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    Scuole di formazione socio-politiche: un bilancio provvisorio


     

     

    Franco Gualtieri

     

    (NPG 1991-05-31)

     

     

    Difficile dire quante sono le scuole di formazione socio-politiche, perché mentre alcune

    vanno sorgendo un po' ovunque, altre sono state sospese per un ripensamento e una migliore impostazione.

    Lo scorso anno erano presenti in tutta Italia ed erano così suddivise: 148 dipendenti dalle diocesi, 97 dall'Azione Cattolica, 100 da MCL, Movimento Popolare, Alleanza Cattolica, ecc. e 15 da altri, come associazioni e istituti religiosi.

    Non sono compresi i corsi formativi delle ACLI che hanno una loro vecchia tradizione.

    Quello che stupisce in questo fenomeno consistente e interessante, fiorito improvvisamente nello spazio di tre anni, è il forte impegno per adeguarlo ai tempi.

    Difatti le scuole avviate fino al 1986 erano soltanto 19.

    Il fenomeno merita perciò particolare attenzione e un tentativo di lettura, come testimoniano l'interesse dei tre convegni dell'ufficio nazionale «problemi sociali e del lavoro» CEI e dei responsabili delle scuole (Roma 27-30 giugno 1988; Roma 1-3 giugno 1989; Collevalenza 7-9 giugno 1990) e la Nota Pastorale della Commissione Episcopale della CEI per i «problemi sociali e del lavoro»: «La formazione all'impegno sociale e politico» del 1 maggio 1989.

    Credo che mai gli uffici CEI siano stati così solleciti nell'interessarsi e dare orientamenti su un fenomeno nuovo del mondo ecclesiale.

    Io mi sforzerò di dare una lettura del fenomeno, per coglierne significato e limiti, analizzando le scuole di formazione socio-politiche diocesane che sono quelle meno orientate e di cui ho portato avanti un'indagine per la rivista Studi Sociali, che segue con particolare attenzione il fenomeno.

     

    Punto di arrivo o di partenza?

     

    Credo sia deviante partire dagli attuali contenuti e finalità, perché la fretta con cui sono sorte per rispondere a un'esigenza impellente della base, non ha lasciato il tempo sufficiente per riflettere e puntualizzarli. Del resto lo confermano sia i programmi pervenuti, di cui darò una panoramica parziale più avanti, che le relazioni e discussioni dei tre convegni di cui sopra. Inoltre da molti vengono considerati piú un punto di arrivo, anche se da definire e impostare meglio, come dimostrano i ripensamenti di quest'anno, che non un punto di partenza di un fenomeno nuovo e travolgente della società complessa e in cambiamento in cui viviamo alla ricerca della socialità, del sociale, dei valori, della reciprocità, dell'impegno.

    Tenterò perciò di inquadrarle nella esigenza nuova della socialità e del diritto alla partecipazione come risposte alla soggettività esasperata e alla riscoperta del valore dell'impegno sociale e politico dopo una lunga stagione, più che ventennale, di departecipazione sociale e politica per non dire di delega assoluta. 

     

    MEMORIA STORICA

    M'introdurrò con un po' di memoria storica, che va sempre tenuta presente, per non ritenere nuovi valori quelli che, annebbiati o sommersi nel tempo, riemergono a volte prepotenti, in forme nuove o più mature, per le esigenze dei tempi nuovi.

     

    Gli anni Cinquanta furono gli anni della ricostruzione economica e della ricostruzione politica in cui era presente una forte cultura agricola segnata profondamente dalla solidarietà a tutti i livelli, anche nello scontro politico. Tale opera di dinamica ricostruzione, segnata dalla partecipazione e dalla solidarietà, portò la società italiana a una fase nuova, quella dell'industrializzazione.

     

    Negli anni Sessanta alla cultura agricola, alla solidarietà comincia a subentrare la cultura capitalista fortemente soggettiva. E difatti, nonostante siano gli anni della Mater et Magistra, della Pacem in terris, del Concilio e della Populorum progressio, che suscitarono tanti entusiasmi per alcuni orientamenti precisi nell'impegno nel sociale e nel politico, di cui basta ricordare solo due brani fondamentali,[1] sono gli anni dell'inizio della caduta del sociale e della conseguente departecipazione religiosa e politica facilitate da una serie di fattori: industrializzazione, emigrazione, sconvolgimenti del costume, disgregazione delle famiglie, disumanità delle condizioni di chi abita nelle grandi periferie urbane, ecc. L'associazionismo cattolico perde la sua unitarietà, mentre fioriscono i gruppi spontanei che durano lo spazio di un massimo.

    Gli anni '60 terminano con la contestazione di tutto nel tentativo della rot tura dei ruoli (soprattutto familiari), delle istituzioni, nell'ansia non capita dei giovani di realizzarsi come persone e inserirsi con uguale parità degli adulti in quel determinato periodo storico.

    Altri fenomeni significativi sono la fine delle Settimane Sociali (1970), la scelta socialista delle ACLI, la notevole riduzione dell'associazionismo cattolico. Sono però anche gli anni della difesa dei diritti che, se danno l'avvio allo «stato sociale», fanno dimenticare i doveri, che pure erano stati richiamati nella Pacem in terris: doveri che andavano estesi al proprio ruolo, alla propria professione, al proprio ufficio, al proprio lavoro, a tutte le responsabilità di ciascuno, e andavano osservati sia perché lo esigeva la «dignità della persona» e sia perché «gli esseri umani, essendo persone, sono sociali per natura» (cf n. 16, 17), e per ciò stesso interdipendenti. «La dignità di persona, propria di ogni essere umano, esige che esso operi costantemente e liberamente. Per cui nei rapporti della convivenza, i diritti vanno esercitati, i doveri vanno compiuti, le mille forme di collaborazione vanno attuate specialmente in virtù di decisioni personali, prese cioè per convinzione, di propria iniziativa, in attitudine di responsabilità e non in forza di coercizioni o pressioni provenienti soprattutto dall'esterno» (Pacem in terris, 17).

    «E quando i rapporti della convivenza si pongono in termini di diritti e di doveri, gli essere umani si aprono sul mondo dei valori spirituali, e comprendono che cosa sia la verità, la giustizia, l'amore, la libertà; e diventano consapevoli di appartenere a quel mondo. Ma sono pure sulla via che li porta a conoscere meglio il vero Dio, trascendente e personale; e ad assumere il rapporto fra se stessi e Dio a solido fondamento e criterio supremo della loro vita; di quella che vivono nell'intimità di se stessi e di quella che vivono in relazione con gli altri» (Ib. 25).

     

    Gli anni Settanta furono gli anni della cultura capitalistica e del benessere diffuso, tanto che, nonostante la crisi del petrolio, la «Nave Italia» non solo non andò a fondo, ma oggi è la quinta o sesta potenza industriale. Basti pensare che dal '70 all'85 c'è stato uno sviluppo di 1.200.000 nuove piccole e medie imprese, alcune anche a conduzione familiare, per cui oltre a un benessere diffuso si è sviluppata una cultura soggettivistica esasperata in cui è preminente il profitto per il profitto senza scrupoli, senza badare alla comunità e ambiente circostante.

    Contemporaneamente a questi fenomeni macroscopici che evidenziano un cambiamento vertiginoso della vita socio-politica-economica-religiosa, con un conseguente cambio di cultura e mentalità nell'ultimo quarantennio, nasce nel mondo cattolico, in modo particolare dopo il '68, una diversa coscienza dei problemi internazionali, e si afferma un forte interesse per il Terzo Mondo e dei suoi drammatici problemi; si sviluppano i gruppi ecclesiali di impegno religioso e politico; nascono nuove forme di solidarietà; si diffondono i mass media e una cultura internazionale; diventano comuni anche al mondo laicista certi valori della dottrina sociale cattolica, come dignità della persona umana, giustizia, libertà, rispetto della natura, vivere in pienezza, bene comune, ecc. che prima erano ritenuti utopie.

    È lo Spirito che lavora? È l'uomo che riflette e fa nuove scelte?

     

    Esigenza del post-moderno

     

    Oggi siamo passati da una società industriale a una società post-industriale o post-moderna caratterizzata dalle nuove tecnologie, dalla complessità, dal cambiamento, in cui convivono soggettività esasperate, che spingono al travalicamento dei limiti• dalla voglia di differenziazione dei costumi sino a quella della maternità e paternità sostenuta da ogni immaginabile sostegno tecnologico (alla fecondazione e/o trapianto), dall'offerta informativa che fa crescere la quantità di carta stampata e di trasmissioni TV per giorno/utente e reciprocità, anche in economia (come sottolinea il Rapporto CENSIS 1988), che poi è oblatività, andare verso l'altro, solidarietà, carità o voglia, come nella terza età, di rifare ciclo vitale (nuovo lavoro, nuovo partner, nuova abitazione).

    Sotto la spinta ineludibile verso l'apertura mondiale e alla ricerca di vivere in pienezza, dato che la soggettività esasperata, se porta ad avere sempre di più e a tutelare il proprio «vivere bene» attuale non porta alla pienezza dell'essere, emergono nuove linee di forza che incorporano il meglio dell'esperienza passata e cercano nuovi campi su cui misurarsi, come valori tra cui appunto la socialità, componente essenziale dell'uomo, la partecipazione (intesa come diritto e dovere), l'impegno, la ricerca di soddisfare bisogni immateriali.

    Oggi infatti, col benessere, si è capito finalmente che i bisogni non possono essere più solo materiali, come era negli anni '50, in cui si avevano problemi di reddito, di casa, di lavoro, di mangiare, di vestire, di assistenza, cioè bisogni primari; i bisogni futili, consumistici, avere tutto e il contrario di tutto, non integrano la persona umana, il bisogno di gratificazione totale e di vivere in pienezza. Perciò si ricercano quei bisogni immateriali o post-materiali che riguardano l'identità personale, la possibilità di emanciparsi, la possibilità di migliorare sotto il profilo culturale, sociale, economico, spirituale per arrivare ai livelli più alti, per scoprire i valori, che soli permettono di vivere in pienezza. Basta pensare allo sviluppo del volontariato diffuso e capillare anche se non organizzato (si parla di 5-7 milioni che praticano il volontariato) e al concetto nuovo di carità.

    Carità in una società agricola o anche industriale era soprattutto sinonimo di elemosina: dare all'altro quello che aveva bisogno di materiale, di diritti (come i diritti del lavoratore), perché gli altri aspetti della carità come solidarietà nelle varie necessità (assistenza nella maternità, scambio di beni e di lavoro, ecc.) erano pacifici. L'imprenditorialità era familiare, e la solidarietà era a tutti i livelli, anche nell'odio. Oggi non è più così, anche se ci sono i poveri materiali. Oggi in una società caratterizzata dalla soggettività esasperata, dall'individualismo, dal benessere, i bisogni veri nostri e dell'altro o degli altri sono soprattutto immateriali: bisogno di accoglienza, di ascolto, bisogno di essere intuito e compreso nei propri problemi, bisogno di amore, bisogno di gratificazione, bisogno di espandere le proprie qualità, ecc. La carità vera, e a volte eroica, è quella di intuire i bisogni dell'altro, essere solidale con l'altro, aiutare l'altro a crescere e a fare il proprio dovere. Una carità radicale in cui non diamo tanto i nostri beni materiali (una volta poteva essere eroismo, per chi non ne aveva abbastanza), ma quello che siamo, noi stessi senza mezze misure.

    Per evidenziare meglio tutto quello che ho detto sopra, basterebbe soffermarsi su alcune scene e situazioni tipiche della nostra società post-moderna come: la famiglia, che si restringe e diventa sempre più non famiglia o la riscoperta dei valori della famiglia cellula base della società; il lavoro, sempre meno un fatto culturale e di socializzazione per la velocità con cui si cambia o si terziarizza e la ricerca di professionalità e responsabilità; l'impresa, che dal soggettivismo passa alla reciprocità; l'effetto città, l'ambiente, le istituzioni, l'internazionalizzazione, l'informazione, il potere economico, ecc., ma lo spazio non me lo permette.

    Su questa impellente esigenza di vivere la socialità e la politica, essenziale per realizzare il bene comune di cui le scuole dovrebbero essere l'espressione più tipica, basterebbe ricordare: la ripresa delle Settimane Sociali, la ripresa dello studio della dottrina sociale della Chiesa (che sottolineano e sviluppano l'esigenza del sociale e dei problemi sociali, nonché i valori fondamentali dell'uomo che sono alla base della partecipazione politica), le discussioni sulla riforma istituzionale e burocratica, la nuova cultura di uno Stato dei cittadini.

    Possiamo perciò tranquillamente affermare che il significato primo di questo fiorire di scuole di formazione socio-politiche è l'esigenza nuova, in una società complessa, in continuo cambiamento, contraddittoria e nuova, della socialità e del diritto e dovere alla partecipazione. L'impegno nel sociale e nel politico perciò, che ne sono una concretizzazione, vanno visti non solo come sviluppo integrale o del vivere in pienezza della persona umana, ma anche come ricerca del bene comune, in modo tale che il cristiano non si faccia coinvolgere dall'apatia dello «stato sociale», dal consumismo, dall'immoralità ed egoismo politico, ma possa diventare fermento e punto di riferimento in un'umanità alla ricerca dei veri valori e della sua unità.

    LE «SCUOLE»: UN PUNTO DI PARTENZA

    In questo senso, quindi, le scuole di formazione socio-politiche non devono essere un punto di arrivo, ma un punto di partenza in un orientamento nuovo della formazione e spiritualità del laico, in una visione nuova della lettura del mondo e del rapporto tra Chiesa e mondo nell'evangelizzazione o rievangelizzazione.

    Oggi il cristiano è più maturo, più cosciente delle sue responsabilità, e ricerca una formazione integrale, una formazione essenziale e adeguata ai tempi nuovi che non demonizza, come è stato per il passato, ad esempio con la società industriale, perché è conscio che lo Spirito lavora nel mondo e tutto ciò che v'è di bene nella società moderna, siccome viene da Dio e dall'uomo, va fatto crescere.

    Del resto la dottrina sociale della Chiesa, che dovrebbe essere alla base e punto costante di riferimento delle scuole di formazione socio-politiche, non è una ideologia, ma un insieme di princìpi e di valori presentati in modo da attualizzare il Vangelo nei nostri giorni e offrire contenuti e metodi di dialogo con gli uomini del nostro tempo.

    «Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Essi vivono nel secolo, così implicati in tutti e singoli gli impieghi e gli affari del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo mediante l'esercizio della loro funzione propria e sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo, a rendere visibile Cristo agli altri, principalmente con la testimonianza della loro vita e col fulgore della fede, della speranza e della carità» (LG 31).

     

    Caratteristiche richieste

    La Nota pastorale della CEI su «La formazione all'impegno sociale e politico», pubblicata con tempestività al fiorire improvviso delle scuole di formazione all'impegno socio-politico, fa una serie di osservazioni e precisazioni per inquadrarle e caratterizzarle.

    Ne ricordo alcune che non si possono omettere nell'impostare o reimpostare tali scuole, anche se vanno lette alla luce di una spontaneità e realtà locale, che del resto vanno tenute presenti in ogni «segno dei tempi».

    Prima di tutto, stando alla Nota, le scuole devono avere rigore scientifico e non lasciarsi prendere dall'improvvisazione nelle materie trattate, se vogliono essere delle vere scuole e rispondere all'attesa di coloro che le frequentano (n. 32).

    Parlando poi del significato e dei criteri di tali scuole, afferma: «Lo sforzo di acquisire una più precisa consapevolezza delle implicazioni della fede nell'oggi della storia, attraverso lo studio organico dell'insegnamento sociale della Chiesa e il confronto con la complessa realtà delle situazioni, rappresenta quindi un prezioso contributo sulla via di un impegno sociale e politico rinnovato e capace di farsi carico delle sfide del nostro tempo» (n. 6).

    «La comunità cristiana non intende creare dei professionisti della politica, ma aiutare i credenti a vivere in pienezza la loro condizione di cristiani e di cittadini» (n. 7).

    «Non si tratta di far acquisire una specializzazione per le varie attività, ma di suscitare, sostenere e accompagnare le vocazioni laicali» (n. 21).

    «La Chiesa italiana si propone di rispondere, nell'ambito educativo e formativo che le è proprio, al bisogno espresso da tanti credenti di approfondire il senso ultimo della partecipazione alla vita sociale e politica, nei suoi molteplici spazi, e di rinnovare lo stile e le forme» (n. 22).

    «...deve risultare il più possibile chiaro che la scuola è finalizzata alla formazione dei laici all'impegno sociale e politico» (n. 28).

    «Per dare stabilità e continuità a una scuola bisogna contare su una struttura, solida anche se piccola, luogo necessario per la preparazione del materiale didattico, il coordinamento dei docenti, l'elaborazione dei contenuti, il collegamento con altre scuole» (n. 31).

    E parlando dei «percorsi formativi delle scuole», è detto molto chiaramente che nelle scuole vanno rispettate alcune esigenze di metodo:

    - «Adeguati contenuti spirituali e teologici, la conoscenza della dottrina sociale della Chiesa e dei vari pronunciamenti del magistero sono il fondamento della formazione.

    Il senso dell'impegno cristiano nella realtà temporale deriva unicamente dalla comprensione e dall'accoglienza della verità sull'uomo rivelata e incarnata nella storia da Cristo, uomo e Dio.

    - Il progetto formativo delle scuole deve tendere al fine di fornire i necessari strumenti analitici offerti dalle diverse scienze, affinché i credenti sappiano leggere con intelligenza e competenza le dinamiche della società contemporanea.

    - In modo profondo e continuo si deve curare il momento della riflessione sintetico-prospettica, per attivare capacità di formulazione ed elaborazione di progetti possibili, ricchi cioè di contenuti di valore, per cui però sono previste condizioni di effettiva realizzabilità.

    - Senso e spazio acquista, in questo contesto, anche la riflessione sui mezzi tecnico-operativi per la realizzazione dei progetti e il confronto con le esperienze politiche e sociali in atto.

    Bisogna evitare, infatti, che tra il momento conoscitivo progettuale e quello operativo-concreto si crei uno stacco netto, che potrebbe esporre specialmente i giovani a rapide disillusioni e disaffezioni.

    - Bisogna tenere in debito conto i diversi livelli qualitativi della formazione spirituale e culturale di partecipazione di chi intende frequentare la scuola, per individuare gli obiettivi generali e gli strumenti efficaci del percorso formativo. A questo non servono e sono comunque da evitare le proposte culturali troppo generali e onnicomprensive» (n. 30).

    Le scuole non possono essere per tutti, ma la conclusione di un progetto (nn. 28 e 29) che deve prevedere nella formazione sociale e politica (prima che si arrivi alle scuole) diversi livelli: «catechesi ordinaria, rivolta a tutti i fedeli, di qualsiasi età e condizione con la conoscenza della realtà contemporanea e gli elementi di fraternità e socialità intrinseci alla fede»; «l'insegnamento della dottrina sociale cristiana fatto in ogni parrocchia»; «incontri e dibattiti sui documenti del Papa, della CEI e dei vescovi a livello parrocchiale o interparrocchiale»; «incontri, dibattiti, cicli di conferenze su temi di particolare interesse sociale e civile: educazione, lavoro, cultura, assistenza...».

    «Le scuole si collocano alla fine del percorso, come luogo destinato a coltivare le vocazioni laicali all'impegno sociale e politico». 

     

    CARATTERISTICHE ATTUALI DELLE SCUOLE

    Dando ora uno sguardo ai programmi e ai testi pervenuti nella nostra indagine (ne abbiamo analizzato solo 30 delle scuole censite), il quadro che ne emerge è il seguente.

    - Non tutte sono vere e proprie scuole, anche se hanno una struttura scolastica come frequenza e organizzazione:

    sono piuttosto dei cicli di conferenze nel sociale e nel politico, anche se serie e ben finalizzati.

    - I programmi hanno un'impostazione che oscilla tra lo studio della dottrina sociale della Chiesa, guida all'impegno sociale e politico (5), allo studio e all'analisi della politica alla luce della dottrina sociale della Chiesa (7), a panoramiche sul magistero sociale nell'economia e nella politica (5), alla sociologia economica e politica (2), alla sociologia, filosofia (personalismo) e morale sociale (1), all'analisi della società d'oggi alla luce della fede (1); quattro infine sono impostate sull'impegno del laico nel mondo e tre sull'impegno del laico cristiano nel sociale e nel politico.

    La varietà delle impostazioni si evidenzia meglio dalle materie e argomenti trattati, anche se hanno fatto scuola quella di Milano e quella di Palermo dei Gesuiti (di quest'ultima non ne terrò conto perché troppo caratterizzata dall'intento di formare degli amministratori della politica che esula dalla nostra analisi).

    Dal quadro generale di tutti gli argomenti trattati si ha una panoramica completa nel sociale, nel politico e nell'economico, della nostra società: etica, partiti, valori, lavoro, autonomie locali, Chiesa e mondo, democrazia, partecipazione, famiglia, scuola, sanità, ecologia, sindacato, povertà, solidarietà, riforme, istituzioni, questione meridionale, interdipendenza, urbanizzazione, stato sociale, decentramento, sviluppo economico, ecc. Naturalmente, ma non in tutte, com'era prevedibile, in scuole di formazione sociopolitiche di area ecclesiastica, i temi più trattati in forma specifica restano: l'impegno nel mondo del laico cristiano (9), il movimento cattolico (11), la dottrina sociale della Chiesa (15), etica e politica (8), crisi dell'etica (5), l'uomo e la dignità della persona umana (11), le autonomie locali (7), la formazione alla politica (14), l'uomo al centro di ogni istituzione e servizio (5), lavoro, sviluppo, disoccupazione (7), Stato e Stato assistenziale (9), solidarietà (3). Meraviglia che manchi, almeno in quelle esaminate, un'analisi approfondita del post-moderno o della società complessa e in cambiamento in cui viviamo. Quando se ne parla in qualche argomento si è troppo generici. Eppure senza una visione chiara del mondo in evoluzione non è possibile dare degli orientamenti validi e una formazione anche per il domani. Solo in qualcuna ad esempio sono stati affrontati i problemi dell'Europa, dei rapporti Nord-Sud, Est-Ovest.

    La varietà delle impostazioni e di programmi, se a volte può essere determinata dalla varietà delle realtà locali e dalla difficoltà di esprimere certi documenti, a mio avviso, come del resto hanno evidenziato gli interventi dei responsabili al convegno di Collevalenza, è determinata dal fatto che non si sono chiariti alcuni nodi di fondo cui accennerò parlando dei limiti.

     

    Contenuti

    Di contenuti ce n'è già un ventaglio nei dati emersi dall'indagine e riportati sopra. È questione solo di scelta in base alle caratteristiche delle varie scuole che devono tener presente la situazione locale e le possibilità. Qui ne sottolineo alcuni che mi sembrano indispensabili perché la scuola socio-politica sia tale e non un adattamento al sociale e politico degli Istituti di scienze religiose o una catechesi per adulti.

    Rilettura del Concilio e approfondimento della Gaudium et spes; dottrina sociale della Chiesa con particolare attenzione ai valori della dignità della persona umana, della socialità, della giustizia, della solidarietà, dall'interdipendenza, del bene comune, del vivere in pienezza; analisi della società postmoderna in cui viviamo; storia del movimento cattolico e della cultura locale; elementi di morale sociale e di spiritualità del laico in quanto tale; formazione politica con particolare attenzione all'etica politica; Stato e società; stato sociale; riforma istituzionali; lavoro e problemi connessi comprese le varie trasformazioni; famiglia; scuola; promozione umana; profezia della testimonianza dell'adempimento dei propri doveri e del richiamo costante a tutti dell'adempimento del proprio dovere; educazione a far riferimento sempre alla Parola di Dio come precisa il Concilio Vaticano II.

    Circa l'insegnamento della dottrina sociale della Chiesa di cui si lamenta la mancanza di docenti e di testi, ricordo che oggi abbiamo un documento breve ma preciso sulla natura, dimensione storica, valori permanenti, criteri di giudizio, direttive per l'azione, pubblicato per i seminari dalla Congregazione dell'Educazione Cattolica il 27 giugno 1989, ma non meno valido, per le sue grandi linee e orientamenti, per i laici e per le scuole.

     

    Metodologia

    La metodologia dovrebbe seguire le grandi linee della Gadium et spes: valore, senso, scopo e stile dell'impegno dei cristiani nella realtà sociale e politica, visione realistica della società, senza pregiudizi, ma anzi vista con amore. È il vedere, giudicare, orientare, ma sempre con amore, della dottrina sociale della Chiesa.

    Il card. Martini concludendo il Simposio dei vescovi europei su «Evangelizzazione della vita e della morte» ha una bellissima icona biblica: «Scendiamo a Cafarnao», che a mio avviso dà le grandi linee della metodologia.

    Cafarnao, ai tempi di Gesù, appariva «come la città aperta e complessa, luogo del lavoro e del commercio, dello scambio e del traffico, città di frontiera, nella Galilea delle genti, sede di un presidio romano, luogo di incontro tra diverse culture». «Andare a Cafarnao, continua il card. Martini, vuol dire, dunque, per Gesù, uscire dall'abituale, dal previsto, affrontare il cambiamento, gli incontri, ciò che noi oggi chiamiamo affrontare la «modernità», la «complessità», il «pluralismo». Scendere a Cafarnao era affrontare il nuovo modo di vivere, la gente, la quotidianità segnata dal lavoro duro e dalla sofferenza, dal nuovo e dall'insicurezza. Non per niente l'evangelista Marco descrive il primo soggiorno di Gesù a Cafarnao come un incontro con indemoniati e con tutti i malati (Mc 1,23.30.32).

    Gesù non affronta questo cambio a malincuore, restando ancora nostalgicamente nel quadro nazaretano. Egli accetta Cafarnao, tanto che essa verrà detta la «sua città» (Mt 9,1).

    Questo non gli impedisce di essere libero e critico verso di essa. Non ne tace le colpe, non risparmia le ammonizioni, fino all'invettiva, come si vede in Matteo 11,23. Ma tutto parte da un intenso amore, da una quotidiana presenza, da un essersi fatto partecipe del destino e delle sofferenze quotidiane della sua gente» (dalla conclusione del Simposio).

    L'evangelizzazione o rievangelizzazione, come qualsiasi altro impegno, in modo particolare quello sociale e politico, deve partire da «un intenso amore» se vogliamo che l'annuncio, la liturgia e la diaconia abbiano tutto il loro effetto. Non bastano le analisi e la dottrina. Bisogna saper cogliere tutto ciò che c'è di buono nella nuova mentalità degli uomini del nostro tempo, non solo la cultura, perché tutto ciò che v'è di buono viene da Dio e va sottolineato, coltivato e visto dal punto di vista etico in spirito di servizio.

    Approccio nuovo che era già delineato nella Gaudium et spes, specie al primo numero quando dice: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angoscie degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angoscie dei discepoli di Cristo, e nulla vi è genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore»; e al n. 38: «Egli (il Verbo di Dio) ci rivela «che Dio è carità» (2 Gv 4,8), e insieme ci insegna che la legge fondamentale della umana perfezione, e perciò anche della trasformazione del mondo, è il nuovo comandamento della carità».

    Andrebbe poi riletto e applicato il n. 44 sempre della Gaudium et spes: «L'aiuto che la Chiesa riceve dal mondo», da cui stralcio: «... così pure la Chiesa non ignora quanto essa abbia ricevuto dalla storia e dallo sviluppo del genere umano (...) Essa, infatti, fin dagli inizi della storia e dallo sviluppo del genere umano, esprime il messaggio di Cristo ricorrendo ai concetti e alle lingue dei diversi popoli... E tale adattamento della predicazione della parola rivelata deve rimanere legge di ogni evangelizzazione (...).

    È dovere di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con l'aiuto dello Spirito Santo, di ascoltare attentamente, discernere ed interpretare i vari modi di parlare del nostro tempo, e di saperli giudicare alla luce della Parola di Dio, perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia meglio compresa e possa venire presentata in forma più adatta.

    La Chiesa può far tesoro, e lo fa, dello sviluppo della vita sociale umana... per conoscere questa più profondamente, per meglio esprimerla e per adattarla con più successo ai nostri tempi (. ) Anzi la Chiesa confessa che molto giovamento le è venuto e le può venire dalla stessa opposizione di quanti l'avversano o la perseguitano».

    Le scuole di formazione all'impegno socio-politico devono essere sì scuole alla formazione di una coscienza critica del mondo in cui viviamo, ma soprattutto di una coscienza propositiva se veramente amiamo gli uomini.

    Infine le scuole, pur dovendo tendere ad essere delle vere scuole, come detto nella Nota e ricordato sopra, non devono limitarsi ad un dotto dialogo tra docenti e discenti, ma inziare, anche nell'impostazione e nella dinamica scolastica, all'iniziativa, alla partecipazione, alla responsabilità. Elementi, questi ultimi, essenziali più delle nozioni, a una vera maturazione umana e a un costante impegno socio-politico che poi dovrebbe essere la finalità delle scuole.

    Mi si perdoni, da tutti i responsabili che con grossi sacrifici portano avanti le scuole, se a sottolineare meglio questi ultimi concetti, che non sono solo di metodologia, mi permetto di affermare che scuole di formazione all'impegno socio-politico sorgeranno solo quando ci sarà partecipazione attiva tra docenti e discenti, quando noi adulti o docenti sapremo cogliere ed adeguarci all'azione dello Spirito che guida a un autentico impegno socio-politico per un maggiore vivere in pienezza dei singoli e per un'umanità più a misura d'uomo.

     

    Limiti

    I limiti sono originati spesso dalla fretta di impostarle, dalle mille difficoltà per gestirle, dai diversi nodi ancora non risolti sul significato preciso delle scuole.

    A chi si devono rivolgere le scuole di formazione socio-politica? Ai cristiani formati che hanno bisogno solo di una formazione nell'impegno sociale e politico, o a cristiani da formare per prepararli al sociale e al politico? Gli alunni delle scuole di formazione socio-politiche vanno preparati a uno sbocco nella vita politica come protagonisti, o a essere «fermento» nel sociale o nel politico? Che valore ha la dismensione della socialità e dell'impegno sociale e politico nella vita ecclesiale e nella comunità? Sono e devono essere di tutti ó di alcuni privilegiati? Che funzione ha nelle scuole la dottrina sociale della Chiesa? (La si conosce a fondo?)

    Nodi non facilmente risolvibili perché all'entusiasmo di responsabili e di alunni non corrisponde una ricerca approfondita del fenomeno che, se è esigenza dell'impegno nel sociale e nel politico, è prima di tutto esigenza di socialità e di nuova dimensione del laico cristiano nella Chiesa e nel mondo, sulla scia del Concilio Vaticano II, e di responsabilità nella partecipazione sociale e politica.

    La società post-moderna in cui viviamo non è solo complessità e cambiamento. La conoscenza del mondo e le responsabilità del cristiano di cui si parla o che si presuppongono in tutti i documenti conciliari, se non sono sempre errate o soggettiviste, sono spesso parziali.

    Quindi analisi del mondo, coscienza delle responsabilità di ciascuno nell'impegno sociale e politico, discernimento dei segni dei tempi; poi impostazione e strutturazione.

    Infine si avverte una certa fretta di risolvere i problemi sul tappeto o di essere alla moda, che impediscono la serenità nell'impostarle.

     

    Orientamenti

    Ed ora tentiamo di tirare le fila con alcune riflessioni e orientamenti, forse utopici o troppo teorici, ma credo utili a un'ulteriore discussione.

    La dignità e il vivere in pienezza della persona umana in una società fortemente individualista e soggettivista esige lo sviluppo della componente essenziale della persona umana: la socialità, che non si deve sviluppare solo in famiglia, nella comunità, nel gruppo, ma, data l'interdipendenza degli esseri umani, anche con tutti gli uomini, col mondo. Fine perciò delle scuole di formazione socio-politiche dovrebbero essere prima di tutto lo sviluppo e la responsabilità della socialtà (GS, n. 12) nell'impegno sociale e politico aperto non soltanto al proprio ambiente, anche se deve partire da questo, ma al mondo intero.

    Il progetto, il quadro, i presupposti vanno cercati nel Concilio Vaticano II, che oltre a puntualizzare l'identità della Chiesa e dei singoli attori dà: le linee di fondo per discernere i segni dei tempi; come devono essere i rapporti con gli altri componenti, con le altre confessioni e religioni, col mondo, con l'umanità che cammina verso l'unità internazionale. Un'identità per gli altri, per il mondo: essere se stessi, sviluppare in pieno la socialità per realizzarsi pienamente, ma per gli altri.

    A mio avviso una rilettura del Concilio, scevra da cavilli teologici e di parte o di tendenze e componenti che l'hanno realizzato, se fatta alla luce delle problematiche che la società postmoderna in cui viviamo pone, dovreb be essere la premessa base per l'impostazione di una scuola di formazione socio-politica. Forse non si è riflettuto abbastanza che il Concilio fatto dai vescovi, dai teologi, dagli esperti è stato guidato dallo Spirito Santo e non è per i soli vescovi, sacerdoti e teologi, ma per tutto il popolo di Dio. Non si spiega diversamente l'armonia globale dei singoli documenti, la viva attualità che vi si riscontra oggi, e il suo riandare all'essenziale con il richiamo costante alla visione del mondo, in cui il Cristo è presente e lavora. Aspetti che vanno sempre tenuti presenti oggi sia che si tratti di pastorale, di evangelizzazione o di promozione umana.

     

    Conclusione

    Concludendo queste note sull'indagine nelle scuole di formazione all'impegno socio-politico, in cui ho tentato di sottolineare in parte il significato e i limiti, non voglio fare il punto, perché non è possibile, ma se mai aprirlo.

    Il fenomeno delle scuole all'impegno socio-politico, che oltre a un'esigenza e una ripresa della socialità, del sociale e del politico, dopo una lunga stagione di soggettivismo e di departecipazione, forse è un «segno dei tempi» e un aspetto interessante dell'adeguamento della pastorale alle aspettative del nostro tempo, non deve e non può fermarsi alle scuole diocesane o di associazioni, e tanto meno considerarle un punto di arrivo, se non di un certo cammino, come precisato nella Nota pastorale.

    Non saranno le venti o trenta mila persone formate ogni anno nel sociale e nel politico che possono dare una svolta decisiva e capillare in una società complessa, in cambiamento e contraddittoria come la nostra: esse devono svilupparsi a livello parrocchiale o almeno interparrocchiale, tenendo sempre ben presente che coloro che frequentano le scuole devono essere preparati e stimolati ad essere «fermento» nel sociale e nel politico.


    NOTA
     

    [1] «L'uomo, infatti, per sua intima natura è un essere sociale, e senza i rapporti con gli altri non può vivere né esplicare le sue doti» (GS 12); «Tutti i cristiani devono prendere coscienza della propria speciale vocazione nella comunità politica; essi devono essere d'esempio sviluppando in se stessi il senso della responsabilità e la dedizione al bene comune; così da mostrare pure con i fatti come possano armonizzarsi l'autorità e la libertà, l'iniziativa personale e la solidarietà di tutto il corpo sociale, l'opportuna unità e la proficua diversità» (GS 75).


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