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    (NPG 1990-09-42)

    Il mondo ecclesiale italiano si trova da qualche tempo di fronte al problema di fronteggiare due grandi diversità: la diversità costituita dai sempre più numerosi stranieri, specie extra-comunitari, che vivono e lavorano in Italia; e la diversità costituita dalla sempre più diffusa e perversa «presa» della grande criminalità organizzata in alcune regioni italiane, specie meridionali.
    La prima di tali diversità è tutta esterna, la seconda è tutta interna; la prima è fenomeno del tutto nuovo, la seconda è annidata nelle viscere antiche della società; la prima è fatta di poveri non protetti, la seconda governa e «protegge» circuiti finanziari di tutto rispetto; la prima implica impegni di progressiva integrazione sociale, la seconda implica impegni volti a controllare e reprimere fattori di disintegrazione e sopraffazione sociale; la prima ruota sulla tematica dei diritti di cittadinanza, la seconda ruota sulla tematica del dovere di fronteggiare la devianza.
    Sembrano quindi, mi si permetta il bisticcio, due diversità molto diverse fra loro; eppure c'è un filo rosso che le unisce: tutte e due sono viste dall'opinione pubblica come attentati all'identità collettiva. Rischiamo (pensano in molti) di non essere più noi: l'immigrazione ci inquina o ibrida all'esterno, la delinquenza organizzata ci corrode o ci corrompe dall'interno. Chi ha a cuore l'identità costituita deve vigilare (e magari respingere) le infiltrazioni.
    In intere regioni, quelle ad identità più costituita, il rifiuto degli immigrati si combina con il rifiuto dei meridionali, globalmente considerati pericolosi. Rifiuti probabilmente così radicali da non dar spazio a distinzioni culturali emorali che siano.
    Beato chi semplifica le cose fino a tal punto, tanto da poter evitare di fare i conti con la realtà. Forse paga il tutto con una estraniazione della realtà stessa, quasi in un rintanamento nella propria vita; ma in compenso ha la sicurezza di non mischiarsi.
    La Chièsa e il mondo cattolico non possono seguire tale logica semplificatrice, devono distinguere: distinguere fra le due diversità, e all'interno di ciascuna di esse.
    Distinguere fra le due diversità è facile, visto che, come ho detto, esse sono molto differenziate, e visto che scattano con immediatezza alcuni grandi valori di riferimento: i valori dell'accoglienza e dell'antirazzismo contro il rifiuto nei confronti degli immigrati; i valori della giustizia e della convivenza contro la turbatrice violenza della delinquenza organizzata. Per questo ci appaiono chiarissime le recenti posizioni ecclesiali e anche episcopali nei confronti dell'immigrazione e della mafia, siciliana o calabrese che sia.
    Meno facile è la distinzione interna alle due grandi diversità, probabilmente perché i grandi valori di riferimento sono troppo compatti per permettere la distinzione. Il valore dell'accoglienza, ad esempio, può ostacolare la consapevolezza che gli immigrati non sono tutti eguali (ce ne possono essere di buoni e di cattivi, di tesi all'integrazione sociale e di devianti, ecc.) e che quindi vanno considerati in modo articolato e non compatto (compattamento razzistico o compattamente antirazzistico).
    Così come il valore della condanna della violenza mafiosa può ostacolare la consapevolezza che i comportamenti devianti hanno molte ramificazioni e gradazioni (dalla strage al silenzio omertoso o addirittura a quello indifferente) e proprio per questo entrano nel tessuto sociale più minuto e si annidano nella vita quotidiana delle comunità locali, rendendo spesso sovradimensionata (e quindi inutile) la grande e pur giustissima condanna.
    Chi conosce le più difficili fra le realtà meridionali sa che in esse i confini delle appartenenze e delle devianze sono spesso molto indistinti; i richiami valoriali non possono essere troppo generali, ma devono arrivare a capire i livelli dei comportamenti, individuali e collettivi, se li si vuole davvero aiutare a fare scelte di bene e non di male.
    La propensione, forse necessitata, del mondo ecclesiale ed episcopale, è invece quella di fare e proporre testimonianza generale su valori generali. Cosa certamente giusta e nobile, ma che può allontanare dalla necessariadistinzione delle situazioni e dalla necessaria articolazione dei messaggi. In fondo è una propensione quasi necessitata per una struttura, quella ecclesiale, che resta la maggiore sede di testimonianza di valori che vanno oltre le situazioni congiunturali; ma è propensione che lascia troppo soli coloro che in tali situazioni devono vivere. Per questo, credo, molti vescovi specie del Sud, tendono non solo a dare testimonianza ma anche a prendere per mano la comunità e farla crescere, nel rispetto di quello che essa è e nella tensione a non cadere in devianze particolari.
    È un impegno difficilissimo, sempre a mezza strada fra il coinvolgimento nelle realtà locali e il richiamo a grandi valori. Ma è anche l'unico impegno possibile, per non essere schiacciati da una «diversità» troppo generale e generica.

    (Giuseppe De Rita, Avvenire, 15 aprile 1990)


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