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    Formazione della coscienza e impegno sociale e politico


     

    Guido Gatti

    (NPG 92-06-77)

     

     

    La mia riflessione si articolerà in tre momenti: un primo di carattere prevalentemente teorico, di filosofia e teologia morale; un secondo di carattere educativo, volto a delineare gli obiettivi degli interventi educativi relativi alla formazione della coscienza in campo sociale; e poi un terzo ancora di carattere educativo ma sul versante metodologico, volto a delineare gli ambienti più adatti per questo tipo di educazione. Cominciamo col dire il rapporto che c'è tra l'impegno socio-politico e la coscienza morale. La coscienza morale è l'ambasciatore dentro di noi dell'istanza morale. Si può chiamare in diversi modi, ad esempio «dovere», ma dietro il dovere stanno gli imperativi e dietro gli imperativi i valori di cui gli imperativi sono difesa e promozione, e dietro i valori ancora c'è una visione globale del mondo, delle speranze e delle attese dell'uomo, visione che fonda l'impegno morale e gli fornisce quel «vale la pena» di cui ha bisogno. A far valere questi imperativi, a essere all'interno di noi l'ambasciatore dei valori è la coscienza morale: un meccanismo psichico complesso e difficile da sondare, perché impegna tutta la psicologia umana: la mente, l'emotività, la volontà, le scelte di fondo della persona. Noi non faremo un discorso sulla coscienza, ma piuttosto sui valori a cui essa deve ispirarsi nelle sue indicazioni, che pesano anche sull'azione sociopolitica e che condizionano le scelte in questo campo. I valori, diciamo anche i doveri (dovere è il volto truce del valore) a cui deve ispirarsi l'azione socio-politica, sono diversi e eterogenei, il che dà luogo a dei conflitti che si ripercuotono sulla coscienza, creando situazioni di dubbio, per cui a volte non sa a quale valore dare la precedenza in una determinata scelta concreta. Educare la coscienza è prima di tutto evidentemente educare quella scelta di fondo con cui la persona decide di preferire i valori ai vantaggi immediati dell'egoismo spontaneo e naturale. Questa è la cosa di gran lunga più difficile. Non basta insegnare i valori, i comandamenti; si tratta di dar voce dentro di noi a quell'imperativo capace di far sentire il suo peso sulla vita!

    Questo aspetto lo presupponiamo; dedichiamo invece un po' di attenzione alla gerarchia interna ai valori, per vedere quali vanno messi in primo piano e quali devono essere sacrificati in caso di conflitto. Possiamo paragonare la coscienza a un giudice che applica la legge morale e che decide, come dice il diritto romano, non de lege ma secundum legem, nel senso che la coscienza non è creatrice delle norme, dei valori a suo piacimento, ma si trova di fronte a una verità morale che essa è chiamata a riconoscere e applicare alla situazione concreta. Quello che diciamo vorrebbe essere quasi un codice di procedura che la coscienza deve seguire nel risolvere gli eventuali casi di conflitto.

     

    Orizzonti di criteri di valutazione

     

    Possiamo parlare a questo proposito di una serie di orizzonti concentrici di criteri di valutazione. I criteri di valutazione sono appunto i valori in base ai quali valutare, che non sono omogenei, ma appartengono ad orizzonti diversi, che possono essere pensati come concentrici, cioè orizzonti via via più larghi che comprendono in sé quelli interni e nello stesso tempo li superano.

     

    L'efficienza tecnica

     

    Il primo di questi orizzonti di criteri di valutazione è quello dell'efficienza tecnica, il più interno di tutti, quello meno comprensivo, e quindi quello che non ha l'ultima parola (spesso neppure la penultima) nella valutazione e poi nella scelta fatta in base alla valutazione morale. Potremo dire, anzi, in un certo senso, che l'orizzonte di valutazione dell'efficienza tecnica non è ancora neppure morale. Un aborto può essere eseguito in maniera tecnicamente perfetta e restare ancora più immorale quanto più tecnicamente perfetto. Si può dire, a titolo di paradosso, che l'orizzonte morale di per sé comincia dove cominciano i fini, non sulla base della correttezza delle metodologie e dell'efficienza dei mezzi usati: di per sé la tecnica è teleologicamente cieca, non include nel suo ambito specifico una considerazione dei fini. Tuttavia anche la tecnica ha una rilevanza etica, nel senso che non basta volere i fini in maniera puramente velleitaria, in modo che se questi fini sono buoni lo diventano automaticamente anche l'azione concreta e la persona che la compie. Se si perseguono i fini buoni puramente in maniera dilettantistica, senza la necessaria competenza, senza correttezza dei metodi usati... allora il comportamento moralmente è negativo solo perché tecnicamente inefficiente. Cioè, la stessa volontà che vuole il fine, vuole seriamente anche i mezzi efficaci per raggiungerlo. È chiaro che nel campo dell'azione sociale, economica, politica, le tecniche, la correttezza delle metodologie, la competenza di colui che agisce hanno una efficacia decisiva e un ruolo importantissimo. Sappiamo quanto sia complesso il mondo delle strutture della convivenza umana (cioè il mondo della politica, il mondo dell'azione sociale) e sappiamo dalla storia di quante buone intenzioni in questo campo abbia finito per essere lastricato l'inferno, come dice il proverbio.

     

    I fini perseguiti

     

    Un secondo orizzonte di criteri di valutazione è quello dei fini perseguiti: il bene morale esige che chi opera lo faccia per realizzare il massimo possibile di fini buoni.

    Quali sono i fini buoni nel campo della politica? Non sono necessariamente fini direttamente morali in se stessi; il politico si preoccupa (se per esempio lavora nel campo della politica economica) non che gli operatori economici siano buoni, ma che il meccanismo dell'economia funzioni bene e metta il più possibile a disposizione di tutti una certa affluenza di beni materiali; e poi la possibilità di lavorare, di partecipare attraverso creatività, libertà di scelta, ecc.: beni in sé non morali, chiamiamoli «premorali». Dar da mangiare agli affamati non è renderli più buoni; al massimo rende buono chi dà da mangiare, non colui che viene saziato, perché compito di qualificarsi moralmente appartiene alla libertà di ognuno e non può essere delegato a nessun altro (da questo punto di vista la morale diventa il guardiano dei beni premorali dell'umanità nel suo complesso, perché ognuno è custode di suo fratello e di tutti gli altri membri della famiglia umana). È chiaro che normalmente le scelte, non soltanto in campo politico e sociale, non sono spesso tali da avere solo risultati positivi, sia pure in termini non morali: in questo caso il comportamento deve avvenire secondo un principio di proporzionalità, nella commisurazione di vantaggi e svantaggi, e cercando di realizzare il maggior saldo positivo possibile (questo in politica è una cosa di tutti i giorni: abbassare o innalzare il tasso di sconto significa incoraggiare o scoraggiare gli investimenti, favorire o meno disoccupazione; magari per favorire l'occupazione nel lungo periodo bisognerà accettare la caduta di certe barriere doganali e sacrificare così l'occupazione nel periodo breve... insomma non esistono scelte che non abbiano «controindicazioni» ed effetti collaterali negativi).

    In campo morale ci possono essere mezzi per raggiungere fini in sé buoni, la cui utilizzazione fa problema perché in quanto mezzi hanno in loro una intrinseca negatività. Da un punto di vista molto umano si potrebbe affermare che mezzi cattivi non corrompono i fini buoni per cui vengono impiegati. Ma credo che l'esempio del socialismo reale sia la prova più macroscopica della falsità di questa affermazione: il sogno di realizzare la società ideale è fallito perché la qualità dei mezzi impiegati cambia la natura del fine, e mezzi intrinsecamente immorali corrompono le persone che li usano sia pure per fini buoni; e spesso si verifica che il mezzo, rovesciandosi l'ordine, diventi fine a se stesso perché ha un'intensa carica dinamica.

     

    La giustizia

     

    Se non tutti i mezzi possono essere considerati leciti in vista del fine che perseguono, è perché ci sono valori morali che stanno al di là dell'orizzonte del benessere da procurare: ad esempio il valore della giustizia, quando una determinata scelta procura una somma molto grande di vantaggi alla comunità ma soltanto a prezzo della soppressione o della violazione grave di diritti precisi di determinate persone o di determinati gruppi.

    Che cos'è infatti la giustizia? Essa nasce dal fatto che i frutti e i costi della collaborazione umana devono essere ripartiti in modo da tenere conto della uguale dignità oggettiva di tutti gli uomini. È chiaro però che, oltre a cercare la migliore e più ampia uguaglianza possibile nella distribuzione degli oneri e dei vantaggi, occorre garantire la sopravvivenza della società come società libera. E quale sia la misura del giusto e dell'ingiusto, non è facile determinarla. Lungo i secoli la misura utilizzata è stata molto diversa: l'umanità è alla ricerca continua in un dibattito sempre vivo al suo interno, di che cosa è giusto e che cosa no.

    Uno dei frutti di questo dibattito sono stati certamente la dichiarazione dei diritti universali, una dichiarazione che rende ufficiale una sensibilità molto diffusa e nello stesso tempo ne favorisce ulteriormente la diffusione. Dire che ogni uomo ha diritto a una giusta parte dei beni della terra o che ogni uomo ha diritto alla libertà di pensiero, non vuol dire ancora decidere con chiarezza, per esempio, qual è questa giusta parte dei beni della terra. O decidere che ogni uomo ha diritto al lavoro non vuol dire ancora decidere attraverso quali strumenti; e questa decisione è d'altra parte assolutamente necessaria per rendere operante questi diritti, diversamente rimangono pura retorica. Il parlare soltanto di diritti, senza fare il discorso sulla loro determinazione precisa e quindi anche sulla loro limitazione in base ai diritti degli altri, è fare della retorica; questi diritti rimarranno sempre sulla carta, autorizzeranno ognuno a rivendicarli senza confini e senza limiti, riducendo la società a una sistematica competizione in cui alla fine diventa diritto l'interesse del più forte, e ciò rende più barbarica la convivenza sociale.

    Il problema che si pone allora è fino a che punto questa determinazione fatta dallo Stato obbliga in coscienza. Equivale a una legge morale? In sé e di per sé no, perché la legge civile è una cosa, la legge morale è un'altra ben diversa, e tuttavia indirettamente sì, in forza di un valore morale che è il bene comune. Il bene comune esige che normalmente le leggi dello stato obblighino in coscienza, mentre purtroppo in certi paesi una lunga abitudine porta a ritenere che le leggi dello stato non abbiano niente a che fare con la morale, con la coscienza: e questa è una delle cause più grandi del degrado della vita sociale italiana. Il recente richiamo dei vescovi all'educazione alla legalità ci ricorda che il bene comune esige che le leggi dello stato obblighino normalmente in coscienza, nel senso che esse servono meglio il bene comune se osservate, sia pure nella ricerca di un loro perfezionamento ulteriore, che non se evase ai propri capricci, anche perché in questo gioco al massacro delle leggi in realtà finiscono poi per prevalere i più potenti, i più appoggiati, i più furbi e per pagare sempre coloro che sono i più poveri, insomma i più indifesi.

    Credo quindi che oggi l'educatore cristiano debba davvero proporsi l'obiettivo: moralità e legalità.

     

    La fraternità cristiana

     

    Ultimo criterio di valutazione lo chiamo la fraternità cristiana. Al di là della giustizia, al di là della ricerca del bene comune e del maggior benessere possibile in termini premorali, c'è il valore «fiducia reciproca» che è un valore direttamente morale, senza del quale nessuna società sta bene anche se abbonda di beni economici: ed è un bene essenziale della vita di natura morale, perché ognuno vi deve concorrere con il suo meritare fiducia. La fraternità (aggiungiamo il termine «cristiana», per dire che il credente questa fraternità la vive non per motivi di filantropia generica o per motivi di nazionalismo perché è di sua natura aperta al mondo) il credente la vede nella luce di Cristo; e nel fatto di vedere Cristo in ogni fratello egli trova il motivo più forte e il «vale la pena» più decisivo per perseguire questo ultimo orizzonte di criteri di valutazione. Ognuno di questi orizzonti ovviamente include il precedente: quello dei fini include quello dei mezzi, quello della giustizia include e qualche volta può rinnegare quello del benessere, quello della fraternità va anche al di là della giustizia, chiede di più di quello che è il puro adempimento degli obblighi di giustizia.

     

    La formazione della coscienza

     

    Come formare la coscienza? cioè come far interiorizzare questi valori in modo che diventino sorgente di un imperativo capace di operare nella vita? La formazione della coscienza è dunque l'azione educativa volta a far assimilare questi valori o criteri di valutazione etica, non dunque soltanto impostarli nella mente, ma soprattutto depositarli dentro la struttura volitiva della personalità, in modo che i valori non siano soltanto conosciuti ma siano conosciuti come valori, cioè come qualcosa che vale e quindi da perseguire. Si tratta allora di trasformarli da indicativo (o puro sapere) in imperativo sulla vita, ma da imperativo di fuori (frutto delle pressioni dell'ambiente educativo sociale) a imperativo dentro. Educare la coscienza nel campo dell'azione politica e sociale significa quindi educare a questi orizzonti di criteri di valori, a queste classi di valori con la gerarchia che abbiamo prospettato. Finora siamo partiti dal meno per arrivare al più; parlando di educazione rovesciamo l'ordine e partiamo dal più completo, dal più comprensivo per arrivare al parziale. Quindi, educazione della coscienza e educazione al senso cristiano della convivenza umana: si tratta di educare a vedere la convivenza nella luce del vangelo, nella luce della speranza cristiana, quindi come preparazione di una convivenza pienamente riconciliata degli uomini tra di loro e con Dio a cui diamo il nome di Regno di Dio (e qui richiamo il 39 della GS: la libertà, la fraternità, la dignità della persona umana). Dopo che le avremo seminate e realizzate qui in terra (l'azione sociale e politica è sulla linea della realizzazione e attuazione della libertà, della solidarietà, restituzione all'uomo della sua dignità) le troveremo liberate da ogni macchia, trasfigurate quando Cristo consegnerà il Regno al Padre. L'impegno su questa terra può fallire al di là della competenza e della volontà delle persone, ma il seme non muore ed è questa certezza che va educata: educare questa certezza è educare la fede. Poi, educazione al senso della giustizia, cioè al senso della comune dignità di tutti gli uomini, al rispetto e alla promozione effettiva dei loro diritti. Ci sono certo legami di simpatia naturale all'interno della convivenza umana, ma la giustizia non tiene conto di questo, bensì considera anche la persona che mi è nemica, antipatica, che ha interessi esattamente contrapposti ai miei, come portatrice di diritti. Si tratta dunque di educare a vedere la persona umana come portatrice di diritti, di educare le persone a vedere il mondo non soltanto dal proprio punto di vista, ma dal punto di vista degli altri, a giudicare che cosa è giusto e ingiusto in base ai grandi princìpi della giustizia, il principio della reciprocità; educare a mettersi nei panni degli altri (quello che gli psicologi americani chiamano la capacità di assumere il ruolo degli altri, verificando attraverso un dibattito il più possibile libero, continuo, che cosa è giusto e che cosa è ingiusto: questo è il vero senso della democrazia). Poi ancora, educazione (e l'orizzonte si restringe) all'impegno per migliorare il mondo nei termini del benessere: per esempio il livello di istruzione pubblica, combattere l'analfabetismo, le malattie, diffondere ricchezza e prosperità economica. Anche qui si tratta di considerare in realtà i problemi della comunità nel suo insieme come problemi personali, di educare la persona a far coincidere il suo bene con il bene della comunità, educare la persona a lavorare per questo bene comune senza arrendersi di fronte all'indifferenza degli altri. Infine, ed è il livello ancora più interno, educare alla professionalità. Non si può andare avanti con il dilettantismo; è importante la competenza professionale, il che significa il realismo delle valutazioni, e commisurare gli ideali con il possibile e con la razionalità nella scelta dei mezzi e delle strategie di intervento, nella responsabilità e nella fatica di formarsi competenze con studio ed esperienza.

     

    Come educare?

     

    Due elementi sono assolutamente da considerare in campo educativo: l'efficacia educativa dell'esperienza e l'efficacia educativa della comunità. Il sapere della coscienza è un sapere vitale ed imperativo. Essa si forma non solo con l'insegnamento, ma soprattutto con il fare forti esperienze. In questo caso: esperienze forti di fede comunitaria, cioè di fede vissuta insieme, perché la fede vissuta nella solitudine è una fede difesa con i denti stretti che rischia facilmente la sterilità, una fede che mi fa star bene con Dio ma non influisce sul mio comportamento nei confronti dei fratelli, una fede che unisce, che apre agli altri, che li fa vedere, appunto, nella luce di Cristo. Quali i luoghi adatti? È chiaro per esempio che la scuola di religione non costituisce un'esperienza di fede comune, vissuta insieme normalmente, lo costituisce soltanto in maniera molto debole e non è quindi l'ambiente ideale per questo tipo di educazione; anche molte forme di messe domenicali anonime nelle parrocchie delle grandi città, dove la gente si scambia un abbraccio di pace senza neanche conoscersi, non è un'esperienza forte di fede comunitaria sufficiente per abilitare una simile formazione della coscienza.

    Poi, esperienze forti di incontro con i bisogni e le sofferenze dell'uomo, e dunque le varie forme di volontariato, accanto a quello caritativo il non meno importante volontariato educativo che mette a contatto con i bisogni nella sofferenza di un volto concreto, anche se non risolvono i problemi sociali, non possono sostituirsi all'impegno dello stato. L'obiettivo principale non è dunque soltanto e primariamente il servizio svolto a chi soffre, ma è l'azione educativa svolta nei confronti dei soggetti.

    Poi esperienze forti di contrattazione sociale, il che significa: stabilire insieme, attraverso il dibattito più libero possibile, le regole della convivenza, ognuno mettendosi il più possibile nei panni degli altri. Questo educa al senso della socialità, è l'anima della democrazia. Se all'interno delle forme parziali e piccole di convivenza non riusciamo a far valere questa regola di formazione della volontà comune, come potrà funzionare la democrazia a livello di Paese? E poi alla fine: valorizzazione etica e sociale dello studio che prepara la professione fornendo la competenza professionale o in maniera diretta (gli studi tecnici) o in maniera indiretta (gli studi umanistici), e forma l'uomo: è come preparazione all'esercizio vocazionale di una professione, cioè di una professione vissuta non soltanto come mezzo per guadagnare reddito e prestigio sociale ma come mezzo per servire il prossimo.

    (La trascrizione della relazione non è stata rivista dall'Autore).

     

     

     

     

    DAI LAVORI DI GRUPPO

     

    1. Dalla consapevolezza della natura sociale dell'uomo matura una fede che impegna nei confronti della realtà sociale. Ma per questo si fa urgente la conoscenza dei problemi del territorio, anche di quelli spiccioli di vita quotidiana, che pure questionano la qualità della vita. E poi la conoscenza delle strutture sociali che operano in risposta a tali problemi. Come esperienze da vivere proponiamo quella fondamentale del gruppo, di un gruppo che si apre alle problematiche dell'ambiente circostante e all'esperienza del volontariato educativo.

     

    2. Abbiamo affrontato il problema dello «sbocco» del giovane nel gruppo: deve essere necessariamente sbocco di militanza o ci sono altre possibilità? Vi è tuttavia una molteplicità di esperienze che i giovani possono fare: la possibilità di assumersi delle responsabilità individualmente, di partecipare; l'analisi del territorio e lo studio delle possibilità di intervento «al di fuori delle mura». La possibilità cioè che ci si prenda carico di un settore del territorio direttamente legato al quartiere in cui si è inseriti, con due tipi di interventi: interni (in quanto legati alla struttura stessa: per esempio nell'oratorio l'organizzazione di feste che coinvolgano la gente) ed esterni come il servizio civile, l'entrare in organizzazioni di volontariato.

     

    3. Nei nostri gruppi ci deve essere un'educazione politica anche in senso stretto, come informazione sui partiti, cultura nel settore, naturalmente tenendo presente che è necessaria una gradualità legata all'età. Non si mira quindi direttamente né alla militanza né alla propaganda politica, ma alla «conoscenza» nel senso di una cultura politica. Come conseguenza potranno nascere iniziative concrete di partecipazione, anche di militanza come vocazione particolare da seguire e appoggiare. Il fatto però è che nei nostri centri certe sensibilità ai valori di fondo sono presenti in minima parte con tinte magari di leghismo e razzismo. Viene quindi il dubbio che la formazione sociale offerta in riferimento a questi grandi valori non sia stata adeguata.

     

    4. Molte volte negli ambienti educativi realizziamo in pieno la prima parte del famoso binomio: bravo cristiano e onesto cittadino. Si creano cioè dei bravissimi cristiani, ma forse né tanto onesti né tanto cittadini: nel senso che ci sono animatori capaci di gestire grandi attività anche ad alti livelli, però poi quando entrano nel sociale e cominciano a vivere esperienze di vita o devono fare delle scelte concrete di solidarietà politica, non sono capaci di viverle. È importante dare valenza politica a quello che socialmente già si vive: si parlava di una carità politica che diventi solidarietà, come dice la Christifideles Laici: «La carità è l'anima della solidarietà». Noi aggiungiamo che la solidarietà è una vera e propria carità politica, cioè una carità che fa notizia, una carità che mette in crisi. Il buon samaritano non si ferma al fatto di vivere una carità privatistica, ma fa di più, va all'albergo e non solo paga l'albergatore, ma dice che si sappia, perché quell'atto di carità diventi pubblico, faccia notizia; perché è così che si costruisce il Regno di Dio, quando la carità del cristiano si fa vedere, quando il cristiano è sveglio nel senso che mette in crisi il mondo. Qual è il lavoro dei nostri gruppi? Essi devono educare persone con identità politiche, allargare la mentalità del giovane in modo che fin dalla adolescenza impari a concepire anche quella politica come una scelta di vita, anche come il luogo in cui il cristiano realizza il progetto di Dio, il proprio progetto di vita.

    Qualche esperienza concreta: stimolare conoscenza anche delle strutture politiche che già esistono, non scavalcando quelle strutture democratiche che forse sono le uniche possibili per realizzare la vera «politica», ma trasformandole inserendosi dentro per portare i propri valori.

    È importante nei nostri ambienti valorizzare strutture e metodi tipicamente democratici con le dinamiche di gruppo e la valorizzazione ad esempio dei consigli d'Istituto, delle assemblee oratoriane con i rappresentanti, e non soltanto per facciata.

    Ultima cosa: la gestione del potere. Come educare gli adolescenti, i giovani a gestire il potere in modo da utilizzarlo non per emergere ma per servire? Questo è un altro elemento su cui si gioca la capacità vera dell'educazione.

     

    5. Riteniamo un punto fondamentale educare alla militanza fin da quando si è giovani: educare essenzialmente al protagonismo nell'ambito scolastico, negli ambiti della vita del giovane e non solo all'interno dei nostri ambienti, nei nostri gruppi, nei nostri oratori.

    Per cui bisogna partecipare attivamente alla vita del quartiere per non creare in seguito una frantumazione interiore nel momento in cui si affronta l'impegno in ambiti diversi dai nostri o a contatto con diverse ideologie, quando non si ha più un supporto di gruppo o ambiente educativo alle spalle.

     

    6. Sottolineiamo alcune difficoltà in cui ci siamo imbattuti. Si parla molto di educazione sociale, politica e partitica, ma non possiamo mettere tutto sullo stesso piano.

    Intanto si possiede già una certa sensibilità al sociale; quindi parlare di educazione politica deve per forza di cose andare al di là di quello che facciamo.

    Questo è necessario per non creare nei nostri ambienti una microsocietà contrapposta alla società, quasi un piccolo castello dove le cose vanno bene, ma distaccate da un collegamento con la politica del territorio.

    Ancora, i nostri animatori vengono formati nei confronti del cambiamento nella società? ci limitiamo a scalfire la crosta o andiamo veramente alla radice? questo è lavoro politico!

    Come proposta concreta: un confronto più convinto con la realtà politica non è stata mai presa in seria considerazione proprio a livello di progettazione; e allora si propongono incontri periodici di formazione che abbiano come tematica specifica la politica, ma in modo tale che i ragazzi vi partecipano spinti a confrontarsi su tanti problemi che riguardano sia il recupero della coscienza politica, sia la politica nella sua specificità.

     

     


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