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    Pierino... non accettare riunioni dagli sconosciuti!



    Alessandro Isoardi

    (NPG 1992-08-46)

    Istruzioni per l'uso
    - leggere possibilmente in gruppo;
    - gli esercizi proposti sono importanti (cioè da fare!);
    - non sono stati riscontrati effetti collaterali spiacevoli.

    «Non accettare mai caramelle dagli sconosciuti!»... è una delle classiche raccomandazioni con cui le mamme accompagnavano i ragazzini mentre rotolavano giù per le scale per correre a giocare in piazzetta o ai giardini.
    Oggi la lista di cose da non accettare dagli sconosciuti è decisamente più lunga, tanto che anche la pubblicità se ne è accorta, a cominciare dai jeans!
    Ne approfitto anch'io, e solamente per mettere in guardia i nostri Pierini da certi tipi, apparentemente innocui, che si aggirano per gli oratori e le parrocchie: ci tengono un sacco ad essere chiamati catechisti o animatori, ma finito l'incontro con il loro gruppo non li vedi più... naturalmente perché sono delle persone serie e impegnate.
    Con il titolo e questa battuta liquido quello che è l'ingrediente principale della riunione: è necessario che l'animatore stia con i suoi ragazzi!
    L'alternativa è rimanere estranei al loro mondo e avere pochissime possibilità di comunicare.
    Coloro che non condividono la posizione si risparmino la fatica di leggere il resto: sarebbe inutile; chi desidera approfondire il discorso si cerchi gli articoli che compaiono sotto la voce animatore sull'indice dei 25 anni di NPG.

    Abbasso l'improvvisazione

    Un'altra piccola precisazione per evitare illusioni: nelle pagine che seguono non troverete «il gancio d'oro», ovvero le 100 migliori ricette per «agganciare i ragazzi e non farseli più scappare», organizzare feste, uscite, ritiri, campiscuola, ecc.: sono tutte cose importantissime, ma che non ci interessano direttamente, per ora!
    Troverete, invece, una pista di riflessione, appena abbozzata, sul fatidico momento della riunione, con la speranza di vincere quella che è ancora la tentazione dominante: l'improvvisazione. Purtroppo molti incontri di gruppo non vengono progettati, pensati; le attenuanti sono tantissime, prima fra tutte il tempo, le aggravanti le ridurrei a due: «intanto seguo il catechismo» (o altri sinonimi!), «... e poi i ragazzi sono sempre gli stessi!». Purtroppo i Pierini, fregati una volta, salvo siano gentilmente costretti a ricevere i sacramenti, non si fanno più vedere.
    L'articolo tenta, quindi, di dare una risposta alle problematiche accennate; gli obiettivi che cercheremo di raggiungere sono:
    - indicare 1 + 5 ingredienti fondamentali per progettare una riunione (il primo è già stato dato: stare con i ragazzi!);
    - offrire un modello per «montare e impastare» correttamente questi ingredienti: fasi dell'unità didattica (in alcune pagine uso unità didattica e riunione come «equivalenti»; per evitare equivoci conviene precisare che l'unità didattica è più ampia della riunione.

    CINQUE INGREDIENTI PER PROGETTARE UNA RIUNIONE

    Esercizio
    - Ogni membro del «gruppo animatori» scriva su un foglietto 6 ingredienti per una riunione OK.
    - Confrontatevi, senza venire alle mani, e stilate una lista comune.
    A questo punto potrei anche chiudere, vi accorgerete infatti che sapete già «quasi tutto», ma per mettere la firma alla fine avanzo la pretesa di ordinare i vostri elenchi.
    A proposito di ordine... vi dico subito che i 5 ingredienti che seguono non sono in ordine alfabetico, né di importanza, né di apparizione, insomma: non sono proprio in ordine!
    È facilissimo infatti parlare di uno e sconfinare negli altri.

    1. I CONTENUTI: «SEDERSI A TAVOLINO!»

    Il problema centrale di questo ingrediente è cosa dire ai ragazzi, ed è ulteriormente radicalizzato in slogans del tipo: «contano i fatti non le parole», «abbasso le parole, viva la testimonianza».
    Ad applicarli si corre il reale rischio di rimanere in pochi a poter parlare, sempre che le parole indichino ancora qualcosa.
    La questione è seria! In questa sede mi limito a proporre due punti di riferimento a livelli ben diversi.
    - Primo: come cristiani siamo comunque chiamati ad annunciare una realtà che ci supera immensamente, che rimane mistero grande; ciò implica che va evitata ogni pretesa di possederlo, di avere l'esclusiva su Dio, e che dobbiamo essere persone aperte al dialogo e al confronto.
    Credo che una posizione del genere sia valida anche quando ci troviamo ad affrontare quegli aspetti della vita che non sono «misurabili»... e sono molti!
    - Secondo: nessuna esperienza è costruttiva, educativa, se non è oggetto di riflessione, se non proviamo a «ridirla» e a farla ridire ai nostri ragazzi, altrimenti rimaniamo alla buccia della vita.
    «Pierino com'è stato il campo?», «... eccezionale! meraviglioso! bestiale!», «Ma cosa avete combinato di bello?», «... cose bellissime, una favola!».
    Era un campo lavoro per le missioni, ma in fondo fosse stato sull'ecologia, l'affettività o la fede, la risposta non sarebbe cambiata di molto.

    Sindrome da asilo & da università

    Il problema dei contenuti diventa drammatico quando lo si affronta sul versante degli animatori: in certe riunioni si ha l'impressione di essere all'università, in altre all'asilo.
    È indispensabile riacquistare la capacità di sedersi a tavolino e di masticare a lungo un argomento prima di proporlo ai ragazzi.
    Errori ugualmente gravi sono voler parlare anche quando non si sa cosa dire: meglio stare zitti! O «vomitare» addosso ai ragazzi l'ultima conferenza che mi ha entusiasmato, sia pure del teologo di moda!

    Tre semplici regole

    È invece opportuno tenere presenti tre semplici regole:
    - ricordati che non puoi e non devi dire tutto su tutti i problemi e argomenti: pensa a quelli che verranno dopo di te, rischiano di rimanere disoccupati;
    - ricordati che non è il caso di inventare tutto dal «nulla»: faresti una sleale concorrenza al Creatore;
    - il massimo è riuscire a «raccontare il Vangelo» raccontandoti e raccontandole (le vite dei ragazzi!).
    Una veloce spiegazione per ogni regola!
    La catechesi in stile di animazione è uno dei pochi mondi dove non funziona la famosissima legge dell'oca.
    La procedura di sperimentazione è molto semplice: prendete un ragazzo, inserite un imbuto nel cervello e un tappo dove credete meglio, quindi versategli dentro tutte le informazioni dello scibile cristiano; ma proprio tutte... per il suo bene siamo anche disposti a nausearlo un pochino!
    Mi dispiace deludere le vostre speranze, ma il nostro povero Pierino non ingrassa per niente, nonostante lo circondiate con le vostre cure, e appena vi allontanerete un pochino credo proprio che anche il migliore tappo sarà inutile.
    È invece opportuno preparare un cibo adatto alla situazione di ognuno e concentrare gli sforzi su una gerarchia di poche informazioni importanti e centrali per un «giovane-cristiano-del-duemila».
    La seconda regola ricupera uno spazio per tutti coloro che non rientrano nella categoria dei geni: un quoziente intellettuale normale non è fatale per un animatore, basta saper gestire con astuzia e fatica le risorse che si hanno già a disposizione: catechismi, Bibbia, films, televisione, diapositive, pubblicazioni varie ed assortite, esperti in carne e ossa, la vita dei ragazzi...
    C'è bisogno non tanto di inventori quanto di persone che elaborano, e comunicano ai ragazzi, una sintesi personale, che selezionano tra i vari contenuti e all'interno degli stessi i passaggi più importanti, e sanno proporre alcune «chiavi di lettura» per affrontare la realtà.
    L'ultima regola si riferisce chiaramente all'arte del narrare.
    Non è la favoletta di turno, è essere appassionati del Vangelo: la storia di Gesù, che ci è stata raccontata, ci ha fatto rinascere alla vita; non possiamo fare a meno, quindi, di fare risuonare la «buona notizia» in noi e attorno a noi, perché le vite dei nostri Pierini si aprano alla gioia.

    2. LA SITUAZIONE: «OCCHIO A PIERINO»

    Il rischio che si corre se non si considera questo ingrediente è di «parlare ai muri». Esemplificando, sempre nel nostro linguaggio da cortile: se Pierino è in agitazione per la sua Guendalina, è probabile che la nostra lezione sulle processioni trinitarie non lo interessi più del ronzio di una zanzara. Sarà il caso di pensare con più attenzione i contenuti e di mettere in funzione tutti i sensori e le antenne che ho a disposizione per capire dove vive Pierino, chi è Pierino e che tipo di relazione voglio avere con lui.

    Dove vive Pierino?

    L'analisi dell'ambiente può essere affrontata a diversi livelli. Dal punto di vista psico-sociologico ci sono ricerche sulla situazione giovanile serie e leggibili; sarebbe bello che qualcuno del gruppo animatori approfondisse il discorso, per offrire agli altri alcuni criteri di lettura della realtà.
    Per non fermarsi alle pie esortazioni bisogna almeno rendersi conto di due aspetti.
    - Primo: l'ambiente in cui vivono i nostri Pierini lancia delle sfide, propone dei modelli di uomo; non possiamo illuderci di creare dei ghetti accuratamente disinfestati da qualsiasi influenza esterna, è molto più serio preoccuparci di conoscere queste proposte della «concorrenza» e chiederci quali sono le caratteristiche del nostro «uomo nuovo».
    - Secondo aspetto: un grande numero di «agenzie educative» (passi il termine!) accampano diritti su Pierino; tutti sanno qual è il suo bene e ognuno tira l'acqua al suo mulino Traduco! Il povero animatore ha seri problemi a trovare uno spazio per la riunione: la scuola è una cosa seria (per chi avesse dubbi!), poi ci sono le ripetizioni di matematica pura per prepararsi all'università, lezione di musica, ippica, nuoto e allenamento di calcio, le doverose passeggiate con la sua bella, i giusti momenti di relax (provate voi a condurre una vita con questi ritmi!); mi dimenticavo che i genitori hanno dei diritti sul loro «bambino»... se poi ci si mette anche il parroco con le prove dei chierichetti!
    Quando viene il momento tanto atteso della riunione le mani dell'animatore stringono solo più brandelli di Pierino, e a volte tenta ancora di «formattarlo e riprogrammarlo», come hanno fatto tutti gli altri prima di lui.
    La sfida più urgente è quindi ricreare unità nei ragazzi (e tra le agenzie educative!): avere una personalità unificata è la base che permetterà a Pierino di capire e affrontare l'ambiente in cui vive.

    Emergenza vita

    Ai confini tra l'ambiente e Pierino propongo tre domande per capire la situazione di emergenza sulla vita in cui ci troviamo; possono costituire i nuclei attorno a cui organizzare i dati che raccogliamo dall'analisi dell'ambiente.
    - Sulla possibilità di vivere: ci sono dei ragazzi e giovani che non sono in condizione di essere vivi? Non è un problema da riservare al «terzo mondo»!
    - Sulla qualità di vita: in una società in cui sei vivo solo se hai quei soldi, quei muscoli, quell'abbigliamento, quell'orario... che risposte diamo, che proposte facciamo?
    - Sul senso della vita: di fronte al limite invalicabile della morte, e delle morti presenti nella nostra vita quotidiana, che «senso» offriamo?

    Chi è Pierino?... e come si trova con me?

    La conoscenza dei ragazzi e il tipo di relazione educativa li riduco ad alcuni punti che sapranno un po' di «raccomandazioni della nonna» per chi segue da tempo NPG.
    Attenzione agli ultimi! Devono avere un volto, dei nomi, non posso accorgermi di loro solamente nell'annuale «giornata del rompiscatole»; soprattutto quando scelgo e comunico dei contenuti devo farlo sulla loro misura.
    «Ma così non andiamo più avanti!», forse è il caso che i primi imparino a portare i pesi degli ultimi, è decisamente più cristiano.
    La relazione educativa con i ragazzi deve essere caratterizzata da:
    - asimmetria educativa: «non gioco a fare il bambino, non siamo allo stesso livello; io ho una ricchezza personale e culturale da comunicare... in stile di dialogo e proposta»;
    - accoglienza e fiducia: «ti prendo al punto dove ti trovi, come sei... e non mi sostituisco a te, credo che tu hai le forze per cavartela...»;
    - accetto la tua unicità: «ogni ragazzo ha dei suoi ritmi e strade di maturazione, ha una sua libertà... potrei anche fallire».
    Se condite il tutto con alcune conoscenze di psicologia evolutiva e di dinamica di gruppo avete trovato una minima concreta per dimostrare che «credete» in Pierino!

    3. GLI OBIETTIVI: «SI MANGIANO?»

    Qui il discorso si fa serio; il rischio è di non sapere cosa voglio e dove vado, il che equivale a ingannare e tradire i ragazzi del mio gruppo. L'obiettivo è il punto di arrivo, è l'orizzonte del mio lavoro, è rispondere alla domanda: che tipo di uomo salterà fuori? Sarà un giovane che ha capito chi è, che ha colto la sua originalità e autenticità? Avrà capito in che mondo è cascato, saprà leggere la realtà e la storia in cui vive? Avrà dei punti di riferimento, dei valori, un senso nella vita? Saprà agire e reagire nelle diverse situazioni che dovrà affrontare? Avere abbastanza chiaro, sin dall'inizio, questo punto di arrivo, mi obbliga a dare una precisa direzione al cammino.

    Un primo passo verso la concretezza

    Per rendere «l'esame di coscienza» proposto ancora più concreto proviamo a distinguere tra obiettivi a breve scadenza e obiettivi a lungo termine.
    I primi rispondono alla domanda: alla fine di questa riunione, o di questi due o tre incontri, cosa voglio ottenere? I secondi ci ricordano che la nostra riunione o è inserita in un cammino, in un progetto più ampio, o non serve a niente.

    Tre aspetti irrinunciabili

    Propongo di essere attenti a tre ulteriori aspetti.
    a. Gli obiettivi devono essere raggiungibili, concreti e verificabili... dall'animatore e da Pierino; ciò implica che anche i ragazzi siano a conoscenza degli obiettivi!
    b. Stabilire, per gli obiettivi, un minimo e un massimo in cui devono stare tutti i ragazzi; questo aspetto è per ricordarci, già in sede di programmazione, degli ultimi.
    Se c'è qualche Pierino che non raggiunge l'obiettivo minimo è consigliabile fermarsi, e obbligarci ad un'attenta verifica su tutti i fronti.
    c. Per non stabilire obiettivi troppo teorici è opportuno distinguere:
    - conoscenze: cosa devono sapere dopo queste riunioni; qui c'è la fatica di assimilare dei contenuti, delle informazioni, per conoscere la realtà nella verità;
    - atteggiamenti: lontani parenti delle virtù...; sono i comportamenti interiorizzati; è abituare la propria persona, con l'esercizio e la pazienza, a reagire spontaneamente in una determinata maniera a «quella situazione»;
    - comportamenti: cosa deve saper fare, cosa concretamente impara a scegliere.
    Un esempio con la speranza di chiarire: affronto con i miei Pierini l'argomento ecologia (non c'è sul vostro catechismo? peccato!).
    Dopo otto riunioni desidero raggiungere i seguenti obiettivi:
    - conoscenze: le risorse naturali dell'Italia e della mia zona, i comportamenti dannosi, il libro della Genesi parla di Dio che affida il creato all'uomo;
    - atteggiamenti: capacità di stupore, curiosità e rispetto, di fronte alla natura;
    - comportamenti: a gruppetti ci si incarica in oratorio di organizzare il riciclaggio di carta, vetro e lattine in alluminio e «ma77ate» a chi sporca le sale e il cortile! È abbastanza evidente che gli elementi più facili da verificare sono i comportamenti e le conoscenze.

    Per evitare illusioni

    Per evitare illusioni preciso che è abbastanza faticoso impostare il proprio lavoro di animatore seguendo questa traccia, ma non vedo alternative più riposanti che siano altrettanto serie e rispettose dei ragazzi.
    Altra precisazione: attenzione ad essere troppo rigidi! In genere gli obiettivi più impegnativi sfuggono all'osservazione diretta, rischiate di essere animatori asfissianti e di dimenticarvi che il «fedometro» nessuno lo ha ancora brevettato.
    Questo non vuol dire che rinuncio a stabilire degli obiettivi!

    4. LE TECNICHE: «ROBOT O FANTASIA?»

    Esercizio: i «cuscinetti a sfera»
    - Disposizione: i partecipanti al «gruppo animatori» si dividono in 2 cerchi (uno interno e l'altro esterno) formati da un numero uguale di componenti; in questo modo si sono create delle coppie (ogni componente del cerchio interno è faccia a faccia con uno di quello esterno).
    - I partners si chiedono l'un l'altro: «quali tecniche di animazione conosci e usi nelle riunioni del tuo gruppo?».
    - Dopo un certo tempo (2 minuti) gli animatori del cerchio esterno ruotano di un posto in senso orario: tutti si troveranno con facce nuove.
    - Si ripete l'intervista e l'operazione un po' di volte. Alla fine si raccolgono le informazioni.
    Dall'esercizio emerge, molto probabilmente, che le tecniche di animazione da noi conosciute e usate negli incontri sono «sempre le solite», non c'è una grande varietà.
    Non ho nessuna intenzione di fare pubblicità, ma devo consigliarvi di «scavare in tre miniere»:
    * B. GROM, Metodi per l'insegnamento della religione, la pastorale giovanile e la formazione degli adulti, Elle Di Ci 1989.
    * M. JELFS, Tecniche di animazione per la coesione del gruppo e un'azione sociale non-violenta, Elle Di Ci 1986.
    * K.W. VOPEL, Giochi di interazione per adolescenti e giovani, vv. 1-4, Elle Di Ci 1991.
    Nelle righe che seguono non ripeto ciò che potete trovare nei tre testi citati, vorrei invece collocarmi a un livello ancora più «ruspante».

    Tecnicismo? No grazie!

    Il rischio di un errato dosaggio dell'ingrediente tecniche è il tecnicismo, una miscela esplosiva dagli effetti micidiali.
    L'uso esagerato di tecniche e di certi strumenti provoca un tipo di assuefazione difficilmente ricuperabile.
    Volete delle prove? Ecco a voi «un'esperienza tipo»: mi è stato affidato un gruppo per la preparazione alla Confermazione; durante gli anni precedenti avevano visto «tutti» i montaggi di diapositive dell'LDC e delle Paoline. Ignaro del pericolo che stavo per correre ho preparato un incontro con un montaggio di diapositive... per fortuna non erano pietre altrimenti sarei morto lapidato alle porte dell'oratorio.
    Tecnicismo significa:
    - servirsi delle tecniche di animazione da «pappagallo»: «Al corso animatori hanno usato il gioco dei ruoli, il dodecaedro e il ban del brufolo; è stato bellissimo! Il prossimo incontro col mio gruppo vedrai che scintille»!
    - usare le tecniche solo per iniziare... poi vi aggiusto io!: «Tutti in fila, in silenzio, mani sui banchi, foglio bianco e penna: questo è un catechismo serio!»;
    - le tecniche mangiano tutto l'incontro... un giochino dopo l'altro si arriva alla fine: «Cosa hai fatto oggi al gruppo?», «boohh, ma ci siamo divertiti!»;
    - usare tecniche (e strumenti) senza averle sperimentate prima: le leggo su un libro e ho a disposizione 16 cavie per i miei esperimenti... o magari: «Domani faccio vedere un video, ma dimmi una cosa: il tasto play a cosa serve?».
    Per avere un certo successo con le tecniche di animazione è sufficiente fare il contrario di ciò che ho scritto sopra (n.d.r. sei un genio).

    Economia e aggiornamento

    Un richiamo utile: state attenti a sfruttare gli strumenti e il materiale che avete a disposizione nel vostro centro; è opportuno un inventario a inizio anno e un incaricato della «manutenzione».
    Se il gruppo animatori si riunisce periodicamente è «obbligatorio» far circolare le novità lette o sperimentate ai campiscuola, e conviene ritagliare tempi per simulare le varie tecniche di animazione.

    Diario di bordo

    Strumento interessante è il diario di gruppo, non il registro di classe!
    La sua realizzazione è semplice, basta un pizzico di costanza; aiuta a curare la continuità e facilita il lavoro delle periodiche verifiche.
    Il diario di gruppo si potrebbe dividere in due parti: Pierino & la tribù.
    Sotto «Pierino» si raccolgono le schede dei singoli ragazzi: potete annotare i dati che ritenete più significativi per conoscerli, registrare alcuni fatti importanti, una valutazione in base agli obiettivi che avevate stabilito in precedenza... Sotto «la tribù» riportate il progetto di cammino del gruppo, i passi decisivi, le tematiche affrontate, il materiale usato, la cronaca degli incontri e delle diverse iniziative, i problemi più scottanti per la vita del gruppo, le fotografie da rivedere tra 40 anni, i risultati delle verifiche...

    5. LE FASI DELLA RIUNIONE: «A ME MI PIACE LA TORTA DI MELE»

    19928-53Gli ingredienti elencati, come vanno impastati tra loro? Eccoci all'ultimo ingrediente, che non è un ingrediente! Se si sbaglia, si rischia di fare la minestrina al posto della torta, e vi assicuro che un brodino caldo a base di panna, pasta sfoglia e canditi... anche con Knor non è proprio il massimo. Le tre fasi di montaggio che propongo sono prese in prestito dalla didattica genera- le: innesco, sviluppo, controllo.

    Esercizio
    ... per coloro che hanno letto tutto d'un fiato l'articolo: è obbligatorio sospendere la cura per 15 minuti e ossigenare il cervello, come credete meglio.

    Riprendo fase per fase; ma ricordo subito che non ci troviamo di fronte a formule magiche, non c'è niente di automatico, noi ci limitiamo a fare da impalcatura a un lavoro di costruzione che può svolgere soltanto il diretto interessato: il protagonista è Pierino!

    1. INNESCO

    È il momento iniziale della riunione, ma può sfuggire di mano e mangiarsela tutta!
    Questo capita spesso a chi è alle prime armi mentre «le vecchie volpi», al contrario, rischiano di saltarlo perché lo ritengono una perdita di tempo.
    L'innesco invece è una fase importantissima per: interessare, collegare, evocare e comunicare gli obiettivi.

    Interessare

    ... Significa attirare o risvegliare l'attenzione, accendere la miccia, permettere ai ragazzi di mettere in moto le energie di cui sono ricchi, attorno ad un problema particolare.
    Qui la fantasia ha veramente spazio!
    Il rischio più ricorrente è: drammatizziamo questa situazione: tu sei la bella, innamorata persa del tuo marinaio, al quale hai promesso fedeltà eterna; dopo mesi di attesa vieni a sapere che è prigioniero dei pirati.
    Un pescatore si offre di portarti da lui, ma pretende in cambio un bacio (è la versione più casta!).
    Cosa fare?
    Riaverlo ma tradirlo... o non tradirlo e aspettare?
    Imposti con il tuo gruppo questo «gioco dei ruoli», inizi il dibattito, poi tronchi tutto per parlare di... ecologia.
    È un esempio limite, ma non molto improbabile.
    Anche se realizzato in maniera più soft rimane il fatto che uso accorgimenti veramente interessanti, ma che non c'entrano niente con la tematica che desidero affrontare.

    Continuare

    ... È la seconda preoccupazione dell'innesco; non ci si preoccupa mai troppo di curare la continuità tra gli argomenti che si trattano, soprattutto quando viene a mancare il «catechismo» che forniva una minima traccia di cammino.
    Si ricorre allora al «si salvi chi può», che concretamente significa: affidiamoci all'anno liturgico nei tempi forti e in quelli «per annum» vediamo di tappare i buchi con qualcosa che «acchiappi» i ragazzi.
    Volgarizzo: a Natale e dintorni, e a Pasqua e dintorni, temi obbligatori e ultrariscaldati sono: Natale e Pasqua; negli altri periodi ci si arrangia: per fortuna non rimangono molti giorni!
    Il problema, alla radice, è non avere assolutamente in mente un itinerario, o non riuscire a tradurlo in una sequenza di tematiche o, peggio ancora, non rendersi conto del mondo in cui vivono i ragazzi, delle domande che nascono e stentano a nascere dalla loro vita.

    Evocare

    ... Cugino primo di ricordare, ma è un po' diverso!
    Quando preparo la riunione devo mettere un punto esclamativo e un punto interrogativo: «dare niente per scontato!» e «cosa devono conoscere i miei Pierini per poter affrontare questo argomento?».
    Faccio notare che conoscere non indica solamente avere delle idee più o meno ordinate, è anche aver vissuto determinate esperienze.
    Solamente a partire dal «!» e dal «?»... e tenendo sul tavolo la fotografia del ragazzo più KO del gruppo, inizio a costruire lo scheletro della riunione: mi chiedo se Pierino ha dei chiodi, nel suo cervello e nella sua vita, a cui ancorare solidamente il nuovo materiale che gli fornisco; invento le cose più simpatiche e nuove per scoprire i chiodi e per parlargli in un linguaggio che gli sia famigliare.
    Tutto questo è evocare, e posso farlo con un test, una batteria di domande a bruciapelo, ma anche con una canzone, una fiaba, un gioco, un film, un'uscita in gruppo, un'intervista, una lettera... l'elenco sarebbe interminabile.
    Per fare un esempio: in un gruppo di terza media (e dintorni!) affronto «l'amicizia» iniziando ad evocare il loro mondo con un film come Stand by me, o facendogli vivere un'esperienza di gruppo che li obblighi a faticare insieme (una raccolta di carta, un trekking in montagna...). Il mio lavoro non si può fermare a questo punto, ma è un buon primo passo!

    Comunicare gli obiettivi

    ... È l'ultimo scopo da raggiungere nell'innesco ed è decisamente il più trascurato. I nostri Pierini devono sapere sin dall'inizio a cosa vanno incontro, cosa ci si aspetta da loro. Comunicare gli obiettivi ha degli indubbi vantaggi: permette di verificarsi durante il cammino, di concentrare le energie in una precisa direzione e quindi evita sprechi e dispersioni; inoltre ha un grande valore «calamita»: un obiettivo entusiasmante, affascinante, è un ottimo motivo per iniziare un cammino e faticare.

    2. SVILUPPO

    La fase dello sviluppo costituisce il cuore della riunione, e il rischio più evidente è la superficialità.
    Qui si può ricuperare tutto ciò che si è detto sull'ingrediente contenuti: i ragazzi hanno fame di nuove idee su cui giocare la propria vita, ma non mandano giù proposte culturalmente mediocri e «minestre riscaldate»!

    Strumenti...

    Gli strumenti migliori, dalla parte dei catechisti-animatori, rimangono ancora i libri e le ore passate nella riflessione e nello studio.
    Dalla parte dei Pierini una soluzione interessante è il quaderno-personale-ad-anelli: è un quaderno che cresce con me, dove contenuti e vita si intrecciano e legano, dove posso periodicamente controllare la mia rotta e gustare la gioia di guardare al cammino già percorso.
    Una interessante avventura editoriale, che una buona équipe di animatori può vivere, è la trasformazione del catechismo in unità didattiche a schede. I fogli che consegnerete di volta in volta ai vostri ragazzi saranno «fatti su misura», «frizzanti», con un sacco di spazio in più per la loro vita, e non si tratterà più di arrivare alla fine di un libro, ma di costruire insieme un'esperienza di Chiesa.

    Integrazione personale

    Il quaderno ricorda quello che è lo scopo principale della fase sviluppo: favorire l'integrazione personale.
    È un lavoro che si sviluppa attorno a due poli: l'esposizione dell'animatore e l'attività di Pierino.
    Sul primo polo ho solo alcune telegrafiche raccomandazioni:
    - essere brevi;
    - con schemi e altre diavolerie aiutare i ragazzi a cogliere l'elemento chiave;
    - ... che deve essere solo uno (= 1);
    - ... che non deve essere presentato solo verbalmente, ma esemplificando e sfruttando forme espressive più vitali;
    - ... che magari non do proprio, ma faccio scoprire ai ragazzi;
    - ... che deve essere collegato ai «chiodi» che già possiede Pierino.
    Sull'attività di Pierino il problema è «solamente» farlo passare da una posizione passiva ad una attiva.
    Durante l'innesco si è già fatto molto in questa direzione, nella fase dello sviluppo basterà «sfidare» le abilità di Pierino.
    Non si tratta di stressarlo continuamente con domandine, possono anche essere esperienze; ma devono comunque essere specifiche ( = centrate sull'elemento chiave) ed orientate ad applicare il discorso alla vita.
    Un altro accorgimento da tenere presente è fare intravedere, ai ragazzi, un ulteriore sviluppo del discorso, è lasciare qualche domanda senza risposta.
    In due parole: si tratta di educare alla profondità e alla curiosità!

    3. CONTROLLO

    Siamo alla fine e... in genere manca sempre il tempo di farlo, anche perché associamo controllo a compito in classe e a scuola, categorie che hanno una certa valenza negativa.
    Questa fase non può essere ridotta a una selezione-classificazione da parte dell'animatore, è importante prima di tutto per Pierino: lui deve esprimersi e trovare qualcuno che gli dica: «stai viaggiando bene», o «non sono d'accordo con te per questi motivi...».
    In un mondo che non vuole dare punti di riferimento, trovare persone mature con cui confrontarsi è una grande fortuna, inoltre dà sicurezza e aumenta la fiducia nelle proprie capacità.
    È chiaro che non so cosa controllare, e non ha senso controllare, se non ho stabilito degli obiettivi e se i ragazzi non li conoscono.
    Valutare in una situazione del genere procura solamente disorientamento!
    Un fantasma da scacciare subito riguarda le modalità di controllo: un test ogni tanto non fa male, ma ci sono cento e una maniera diversa di verificare il cammino; oltretutto in tematiche vitali come dovrebbero essere quelle che affrontiamo, i criteri «quasi-matematici» sono molto pericolosi.
    Si può controllare realizzando un recital, una mostra, un volantino o un giornalino, una intervista, una esperienza di servizio... l'importante è che anche gli ultimi si possano esprimere.
    Aggiungo una cattiveria: il controllo fa paura soprattutto agli animatori perché potrebbero accorgersi che hanno sbagliato ad impostare il loro lavoro!

    Due Nota Bene

    I due N.B. che seguono lo schema vogliono essere un richiamo a coloro che pensano di fare le riunioni «con lo stampino»: per quanto sia buono (lo stampino), è necessaria molta più elasticità.
    * Alcuni pensano che le tecniche di animazione sono da usare esclusivamente durante la fase dell'innesco perché hanno in testa l'equazione: tecnica = interessa = per iniziare!
    C'è niente di più errato: posso benissimo lavorare con tecniche di animazione per sviluppare un argomento o per controllare come e se i ragazzi hanno «imparato» qualcosa.
    * Altro sbaglio, meno grave, è volere mantenere con rigidità la struttura innesco - sviluppo - controllo in ogni riunione.
    Deve esserci sempre un riferimento a queste fasi di base, soprattutto per curare la continuità tra un incontro e l'altro, e quando si applica lo schema per le prime volte; ma una volta rodati, si può benissimo dedicare un incontro all'innesco, due o tre allo sviluppo, e un fine settimana al controllo. L'impostazione dell'unità didattica dipende anche dall'ampiezza e complessità delle tematiche che si desiderano affrontare.
    Ai sopravvissuti alla lettura non mi resta che augurare:
    Buon lavoro!


    T e r z a
    p a g i n A


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