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    «Quale cuore avrà la nuova Europa?»


     

    Intervista a Heleno Saña a cura di Inma Correa

    (NPG 1991-3/4-144)

     

    Filosofo, saggista, pensatore «scomodo», Heleno Sana è un profondo conoscitore della cultura europea e in particolare di quella tedesca. Autore di saggi che indagano sul rapporto tra il capitalismo e la cultura, tra la tecnologia e l'antropologia, alla ricerca del volto di un uomo davvero «emancipato» da ogni forma di schiavitù, anche (soprattutto) se del benessere, ha ultimamente scritto un saggio sul significato della riunificazione tedesca, inserendosi nel dibattito sull'identità nazionale e sul ruolo in Europa e nel mondo della «Grande Germania», dando corpo alle paure e ai timori che un uomo di cultura non può ignorare o sottacere. Questo libro, «Das vierte Reich: Deutschlands später Sieg», è diventato subito un bestseller.

    Domanda. Come intravede il «Nuovo Mondo» ora che è scomparsa la contrapposizione tra i due grandi blocchi?
    Risposta. Dal 1945 fino a poco tempo fa lo status quo del mondo è stato essenzialmente un prodotto congiunto della pax americana e della pax sovietica.

    A livello politico, economico, culturale, se non si può negare lo sforzo dell'Europa di riscoprire e riaffermare la sua identità (giocata però quasi esclusivamente a livello nazionale, e dunque con ruolo limitato a «osservatrice degli avvenimenti»), il campo di azione della storia però era effettivamente spostato sulla contrapposizione Est-Ovest. A livello ideologico questo era chiaro, netto; a livello economico di mercato poi si proclamava l'evidenza della superiorità del capitalismo; a livello politico la spaccatura diventavapersino «simbolicamente» un muro senza brecce, senza possibilità di passaggi reciproci di andata e ritorno. La pax sovietica e la pax americana si fronteggiavano congelando ogni possibile commistione, e l'Europa si perdeva nell'assorbimento alle diverse zone di influenza o di dominio.
    Il muro che crolla rimescola completamente le carte: l'Europa, la vecchia Europa, non è più un terreno di «sorvolo» ma il nuovo campo della storia, il crogiolo del nuovo che era sempre stata per lunghissimi secoli. Si attua come una svolta copernicana, e la storia dell'Europa entra in una nuova fase qualitativa il cui segno centrale è la fine dell'egemonia delle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale. Ma non in favore del sogno della «casa comune Europa», bensì per un nuovo dominio, quello tedesco: la pax germanica, una nuova forma di capitalismo, che è l'imperialismo del marco.
    Basta orecchiare un po' nella Germania di oggi, in questa nuova grande Germania, in cui i cori osannanti l'unificazione non sono riusciti del tutto a far tacere le paure, le ansie di un nuovo pangermanesimo nascosto sotto l'ideologia della «besondere Verantwortung», la cosiddetta speciale responsabilità nei confronti dell'Europa e del mondo intero.
    Già ora si notano i primi passi del nuovo vassallaggio a cui si stanno sottomettendo i paesi dell'Est europeo, finora sotto l'influenza sovietica. La loro ricerca di una nuova forma di democrazia sulle ceneri dell'assolutismo di stato, nonostante l'influenza di anni di socialismo «reale», in fondo si traduce nella «democrazia del marco», del suo potere di acquisto sul mercato, e in una ricerca di qualità di vita che rispecchia molto da vicino un modello consumistico e capitalistico.

    Domanda. Dunque l'Europa unita, la famosa casa comune europea, luogo di incontro e rispetto di culture, capace di creare una cultura di superamento delle ideologie del passato, è e resta una chimera.
    Risposta. Non credo nell'Europa unita. Essa è un prodotto commerciale, non culturale. La moneta di cambio è il marco, e il mercato è dominato da esso, dalla politica e dall'industria che vi stanno dietro, è pluralistico per finta: è invece massicciamente ideologico.
    E se già se ne stanno accorgendo gli stessi paesi europei, quanto più se ne avvedono e ne soffrono i paesi del Terzo Mondo, che vedono bloccati i loro prodotti alle dogane europee, mentre sono costretti ad aprire le loro ai prodotti occidentali, importando così debiti e miseria.
    Si tratta, insomma, di una nuova unità geopolitica con le medesime caratteristiche dell'imperialismo tradizionale.
    Vorrei che mi si capisse bene: non sto demonizzando nessuno. Se punto il dito sulla Germania è per far emergere una paura che nasce dalla riflessione sulla storia passata (in cui politica, economia, ideologia hanno avuto un gioco comune), e che per certi versi trova nella Germania stessa anche una sua espressione e raffigurazione simbolica.
    L'Europa fredda, disumana, costruita in questi ultimi decenni dai potenti, dai mercanti, dai tecnocrati, dai politici del continente (a cui troppo spesso si sono accodati gli uomini di cultura) è difatti un prodotto comune, non addebitabile certo a un'unica nazione.
    Mi si permetta comunque di avere paura della scelta del capitalismo spinto fino ai limiti estremi di una nazione che scoppia di salute economica (nondimentichiamo che è il primo paese per esportazioni), che si ridefinisce come «la Grande Germania», che spinge a diventare il «cuore» dell'Europa (e del mondo).

    Domanda. Come si configura allora, in questo quadro che non è certamente ottimistico, al di là della retorica, il nuovo uomo europeo?
    Risposta. Sarà un uomo che apparterrà al suo paese, con caratteristiche e cultura propria. Sopra questa struttura sorgerà una sovrastruttura che detterà alla fine tutti i canoni. È una sovrastruttura ideologica, e come tale falsa e ingannatrice. È il prestigio del potere, del possesso, dell'avere. E questo è fondamentalmente un inganno perché non rende felici.
    Come ho scritto in un mio libro, «La nación acomplejada», la ricerca del successo e del potere porta all'incomunicazione umana, fomenta la aggressività, l'egoismo e tutti gli pseudovalori.
    Questa dialettica resterà viva e porterà con sé una rinascita dei vari nazionalismi, come reazione di fronte al carattere anonimo e impersonale della società tecnocratica. Succede già adesso, anche se solo come fermenti: la massificazione induce sempre una manifestazione di segno opposto, che è la riaffermazione del personale, sia a livello singolo (la difesa dell'identità personale) che collettivo (la riscoperta e difesa dell'identità «nazionale», regionale, delle minoranze, troppe volte sacrificate sull'altare di altri interessi).
    Non è forse qui una delle spiegazioni del costante, storico divario in Italia tra nord e sud del Paese?

    Domanda. Perché il «cuore» dell'Europa non batta soltanto palpiti di capitalismo spinto ai limiti estremi, in quali direzioni è possibile avviare la cultura?
    Risposta. Credo che le pagine finali dell'«Uomo in rivolta» di Albert Camus esprimano bene il conflitto profondo di questo secolo: tra la volontà di potere e di dominio e un'altra cultura «solare», rappresentata dalla cura dell'altro, dalla libertà coniugata con la solidarietà.
    Credo che questo dualismo storico-ideologico mantenga tuttora la sua validità, ed esprima in fondo il cammino verso cui dirigersi, se non per creare un «cuore nuovo», almeno per controbilanciare spinte nella direzione della disumanizzazione creata dal potere e dall'allineamento ad esso.
    Certo, questo conflitto lo si può intendere in senso più ampio, come conflitto tra Nord e Sud del mondo, o tra i popoli della ricchezza nel Primo Mondo e quelli della fame nel Terzo Mondo.
    Ma credo che questa contrapposizione esprima bene anche il conflitto tra due culture che sono presenti egualmente nella stessa Europa, quella del dominio e quella che ho chiamato «solare» della libertà e della solidarietà. Quest'ultima è per così dire incarnata anche nei popoli oppressi del Terzo Mondo, e rappresenta davvero una «civilizzazione antropologica» a fronte di quella tecnologica basata sul denaro e sulla macchina.
    È l'unica alternativa di civiltà, e comunque ha già inoculato dentro l'altra i germi della crisi che si manifestano sempre più evidenti.

    Domanda. Come possono i giovani oggi entrare nel gioco grande tra queste due culture, e diventare quell'uomo nuovo che molti di essi sognano, pur nell'incoerenza, in nuove forme di vita alternativa a livello di esperienza personale e in qualche forma di vita di gruppo e di movimento?
    Risposta. Si può lottare appunto a diversi livelli: con comportamenti alternativi di tipo personale, in piccoli gruppi di impegno che coltivano valori (di volontariato, ecologisti, per la pace...).
    Ma è importante soprattutto l'atteggiamento, che è quello dell'impegno, del compromettersi, del vivere tra il realismo e l'utopia. Insomma, prendere partito, e sapere di dover lottare.
    Ma ho un grande dubbio, e il mio pessimismo sull'Europa unita si sposta questa volta sui giovani.
    Li vedo come narcotizzati, ipnotizzati da troppi miraggi, soprattutto quello del benessere economico, dell'allineamento o dell'adattamento.
    Invece che ideali vedo davanti a loro dei feticci, offerti in sovrabbondanza da nuove agenzie, dai nuovi poteri. Per evitare che pensino troppo. La moda incolla il loro corpo a abiti firmati, la musica si incolla ai loro orecchi, i computer assorbono i loro occhi.
    Quando troveranno tempo e possibilità per distaccarsi e pensare?


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