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    Quando la Bibbia non serve


     

    Cesare Bissoli

    (NPG 1989-06-119)


    Faccio parte della categoria dei biblisti, e ho la grazia di non avere estraneo il mondo giovanile, sia mediante il contatto diretto con dei gruppi, sia seguendo, per quanto posso, il pianeta giovani nelle sue espressioni più significative di vita e di fede.
    Mio intento qui non è fare una analisi sistematica del rapporto «giovani e Bibbia», bensì richiamare agli operatori alcune difficoltà esistenti nella pratica, per cui è sanamente realistico, oltre il «capitolo rosa» sui servizi della Bibbia nella maturazione di fede dei giovani, prevedere un «capitolo grigio» da intitolare «quando la Bibbia non serve». Il tono, come si avrà capito, è piuttosto provocatorio, agli effetti di stimolare un'attenzione più avvertita sulla realtà.
    Naturalmente ad altri, dire altro o diverso.

    MA PERCHÉ LA BIBBIA?

    Apprendo da un amico. Sta per decollare un campo estivo, nell'incanto delle Dolomiti. L'animatore ha scelto di fare un cammino biblico, di rifugio in rifugio. Nuclei di lettura: i salmi della creazione, le parabole del Regno, la 1 Lettera di Giovanni. Volta per volta, dopo la lettura, si svolge un momento esegetico abbastanza intenso, con degli sviluppi sulla dignità dell'uomo e del mondo, sul mistero del Regno di Dio, sul comandamento dell'amore. Tutto procede magnificamente, almeno sembra. Alla fine, quando si fa il bilancio, l'amico mio è sorpreso dal mugugno di qualcuno: «ma perché tutta questa Bibbia? non era meglio toccare problemi nostri, di vita quotidiana?».
    Mi son permesso di incoraggiarlo dicendogli che l'esperienza globale era stata talmente intensa che la fatica di tanto esercizio biblico sarebbe stata riassorbita bene.
    Ma un interrogativo era venuto alla luce, la cui mancata risposta rischiava e rischia, non immediatamente forse, ma in tempi lunghi, di rendere poco o tanto inservibile la Bibbia: appunto, perché la Bibbia? per quali ragioni ha diritto di diventare asse portante di un cammino di fede?
    Siamo chiaramente nell'ordine delle motivazioni, senza delle quali, o dette in forma troppo raccorciata, si stabilisce un atteggiamento di accoglienza di tipo volontaristico («la Bibbia vale perché l'ha detto l'animatore»), che facilmente resta nelle sabbie della superficialità o diventa rifiuto di qualcosa che appare imposto, come un «corano», il cui valore è tale perché sta scritto, e non piuttosto sta scritto, perché è un valore.
    Oso dirlo con estrema franchezza: la Bibbia non serve quando non appaiono le ragioni che motivano la sua presenza. E di tali ragioni, che sono di livello diverso, vorrei evidenziare anzitutto quelle che provengono dalla concezione di fede che ha la Chiesa sul libro sacro.

    Segno della Parola di Dio

    Detto al positivo, la Bibbia serve, fa il suo servizio quando ultimamente viene accolta come segno della Parola di Dio.
    Il che si attua correttamente non solo affermandolo, ma facendo capire e interiorizzare, con processo induttivo, graduale, con linguaggio accessibile, il capitolo della teologia fondamentale che tratta della sacra Scrittura in quanto opera ispirata e come tale consegnata alla Chiesa.
    Con altre parole, si dovrà mettere in chiaro la collocazione della Bibbia nell'organismo cristiano (economia della salvezza), segno tra i segni della Parola di Dio. In particolare si dovrà pure affrontare quella dimensione sostanziale nel cristianesimo, che è la lettura in chiave cristiana dell'AT. E si parlerà di quella precomprensione essenziale dell'ordine della fede, secondo cui il lettore credente partecipa all'azione del medesimo Spirito che ispirò gli autori della Bibbia.
    Sinteticamente, lo studio della Dei Verbum nei suoi sei capitoli. Un discorso fondamentale e quanto mai illuminante. Per gli animatori anzitutto.
    Lo confesso: non ero mai giunto a proporre tanto... Ma poi vedendo i gravi equivoci per cui la Bibbia è ritenuta Parola di Dio, senza sapere perché e in che senso; vedendo ancora l'insidioso rovesciamento di identificare la Parola di Dio con le risonanze spirituali (psicologiche?) di un atto di lettura... mi sento costretto di porre nel capitolo grigio del non (o scarso o cattivo) servizio della Bibbia la mancata fondazione della sua presenza, la ragione teologica anzitutto.
    Trepido d'altra parte, se si volesse partire lancia in resta e far ingoiare un trattato teologico, senza elaborarlo in un adeguato itinerario di idee, di riflessioni spirituali, di risvolti umani. Purtroppo di ciò non esiste nulla sul mercato.
    Sicché la Bibbia aleggia sovente nel cielo dei sommi principi, senza che nel soggetto vi corrisponda una attrezzatura intellettuale e affettiva, sintonizzata anzitutto con l'intelligenza di fede della Chiesa.
    Anche la Bibbia fa parte del credo, e solo nella fede produce il suo servizio.

    A CHE COSA SERVE LA BIBBIA?

    Altra esperienza. Con un gruppo giovanile della comunità che frequento. Facciamo il ritiro spirituale per Pasqua. Mi sono ripromesso di farlo insieme, cioè coinvolgendo i giovani nella ricerca sul significato della morte e risurrezione di Cristo. Premetto un'adeguata informazione esegetica dei testi di Mt 26-28, dal punto di vista letterario, storico, teologico. E fin qui mi parve avessero capito qualcosa più di prima...
    La novità però consisteva nell' attualizzare, come si dice, la drammatica vicenda di Cristo e dei suoi discepoli, evidenziando certi esistenziali più significativi. Proposi due domande.
    - quali esperienze fondamentali della vita dell'uomo vedi rispecchiate nel dramma pasquale?
    - quali aspetti caratterizzano l'esperienza di Cristo rispetto alla nostra di uomini?
    Come si può vedere, si trattava di enucleare i punti di contatto vitale tra noi e il Cristo, e nello stesso tempo notare le differenze e quindi il tipo di proposta che dal Cristo veniva all'uomo di oggi.
    Le risposte furono sofferte, ma in verità poco realizzate. Si percepiva, nella prima domanda, un possibile contatto a proposito del problema del dolore, della morte, del male... ma un'analisi più a fondo era impacciata, rimanendo sovente a livello fenomenico o di pietà (non mancò chi scrisse che la passione di Gesù gli faceva profonda compassione, ma che lui non poteva farci niente!).
    Quanto poi alla seconda domanda, relativa alle specifiche proprietà dell'esperienza di Cristo rispetto a noi (ad esempio il suo rapporto di fede e fedeltà a Dio, l'offerta della sua vita come gesto di amore totale, l'intenzionalità di battersi contro il male del peccato), il silenzio fu prevalente.
    Ho cercato di mettere in luce quella che si chiama componente ermeneutica dell'incontro con la Bibbia, per cui al di dentro dei testi si incontrano delle persone che vivono problemi simili ai nostri, e che, alla luce della Parola di Dio, ci accreditano delle risposte che sono le loro, tanto stupefacenti quanto suggestive (Dio in Cristo morto e risorto annuncia la vittoria sulla morte e sul male), permettendocene la condivisione nella fede.
    Veramente qui il cattivo servizio starebbe nel non abilitare i giovani a questo livello esistenziale, per cui la Bibbia, ridotta o a constatazione di dati o ad anatomia dei medesimi (esegesi), passa come libro inutile, perché non si mostra utile nella sua incidenza antropologica.
    Pertanto al capitolo grigio «quando la Bibbia non serve» si aggiunga un altro aspetto: quando non matura un dialogo d'anima tra noi e i personaggi biblici, viene meno una comprensione esistenziale, e il testo biblico non viene afferrato anche come proposta di senso.
    Evidentemente qui la responsabilità in bene (o in male) è propria degli educatori, che devono affrontare questo aspetto fondamentale, che prolunga l'ordine delle motivazioni visto in precedenza.
    Prima si diceva che «il perché» della Bibbia, il suo valore, sta nel fatto che Dio comunica qualcosa di sé attraverso le parole bibliche (motivo teologico); ora si aggiunge che tale valore trascendente intende esprimersi per via di incarnazione, nel processo appassionato di appropriazione del lettore che dà carne alla Parola, in quanto coglie le connessioni che tale Parola possiede con il suo progetto di vita (motivo antropologico).

    CHE COSA SERVE DELLA BIBBIA?

    Qui l'esperienza la colgo da certi gruppi che, partiti bene, si sono arenati per errori di lettura.
    Così non credo che la serie dei patriarchi antidiluviani e post, abbiano particolari titoli per pretendere l'attenzione. Come pure può avvenire che lo studio della figura di Gesù o di qualche tematica specifica dei vangeli possa apparire priva di mordente perché già nota.
    D'altra parte, dovendosi riconoscere che tutto ciò che è nella Bibbia ha un suo valore teologico (di Parola di Dio), per quanto minimo, si dovrebbe evitare, cosa invece piuttosto frequente, che l' AT rimanga così distante dai giovani lettori, da far dubitare sul suo valore, e inevitabilmente sia rimosso come anticaglia venerabile, ma superata.
    Qui la Bibbia non serve, perché non viene fatta servire, subisce selezioni di testi, con processi di funzionalizzazione deplorevole: i testi sono forzati a dire quello che io mi attendo, piuttosto che ascoltare ciò che essi vogliono dire.
    È sovente la prassi, sostenuta da buona intenzione, dell'animatore intraprendente che si sceglie questo o quel brano in rapporto a momenti particolari, su cui «francobollare» una cosiddetta Parola di Dio.
    Mi fanno inquietudine certe amplificazioni del valore della Bibbia, quando non si ha una idea corretta del rapporto che sta tra messaggio e codice, tra il dono della Parola di Dio, assolutamente indispensabile e il testo che la «segnala» secondo precise modalità di significato, di evoluzione, di contestualità culturale.
    Ecco pertanto qualche altra pagina che si aggiunge al capitolo grigio «quando la Bibbia non serve»: quando manca un serio rispetto dei testi, perché abbiano a dire ciò che essi intendono dire, a prescindere dalle nostre attese; quando non si propone una lettura dei testi secondo un loro gerarchico intrinseco valore (esistono pure le teologie bibliche!), per cui tutto è uguale a tutto, Rut e la lettera ai Romani; quando non si pazienta in una iniziazione alla Bibbia, nelle sue qualità di storia, letteratura, messaggio.
    Alle crisi teologica e antropologica o di senso, dette in precedenza, si aggiunge ora la crisi esegetica o di penetrazione del giusto significato dei testi.

    COME SERVE LA BIBBIA?

    È forse il nodo più delicato che fa da spartiacque fra Bibbia sì e Bibbia no.
    In fondo nei punti detti sopra non è stata negata la positività in sé e per sé delle esperienze bibliche ivi proposte, ma piuttosto denunciata le modalità di svolgimento, in quanto carenti di certi fattori motivanti che garantiscono la retta comprensione.
    In altre parole, si può dire che la Bibbia come tale ha sempre un intrinseco dono di verità e di grazia, a tutte le età, non è un elemento da poter essere sostituito, ma semmai come debba essere organizzato.
    Nella lista dei cattivi servizi vanno messi tutti quelli che sgorgano dalla mancata attenzione a certe variabili dell'incontro Bibbia e giovani.
    Così, per degli adolescenti in fase critica un po' verso tutto e tutti (Dio, la famiglia, la società, e anche se stessi), si può essere tentati o di continuare intrepidi il cammino biblico, che allora apparirà arido quanto quello degli ebrei nel deserto, o, cosa più facile, accantonare il riferimento al testo sacro, per altre comunicazioni più vitali, più gradite, più concrete (testimonianze, pagine di narrativa o saggistica religiosa, autoanalisi delle esperienze...).
    Non capisco la prima scelta, ma nemmeno la seconda, se si fa perentoria, senza possibilità di appello. Si cerchi piuttosto di contemperare l'incontro con il Libro sacro con altri segni della fede che ne sono applicazione e sviluppo (storia, esperienze di vita...). Altrimenti, messi in ombra senso e validità della Scrittura, non si capisce come debba legittimarsi vera proposta cristiana ciò che è di altra derivazione, e come si possa giungere all'uso convinto del Libro, quando lo si è abbandonato nella fase delicata di catechesi in questa età.
    Altro disservizio biblico capiterebbe non avvertendo adeguatamente la distanza veramente grande tra il linguaggio biblico, così totalmente simbolico e culturalmente datato, e il linguaggio del computer, tecnico e produttivo, o quello degli spot concentrati sull'effimero...; così pure, la Bibbia non serve quando non viene colta e trattata nella sua qualità di documento organico, ma come congerie di espressioni, magari belle ma isolate dal contesto; impoverimento della «grazia» biblica sarebbe, in prospettiva di fede, il distacco tra la Parola del libro, la celebrazione di esso nella liturgia, la sua attuazione nella vita; e ancora elemento di confusione rimane quando tra Bibbia e problema umano si procede direttamente al confronto, senza un approfondimento oltre il fenomenico e dimenticando quelle necessarie mediazioni di ragione e di fede che solo garantiscono la verità dell'incontro.

    IN CONCLUSIONE

    È troppo importante il processo di educazione alla fede per non mettere in atto tutti quegli incentivi e tutte quelle precauzioni che ne favoriscono l'efficacia. Il ruolo della Bibbia resta indispensabile, ma non si gioca automaticamente. Esso richiede un'attenta comprensione e applicazione delle qualità corrispondenti alla sua natura (contro ogni strumentalizzazione), ma anche a quelle richieste dalla condizione spirituale dei soggetti giovanili, contro ogni coalizione positiva o negativa, di presenza o di assenza del Libro sacro.
    La Bibbia serve sempre se viene fatta servire correttamente. Quando non avviene, la Bibbia non serve. Quindi il problema non sta nella Bibbia (facile, difficile, inadeguata...), quanto nelle persone, animatori e giovani, che se ne avvalgono.


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