazione imporrebbe una reimpostazione delle modalità relazionali tra genitori e figli a cui i primi difficilmente sono disponibili, sia perché non avvertono il cambiamento che sta avvenendo nella propria «creatura», sia perché sostanzialmente sono portati a rifiutare questo distacco che percepiscono come lutto.

    Ed i messaggi rivolti dai genitori ai figli di questa età finiscono con l'essere assai ambigui, perché nel contempo rivolti da una parte a trattenerli nell'infanzia, considerandoli ancora bambini, e da un'altra parte a proiettarli in una adolescenza non ancora in realtà imboccata, pretendendo coerenza, sicurezze, impegni costruttivi, adeguamento all'ambiente, capacità critica, senso di responsabilità: cose tutte che nel ragazzo di questa età sono invece solo allo stato embrionale.

    Il genitore non accetta che il preadolescente sia incostante, distratto, sgraziato e maldestro nei movimenti, imprudente, abulico.

    Rimproverandolo e ironizzando su di lui, lo blocca; gli fa cadere quel poco di autostima che cerca disperatamente di mantenere, perché si avverte «brutto e incapace»; accentua il senso confuso dell'ingiustizia e dell'incomprensione degli adulti.

     

    Il cambio del «mondo simbolico»

     

    Cambia, e rapidamente, lo stesso modo di pensare. Nel fanciullo la vita interiore è sostanzialmente semplice, tutta ritmata sui messaggi e i valori trasmessi dai genitori e tranquillamente accettati senza discuterli, perché appaiono verità inconfutabili.

    Nella preadolescenza incomincia a formarsi la capacità del pensiero astratto, aprendosi il soggetto ad una realtà assai più complessa di quella effettivamente percepita nell'infanzia. Acquisita la categoria della logica, ma di una logica ancora semplificata, per ché non si ha esperienza della reale complessità delle situazioni, e quindi di alcuni compromessi inevitabili, e comunque della gradualità necessaria per ogni attuazione del principio intuito. Il conflitto tra la logica ferrea della necessità di assoluta coerenza tra princìpi e loro applicazione concreta e la realtà del mondo degli adulti che si incomincia ad indagare con spirito critico e che si scopre essere spesso incoerente, per una logica assai rigorosa, è squassante. Aperta la finestra sul mondo, lo si percepisce immediatamente confuso, ambiguo, apparentemente illogico, inaccettabile.

    Se il ragazzo non è aiutato ad accettare la vita con un certo realismo utopico, che non rifiuti cioè l'impegno a costruire un mondo migliore ma accetti la difficoltà della sua realizzazione concreta entrando nella logica dal «già e non ancora», vi è il forte rischio che nasca nel ragazzo o un rifiuto, per così dire ideologico, del mondo degli adulti ed una globale opposizione ad esso (causa di un profondo disadattamento interiore) o un adattamento precipitoso - per sicurizzarsi - agli aspetti più esteriori e più utilitaristicamente sfruttabili del modo di vita degli adulti: e il consumismo sfrenato e l'adeguamento alle mode del momento ne sono la conseguenza. In un caso come nell'altro il processo di sviluppo verso la maturità resta profondamente segnato e talvolta profondamente inquinato.

    Perché divenire maturi veramente significa costruire una personalità non conformisticamente imitativa di modelli esterni, non narcisisticamente ripiegata su se stesso e sulle proprie più banali esigenze; non incapace di superare le ansie, i disagi, il fallimento e le rinunce che la vita quotidiana impone; non impazientemente protesa ad ottenere tutto e subito; non incapace di accettare l'inevitabile divario tra ciò che si vuole raggiungere e ciò che si può concretamente ottenere; non inadatta a costruire relazioni radicate su una oblatività che arricchisce anche chi dona, più che su un'etica di rapina e di sfruttamento dell'altro che impoverisce e immeschinisce tutto.

     

    Cambio nell'identità

     

    Cambia infine nel ragazzo la stessa percezione di sé. Alla identità sicurizzante fornita dai propri genitori, su cui ci si è adagiati da fanciullo, si va sostituendo, in una costruzione estremamente faticosa, una identità nuova e più autentica, radicata sulla propria singolare personalità. Il ragazzo si incomincia ad interrogare su chi egli veramente sia, su che esigenze profonde abbia, su quali principi e valori debba impostare la sua esistenza, su quale tipo di relazioni debba intessere con gli altri, di come possa ridurre ad unità il molteplice e contraddittorio che da più parti gli viene proposto. E tutto questo avverte in modo estremamente confuso e in qualche modo conflittuale, perché deve sbarazzarsi della «maschera» che gli è stata fornita per ricostruire «un volto»; perché il genitore non rinuncia facilmente allo stereotipo del «suo» bambino che si è costruito, e quindi ostacola l'acquisizione della nuova e più vera - in quanto «sua» - identità, perché l'irrompere dei mezzi di comunicazione di massa che propongono a getto continuo identità fittizie - con l'espressa minaccia che se non si assumono queste si rischia di essere «fuori» e perciò inaccettato - rende ancor più precario, ambiguo e traumatico questo processo di costruzione di identità.

     

    Il logorio delle opposte alternative

     

    Il processo è reso comunque complesso dalle opposte alternative tra cui si deve scegliere e che non sempre sono pienamente dominabili da un ragazzo assai confuso e oltre tutto squassato da tutti quei mutamenti di cui abbiamo fatto cenno. Si tratta di scegliere (ovviamente non sul piano intellettuale e in piena libertà da pesanti condizionamenti) tra narcisismo e correlazione (e cioè tra il ripiegamento nella solitudine e l'apertura a relazioni costruttive); tra la distruttività e la creatività (e cioè tra una vita mai veramente vissuta e una vita pienamente assunta da costruire anche nelle limitazioni e nelle difficoltà che contraddistinguono ogni esistenza); tra incesto e fraternità (e cioè tra la incapacità di liberarsi da una appartenenza soffocante e la capacità di realizzare nell'autonomia rapporti egualitari strutturanti); tra il conformismo gregario e l'individualità (e cioè tra la perdita della propria più autentica identità per l'apparente sicurizzazione di una appartenenza qualunque essa sia, e la costruzione di una coscienza di «sé» come «io» distinto); tra irrazionalità e ragione (e cioè tra abbandono all'emotività ed alla istintualità e la capacità di vedere il mondo, gli altri e se stesso come sono e non distorti da desideri e paure). Tutto questo logorio, che produce situazioni di profondo disagio e ansietà, difficilmente è percepito dall'adulto che vive accanto al preadolescente. Da ciò uno scarso aiuto in un momento delicatissimo dell'esperienza umana in cui si gettano tutte le basi della vita futura e si gioca il proprio destino di essere umano.

    Certo nessuno può sostituirsi - e guai se lo facesse - al ragazzo in questo momento difficile ma esaltante che è, e deve rimanere, esclusivamente suo, affinché sia veramente autentico; ma una maggiore comprensione delle difficoltà che egli vive, un discreto e rispettoso aiuto nella testimonianza più che nella verbalizzazione, una continua affettuosa attestazione di fiducia nei confronti di chi sta compiendo questa difficilissima trasmigrazione culturale e umana, costituiscono elementi indispensabili perché il processo di transizione verso l'età matura sia compiuto in serenità e con la gradualità necessaria, e perché gli squilibri inevitabili si compongano in un nuovo equilibrio e dal molteplice nasca una sintesi personale appagante.

     

     

    AL DISAGIO INDIVIDUALE SI AGGIUNGONO DIFFICOLTÀ SOCIALI

     

    Al disagio individuale connesso alle difficoltà proprie della crescita - quello che è stato definito il «trauma della seconda nascita» - si aggiunge, come elemento di ulteriore difficoltà per il ragazzo tra i dieci e i quattordici anni, una realtà sociale tutt'altro che preoccupata di favorire, o almeno di non ostacolare, questo difficile momento di trapasso dalla condizione infantile a quella adolescenziale prima e della maturità poi.

    Mi limito ad alcune notazioni su questo tema.

     

    Preadolescenza e assenza di ruolo sociale

     

    La società nel suo insieme non riesce ad assegnare un preciso ruolo all'adolescenza in genere e alla preadolescenza in particolare.

    Per l'infanzia il ruolo è sufficientemente chiaro: è un ruolo di dipendenza familiare in funzione di una graduale e ordinata crescita umana, e l'azione sociale si dispiega per assicurare che la famiglia svolga effettivamente il suo compito educativo, che alla famiglia inadeguata sia sostituita una nuova famiglia capace di svolgere il suo compito, che si realizzi una adeguata protezione per chi è in totale balia degli adulti affinché non si compiano abusi e trascuratezze tali da compromettere lo sviluppo del fanciullo.

    Di contro per l'età adulta è anche socialmente chiaro il ruolo assegnato: quello della autonomia e della responsabilità, e l'azione sociale è prevalentemente funzionale a garantire che nel contrasto tra le persone i diritti di ciascuno siano rispettati.

    Anche per l'adolescente si è venuto delineando in questi ultimi anni un certo ruolo sociale, anche se non sufficientemente chiaro: l'adolescente è colui che è ormai avviato verso le progressive conquiste di libertà e che deve perciò vedere continuamente ampliate le proprie sfere di autonomia. Lo stesso ordinamento giuridico va dilatando di molto i settori in cui l'adolescente è equiparato all'adulto: per l'attività sessuale, per l'attività di lavoro, per le possibilità di autonomamente decidere in ordine agli status familiari, per le prestazioni sanitarie, per le scelte religiose. E l'azione sociale è sempre più impegnata a facilitare questa progressiva acquisizione di autonomia, creando spazi ed occasioni di aggregazione tra giovani e per preparare al lavoro.

    Il preadolescente invece non ha un chiaro ruolo sociale, perché contraddittoriamente e ambiguamente è nel contempo ancora bambino («certe cose non le puoi fare perché sei troppo piccolo») e già è considerato adulto («sei ormai grande, non puoi comportarti in questo modo»). Non è senza significato che mentre l'autonomia concessagli dal costume e dallo stesso ordinamento giuridico è quasi nulla, si proponga in Parlamento a gran voce di ridurre a 12 anni il limite della imputabilità e di assicurare alla stessa età piena libertà anche di sfruttamento sessuale. E non è senza significato che molti preadolescenti hanno un più facile accesso al danaro (concesso con grande disinvoltura da genitori che vogliono dar loro l'impressione di considerarli autonomi ma che in realtà vogliono solo liberarsi un po' di loro), ma che proprio per ciò sono sottoposti ad un massiccio sfruttamento da parte della società dei consumi che impone mode, stili di vita, identità a cui il ragazzo non può facilmente sottrarsi. Né è senza significato che nei confronti di questi ragazzi sia generalizzato l'uso di tecniche educative impositive, per cui divenire grandi significa sostanzialmente imparare a fare bene ciò che l'adulto ritiene che egli debba fare.

    Tutto ciò porta sul versante della società ad una mera oggettivazione/ sfruttamento della preadolescenza e ad un sostanziale rifiuto a prendere in considerazione le idee, i problemi, le difficoltà, le ansie del preadolescente; e, sul versante dei ragazzi, un forte disorientamento e vissuti di crisi non facilmente superabili proprio perché non è affatto facilitato il cambiamento richiesto.

     

    La scomparsa dell'alleanza sull'iniziazione

     

    In epoche non molto remote della nostra storia collettiva la società si preoccupava di preparare i futuri cittadini pieno jure ai ruoli professionali e sociali che dovevano assolvere, e all'uopo tutte le istituzioni - famiglia, scuola, chiesa, pubblicistica per ragazzi - si sentivano globalmente impegnate a dare competenze tecniche e al tempo stesso formazione umana (alla lealtà, all'ossequio alla legge, all'impegno individuale e collettivo, alla socialità) affinché anche il ragazzo si inserisse nella società adulta introiettandone ruoli e modelli.

    Il filo conduttore dell'esperienza del soggetto in formazione era quello di acquisire progressivamente conoscenze e di sviluppare in sé valori (di laboriosità, onestà, competenza professionale) che consentissero l'inserimento a pieno titolo e con gratificazione personale nella società adulta.

    La preadolescenza e l'adolescenza erano così un momento importante di orientamento e di preparazione: era ancora un'età di passaggio ma nel senso di una forte continuità perché ben determinato era l'obiettivo da raggiungere, sia pure per gradi.

    In una società non più stabile né omogenea come quella di oggi, l'età di passaggio diviene assai più confusa e ambigua.

    La profonda diversificazione dei ari sottosistemi che compongono la vita sociale, con la mancanza di un gruppo o istituzione capace di svolgere una funzione egemonica e totalizzante; l'estrema varietà dei modelli di riferimento, degli stili di vita, delle risposte alle domande di senso; le grandi diversità di opportunità, appartenenze e condizioni di vita; il forte policentrismo formativo; un processo di inculturazione non più a svolgimento progressivo ma a «strappi»; tutto ciò rende assai più difficile il «momento di passaggio».

    Perché la contrapposizione tra valori, modelli, ruoli, funzioni, culture che il ragazzo esperimenta quando incomincia ad aprire gli occhi sul mondo extrafamiliare e da cui è investito, lo rendono estremamente incerto e smarrito, perché non ha strumenti (né gli adulti che gli sono vicini nella stragrande maggioranza sono in grado di offrirgliene) per comporre nella propria esperienza le molteplici sollecitazioni che lo investono.

     

    Il sostanziale abbandono nella famiglia, tra infantilizzazione prolungata e adultizzazione precoce

     

    Anche la famiglia, anziché essere strumento privilegiato di aiuto al ragazzo di questa età, finisce con l'accentuare le difficoltà del processo maturativo del preadolescente.

    Ad alcune di queste incapacità familiari abbiamo già accennato.

    Qui possiamo solo ribadire che l'affermazione ripetuta ossessivamente dalla «vulgata psicologica» propagandata dai mezzi di comunicazione di massa, che tutto si consuma nei primi anni di vita, porta molti genitori a ritenere che dopo i sei-sette anni di vita possano legittimamente ritirarsi, a bandiere spiegate ha detto causticamente la Winn, da un compito che percepiscono come troppo complesso e gravido di responsabilità che non si sentono in grado di assolvere.

    Se l'abbandono del bambino da parte della famiglia, che pure lo mantiene presso di sé, è una realtà tutt'altro che rara, l'abbandono sostanziale del preadolescente sembra essere una costante nella famiglia: un abbandono psicologico, un abbandono affettivo, un abbandono educativo che lascia il ragazzo in un momento così delicato in un deserto.

    Certo la famiglia, quella che in qualche modo si sente ancora coinvolta, continua ad accudire il ragazzo e a preoccuparsi di fargli fare tante cose: ma per il ragazzo in crisi di crescita non è tanto necessario che il suo «tempo libero» si tramuti in un «tempo pesantemente occupato», quanto che ci sia spazio per comprendere, assimilare, orientarsi in una realtà su cui si affaccia con curiosità ma anche con grandi timori.

    Ho l'impressione che in molte famiglie le capacità di dialogo autentico con il preadolescente siano assai povere, sia perché è difficile comunicare con chi poco parla, e apparentemente sembra non avere problemi, sia perché gli stessi genitori non sempre sono in grado di decodificare per loro i confusi messaggi ricevuti dalla società e quindi selezionarli ed eventualmente criticarli.

    L'educazione familiare rischia perciò o di essere del tutto assente, perché si ritiene che il ragazzo ormai possa fare da solo e debba essere lasciato libero di decidere da solo, o è ridotta ad una ripetizione di formule obsolete, perché meramente verbalizzate e contraddette dai comportamenti concreti familiari.

    L'inaridimento di tutti i codici comunicativi in una società in cui la parola è stata soppiantata dall'immagine e in cui l'approfondimento dei problemi è stato sostituito dalla loro spettacolarità, e in un momento della vita del ragazzo in cui è estremamente difficile esprimere le proprie difficoltà perché non si è in grado di compiutamente analizzarle, rende estremamente difficile quel dialogo intergenerazionale che pure sarebbe essenziale.

    Ciò è ovviamente accentuato nelle famiglie meno provvedute culturalmente in cui si è persa ogni cultura autonoma (la cultura contadina, la cultura operaia) ed è presente solo la pseudo-cultura caoticamente propagandata dai mezzi di comunicazione di massa: alla scomparsa della figura genitoriale sostituita da un fantasma di genitori, si accompagna anche la scomparsa della figura del ragazzo in preadolescenza che diviene solo un'ombra nel contesto familiare.

     

    La cultura della riuscita obbligata e l'effetto «profezia»

     

    In moltissime famiglie l'età della preadolescenza diviene l'età in cui si tirano le somme e si ritiene possibile esprimere giudizi definitivi sulla «riuscita del ragazzo».

    Nella ambiguità a cui abbiamo accennato (tra infantilizzazione prolungata e adultizzazione precoce) si incomincia a pretendere dal ragazzo atteggiamenti sempre coerenti, capacità di non commettere errori, successi immediati, orientamenti sicuri, percorsi sempre netti e in continua ascesa.

    Gli sbandamenti (inevitabili in questa fascia di età) non solo non vengono accettati (e accompagnati da un surplus di fiducia e di sostegno), ma vengono utilizzati come una ulteriore e definitiva conferma del tradimento e del fallimento.

    Nasce così quello che è stato definito l'«effetto pigmalione» o «della profezia autoavverantesi» del fallimento: la continua affermazione che il ragazzo sbaglia, non si impegna, è la pecora nera della famiglia, è destinato a divenire deviante, cala il ragazzo in un ruolo cui alla fine si adegua passivamente e in cui finisce per trovare quella identità - anche, ma non importa, se negativa - che va faticosamente e disperatamente cercando.

     

     

    SCUOLA E «PEDAGOGIA DELLO SCACCO»

     

    Anche la scuola può aumentare le difficoltà del preadolescente. Non solo la scuola che espelle il ragazzo attraverso le ripetute bocciature o che costringe all'abbandono, ma anche la scuola che lo emargina, pur consentendogli la permanenza nelle aule scolastiche, ma come elemento del tutto passivo ed accessorio.

    Si incomincia oggi a studiare il tema della dispersione scolastica: credo che, per quanto riguarda la scuola dell'obbligo, vada congiuntamente affrontato il tema della dispersione silenziosa, quella che non si esprime nel visibile abbandono, ma nell'emarginalizzazione di quelli che gli insegnanti definiscono moralisticamente i pigri, i poco interessati alla scuola, i demotivati allo studio e che vengono tollerati in classe purché non disturbino, purché accettino un ruolo di distaccata presenza nelle aule scolastiche.

    Dobbiamo riconoscere che nei due casi la «pedagogia dello scacco» è identica: anzi è forse preferibile l'abbandono e la ricerca di nuove strade (in cui il ragazzo è possibile che trovi un minimo di gratificazione) a questa passiva attesa dell'esaurimento dell'età dell'obbligo in una condizione di totale caduta dell'autostima e di marginalità assoluta.

     

    Scollamento tra «problemi vivi» e «problemi morti»

     

    La scuola rischia inoltre di accentuare le difficoltà del preadolescente quando pretende di ignorare la tempesta da cui il ragazzo è investito per limitarsi a verificare solo il rendimento scolastico, ovvero di rapportarlo con uno stereotipo di ragazzo, mentre, come abbiamo visto, ogni ragazzo ha tempi di maturazione diversi. Se la crisi di passaggio sconvolge tutta la personalità del ragazzo, essa non potrà non avere effetti su tutti i momenti relazionali e sull'intero comportamento: essa si proietterà inevitabilmente sul piano scolastico, anche perché difficilmente la scuola, così come è organizzata, saprà dare risposte a quei perché esistenziali che così profondamente lo turbano.

    Anzi lo scollamento tra i «problemi vivi» che il ragazzo deve affrontare e i «problemi morti» (o almeno così a lui appaiono) che la scuola gli rappresenta, acuisce una situazione di diffuso malessere.

    Deve ancora notarsi come il ragazzo, nel suo passaggio alla logica formale, trova una enorme difficoltà ad esprimere compiutamente ciò che solo oscuramente percepisce: ma la scuola dell'obbligo vuole termini «puliti», richiede solo risposte «canoniche», esige un pedissequo allineamento ad alcuni valori correnti o suggeriti dall'insegnante.

    Il confuso emergere di un pensiero in qualche modo autonomo e originale, anche se ancora embrionale e quindi confuso, viene scambiato per bizzarria, o peggio per incapacità espressiva indicativa di insufficiente rendimento scolastico.

    Da ciò ironie che mortificano e avviliscono; richieste di adattività e conformismo che stroncano lo sforzo di essere coerentemente fedeli alla propria identità personale; critiche che rischiano di tarpare la fiducia in se stesso del ragazzo.

    Senza interventi eminentemente individualizzati, senza adeguate tecniche di comprensione del soggetto e dei suoi bisogni, senza reale attitudine all'ascolto anche di ciò che non è verbalizzato o che è verbalizzato in modo del tutto inadeguato, senza capacità di responsabilizzare il preadolescente, senza dimostrazione di effettiva fiducia nel suo sforzo costruttivo, non solo non si aiuta il preadolescente a crescere, ma si rischia di bloccare il suo itinerario formativo: quanti operatori pedagogici hanno una reale comprensione di quanto sia complessa e difficile una effettiva funzione educativa?

     

    La comunicazione di massa e l'assenza della «mediazione» educativa

     

    Anche i mezzi di comunicazione di massa, ed in particolare la Tv, possono accentuare le difficoltà del preadolescente. Non si vuole certo demonizzare questi nuovi mezzi di comunicazione, spesso molto utili per aprire il ragazzo, ad una effettiva conoscenza del mondo. Si vuole solo sottolineare come la presenza di questi mezzi, che tanto incidono nella formazione del ragazzo, sia per la quantità di ore di esposizione al mezzo (maggiori quotidianamente delle ore passate a scuola), sia per la suggestività dei messaggi da essi trasmessi, esige una accentuazione della personale e diretta funzione educativa dell'adulto, che deve farsi carico anche di quanto il ragazzo riceve da questi mezzi. Invece l'assenza, sempre più accentuata, di figure adulte che possano svolgere il ruolo di «opinion leaders» nel processo di socializzazione del ragazzo, porta ad una deleteria enfatizzazione del mezzo e dei suoi messaggi che può avere effetti negativi. Perché, in assenza di altri soggetti con cui dialogare, il preadolescente, a differenza del bambino o dell'adulto, si accosta alla televisione non per appagare il suo bisogno di ottenere piacere o di avere un compagno di giochi, ma per trovare una risposta alle molte domande che si pone sul mondo in cui deve avventurarsi. Egli trova nella Tv non solo risposte a domande che non è ancora in grado di formulare (e che quindi accentuano la sua confusione), ma anche risposte scorrette perché influenzate essenzialmente da esigenze spettacolari più che educative.

    Il ragazzo così apprende dalla televisione che possedere significa essere, che il mondo è sostanzialmente ostile e che non bisogna fidarsi di nessuno, che la libertà assoluta (più che la liberazione dai propri interiori ed esteriori condizionamenti) è essenziale nella vita, che la perenne novità è condizione per rimanere perennemente giovani e che la fedeltà è invece «castrazione», che il sesso va agito più che vissuto (è importante fare l'amore, non vivere l'amore), che il successo è l'unico vero fine dell'uomo, che la violenza e l'intolleranza è la regina della storia, che il mondo va in modo manicheo diviso tra buoni e cattivi, e che l'annientamento del cattivo è l'unico modo per superare i problemi.

    Sono questi solo alcuni accenni su temi che meriterebbero ben altro approfondimento: ma sono utili per richiamare l'attenzione sul fatto che l'età della preadolescenza è difficile non solo per le difficoltà personali che il ragazzo di questa età deve affrontare e risolvere, ma anche perché le agenzie educative anziché aiutarlo ne rendono più complesso ed ambiguo l'itinerario di crescita. Il che è accentuato dalla mancanza di una seria riflessione, anche sul piano scientifico, dell'impatto che queste agenzie hanno in questa delicata fase di crescita e quindi sulle conseguenti responsabilità educative.

    È venuto il momento, se si ha veramente a cuore l'avvenire dei nostri ragazzi e dell'intera società, di non limitarsi più all'analisi della condizione infantile e dei suoi bisogni, o di quella adolescenziale, ma di porsi il problema della preadolescenza, delle sue difficoltà, del fisiologico disagio in cui essa vive, perché anche l'età negata divenga una età riconosciuta. 


    T e r z a
    p a g i n A


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