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    Il disagio che mette a disagio



    Umberto Fontana

    (NPG 1991-06-55)

    Un antico proverbio latino, che tutti abbiamo incontrato negli anni felici dei nostri primi studi, suonava così: «vulgus vult decipi, ergo decipiatur» e, nella traduzione, ci insegnavano a considerare la cinica conclusione dell'autore su certe situazioni politiche del suo tempo: il popolo desidera essere imbrogliato, quindi conviene imbrogliarlo! Credo che tale conclusione si possa adattare molto bene all'atteggiamento interiore di ogni ragazzino che in mezzo a mille ansietà si accinga a valicare la soglia dell'infanzia per inoltrarsi nel terreno amletico dell'«essere o non essere».
    L'essere ancora bambino che rimane tranquillo in seno alla sua famiglia, scambiando con essa sentimenti gratificanti di accettazione, il non essere più quel bambino e accettare quindi di sentire dentro di sé «cose nuove», cioè sentimenti, impulsi, fantasie e desideri che, se accettati, distruggerebbero di colpo l'incanto di quell'«essere» tanto gradito ai genitori.

    L'IMBROGLIO

    «Essere o non essere, questo è il dilemma!». In realtà questo è un dilemma esistenziale che noi adulti (genitori ed educatori) abbiamo dimenticato, allo stesso modo in cui abbiamo dimenticato i drammi edipici della prima infanzia, le fatiche dei primi apprendimenti e le ambivalenze delle prime relazioni.
    Per i ragazzi preadolescenti è però un conflitto attivo e profondo che genera un forte disagio esistenziale, al quale ogni ragazzo o ragazza di questa fascia di età, che va dai dieci ai quattordici anni, deve far fronte apponendovi una connotazione razionale necessaria per salvaguardare un «io» penosamente costruito con relazioni infantili; un disagio insomma per il quale egli deve preparare una soluzione sufficiente a salvare «capra e cavoli» nell'interazione abituale con la propria famiglia e con l'adulto educatore.
    La soluzione che il preadolescente prepara è nella linea dell'imbroglio cinicamente espresso dal proverbio latino: il popolo desidera essere imbrogliato, quindi conviene imbrogliarlo! Il popolo sono senz'altro i membri adulti della famiglia, genitori, zii, nonni (dove esistono), e anche gli adulti significativi che hanno contornato la crescita del bambino (maestri, educatori di gruppo, sacerdoti di parrocchia o di oratorio). L'imbroglio consiste nel far credere loro che lui è ancora indietro nello sviluppo, che lui è assai più «bambino» di quello che interiormente sa di essere.
    Un ragazzino di dieci o undici anni può dare a genitori e ad amici (quindi in famiglia e fuori famiglia) un'immagine di sé paurosamente contrastante, nella quale comportamenti infantili, appaiono accanto a comportamenti estremamente indipendenti e provocatori, che esprimono contenuti assai diversi e distanti.

    Il caso di Simone e di Eugenia

    Ricordo a questo proposito il caso di Simone, un ragazzino di dodici anni che non poteva dormire (e la madre me lo raccontava con una certa compiacenza preoccupata) se non aveva accanto a sé l'orsetto di peluche, che si portava dietro da quando aveva tre anni. Era stato deferito però al preside della sua scuola media perché comperava a poco prezzo (o rubacchiava) libri di testo usati e altro materiale scolastico, che rivendeva poi ai compagni di altre classi, ricavandone cospicui guadagni e ricattava poi con telefonate minacciose chi non pagava entro i limiti di tempo stabiliti. Dei soldi faceva ulteriore commercio, comperando sigarette e giornalini spinti, che rivendeva a ragazzi di altre classi, quindi più grandi di lui, creandosi così una fama di porno-usuraio-speculatore. Cito anche il caso di Eugenia, una bella ragazzina di tredici anni, che faceva la bambina con la madre: bagnava ancora regolarmente il letto, ma si truccava poi come una signorina, sfoggiando tra le compagne un maquillage costosissimo e un... guardaroba intimo di prima qualità, che si procurava con estrema abilità nei grandi magazzini, senza naturalmente pagarlo! Nel corso di qualche seduta, feci con lei tutta una distinta di capi di abbigliamento femminili e di trucchi «rubati» per parecchie centinaia di migliaia di lire. La madre, che non si era mai accorta di nulla, perché partiva per il lavoro mezz'ora prima che la figlia andasse a scuola, cadde dalle nuvole e non voleva credere che in quella mezz'ora (o poco più) la figlia si trasformasse da bambina innocente in signorina provocante. Né aveva mai curiosato nella stanza della figlia, adibita a ripostiglio di cose vecchie e stanza-giochi, da quando, dopo la separazione dal marito avvenuta due anni prima, Eugenia era andata a dormire con lei. La scomparsa di tratti comportamentali infantili e l'apparizione di tratti comportamentali nuovi avviene con un processo alterno e discontinuo che sbalordisce, ma evidenzia assai bene l'ambivalenza che ruota attorno alle due polarità «amletiche» dell'essere (ancora bambino dipendente e tranquillo) e del non essere (più bambino dipendente e tranquillo).

    DISAGIO O AMBIVALENZE PROIETTATE

    Nei casi che sopra ho citato, le due polarità appaiono ben in luce, ma di solito, per non dire nella maggioranza se non proprio in tutti i preadolescenti, tali comportamenti ambivalenti si manifestano con modalità poco comprensibili, a volte addirittura accessibili solo ad un occhio attento e in grado di percepire quel fenomeno espressivo che gli psicologi chiamano, con felice espressione freudiana, «proiezione».
    I ragazzi «proiettano» all'esterno i contenuti interiori che più si discostano dal loro abituale modo di essere, e le «proiezioni» vanno a finire (proprio come le immagini di un proiettore su di uno schermo) sull'ambiente familiare ed extrafamiliare, producendo l'effetto di «presentare» a genitori, familiari e adulti in genere, un'immagine di sé spesso vicina a quello che essi si aspettano (parzialmente corrispondente alla realtà psicologica del ragazzo) e talvolta invece vicina a quello che i genitori non vorrebbero e temono per i figli (parzialmente ancora corrispondente alla realtà psicologica del ragazzo).
    Tali «proiezioni» insomma vengono utilizzate in modo complementare a quello che il sistema familiare si aspetta.
    Così ad esempio, in parole più semplici, potremmo dire che, se i genitori «vedono» il loro figlio o figlia ancora bambino dipendente e tranquillo, il ragazzo proietta la sua parte nuova, caratterizzata da energie oscure e ribelli, su altri compagni di scuola (e li considera cattivi, falsi, capaci di tante cattiverie, ecc.), mentre con loro si comporta bene «da bravo bambino». Agisce la sua parte infantile e assume comportamenti corrispondenti alle loro perplessità facendo il bambino, mentre reprime la sua parte nuova, proiettandola sui compagni considerati maturi più di lui, capaci, indipendenti, «bravi» o «cattivi» a seconda delle circostanze.
    Il vero «inganno» sta nel fatto che genitori e ragazzi si persuadono che veramente le cose stiano così come ad essi appaiono. Terminano quindi per «fissarsi» su visuali parziali del processo evolutivo, e accettano la «proiezione» come realtà, sulla quale e per la quale utilizzano, con inutili interventi pseudoeducativi, una grande quantità di energie. Ottengono invece, senza accorgersene e senza volerlo nella sfera cosciente, la rielaborazione di altre situazioni, come dirò più avanti, meno nobili, meno considerate, ma altrettanto impellenti dentro di loro, che vengono «vissute» con un tono drammatico.
    Tali situazioni sono corrispondenti agli interrogativi esistenziali riguardanti la propria identità, il proprio futuro, i conflitti di frustrazione nella realizzazione di se stessi, che ognuno si porta dentro, ma che tiene «coperti» con lo status quo di un equilibrio raggiunto faticosamente anche con l'aiuto dei figli: quei figli che ora vorrebbero sganciarsi, mettendo in pericolo tutto il sistema.

    Il caso di Elvira

    Voglio accennare a questo proposito il caso di Elvira. Era una ragazzina di dodici anni, imbranata e timida, che non osava entrare in un negozio per comprare qualche cosa. Vedeva pericoli dappertutto: i compagni la importunavano, le facevano solo dispetti e sgarbi... Così la madre la proteggeva appassionatamente, dispiaciuta che non «fosse come tutte le altre». Viveva in modo totalmente dipendente, incapace di scegliersi una maglietta da combinare con una gonna; soffriva, tutta rinchiusa nel suo mondo di «dovere scolastico», fatto di compiti faticosi e di risultati scarsi...
    La sua parte nuova, vivace ed aggressiva, veniva proiettata sui compagni villani, dai quali lei con la sua famiglia, si «difendeva» con atteggiamenti dolorosamente inibiti e infantili, ma «offendeva» con fantasie, nelle quali attribuiva loro cattiverie di ogni genere: aggressività, prepotenze, licenziosità sfrenata, ambizioni, arrivismo e ribellione ai genitori. I genitori di Elvira, come tutti i genitori di ragazzi preadolescenti, «credevano» che la figlia fosse veramente diversa dalle altre ragazzine e se ne dispiacevano fortemente. Stentavano però a credere che i compagni di scuola fossero proprio tutti così cattivi.
    Le cose cambiarono dopo pochi incontri (abbastanza improvvisamente per altro), ma solo quando i genitori compresero che la ragazzina aveva dentro di sé una grande sofferenza, fatta di rabbia e di ribellione, e quando incominciarono a pensarla in modo diverso, interessandosi prevalentemente ai loro conflitti di coppia.

    Il disagio profondo e reale

    Il disagio interiore che i preadolescenti vivono, non appena hanno raggiunto una certa struttura psicologica, è profondo e reale.
    Con parola filosofica l'ho definito più sopra «esistenziale», perché investe tutta la personalità del ragazzo e ha lo scopo di sollecitare un cambiamento comportamentale nella sua esistenza, in direzione del comportamento adulto.
    È un disagio che esprime perdita di sicurezze infantili e mancanza di valori interpretativi di alcune realtà «nuove», quali: un ingrandimento consistente dello schema corporeo, una confusione emozionale di fronte a sensazioni sessuali (che il mondo degli adulti propina tramite i media, ma «ignora» quasi del tutto a livello pedagogico), un allargamento cognitivo dovuto ad iperstimolazione scolastica e, soprattutto, un sistema familiare non ancora «adattato» a queste nuove realtà, e che al preadolescente sembra imporre ad ogni costo lo status quo del bambino.
    Spesso il sistema familiare non è adattato neppure alla società extrafamiliare e alle esigenze della coppia dei due genitori, che non sempre sono ben sincronizzati tra di loro e non sempre sono del tutto maturi. Allora si vive tutti in famiglia un clima di ansietà e di tensione, un equilibrio fragile, che il preadolescente sente di disturbare se avanza pretese, che distrugge se non vuole più essere bambino.
    Queste sono le radici psicologiche di quel comportamento che sopra ho definito «imbroglio» del preadolescente, cioè il lasciar credere di essere il bambino che invece non è più, e di essere quello che ai genitori fa comodo credere per mantenere lo status quo.
    Direi, scomodando un grande autore drammatico italiano, che alle domande dei genitori e degli adulti importanti che gli chiedono: «ma non sei più bambino?», «ma sei veramente cambiato?», «ma ci fai stare in pensiero per i tuoi comportamenti?», il preadolescente risponde con la pirandelliana e scultorea frase: «così è, se vi pare!».

    VARIABILE DI UN SISTEMA COMPLICATO

    Non è facile illustrare ai genitori il disagio interiore del preadolescente, perché i genitori sono assai ben disposti a... non credere a quello che lo psicologo può dire del loro figlio.
    Il primo a negare il disagio è il ragazzino stesso: sente che egli non può mettersi contro i genitori, perché sono coloro che «contornano» l'espressione dei suoi conflitti, «agiti» su di loro e, a volte, con il loro aiuto. Il ragazzo sente di essere solo una variabile del suo sistema familiare tanto complicato, e lo sente tanto intensamente quanto intensi e variegati sono i suoi conflitti. In questo sistema egli «satura», per così dire, una situazione di equilibrio che regge la convivenza tra adulti e ragazzi (a volte più piccoli, a volte più grandi ed emancipati). In questo sistema egli non è certo il più forte, non ha ancora l'energia sufficiente per imporsi, né per rompere le dinamiche che legano gli uni agli altri. Quindi non gli resta che schierarsi con il più forte, adattandosi a lottare per mantenere la saturazione del sistema, con uno sforzo di adattamento che altrove ho definito «tanto eroico quanto inutile». Il suo comportamento ambivalente e le sue proiezioni sono la modalità di questo adattamento al sistema che lo inserisce.
    Sarebbe naturale che il sistema familiare si adattasse tempestivamente alle richieste del «bambino cresciuto», per fornirgli gli strumenti cognitivi e le rassicurazioni sufficienti ad eliminare il disagio e ad accettare la novità della crescita.
    Se fosse così, il preadolescente entrerebbe senza scossoni nel mondo degli adolescenti e non avrebbe necessità di costruire «l'imbroglio» dell'ambivalente atteggiamento del «così è, se vi pare!».
    Purtroppo non avviene così. Le famiglie sentono l'estrema importanza di mantenere quell'equilibrio che hanno raggiunto negli anni in cui i figli erano piccoli, e lo difendono a spada tratta con ogni figlio, quando arriva alla soglia fatidica della preadolescenza. Sembra che i genitori, anche se hanno già allevato altri figli, restino sbalorditi di fronte al fenomeno di crescita del bambino che non vuole più essere tale, quando incomincia a sentire «strette» le relazioni protettive dei suoi genitori, nelle quali ha interagito per anni con soddisfazione; essi sembrano chiedersi meravigliati: «ma anche questo è già arrivato al punto di voler diventare grande?»...
    Forse non tutti sanno che per i genitori, alla soglia della maturità, ogni figlio che raggiunge l'indipendenza segna un passo di avvicinamento al «mezzo del cammin di nostra vita», a partire dal quale la giovinezza, i progetti, la prestanza fisica, le realizzazioni si guardano voltandosi all'indietro. Finché i figli sono piccoli, essi si sentono ancora giovani e necessari, perciò l'interazione con essi, attraverso una rete più o meno spessa di simili proiezioni, diviene il tessuto base delle loro comunicazioni inconsce. Tali comunicazioni contengono messaggi contradditori, che vengono scambiati per virtù educative o desiderio di vedere i figli avviarsi lungo una linea di piena realizzazione, ma sono invece sottili forze impositive che limitano l'espandersi evolutivo, e costituiscono quasi un binario unico, entro il quale il bambino sente di dover rimanere per non «deludere» i suoi genitori.

    Un sistema di relazioni dove prevale il più forte

    Le proiezioni dei genitori, in composizione con quelle dei figli, sono espressione di contenuti interiori legati al proprio modo di essere. Tale sistema di comunicazione che ha la dimensione, la conformazione e l'intensità dei «bisogni» dei singoli che vi prendono parte, dà origine ad un campo relazionale, dove «prevale» il più forte.
    Il più forte in questo sistema non è mai il bambino o il preadolescente. Il bambino ha come suo caratteristica peculiare di essere piccolo e dipendente (cioè in funzione dei genitori ) e la sua relazione con essi non è mai paritaria. Il preadolescente incomincia invece a sentire che potrà «essere come» i genitori, ma che la parità non è possibile, finché essi lo sovrastano e lo considerano piccolo. Con un'espressione si può dire che non accetta più una «relazione asimmetrica» nella quale egli è chiaramente subordinato e «in funzione di loro». Da qui il disagio coperto dall'ambivalenza che genera l'imbroglio esistenziale sopra descritto.

    Genitori sulla cima di un passo alpino

    D'altra parte i genitori hanno riversato sui figli gran parte di se stessi, sacrificando per essi le mete ambiziose che avevano vagheggiato nella propria adolescenza; spesso (ed è quasi sempre il caso delle donne che diventano madri appena sposate, o di coloro che anticipano il matrimonio perché incinte) hanno realmente ridimensionato la propria vita per allevare i figli. Hanno sofferto per la carriera lavorativa e l'indipendenza economica; hanno dovuto adattarsi, in circostanze difficili a «ricatti» e «angherie» da parte delle loro famiglie di origine e, magari per anni, furono costretti ad orari e stili di convivenza incentrati sulle esigenze dei bambini e delle persone che li coadiuvavano, non sulle loro, pur legittime e vere.
    Per queste ragioni essi hanno con i figli un atteggiamento possessivo, complementare ai sacrifici e agli sforzi che hanno fatto per crescerli, e detengono su di essi quasi un «diritto di proprietà»: diritto che non sono disposti a lasciar cadere tanto facilmente. Qualche volta le madri lo esprimono verbalmente con questa frase colorita che esprime bene i loro sentimenti profondi: «I miei figli li ho fatti io con tanta fatica, e sono miei».
    Per non sentirsi cattivi ed egoisti, i genitori «rimuovono» questo diritto, buttandolo nella sfera inconscia: lo «recuperano» però quasi sempre, sviluppando inopportuni ed esagerati atteggiamenti iperprotettivi (di sfiducia, di scontentezza verso ogni cosa che i figli fanno in prima persona senza il loro consenso, di critica per i sentimenti che riversano su persone estranee alla famiglia).
    Spesso tale diritto viene quasi «istituzionalizzato» nella opposizione proverbiale, a tutti nota, tra suocera e nuora, tra suocero e genero.
    Sembra proprio che lo staccarsi dai figli, perché essi ormai sono in grado di fare da soli, sia per i genitori un dramma esistenziale rilevante. Si sentono come ad un bivio, dal quale si parte per mete sconosciute e temute, come se essi fossero arrivati sulla sommità di un passo alpino, quando si lasciano alle spalle i ripidi tornanti della salita e si inizia la discesa verso una vallata nebbiosa.
    Scendono con il rimpianto nel cuore, senza fretta e con lo sguardo rivolto all'indietro. Finché i figli sono piccoli quel passo alpino non è invece ancora raggiunto: il nido familiare è ancora caldo e i genitori, nonostante qualche ruga in faccia, qualche chilo in più, e i capelli grigi, non si accorgono dell'età: sono «ancora giovani» e hanno «la vita davanti a sé».
    I figli che raggiungono la soglia della preadolescenza, inseriti nel sistema familiare con legami esistenziali complementari ai bisogni dei loro genitori, sembrano affrettare questa «discesa». Essi non possono «criticare» o «smascherare» le comunicazioni proiettive che i genitori intrecciano con loro, e vi rispondono come possono, cioè con l'imbroglio di far credere a loro volta quello che essi sono disposti a credere: «Così è, se vi pare!». Tali dinamiche si instaurano di regola tra genitori e figli al momento fatidico della preadolescenza: possono essere quindi considerate «normali», cioè tipiche della fascia di età.
    Dovrebbero invece essere illustrate a genitori ed educatori per avviare un'azione pedagogica specifica, volta a distendere e schiarire i conflitti, proprio come si fa con le conoscenze della psicologia di altri momenti della crescita umana: il momento della simbiosi nella prima infanzia, il momento epidico, il momento della scolarizzazione primaria e, assai più avanti, il momento del lavoro, del fidanzamento, del matrimonio.
    Oggi fortunatamente la psicologia evolutiva si è arricchita di nuove conoscenze proprio su questo momento evolutivo, ed è in grado di offrire illuminazione e tecniche di intervento a medici, psicologi, educatori e insegna menti, che operano in aiuto delle famiglie che hanno figli in questa fascia di età.

    Un aiuto illuminato

    Gran parte di questi conflitti si risolvono da soli con il passare del tempo, dato che tutti, bene o male per legge di natura, crescono e diventano grandi. Non tutti però diventano grandi in modo armonioso e corretto! Anzi, si può dire che l'adolescenza di un ragazzo è tanto più lunga e più faticosa, quanto più le dinamiche della preadolescenza sono rimaste insolute. Un certo adattamento tra genitori e figli avviene sempre e comunque: alcune mete vengono raggiunte sempre, alcune autonomie vengono sempre concesse, alcune «liti» di compromesso vengono «agite» quando è necessario, e l'equilibrio perduto si rifà su modalità nuove, in tempi abbastanza brevi. Il ragazzo raggiunge in questo modo nuove mete evolutive.
    Se però in questo equilibrio non è incluso per il ragazzo il «diritto» di divenir grande, in linea con l'essere se stesso, e se tali spinte di crescita vengono sentite dai genitori come una disillusione o un torto, l'equilibrio raggiunto non costituisce una «meta evolutiva», ma un compromesso «politico» che copre problematiche rimaste latenti, e costituisce quasi un «vulcano» che può esplodere da un momento all'altro.
    L'adolescenza radicalizzerà ulteriormente le dinamiche non risolte; si può, a ragion veduta, pronosticare «difficile e lunga», anche perché «saltano fuori» in questo frangente, altre eventuali problematiche infantili rimaste irrisolte o coperte nelle fasi arcaiche della crescita. Ognuno comprende, al fine di dare un aiuto illuminato e corretto alle famiglie e ai singoli, quanto sia importante capire l'ampiezza e la varietà dei conflitti in ogni singola fase di crescita; solo così è possibile intervenire in quel sistema di relazioni delicate e appiccicose che è una famiglia.
    Vorrei suggerire, attingendo dalla pratica clinica di consultorio, alcuni elementi utili a persone non specializzate nel campo della psicologia, come potrebbero essere insegnanti, medici, sacerdoti, animatori di gruppo.

    PROCESSO DI CRESCITA: PROCESSO FATICOSO

    Conviene tener presente che i ritmi naturali di crescita comportano sempre delle tensioni intrinseche che si configurano come ansietà, discussioni, sofferenze, perplessità.
    Il processo evolutivo non è mai dolce e tranquillo, e anche nei casi più normali presenta una linea discontinua, che accomuna momenti contrastanti, specifici delle due polarità, che ho definito come «piattaforma di partenza», dalla quale il ragazzo si distacca con nostalgia, e «piattaforma di arrivo» alla quale si avvicina lentamente.
    Questo procedere ambivalente e sofferente è tipico di ogni crescita e non va confuso con una patologia.
    L'educatore talvolta assiste a questi momenti di difficoltà oppure è richiesto di un parere.
    Se ha pratica di ragazzi non stenta a cogliere la normalità della crescita e sa intervenire con una presenza che rasserena facilmente i ragazzi e, più frequentemente, i genitori.
    Se ha letto qualche libro di psicologia evolutiva, egli sa inquadrare il momento specifico nella completezza del processo e potrà sottolineare la diversità e la continuità dell'evoluzione da una fase all'altra.
    I genitori stessi, messi sull'avviso, sanno controllare le proiezioni più grossolane e non stentano a fornire al ragazzino preadolescente la comprensione affettuosa che richiede. Gli daranno le autonomie di movimento e di libertà proporzionate alla sua fascia di crescita, senza troppe difficoltà, e metteranno le basi necessarie alla modifica del sistema familiare.
    Tali «controlli», in vista di una modifica, si dovrebbero fare intorno ad alcune aree:
    - la continuità del processo evolutivo che si snoda da una fase all'altra;
    - i limiti di tolleranza della loro famiglia rispetto alle altre famiglie;
    - la rigidità o la fluidità delle norme basilari che sostengono le abitudini dei ragazzi (pasti, televisione, uscite, soldi, amicizie, telefono, compiti, visite di amici, scelta personale di capi di abbigliamento, ecc);
    - la propria ideologia sui principi sociali che reggono la vita di relazione extrafamiliare (prendere un mezzo pubblico, frequentare una sala da cinema, uscire con compagni del sesso opposto, avere un motorino a disposizione, comportamenti e resa scolastica, partecipazione a manifestazioni pubbliche o pratiche religiose, ecc.);
    - il futuro prospettato per i figli.
    Una serena discussione di questi argomenti porta ad un allargamento dei confini e al superamento dei conflitti normali.

    GENITORI PER I FIGLI, NON FIGLI PER I GENITORI

    Quando i conflitti vengono vissuti con intensità esagerata e i genitori si mettono in polemica con i figli, colpevolizzandoli per atteggiamenti diversi da quelli che nella loro ottica dovrebbero mantenere per continuare ad essere bambini «bravi, rispettosi ed educati», l'educatore dovrebbe aiutare i genitori ad analizzare le loro aspettative e a ridimensionarle sulla realtà psicologica dei figli e sulla realtà extrafamiliare, dove la accettazione di tratti comportamentali tipici è senz'altro più tollerata.
    I genitori di solito accettano il riscontro con persone che hanno più esperienza di loro: discutono i propri atteggiamenti e si lasciano persuadere da buone argomentazioni.
    Si può dire loro, ad esempio, che è normale avere conflitti in questa età in cui i figli non sono più bambini; quindi non bisogna più trattarli come se fossero piccoli e incapaci, diversamente i ragazzi si ribellano; che bisogna ascoltare e valutare le loro richieste e discutere con loro come se fossero «alla pari», non dall'alto di un ruolo impositivo; che bisogna abituarli a gestirsi nelle cose fondamentali della vita (come le abitudini base di lavarsi, vestirsi, tenersi in ordine, adeguarsi agli orari fondamentali dei pasti, gestirsi autonomamente i compiti e le lezioni, cominciare a programmarsi i tempi); che essi stessi danno ai figli la prima immagine di come potranno essere un domani, nella quale essi si identificano secondo modalità spontanee, non secondo un obbligo incentrato sull'ottimo o sul meglio.
    I genitori, così indirizzati, non sviluppano proiezioni troppo intense, si prendono le loro responsabilità e lasciano ai figli le proprie, senza sostituirsi ad essi in ogni piccola decisione.
    Conviene sollecitarli ancora a saturare le aspettative reciprocamente incentrate e a distanziare la propria vita emotiva da quella dei figli, in modo da non disturbare questi, nella falsa idea di aiutarli.
    I problemi esistenziali di una coppia adulta non sono quelli di ragazzini e ragazzine che lasciano lo stato infanti le e hanno bisogno solo di convincersi di «essere qualcuno» e di «valere».
    L'accogliere come propri i problemi dei figli è, per il genitore, una spinta verso la posizione simbiotica, che limita di molto le potenzialità adulte, e fissa il ragazzo nella condizione di dover rimanere, come ho detto sopra, «in funzione dei genitori».

    Un lavoro di sdrammatizzazione

    Risulta assai utile perciò, in questi casi, sdrammatizzare con i genitori i problemi relazionali di famiglia, e suggerire loro un'azione di gratificazione reciproca, su contenuti di affetto e di erotismo.
    Con questo sforzo, essi recuperano comportamenti piacevoli, tipici del momento in cui i figli ancora non c'erano, ed essi si sentivano incentrati l'uno sull'altra.
    La coppia di solito, staccata dal «dramma» dei figli, riprende la sua crescita.
    Lasciati in pace, i ragazzini si calmano da sé, e le cose vanno per il meglio: si stabilizzano su realizzazioni di «autonomia psicologica» nei confronti delle figure protettive, su fantasie compensative o su progetti futuri.
    I francesi dicono un proverbio pieno di saggezza a questo riguardo: «i figli che crescono sono come il vino nuovo: più si scuote, più si intorbidisce; più lo si lascia stare, più si schiarisce».
    È legge di natura che genitori e figli siano di generazioni diverse, e da questa realtà dovrebbe scaturire un principio pedagogico: ciò che gratifica e piace ai ragazzi, non è ciò che piace e gratifica gli adulti; viceversa ciò che gratifica e piace agli adulti, affascina e viene imitato dai ragazzi (che devono diventare come gli adulti).
    Perciò gli adulti possono (e devono!) solo proporre i loro valori, rispettando il salto generazionale e i ritmi evolutivi.

    OCCHIO E RISPETTO PER LA PATOLOGIA

    Vi sono però tante situazioni dove le problematiche evolutive sono gravemente disturbate e il processo di crescita avviene su linee vistosamente limitate, contraddittorie o fuori della norma, in modo tale che si può parlare di patologia.
    Talvolta l'educatore viene a contatto con simili casi ma non sa come valutarli e che cosa consigliare.
    Non è auspicabile un intervento «artigianale» basato solo su buon senso comune o esperienza di vita. Il buon senso direbbe (contrariamente a quanto si è soliti dire in polemica con le scienze umane) che è meglio tacere e ritirarsi, piuttosto che dire cose sbagliate e intervenire in modo inopportuno.
    Come in ogni altro settore della vita si consulta l'esperto (medico, avvocato, commercialista, tecnico di manutenzione, meccanico specializzato, parrucchiera o estetista, ecc.) così si dovrebbe consultare l'esperto di scienze umane» anche in ogni caso in cui le manifestazioni di disadattamento alla crescita appaiano troppo evidenti o troppo intense.
    L'esperto di scienze umane in grado di valutare sintomi e situazioni difensive (proiezioni e condizionamenti, reazioni di inibizione o di aggressione, difficoltà nell'utilizzare processi intellettivi, comportamenti asociali, ecc.) è, primo tra tutti, lo psicologo clinico, che per legge (n. 405 del 29.7.1975) opera, nell'ambito dei Consultori delle Usl, accanto al medico sul territorio.
    Questi è in grado (o dovrebbe esserlo) di diagnosticare e impostare un'azione pedagogico-terapeutica corretta in vista della composizione di conflitti familiari o della ripresa del processo evolutivo.
    Non posso in questa sede dilungarmi a descrivere la prassi e la configurazione di simili consulenze. Rimando per questo al mio saggio: «Ragazzi che non sanno fare da soli: linee di diagnosi e trattamento del disadattamento»,[1] in cui ho trattato il tema in modo esauriente e con riferimenti bibliografici opportuni. Qui voglio solo accennare telegraficamente ad alcuni elementi che possono aiutare un educatore non specializzato in psicologia a orientarsi sulla gravità di situazioni da inviare ai Consultori o ai Centri di Orientamento specializzati.[2]

    Criteri di gravità

    1. È sempre un caso «grave» quello sul quale si convoglia tutta la vita emozionale di una famiglia, e che diventa per questo la preoccupazione più grande di genitori e parenti. Non è possibile per un bambino o per un preadolescente sopportare un potenziale troppo alto di emozionalità adulta (ansie, rabbie, umori alterni, preoccupazioni, protezionismi) senza sbilanciarsi e senza reagire con comportamenti e sintomi, creati per esprimere tale suo disagio. Sintomi gravi esprimono sempre disagio forte.

    2. È «grave» ogni sintomo anche piccolo (un leggero difetto fisico, una cantilena vocale, una leggera balbuzie, un tic all'occhio, un qualunque male fisico...) sul quale si appoggia gran parte della vita emotiva dell'interessato e per il quale l'individuo si giudica «diverso», «respinto dagli altri», «emarginato», «non gradito», in una parola non in grado di crescere bene e di rendersi autonomo per poter progettare un suo futuro. Un sintomo simile è fatto di energie «ristagnanti» ed esprime spesso un arresto evolutivo.
    3. È «grave» ogni disadattamento scolastico che porta a litigare con la famiglia (strumentalizzando magari la scuola) per i «doveri» (compiti, lezioni e ricerche, apprendimenti, ecc.) e porta genitori e insegnanti alla conclusione che l'interessato «non ci arriva», «non ha buona volontà», «è cattivo e impertinente», «è su una cattiva strada».
    Il ragazzo non cresce bene, mette tutte le sue energie in questa polemica con la famiglia, e di riflesso pregiudica lo sviluppo e l'utilizzo dei suoi processi mentali, indirizzandosi verso il futuro in modo assai limitato.

    4. È «grave» in ogni caso dove i comportamenti tipici della fascia di età (come ad esempio nella preadolescenza il gioco libero, il movimento, la partecipazione con gli altri, il saper cavarsela, ecc.) non vengono assunti, e il ragazzo si mantiene su atteggiamenti infantili o pretenderebbe di avere già atteggiamenti adulti. La natura non fa salti», dicevano gli antichi: ogni cosa deve essere fatta nei tempi adatti. Sa di «patologia», ad esempio, una diciottenne che giocasse con le bambole, che volesse dormire con i genitori perché ha paura; ed anche una dodicenne che volesse uscire da sola col moroso...

    5. È grave ogni relazione esageratamente carica di proiezioni, nella quale genitori e figli non sanno più distinguere ciò che appartiene agli uni o agli altri; sono andati persi i confini che limitano le personalità e i contenuti interiori, e nella «confusione» predominano, strumentalizzando le dinamiche evolutive, i nuclei più forti.
    Per esemplificare, cito il caso di Marco, un ragazzo di terza media che vive solo con la madre (vedova bianca in quanto il marito lavora all'estero ed è assente da casa quasi tutto l'anno): dorme nel letto grande, va a fare le spese con lei, si interessa di quello che lei si mette, non la lascia uscire da sola, le controlla le telefonate, dice cosa deve preparargli da mangiare. Ma in compenso (siccome non va bene a scuola) la madre studia con lui, gli prepara gli schemi, lo interroga, lo serve a pennello e non sopporta che esca di casa con i compagni perché sono tutti cattivi e lo spingerebbero a oscure mete di rottura con i buoni costumi.
    Quando feci osservare che i problemi della signora erano i problemi di Marco e, viceversa, che Marco considerava suoi i problemi della madre, entrambi rimasero sbalorditi: il ragazzo si mise a piangere e la signora mi disse tra le lacrime: «Che mi resta? Io vivo con mio figlio!».

    Conclusione di un... poeta

    Educare non è certo cosa facile. L'azione educativa sarà però di molto facilitata se si prenderanno in considerazione, e se si mediteranno accuratamente, le belle raccomandazioni di un poeta, Kahlil Gibran, fatte ad una madre «che reggeva un bambino al seno» e che gli chiedeva di parlare dei figli. Egli disse:
    «I vostri figli non sono vostri figli. Sono i figli e le figlie della fame che in se stessa ha la vita.
    Essi non vengono da voi,
    ma attraverso di voi,
    e non vi appartengono
    benché viviate insieme.
    Potete amarli,
    ma non costringerli ai vostri pensieri, poiché essi hanno i loro pensieri. Poiché la vita procede
    e non si attarda su ieri.
    Voi siete gli archi da cui i figli, le vostre frecce vive,
    sono scoccati lontano...».


    NOTE

    1 In: G. Tonolo - S. De Pieri (a cura di), Educare i preadolescenti, LDC, Torino 1990, pp. 115-178.
    2 Prima ancora della legge che istituzionalizzò i Consultori delle Usl esistevano sul territorio nazionale i Consultori privati (o di Enti approvati) e i Centri di Orientamento. I Cospes sono cronologicamente fra i primi in Italia.
    Per una conoscenza di prima mano, configurazione e distribuzione sul territorio nazionale: cf Associazione Cospes, Un servizio di orientamento ai giovani, ed. Cospes, Roma 1988.


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