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    Quando si perde la memoria della storia



    Colloquio con Kolakowski

    (NPG 1991-06-19)

    Bizzarro a dirsi, parlando di morale, ma a volte sono i vizi a rendere più facile l'incontro. In questo caso, quello del tabacco, che accomuna intervistatore e intervistato. Entrando nello studio di Leszek Kolakowski, nel silenzio conventuale dell'All Souls College, ad accogliermi è una piccola nube di fihno. Dietro, un uomo dal volto irregolare, sigaretta in bocca, occhi blu artico, eleganza impeccabilmente anglosassone. Solo l'accento tradisce la sua origine straniera, polacca.
    Figura decisamente anomala nello scenario culturale europeo, Kolakowski, dapprima marxista, pagò ben presto le sottili critiche mosse a quell'impianto di pensiero, con l'espulsione dall'insegnamento di storia della filosofia a Varsavia. Da allora è cominciato il suo lungo pellegrinaggio, nelle università di mezzo mondo: Montreal, Chicago, Berkeley. Infine Oxford.
    Le sue posizioni teoriche, sempre molto mobili (il titolo del suo ultimo libro pubblicato in Italia suona significativamente Elogio dell'incoerenza, edizioni Vita e Pensiero) sembrano da tempo indirizzate a trovare i punti di contatto tra la tradizione illuminista e quella cristiana, le stelle polari del nostro firmamento di valori. Quanto a lui, si è autodefinito «liberale, socialista e conservatore». Laddove forse l'accento più interessante cade sul terzo dei termini. A maggior ragione pensando a quel dibattito in corso, soprattutto negli Stati Uniti, che vede contrapposti liberai e communitarians: i primi attenti esclusivamente alla formulazione delle scelte morali individuali, i secondi convinti invece che queste scelte vadano riferite alle radici della comunità in cui maturano.

    Permanente immaturità

    Lei, gli chiedo, si ritrova nelle posizioni dei secondi?
    «Si, anche se con qualche distinguo. Le spiego, è dall'avvento dell'industrializzazione che si assiste a una progressiva decomposizione del tradizionale concetto di comunità. E dai romantici in avanti è diventato addirittura un luogo comune ribadirlo. Così come son ben note l'inefficacia delle lamentazioni per il ritorno al mondo che fu, e i pericoli insiti in queste nostalgie.
    Dopotutto, i più mostruosi fenomeni della storia europea di questo secolo, fascismo e comunismo, affondano entrambi in questo sogno romantico e passatista.
    Sotto quest'ottica, il regime comunista, che ho conosciuto da vicino, può essere interpretato proprio come il tentativo di restaurare l'ordine dell'universo premoderno, all'interno del quale tutti gli aspetti della vita avevano un posto ben determinato. Quanto dico però non cancella i limiti del liberalismo più esasperato, che liquida il problema della comunità come sogno reazionario.
    Anche perché gli stessi frutti dell'illuminismo hanno generato un malessere largamente diffuso. E le radici dello smarrimento, che contrassegnano le società aperte affluenti, si situano più nel nostro spirito, che nell'andamento del prezzo del petrolio. Inoltre, l'esperienza storica ci ha insegnato che le religioni morenti non vengono rimpiazzate da un umanesimo illimitato, ma piuttosto da grottesche caricature religiose».
    Sì, credo di capire cosa vuol dire. Peraltro, anche se intaccata da scetticismo e vuoto interiore, la società che si è imposta è quella secolarizzata.
    «È indubbio. Né è possibile tenere in vita vecchie autorità che traballano. Anche se non sottovaluterei affatto la grande duttilità del cristianesimo, che ha più volte dimostrato di essere in grado di adeguarsi alle diverse civiltà della storia europea, mantenendo comunque il proprio nucleo, morale e teologico, più genuino.
    E senza dimenticare, infine, che è proprio su questo nucleo che si è formata la tradizione della morale europea. Il fatto nuovo, comunque, è un altro; e cioè che il conflitto tra illuminismo e cristianesimo, protrattosi per molto tempo, oggi non ha più senso. Perché non siamo più al secolo XVIII, quando si opponevano una cultura laica e una clericale oscurantista. E, soprattutto, perché in entrambi si è insinuato un elemento di incertezza. Il cristianesimo sembra andar perdendo la fiducia nella razionalità scolastica e la cultura illuminista la sua fede nel progresso inesauribile, affidato alle virtù taumaturgiche della scienza. Duplice incertezza che, certo, è anche all'origine dell'attuale, generalizzato sbandamento morale».
    Lei ha indicato bene diversi sintomi di questa difficoltà, nel suo libro Le village introuvable (Edition Complexe), tra i quali esemplare è il contraddittorio rapporto dell'individuo con lo Stato.
    Da un lato vorremmo che si impicciasse il meno possibile dei nostri affari.
    Dall'altro però lo investiamo di infinite richieste: la protezione dalla natura, dalla società, addirittura da noi stessi.
    «Vogliamo contemporaneamente sempre meno e sempre più Stato. In altre parole, vorremmo vivere tanto in un paradiso anarchico quanto in un universo totalitario. Ora, ovviamente, non possiamo avere tutti e due, e perseguendo entrambi gli obiettivi è probabile che finiremo per avere il peggio di ciascuno. Almeno, questa è la mia impressione».
    E tutto ciò che riflessi ha sulla scelta morale del singolo?
    «Determina una progressiva deresponsabilizzazione. Lo pone in una condizione di permanente immaturità. Facciamo come i bambini. Da una parte vogliamo che i genitori ci diano tutta la sicurezza, e dall'altra pretendiamo la massima libertà di movimento. Del resto è lo stesso contesto che ci circonda a indurre questi comportamenti infantili. Pensi al sentimento dell'invidia. Il glamour televisivo ci mostra splendidi signore e signori che viaggiano su auto fantastiche. E noi siamo travolti dall'invidia. Perché loro, e non io? Perché io dovrei girare sulla mia modesta vetturetta e non su una Ferrari o una Bentley. È un'ingiustizia. Per quanto ridicolo possa sembrare, credo sia un sentimento largamente diffuso, e molto pericoloso per il nostro futuro. Anche perché ormai dei limiti oggettivi (ben noti, su tutti la crescita demografica e il rischio della catastrofe ecologica) indicano che non è poi così lontano il momento in cui dovremo ridurre i nostri desideri e accettare una vita più modesta.
    Naturalmente, i partiti non potranno mai fare affermazioni di questo genere nei loro programmi politici. Ma resta il fatto che, presto o tardi, queste speranze di crescita illimitata sono destinate alla delusione. Cosa che potrebbe determinare anche crisi sociali enormi».
    Kolakowski si accende un'altra sigaretta. Lo seguo dappresso.
    Lei del resto ha avuto modo di scrivere che è pressoché inevitabile l'oscillazione umana tra utopia e disperazione. Ma perché la scelta deve essere così netta: Dio o il nichilismo? L'uomo non può trovare in se stesso la forza per portare addosso, tutto intero, il fardello della realtà?
    «Questo è certamente possibile per alcuni individui. Non ne sarei altrettanto sicuro su larga scala. Proprio questo fu il dilemma che Nietzsche formulò con tanta energia. Inutile mettere le toppe ai pantaloni. La nostra civiltà ha perso Dio. Non c'è più da contare su nessuna forma di autorità, la distinzione tra bene e male è un inganno. Il mondo è tutto lì, non ha un messaggio da trasmetterci, non c'è un significato, un senso, eccetera».

    Sensazione di vuoto

    «Credo però sia altrettanto genuino il bisogno di trovare un senso nel mondo e nella vita umana. Ed è qui che potrebbe darsi un possibile incontro tra un certo umanesimo e una certa tradizione cristiana. Penso al Discorso sulla dignità di Pico della Mirandola, che si richiama semplicemente all'uomo come essere libero, che può degradarsi al livello delle bestie come innalzarsi a quello degli angeli. La sua dignità si dà proprio in questa scelta tra bene e male. Concetti che valgono in sé, perché ce li fornisce la nostra tradizione storica.
    Diverso l'approccio etico oggi prevalente, stando al quale i criteri del bene e del male siamo noi a produrli, secondo la nostra volontà, il nostro desiderio, quanto ci conviene. Niente dall'esterno ci obbliga a credere che questi criteri esistano indipendentemente da noi. La ricaduta nel nichilismo è a questo punto inevitabile: nulla è bene o male di per sé, ma per come lo definisco secondo il mio capriccio.
    Ecco, questo è un approccio disastroso, che purtroppo ha buon gioco nella società di massa, la quale, come scrisse Jaspers, ha perso di vista la consapevolezza della storia e della tradizione. Ma altrettanto inevitabile è allora la sensazione di vuoto e disperazione».
    Proviamo a metterla diversamente, professore. Non è possibile soddisfare la nostra richiesta di verità, senza cadere nella trappola metafisica?
    «I positivisti ci hanno invitato, per molti versi legittimamente, ad abbandonare tante inutili domande metafisiche. E di occuparci piuttosto di verità pragmatiche, di quanto può esserci utile in un dato momento. Eppure, seguendo questi consigli, resta sempre un vago senso di malessere. Si vuole comunque sapere di più. Vogliamo avere criteri per distinguere il vero dal falso, me stesso dall'altro. Kant ebbe a dire che le allusioni metafisiche, perfino quando sono svelate, continuano a vivere, perché così è fatto l'uomo.
    Per parte mia, aggiungerei che fatta salva l'incertezza crescente in cui siamo destinati a vivere, accettare la vita e nello stesso tempo riconoscerla come una disfatta, non è possibile se non attribuendole una qualche sacralità. Altrimenti non resterebbero che due eventualità: o quella di un fantasma vano, o quella di una soddisfazione immediata, esaurita in sé stessa!».

    (Franco Marcoaldi, Repubblica, 9 dicembre 1990)


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