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    Alla gente non basta più il vivere bene solo in casa



    Giuseppe De Rita

    (NPG 1992-08-20)


    Quando un fenomeno sociale si presenta per accenni e non per forza travolgente si può sempre discutere, visto che gli accenni non possono abbagliare chi li interpreta. È il caso di un fenomeno che, a mio avviso, va confusamente emergendo: la tendenza della gente ad «uscire di casa» alla ricerca di una nuova socialità nel territorio in cui si vive.
    È appunto il fenomeno che si presenta per accenni, dopo anni di rinserramento nella sicurezza e nella agevolezza domestica dovuto, dalla metà degli anni '70 in poi, al bisogno di sicurezza contro un ambiente, specialmente urbano, ritenuto ostile; al desiderio di restringere la vita nei rapporti più umanamente antichi (cioè al cosiddetto riflusso nel privato); al bisogno di ripensare se stessi e alla propria soggettiva personalità, al di fuori delle grandi appartenenze e battaglie sociali (sindacali, giovanili, ideologiche); al desiderio di incorporare in casa gli strumenti che rendono agevole la vita individuale (elettrodomestici, videoregistratore, hi-fi). Una saga della casalinghità, dell'agevolezza domestica.
    Quella saga sta perdendo la sua forza di spinta. la gente comincia a pensare che non bastano più le pareti domestiche a dar senso alla vita. Giocano, in questo nuovo pensiero collettivo, fattori di stanchezza per il ciclo precedente, visto che è difficile continuare ad ingorgare la casa con altri strumenti tecnologici o con beni raffinati. Ma giocano anche fattori di nuova attenzione ai rapporti sociali extra-vita domestica.
    Confermano, a mio avviso, questo guardare fuori di casa una serie di tendenze (decifrabili come accenni), ma che pure sembrano delineare un pro cesso sociale più complesso. Penso alla tendenza a privilegiare la vita nelle medie città, dove i rapporti sociali sono più facili e più solidi; penso alla tendenza a rapportare i grandi problemi ambientali (l'ecologia, lo sviluppo compatibile, la qualità della vita) non alla dimensione planetaria, ma a quella del territorio in cui si vive (l'aria della città, le discariche dei rifiuti, il traffico); penso alla tendenza a ricercare nuove forme di vita comunitaria (nell'associazionismo, nel volontariato, in parrocchia); penso alla tendenza ad una crescente domanda di buoni servizi collettivi (trasporto urbani, acqua, servizi sociali); penso alla tendenza a trasformare il localismo culturale e politico, dove il territorio finisce per essere non un riferimento funzionale, ma una base di identità collettiva (il leghismo non è che uno dei modi in cui si attua questo aggancio dell'identità collettiva al territorio); penso alla tendenza ad esaltare l'autonomia degli enti locali come la strada per rendere adeguata e controllabile l'azione pubblica sui problemi delle diverse comunità locali; penso alla crescente identificazione della gente con il luogo in cui vive e la conseguente bassa propensione a ricercare il futuro privato in altre aree (siamo ai minimi storici dei processi di mobilità territoriale e colpisce in tante ricerche la quasi totalità di ammissione «non vorrei vivere in altro luogo che non sia questa città»).
    Accenni di una ritrovata attenzione al voler vivere bene anche fuori dalla propria casa, da cui si può far discendere l'interpretazione che alla fase dell'agevolezza domestica si sta sostituendo l'impegno faticoso a una nuova socialità? Molti dicono di no, forse pensando che l'italiano medio preferirà sempre l'agevolezza, specie se goduta in casa, all'impegno faticoso, specie se esercitato in un confuso ambiente esterno.
    Da parte mia sono, invece, portato ad interpretare i tanti accenni di evoluzione richiamati come i sintomi di un processo, lungo e difficile, di nuova socialità. sul territorio.
    Mi spingono a questa affermazione tre personali convinzioni. La prima è la fiducia antica nei processi che nascono dal basso, da tanti accenni di nuovo comportamento collettivo. La seconda è la sensazione che gli italiani stanno capendo che se non si appropriano loro del territorio (e della sua gestione), se ne approprieranno sempre più assessori infedeli e criminalità organizzata. La terza è la convinzione che la gente avverte nella frantumazione sociale attuale come non basti più la personale e privata soggettività, ma che occorra ricominciare a ricostruire i rapporti sociali, partendo da quelli più elementari («il pluralismo ricomincia dal tu», dice Lévinas, il profeta della prossimità).
    Troppo ottimismo, mi dice Alberoni, l'amico sociologo con cui mi sento da anni più consonante. Forse, ma abbiamo bisogno come il pane di un nuovo tessuto sociale; e un tessuto sociale non s'è mai costruito con il catastrofismo destrutturante che va di moda da anni nella nostra classe dirigente e, in parte, nei maggiori interpreti della nostra società.

    (Corriere della sera, 18 novembre 1991)


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