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    L'animazione giovanile nelle parrocchie di Torino


    Franco Garelli

    (NPG 1990-09-16)


    La ricerca sulla pastorale dei giovani e dei ragazzi nella città di Torino si presta a numerose
    considerazioni relative alla presenza della Chiesa nella nostra città e alla particolare attenzione riservata all'animazione delle quote più giovani di popolazione. L'indagine - realizzata nella prima metà del 1988 - ha interessato la quasi totalità delle parrocchie della città di Torino (quindi non si estende a tutte le parrocchie della diocesi torinese). Per ogni realtà parrocchiale è stato realizzato un colloquio con un responsabile (per il 72% dei casi con il parroco, per il 21% con un viceparroco, e la restante quota con altri sacerdoti o laici) dal quale sono stati rilevati - sulla base di un questionario strutturato e predisposto appositamente per l'occasione - dati e valutazioni indispensabili per delineare il quadro dell'animazione giovanile che caratterizza il capoluogo torinese.

    IMPORTANZA E ARTICOLAZIONE DELL'INDAGINE

    Di ogni parrocchia si è cercato di rilevare informazioni relative ad un'ampia gamma di aspetti:
    - i caratteri dell'ambiente sociale in cui la parrocchia opera, con particolare attenzione alle problematiche giovanili;
    - il personale impegnato nella parrocchia e quello coinvolto nell'animazione giovanile;
    - gli ambienti, i locali, le strutture in cui si articola la parrocchia, e - in questo ambito - le «risorse» messe a disposizione dei giovani o utilizzate per la pastorale giovanile;
    - l'entità dei ragazzi e dei giovani coinvolti nelle diverse attività parrocchiali (divertimento, attività sportiva, animazione, catechesi, ecc.);
    - la presenza in parrocchia di movimenti e associazioni facenti parte integrante dell'azione pastorale della parrocchia o soltanto ospitati nei locali
    della parrocchia;
    - i gruppi di riferimento religioso cui l'azione pastorale giovanile promossa dalla parrocchia maggiormente si ispira;
    - il modo in cui si articola e si esplica la catechesi;
    - la presenza degli animatori;
    - il modello teorico di riferimento della pastorale giovanile parrocchiale;
    - l'immagine di «oratorio» per i giovani prevalente nella parrocchia;
    - l'eventuale raccordo della parrocchia con le forze sociali che operano sul territorio di cui essa fa parte;
    - la valutazione delle difficoltà di presenza sociale e di animazione giovanile incontrate dalla parrocchia e dai suoi operatori.
    Oggetto dell'indagine è l'attività della chiesa torinese nel campo adolescenziale e giovanile, le iniziative messe in atto dalle parrocchie nei confronti delle giovani generazioni. Una parte rilevante dell'osservazione interessa pertanto l'associazionismo giovanile di parrocchia, una realtà che si presenta come interstiziale (che occupa una posizione intermedia) tra le grandi organizzazioni-associazioni religiose a raggio nazionale e la popolazione giovanile che frequenta religiosamente senza essere coinvolta in un'appartenenza religiosa di gruppo.
    I principali risultati che emergono da questo complesso lavoro di ricerca compiuto su una diocesi «metropolitana» (per il momento unico a livello nazionale) vengono esposti e commentati nei contributi che seguono il presente articolo, delineati in modo tale da rendere ragione del fenomeno e offrire un commento pastorale delle dinamiche in atto. Il presente contributo intende evidenziare alcune tendenze che caratterizzano l'impegno della chiesa torinese nel campo dell'animazione giovanile, così come emergono dall'analisi dei dati dell'indagine.

    LA SITUAZIONE RELIGIOSA A TORINO: L'ANALISI DEL CONTESTO

    Prima di addentrarci nell'analisi delle indicazioni della ricerca, è opportuno offrire alcuni dati di contesto relativi alla situazione religiosa nella città di Torino. Si tratta di dati assunti da un'indagine promossa dalla Fondazione Agnelli di Torino e svolta nel 1987 su un campione assai rappresentativo di popolazione residente in cinque città italiane, tra le quali appunto il capoluogo torinese.
    Oggetto dell'indagine è l'atteggiamento della popolazione nei confronti della tecnologia. Una certa attenzione viene anche riservata alle variabili relative alla religiosità, considerate come intervenienti. È ad esse che faremo riferimento per questo breve profilo di religiosità dei torinesi.
    Contrariamente a molti luoghi comuni, Torino non sembra caratterizzarsi per un livello di secolarizzazione più elevato di quello riscontrabile nelle metropoli del Nord. Ovviamente la secolarizzazione risulta più accentuata nelle metropoli che nelle città di più ridotta dimensione, e più nelle regioni del Nord che in quelle del Sud. All'interno di questo quadro di tendenze, la situazione di Torino risulta assimilabile a quella delle grandi città del Nord, e in particolare a Milano.
    A Torino - come a Milano - l'adesione teorica al modello della religione di chiesa interessa il 46-47% della popolazione, la credenza in un essere superiore non meglio identificato e al di fuori di qualsiasi mediazione istituzionale il 30-31% della popolazione, mentre la posizione di ateismo-agnosticismo e quella di indifferenza religiosa vengono espresse rispettivamente dal 7 e dal 6% della popolazione. Infine, l'adesione a confessioni diverse da quella cattolica interessa il 2,5% della popolazione.
    Nel capoluogo torinese il livello di pratica religiosa è leggermente più basso di quello riscontrabile nella città di Milano. La frequenza settimanale interessa il 20% dei torinesi e il 23% dei milanesi; mentre risultano non prendere mai o quasi mai parte ai riti religiosi il 42% dei torinesi e il 40% dei milanesi.
    Sempre operando un confronto tra le due realtà metropolitane, si osserva a livello associativo una maggior presenza di volontariato nella città di Milano e una maggior vivacità di gruppi religiosi nella realtà torinese. L'appartenenza a gruppi di volontariato interessa 1'11,3% della popolazione milanese a fronte dell'8,30/o di quella torinese. Parallelamente l'appartenenza in passato a gruppi religiosi riguarda il 28,3% della popolazione di Torino e il 18,1% di quella di Milano. Fanno parte attualmente di gruppi religiosi il 9,7% dei torinesi e 1'8,6% dei milanesi. Si tratta di indicazioni che attestano l'elevata dinamicità - nel recente passato - dell'associazionismo religioso torinese, caratterizzato da una stagione di grande mobilitazione e tensione ideale che l'ha reso particolare nel panorama nazionale. Detta dinamicità sembra ancora perdurare nel tempo presente, pur a fronte del mutamento del clima ecclesiale e socio-culturale.
    Non abbiamo a disposizione i dati disaggregati per classi di età relativamente alle diverse città. La pratica religiosa continuativa interessa comunque il 19% dei giovani dai 18 ai 25 anni residenti nelle grandi città italiane, a fronte del 23-24% dell'insieme della popolazione nazionale.

    LA PASTORALE DEI RAGAZZI:
    L'ENTITÀ DEI RAGAZZI COINVOLTI NELLE ATTIVITÀ PARROCCHIALI

    Nelle 108 parrocchie che si sono rese disponibili all'indagine (sul totale di 110), l'animazione dei ragazzi e dei giovani interessa una quota minoritaria ancorché consistente di popolazione giovanile.
    I dati (suddivisi per tipo di attività) riportati nel contributo di Villata-Anfossi suggeriscono alcune interessanti osservazioni.
    Nei confronti dei ragazzi (dei soggetti con un'età inferiore ai 15 anni) l'impegno della chiesa locale è prevalentemente orientato alla catechesi di introduzione ai sacramenti dell'iniziazione cristiana. Nella catechesi infatti risultano coinvolti 32.000 ragazzi, mentre in «altre» attività 17.300 soggetti. Per una parte dei casi si tratta ovviamente degli stessi soggetti che svolgono più attività, che da un lato frequentano il catechismo e dall'altro lato prendono parte ad attività ricreative o di animazione di gruppo promosse nelle varie realtà parrocchiali.
    La frequenza della parrocchia o dell'oratorio per motivi diversi da quelli della catechesi interessa pertanto poco più della metà dei giovani impegnati nella formazione catechetica di base. Soltanto però il 35% dei ragazzi (pari a 6070 individui) che frequentano la par rocchia per motivi diversi dalla catechesi fanno parte di un gruppo formativo, vivono cioè la loro socialim7ione adolescenziale all'interno di un gruppo di impegno religioso. La restante quota (il 65%) si caratterizza per un rapporto con la parrocchia religiosamente più labile o meno impegnato, dal momento che frequenta gli ambienti parrocchiali o per gioco e divertimento o per una pratica sportiva.
    L'azione pastorale delle parrocchie nei confronti dei ragazzi assume quindi 3 diverse espressioni. Nella maggioranza dei casi (per oltre i 2/3 dell'insieme dei ragazzi coinvolti dalle parrocchie) detta azione si identifica nella catechesi, nella preparazione dei soggetti all'assunzione dei sacramenti dell'eucaristia e della cresima. Per una quota ristrettissima (12,3Vo del totale dei ragazzi coinvolti) l'azione pastorale assume il significato di un'esperienza di gruppo orientata a una socializzazione religiosa adeguata all'età. Per il 23% circa del totale dei ragazzi si registra invece una presenza in parrocchia religiosamente meno significativa, non ancorata a un approfondimento religioso.
    Se si considera che la catechesi - che da sola coinvolge più dei 2/3 dei ragazzi che hanno contatti con la parrocchia - è un impegno in qualche modo dovuto, messo in atto per razionalizzare e qualificare l'elevata domanda di sacramenti che ancora si registra nella popolazione del nostro paese, si può concludere che è assai scarsa nella realtà torinese l'offerta pastorale per i ragazzi libera da qualsiasi «vincolo» connesso alla gestione religiosa. In altri termini, la chiesa torinese risulta poco impegnata in quell'animazione religiosa di gruppi di adolescenti che può informare in modo significativo la socializzazione dei soggetti. Come si sa, un impegno catechistico che non sia accompagnato dalla tensione ad approfondire e verificare nella vita quotidiana i valori di fondo della proposta religiosa è destinato a rappresentare un fatto episodico nell'esperienza dei soggetti. Ciò, in particolare, a fronte di un contesto socio-culturale e familiare in gran parte estraneo alla proposta religiosa. Da questo punto di vista, pertanto, la chiesa torinese sembra «investire» poche risorse nell'animazione religiosa
    degli adolescenti, risulta poco attenta alle dinamiche di interiorizzazione dei valori che caratterizzano il tempo della socializzazione primaria.
    Le cause di questo scarso investimento possono essere due: o non si crede in questo tipo di azione pastorale, denotando in tal modo una scarsa considerazione e conoscenza dei ritmi della crescita e formazione di base dei soggetti; o non vi sono risorse sufficienti per far fronte a questo tipo di impegno: in altri termini, si può essere così oberati dalla gestione pastorale ordinaria (tra cui la preparazione dei ragazzi ai primi sacramenti) da non aver risorse adeguate e sufficienti per l'animazione religiosa di gruppi di adolescenti.
    Occorre ancora notare che ben il 53% delle parrocchi torinesi non prevede l'attività di animazione di gruppi di adolescenti. Questo tipo di attività pertanto non solo coinvolge un numero ristretto di soggetti, ma viene espletata da meno della metà delle parrocchie presenti in Torino.

    LA PASTORALE DEI GIOVANI:
    L'ENTITÀ DEI GIOVANI COINVOLTI NELLE PARROCCHIE

    Il numero di giovani, di soggetti con oltre 15 anni, coinvolti nelle attività parocchiali risulta decisamente inferiore a quello dei ragazzi. La diversità è però imputabile perlopiù al differente numero di ragazzi: 3800 nel caso dei giovani. Ciò significa che la catechesi di base viene limitata alla preparazione ai primi sacramenti, e non viene prolungata nel momento post-adolescenziale se non per un numero ristretto di caso. Emerge qui l'inadeguatezza del tempo predisposto per la conoscenza e l'interiorizzazione del messaggio religioso, in un contesto in cui la famiglia non rappresenta più un ambito di trasmissione dei contenuti religiosi.
    Per contro, invece, le parrocchie attribuiscono maggior importanza all'animazione di gruppi di giovani rispetto a quella evidenziata a proposito dell'età adolescenziale. A fronte di 3800 giovani impegnati nella catechesi, si riscontrano 4470 giovani coinvolti nell'animazione di gruppo, e 3420 e 1460 giovani rispettivamente interessati o al gioco-divertimento o alla pratica sportiva.
    Circa la metà dei giovani che frequentano la parrocchia per attività altre dalla catechesi sono coinvolti nell'animazione di gruppo. Si tratta comunque, in tutti i casi, di poco più del 2% dei giovani dai 15 ai 24 anni residenti nella città di Torino. In un'altra parte del questionario si rileva la presenza nelle parrocchie torinesi di 2430 giovani appartenenti a movimenti o associazioni che fanno parte integrante dell'azione pastorale parrocchiale. In questo caso non sappiamo se questi individui siano già stati conteggiati dagli intervistati tra i giovani coinvolti nell'animazione dei gruppi parrocchiali. Se così non fosse, il numero di giovani al centro di una dinamica associativa risulta più consistente, a ulteriore conferma del prevalente orientamento alla formazione in gruppo che caratterizza la presenza dei giovani nelle realtà parrocchiali. Pur con questa ipotesi, l'entità dei giovani impegnati nei gruppi religiosi non appare molto rilevante, se si confronta tale entità con l'insieme dei giovani presenti nella città di Torino.
    In sintesi, rispetto a quella dei ragazzi, la pastorale che ha per destinatari i giovani privilegia di meno il momento catechetico e si affida maggiormente all'animazione di gruppo. Negli ambienti parrocchiali troviamo però la stessa entità di giovani che vive la propria socializzazione all'interno di un gruppo religioso e che frequenta la parrocchia per svago-divertimento o per l'esplicazione di una attività sportiva. Per quest'ultima quota di popolazione giovanile può essere improprio parlare di formazione religiosa, anche se non si può negare che l'ambiente da essi frequentato possa esercitare un certo qual influsso culturale.
    La chiesa torinese di base sembra quindi più attenta all'animazione dei giovani rispetto a quella per i ragazzi, aspetto questo confermato dal fatto che 1'86% delle parrocchie vanta al proprio interno gruppi di animazione giovanile. In tutti i casi l'azione di animazione interessa quote ristrette di giovani. Una quota di giovani analoga a quella coinvolta nell'animazione di gruppo evidenzia nei confronti degli ambienti parrocchiali un legame piú labile, tipico dei soggetti che cercano a questo livello una possibilità di semplice interazione e divertimento tra coetanei o l'espletamento di un interesse sportivo.

    CARENZA DI STRUTTURE PER L'ANIMAZIONE GIOVANILE

    Il non elevato impegno della chiesa torinese nel campo dell'animazione adolescenziale e giovanile è attestato anche dalla carenza di strutture «minime» per un'azione pastorale in questo campo. Il fatto che tra le parrocchie il 40% circa non disponga di aule o sale di incontro, che il 36% non abbia sale da gioco, che il 50% circa non disponga di saloni o teatri, che il 40% non possieda una casa estiva, che il 30% non abbia un cortile, costituisce un indicatore della complessiva carenza di strutture di appoggio indispensabili per un tipo di animazione adeguata alle esigenze del mondo adolescenziale e giovanile.
    Al riguardo è necessaria una precisazione per evitare fraintendimenti. Con la precedente osservazione non si intende sostenere che le strutture ricreative o di socializzazione siano indispensabili per un'azione pastorale con i ragazzi e i giovani, né si vuole riproporre un'immagine di animazione giovanile del tutto sbilanciata su un oratorio in cui prevale la dimensione ludica. Di fatto però occorre riconoscere il carattere di supporto - nel campo dell'animazione - esercitato dalle strutture che favoriscono l'espressione e la partecipazione dei ragazzi e dei giovani secondo il modello di socializzazione tipico di questa età della vita.
    In questa linea, una proposta di aggregazione che non dia spazio alle possibilità espressive e di socializzazione dei giovani sembra situarsi fuori della cultura delle giovani generazioni, appare troppo disancorata dalle loro attese e domande. I giovani d'oggi risultano attratti da esperienze vivibili e credibili, in cui sia possibile rispondere alle esigenze - particolarmente avvertite in questo ciclo di vita - di interazione e scambio affettivo, di identificazione e di appartenenza, di condivisione e compartecipazione delle dinamiche della vita.
    L'organizzazione degli spazi ecclesiali in rapporto a questa domanda «vitale» non rientra pertanto in un'operazione di compromesso o di strumentalità nei confronti della condizione giovanile. In luogo di ciò, essa può manifestare il credere fino in fondo ai bisogni dei giovani d'oggi, nella convinzione che qualsiasi proposta religiosa debba ancorarsi alla condizione dei destinatari. È il credere, in altri termini, al valore dell'esperienza e alla necessità di ridefinire una proposta di fede all'interno delle ordinarie condizioni di esistenza dei soggetti.
    La carenza di ambienti e risorse «minime» per l'animazione giovanile sembra poi imputabile nella situazione torinese ai processi sociali ed ecclesiali che nel recente passato hanno determinato il progressivo impoverimento delle strutture ecclesiali. L'attuale situazione costituisce l'esito non voluto di positivi orientamenti registrati durante gli ultimi due episcopati torinesi: quelli dei cardinali Pellegrino e Ballestrero. Ai tempi del cardinale Pellegrino la scelta di liberarsi delle strutture di supporto dell'azione pastorale rispondeva all'esigenza di una presenza ecclesiale informata all'essenzialità e alla povertà, più concentrata sulla spiritualità che sulla potenza delle istituzioni di supplenza sociale. Il primato della spiritualità e la conseguente assenza di attenzione alle strutture di animazione sembra aver informato anche gran parte dell'episcopato del card. Ballestrero.
    Una pastorale essenziale, caratterizzata dal primato della proposta religiosa, costituisce indubbiamente un orientamento profetico per una chiesa fin troppo sbilanciata sulla dimensione istituzionale. Di fatto però questa scelta può comportare la riduzione di quegli spazi di mediazione che - correttamente interpretati - danno spessore culturale ed esperienziale a una proposta religiosa.

    IL MODELLO TEORICO DI PASTORALE GIOVANILE E LE DIFFICOLTÀ DI ATTUAZIONE

    La carenza di strutture per l'animazione giovanile e la non elevata quota di ragazzi-giovani che - nel frequentare le parrocchie - fanno parte di gruppi di animazione, sono due indicazioni dell'indagine che sembrano contrastare con il modello teorico di pastorale giovanile in cui la grande maggioranza delle parrocchie si identifica.
    Interrogati sul «dover essere» della pastorale giovanile, la grande maggioranza degli intervistati (che, come si ricorderà, sono perlopiù parroci) si riconosce nelle seguenti linee programmatiche: largo spazio all'animazione di gruppo e alle esigenze di socializzazione dei giovani, come «ambiti» ordinari di esperienza in cui può essere maturata e approfondita una prospettiva di fede; orientamento ad ancorarsi ai bisogni dei giovani e a proporre in tal modo un quadro di riferimento che richiami i soggetti a prospettive di vita più ampie; riserva circa l'efficacia di un annuncio esplicito di fede tenendo presenti le attuali condizioni socio-culturali; importanza di strutture e di risorse grazie alle quali i bisogni di socializzazione dei giovani (interazione amicale, espressività, interessi vari, pratica sportiva, ecc.) trovano possibilità di esplicazione.
    È fin troppo evidente la distanza di questo modello teorico di riferimento dalla situazione reale. In termini ideali si mettono in risalto dimensioni e aspetti che risultano carenti nella situazione di fatto, in una realtà parrocchiale che - come s'è detto in precedenza - si caratterizza per la carenza di strutture di socializzazione, per una non elevata quota di giovani - tra quelli che frequentano la parrocchia - impegnati nell'animazione di gruppo, per il prevalere di una pastorale confinata nei soli momenti della catechesi o della liturgia, ecc.
    La non congruenza tra il modello teorico e la situazione di fatto può essere spiegata in rapporto alle scarse risorse materiali ed umane su cui le parrocchie possono contare o sulla difficoltà a dare concreta attuazione alle linee teoriche di riferimento.
    Della scarsità - nella situazione torinese - di strutture di supporto per l'animazione giovanile già s'è detto. Qui è opportuno richiamare le risposte date dagli intervistati circa le difficoltà di conduzione e di attuazione del progetto pastorale incontrate dalle parrocchie.
    Considerando le risposte alla prima delle tre possibilità a disposizione degli intervistati, si osserva che oltre il 22% dei casi individua i maggiori problemi di conduzione della parrocchia rispettivamente nella scarsità del clero (e nella sua anzianità), nella scarsa accoglienza riservata alle iniziative spirituali e religiose promosse dalla parrocchia, nella difficoltà a reperire collaborazioni stabili da parte dei laici. Oltre a ciò, il 16% individua difficoltà nella carenza di linee pastorali a livello diocesano. Parallelamente, se si sommano le tre possibilità di risposta a disposizione degli intervistati, si osserva che l'83% delle parrocchie imputa le difficoltà al la scarsa accoglienza riservata alle iniziative pastorali e spirituali, e un altro 56% delle parrocchie sottolinea la difficoltà nel trovare collaborazioni stabili e significative da parte dei laici.
    L'ipotesi che può essere avanzata a commento di questi dati e dell'incongruenza prima enunciata, è che una parte assai rilevante di parrocchie torinesi abbia difficoltà a dar attuazione al modello pastorale di riferimento. Le difficoltà sembrano individuabili non tanto in un deficit di teoria pastorale, nella carenza di modello di riferimento; quanto nella concretizzazione di questo modello, nella possibilità di dare attuazione a quei criteri pastorali di fondo su cui sembra esservi sufficiente condivisione nell'insieme delle parrocchie.
    Da quanto emerso in precedenza, difficoltà di attuazione significa in primo luogo mancanza di accoglienza da parte della popolazione delle iniziative spirituali della parrocchia; in secondo luogo, mancanza di collaborazione da parte dei laici; in terzo luogo scarsità e «anzianità» del clero. Come a confessare che esiste un deficit «comunicativo» tra la parrocchia e i militanti, e tra la parrocchia e la popolazione di riferimento. In altri termini, la difficoltà di attuazione del modello pastorale sembra attestare l'incapacità di mediazione di tale modello nelle attuali condizioni di vita dei destinatari; ciò anche a fronte di un clero sempre meno in grado di rigenerarsi in rapporto alle attuali condizioni culturali.
    In sintesi, la condivisione di un modello pastorale aperto e dinamico, rispettoso delle istanze di socializzazione delle giovani generazioni, appare troppo teorica o troppo poco ripensata in una prospettiva di mediazione esperienziale, da poter essere significativa per il tempo presente.
    L'adesione a un modello pastorale teorico non crea molti problemi. Molti di più invece si incontrano nel cercare di dare ad esso concreta attuazione sulla base delle risorse che si dispongono e dell'ambiente in cui si deve operare.


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