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    Un futuro «bloccato». Quale esperienza per i giovani «del Sud»?



    Lettera aperta a Note di pastorale giovanile

    (NPG 1991-06-03)


    Troppo spesso si parla del Sud e delle sue problematiche, spesso anche senza averne probabilmente cognizione piena, e operando analisi approssimative e semplicistiche, in cui le verità facilmente riscontrabili si confondono con i luoghi comuni molte volte assunti acriticamente. Ancor più di frequente si parla del mondo giovanile e delle realtà che contribuiscono a definirne i contorni, convinti che siano le indagini macrosociologiche ad evidenziare le situazioni nelle quali intervenire. Ma dietro la cortina che separa la storia dal deserto sociale e che ci introduce nella cosiddetta frontiera del disagio, ci sono volti, nomi, realtà che difficilmente trovano voce perché difficilmente fanno cronaca.
    E così, se da un lato si tende a far risaltare il degrado esistente, dall'altra non si è in grado - o, forse, non si vuole - di raccogliere le sfide che i giovani del Mezzogiorno propongono quotidianamente ad un mondo dal quale essi sentono di essere sempre più esclusi.
    La marginalità allora può essere letta non solo e non tanto come condizione provocata dal disinteresse sociale, quanto come autoesclusione che realizza il desiderio di fuga.
    Individuare le cause che determinano tali processi non è facile: la sfiducia generalizzata nell'istituzione che genera l'assoluta mancanza di senso di appartenenza alla storia, è certo frutto non soltanto dell'inefficienza dell'apparato pubblico, ma anche, e soprattutto, dell'incapacità, di chi «ha sposato» la causa degli ultimi, di contribuire alla formazione di coscienze di partecipazione.
    Il quadro risulta ancora poco chiaro e necessita pertanto di essere arricchito di altri elementi.
    Quel che accomuna gli adolescenti e i giovani del meridione, da coloro che vivono in condizioni di agiatezza chiusi nel loro perbenismo, a coloro che si trovano in situazioni di povertà estrema (materiale, culturale, spirituale) le cui dimensioni sono ai più sconosciute, è l'assoluta mancanza della facoltà di poter scegliere del proprio futuro.
    Ed allora si ingenera in ognuno la cultura «dell'occasione da cogliere al volo», la mentalità dell'acquisizione della certezza immediata a discapito del sogno probabilmonte irrealizzabile.
    I giovani del Sud hanno smesso di sognare alla grande, hanno smesso di immaginarsi protagonisti del loro presente, hanno smesso di rincorrere aspirazioni troppe volte vanificate nel nulla.
    E tutto ciò determina insoddisfazione, confusione, insicurezza, sfiducia, evasione. Cosa chiede al suo tempo un giovane del Mezzogiorno se non di poter effettuare autonomamente le proprie opzioni fondamentali?
    Egli non chiede «il lavoro» restando inoperoso (come da più parti si vuol far credere) chiede di poter scegliere il proprio lavoro in base alle sue competenze, chiede di poter gestire autonomamente il dove, il come, il quando, il perché, il verso dove della propria esistenza, senza vedere costantemente coartata la propria volontà dalle circostanze di difficoltà. In particolar modo chiede di non essere costretto a delinquere (a rubare o a spacciare), di non essere costretto ad accontentarsi accettando di buon grado «tutto quel che viene», di non essere costretto ad abbandonare le proprie origini per essere partecipe, suo malgrado, del movimento migratorio che da tempo si perpetua.
    È paradossale infatti come, al contrario di altre terre nelle quali si cerca di invogliare i giovani a riappropriarsi della cultura delle proprie origini, al Sud si venga quotidianamente educati al distacco sino ad assumere la coscienza che nel ramo prescelto, nel settore di competenza, nel tipo di attività che s'intende intraprendere, «se non vai via, non vi sono possibilità».
    In tale contesto è possibile individuare le interpellanze, le istanze più ricorrenti che questi giovani rivolgono oggi alla Chiesa.
    Preliminarmente viene chiesto alla Chiesa di capovolgere l'ago della bussola puntandolo verso Sud, scegliendo definitivamente gli ultimi come destinatari privilegiati della propria evangelizzazione.
    Troppo spesso e troppo a lungo si è parlato il linguaggio del Nord, si è ricercato il costume del Nord, ci si è compromessi con le logiche del Nord (ovviamente non intendo il Nord in senso geografico).
    E troppo facile parlare a chi immediatamente ti presta ascolto, è troppo facile lavorare con chi istantaneamente è pronto a darti una mano, è troppo facile camminare al fianco di chi è capace di tenere il tuo passo.
    Ma i tempi, i linguaggi, le risposte dei giovani di ogni Sud sono profondamente diversi e richiedono scelte d'impegno che importano sofferenze più che gratificazioni, rifiuti più che riconoscimenti.
    Fino a che punto con essi ci si è compromessi, tentando di ascoltare le loro frasi disarticolate piuttosto che parlare con il forbito proferire di chi risulta, poi, incomprensibile?
    Ma le stesse domande, troppe volte inevase, vengono ancora con pervicacia riproposte ed ancora una volta interpellano le coscienze.
    L'errore è voler suggerire delle risposte inaccettabili, mentre i giovani, noi giovani, chiediamo che vengano suscitate domande nuove che lascino intravedere possibilità di cammini ricchi di novità.
    Quel che si chiede, in sintesi, non è la risoluzione già precostituita che genera il rifiuto incondizionato, ma la facoltà di poter ricercare nel futuro, con gli strumenti di cui si è privi e che, quindi, vengono richiesti, quelle prospettive di mutamento che determinano l'accrescimento della speranza che il papa oggi invita ad «organizzare».
    Quale miglior servizio potrebbe essere reso ad un giovane qualora ci si adoperasse per fornirgli i mezzi per leggere criticamente quelle realtà che egli accetta incondizionatamente, che gli consentano di non appiattirsi, di non annullarsi, di non accontentarsi di un futuro che egli non sente di possedere e che, invece, potrebbe diventare sempre più suo?
    Ancor più i giovani del Meridione chiedono alla Chiesa, cui sentono egualmente di appartenere, di non creare delle isole felici, delle oasi in cui rifugiarsi per stare «insieme», per essere in gruppo, per sentirsi accolti, fuggendo da quel quotidiano che non è in grado di accettarli.
    La storia, e soprattutto la storia del Mezzogiorno, ha bisogno di giovani in grado di essere segno e testimonianza proprio in quelle realtà civili e politiche che essi rifiutano.
    La Chiesa, la nostra Chiesa - e questa è una sfida difficile da raccogliere - non può, e non deve, anche a fronte delle situazioni più difficili, porsi come nucleo protettivo, come guscio asettico in cui riparare, ma deve riproporsi come struttura propulsiva dinamicamente orientata verso l'esterno.
    Il giovane, quindi, sebbene possa apparire il contrario, non chiede di sentirsi appagato all'interno, ma vuole che lo si aiuti ad essere capace di vivere serenamente la difficoltosa relazione che egli instaura con il suo tempo.
    Egli non chiede alla Chiesa di intervenire in prima battuta con impeto avanguardista, ma chiede che essa lo sostenga nel suo impegno vocazionale che, da laico, lo porta a scegliere il suo quotidiano come luogo privilegiato in cui servire.
    Quel che intendo dire è che non bisogna impegnarsi «per togliere i ragazzi dalla strada» (come da noi usa dirsi), bensì bisogna essere con i ragazzi per strada, affinché la stessa divenga oratorio, parrocchia, cortile.
    Solo così i giovani sceglieranno di non lasciare «quel» quartiere, di non fuggire da «quel» rione, ma, al contrario, si impegneranno a restarvi affinché lo stesso diventi luogo in cui fare esperienza di Dio.
    Questo è il ruolo assegnato alla Chiesa, ruolo dal quale essa non deve abdicare: i giovani del Sud lo chiedono, lo invocano, lo pretendono.
    Un invito: perché non andare a risentire queste istanze dalla viva voce di quei giovani che da troppo tempo, ormai, aspettano qualcuno a cui raccontarle?
    (Roberto, Salerno)


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