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    I preadolescenti crescono nell'attenzione pastorale


     

    Antonio Martinelli

    (NPG 1982-10-59)


    Non vuole essere solo un'affermazione di un dato di fatto: l'esperienza di quest'anno di ricerca e di lavoro fa concludere, cioè, che sta crescendo l'attenzione circa i preadolescenti, almeno nel giro di persone e di gruppi che la Rivista raggiunge, a seguito degli interventi programmati su NPG, con varia angolatura, e a seguito del Convegno Nazionale ( L'Aquila, 18-21 giugno 1982) che ha riproposto alle organizzazioni ecclesiali che operano in Italia (ACR, Scout, Amici D. Savio, Ragazzi Nuovi...) l'interrogativo sulle strategie previste per gli anni '80 nel lavoro con i preadolescenti. «I preadolescenti crescono nell'attenzione pastorale» vuole essere soprattutto il punto di prospettiva da cui porsi. I preadolescenti cresceranno in proporzione alla crescita loro accordata nella pastorale della comunità.
    Il problema non sarà risolto programmando una sovrabbondante quantità di interventi per loro, ma sapendo ricercare i collegamenti tra preadolescenti e adulti, tra pastorale globale e pastorale specifica.
    È il nodo più difficile da sciogliere, perché manifesta e coinvolge carenze sul piano ecclesiale, sul piano educativo e sul piano metodologico.
    Il significato delle riflessioni qui proposte è tutto nel mettere in evidenza questi nodi. Ripercorreremo il cammino iniziato con il numero di Aprile, per fare il punto della situazione, indicando esigenze, acquisizioni e prospettive.


    OPERARE IN TERMINI DI GLOBALITÀ

    Tutti gli interventi educativi e pastorali sono segnati dall'esigenza della globalità, perché educare ed educare alla fede comporta impegnare molte forze ed entrare nella prospettiva di molti condizionamenti.
    L'esigenza teoretica spesso non trova corrispondenza nell'organizzazione pratica del lavoro. Chi può negare che molti operatori oggi sono impegnati con i preadolescenti?
    Eppure tanti interrogativi restano insoluti e molte difficoltà si frappongono alla maturazione dei ragazzi.
    Manca la prospettiva della globalità.
    La frantumazione a livello di soggetti attivi, di progettazione, di contenuti offre l'esito che tutti-abbiamo sott'occhio: i ragazzi diventano giovani, perdono ogni punto di riferimento precedente e non crescono coerentemente agli stimoli offerti durante l'età preadolescenziale. Perché?
    Nessuna pretesa di voler essere completi nell'analisi delle motivazioni. Certamente però sono da annoverare elementi che denunciano un respiro corto, una preoccupazione immediata, un orizzonte troppo limitato nel lavoro svolto con i ragazzi.
    Cercando di esemplificare questo disagio con alcuni rapidi riferimenti.

    Semmai sono i genitori e gli adulti che fanno problema, non i ragazzi

    Il mondo degli adulti innanzitutto ha bisogno di ritrovare la sua identità.
    La transizione e il trapasso culturale investono primariamente loro, le scelte fondamentali del tempo attuale volute e ricercate da loro, i significati dell'esistenza costruita sui loro parametri.
    Tutta una realtà nella quale mal si adattano le giovani generazioni.
    Le conseguenze si avvertono particolarmente sul piano educativo. Gli adulti, genitori compresi, perdono di significatività per i ragazzi e rischiano di non offrire molto soprattutto in funzione dell'immagine di sé che stanno costruendosi, mentre vivono una stagione bisognosa di esempi riusciti. Si può giustamente parlare di caduta della tensione pedagogica, e della presenza attiva ed efficace tra i ragazzi, con conseguente adattamento passivo alle difficoltà, di rinunzia all'iniziativa con delega a terzi gestori del fatto educativo.
    A livello pastorale la comunità ecclesiale soffre gli stessi problemi: non è risolto il nodo del rapporto adulti-giovani-ragazzi.
    Si fatica a considerarli insieme soggetti attivi di pastorale.
    Si escludono, almeno nella pratica, gli aiuti e gli influssi vicendevoli, organizzando una pastorale a senso unico, con adulti soggetto d'intervento e giovani e ragazzi solo e sempre destinatari.
    Si stenta a dare spazio più ampio e più responsabile nella pastorale agli adulti e agli educatori, concentrando negli «ordinati» il peso più rilevante.

    Una corretta partenza nell'accostare il preadolescente

    Qui emerge più evidente l'esigenza della globalità. Per capire il mondo dei preadolescenti ci si è interessati abitualmente al fenomeno della loro crescita: tutto ciò che comprendiamo con il termine «pubertà».
    Facilmente controllabile dall'esterno, ricco di emozioni per chi lo vive in prima persona e per chi lo osserva scrutando i segni psicofisici del continuo cambiamento, ha catalizzato a lungo quasi tutta l'attenzione degli studiosi e degli educatori. Fermarsi a questo aspetto è diventare settoriali, con gravi rischi sul piano educativo e pastorale.
    I comportamenti del preadolescente, che cambiano con rapidità e assestando continuamente l'io, non sono spiegabili solo con la crescita fisica. I cambiamenti che si verificano negli ambienti in cui vivono i ragazzi, i nuovi sistemi di significato che emergono dalla società, la cultura diversa che si sta facendo nel mondo universo e nei diversi territori hanno un peso considerevole sulla vita dei ragazzi.
    Rendersi conto di ciò è rendersi abili a passare da un approccio psicofisico del problema a quello culturale. Ma non è ancora sufficiente.
    C'è una globalità più vasta da raggiungere. Per leggere correttamente la storia della ptsadolescenza è necessario cogliere i legami di causalità e di comunicazione dialogica) che intercorrono tra la s'ocietà d'oggi e il mondo dei preadolescenti; saperli considerare come due sistemi interdipendenti e interagenti; ricercare gli influssi specifici dell'uno sull'altro mondo, in una reciprocità che porta a modificare simultaneamente i dinamismi socio-culturali contemporanei e i dinamismi psico-evolutivi del ragazzo.
    È una lettura non facile.
    Ma sono situazioni in cui quotidianamente viviamo, anche senza rendercene conto, e che chiedono da un punto di vista educativo e per impegno pastorale una migliore attenzione per intervenire efficacemente in alcuni processi.

    Un'educazione per essere efficace deve realizzarsi all'insegna della globalità

    L'affermazione è qui riferita unicamente all'aspetto pastorale del problema, mentre si riconosce che le applicazioni potrebbero avere molti ambiti, al di là dell'educazione alla fede.
    L'educazione al globale dice anzitutto serietà d'impegno e di lavoro.
    Parte dalla convinzione che lo sviluppo intellettuale del preadolescente consente non solo un ampliamento delle conoscenze religiose, ma anche una loro prima sistemazione. È prevalente, purtroppo, al punto di divenire unica anche nel lavoro con i preadolescenti come per i fanciulli, la preoccupazione delle nozioni da trasmettere, della quantità di notizie da insegnare, del racconto episodico dei fatti cristiani da presentare; e meno si pensa a sistemarli, a collegarli, ad offrire un quadro più ampio in cui collocarli, a mostrare i nessi della fede.
    Così, sul piano pratico, ci si interessa della singola preghiera e poco o nulla dell'iniziazione alla preghiera; oppure ci si interessa più di una scuola di preghiera che del ragazzo stesso che deve essere aiutato a crescere in tutta la sua vita. Non sono da sprecare molte parole per giustificare la scelta della globalità; mentre sono da orientare molte forze nel superamento di ogni forma di settorialismo. I fatti cristiani, appresi in modo episodico nella fanciullezza, possono ora non soltanto essere riscoperti, ma anche collegati fra loro.
    È un'opera importante e non dilazionabile.
    Si tratta, quindi, di iniziare al mistero di Cristo attraverso un contatto prolungato con la sua Parola, alla rilevanza della Chiesa nella storia di ciascuno attraverso un'appartenenza significativa, alla comprensione del mondo in cui si è inseriti attraverso un'esperienza più concreta e più diretta.
    Non è il momento di disegnare itinerari educativo-pastorali. L'affermazione del RdC: a La dissociazione tra fede e vita è gravemente rischiosa per il cristiano, soprattutto in certi momenti dell'età evolutiva, o di fronte a certi impegni concreti» (n. 53), traduce l'esigenza della globalità.
    Solo così da una pastorale «di manutenzione» è possibile il salto qualitativo ad una pastorale di «educazione».

    OPERARE IN TERMINI DI CONCRETEZZA

    Un'osservazione abbastanza comune da parte degli operatori pastorali che lavorano con i preadolescenti è la seguente: i ragazzi non sono facilmente accettati. Quando si ricercano i perché, molte sono le motivazioni che si portano. Il modo con cui si presentano i preadolescenti, proprio il loro stato preadolescenziale, è motivo di sconcerto e quasi di rifiuto.
    Tentando una descrizione al negativo, che gioca un ruolo quanto meno di sospetto nei loro confronti, si possono elencare i seguenti elementi: i preadolescenti vivono nel presente, ma anche proiettandosi nel futuro trovano conferma della loro situazione, uno stato di inferiorità.
    E noi solamente per l'evidente dipendenza economica ed affettiva, ma anche e sopra tutto perché sono «senza futuro».
    È più grande la paura che non la fiducia per quel che sarà domani, nonostante la spavalderia che manifestano.
    Gli adulti, poi, parlando male del futuro e lodando solo il passato, aumentano il disagio che li rende frequentemente irrequieti, disarmonici e goffi. In fondo noi adulti accettiamo più facilmente che si riscontri in noi una componente «da bambini», che non quella «adolescenziale»: la avvertiamo quasi come un'offesa.
    Questa età, che si trova immersa tutta nel guado, sembrerebbe senza prospettiva, se non abbandonando le caratteristiche che la individuano.
    Eppure la convinzione che ci anima è che ogni stagione ha i suoi frutti, ogni età esprime alcune dimensioni dell'esistenza di tutti, che superano l'orizzonte angusto di un periodo limitato nel tempo.
    Da qui l'esigenza di operare nella concretezza.

    Educazione ed evangelizzazione alla scoperta del preadolescente

    Le affermazioni poste sul frontespizio del rinnovamento pastorale della Chiesa non possono essere considerate «scontate» quando si parla di preadolescenti. Riproduco tre passaggi, che vanno riletti e inquadrati nel contesto dei preadolescenti.
    Paolo VI alla conclusione del Vaticano II osservava: «...la Chiesa ha sentito il bisogno di conoscere, di avvicinare, di comprendere, di penetrare, di servire, di evangelizzare la società circostante, e di coglierla, quasi di rincorrerla nel suo continuo mutamento...
    La Chiesa del Concilio, sì, si è assai occupata... dell'uomo quale in realtà si presenta: l'uomo vivo, l'uomo tutto occupato di sé, l'uomo che si fa non soltanto centro d'ogni interesse, ma osa dirsi principio e ragione d'ogni realtà. Tutto l'uomo fenomenico, cioè rivestito degli abiti delle sue innumerevoli apparenze...».
    Giovanni Paolo II nella Redemptor Hominis porta all'estrema conseguenza il principio metodologico del Concilio: «Si tratta dell'uomo in tutta la sua verità, nella sua piena dimensione. Non si tratta dell'uomo «astratto», ma reale, dell'uomo «concreto», «storico». Si tratta di «ciascun uomo»... ciascuno dei quattro miliardi di uomini viventi sul nostro pianeta...» (n. 13).
    Il documento sul Rinnovamento della Catechesi in Italia precisa: «Chiunque voglia fare all'uomo d'oggi un discorso efficace su Dio, deve muovere dai problemi umani e tenerli sempre presenti nell'esporre il messaggio. È questa, del resto, esigenza intrinseca per ogni discorso su Dio.
    Il Dio della Rivelazione, infatti, è il Dio con noi, il Dio che chiama, che salva e dà senso alla nostra vita».
    Devono diventare operative queste indicazioni quando si lavora con i preadolescenti.
    È concretezza preliminare ad ogni intervento educativo ed evangelizzatore esprimere un «grande si» alla vita del preadolescente, alla sua crescita, senza metterlo continuamente nell'occasione di ingaggiare una «guerra d'indipendenza»; combattere invece con lui, fianco a fianco, una «guerra di liberazione».
    Nessuno diventa cristiano o cresce come tale senza volerlo liberamente e tenacemente.
    Il «sì» alla vita del ragazzo esige di impostare un rapporto sulla fiducia e sulla speranza.
    Se la preadolescenza è un'età inquieta, insicura, portata spesso allo scoraggiamento, dato che il preadolescente scopre la propria debolezza ed insieme la propria responsabilità e i grandi desideri del suo cuore, è necessario aiutare questi ragazzi ad avere fiducia nella vita che si apre loro davanti. Attraverso la varietà delle esperienze, bisogna che il preadolescente si formi la convinzione che vale la pena impegnarsi nella crescita anche cristiana, perché non solo questa è una vita umanamente bella, in cui Dio stesso porta a compimento e trasforma la grandezza dell'uomo, ma è una vita possibile. E per renderla possibile c'è una sola strada concreta: convivere, cioè condividere, sentirsi solidali con il loro ritmo, accompagnarli costantemente.
    È necessaria la presenza.
    I molti interrogativi sull'identità del preadolescente abbisognano di educatori capaci di mettersi in ascolto e di aprirsi ai loro appelli, spesso non verbali.

    Valorizzare fattori e dinamismi tipici della preadolescenza

    La colpa non può essere tutta dalla parte del preadolescente, se, come si è affermato, diventando giovane perde ogni punto di riferimento, educativo e pastorale, precedente.
    Riconoscendo complesso il rapporto tra Chiesa e preadolescenti, bisogna non solo soffermarsi sulla crisi della preadolescenza, ma anche interrogarsi sul perché la Chiesa non riesca ad essere la Chiesa di tutti, dei ragazzi in modo particolare. Non valorizza, probabilmente, fattori e dinamismi tipici di questa età, che le faciliterebbero il rivedere i propri atteggiamenti e le proprie scelte.
    Di fronte ad una Chiesa tentata di arroccamento e di presentarsi troppo «religiosa», perché sicura di quello che possiede e perciò strutturata essenzialmente per i «senza problemi», i preadolescenti invitano ad immaginare una Chiesa che, proprio perché crede nell'incessante opera creatrice di Dio, vive la dimensione dell'«attesa» più che quella del «possesso», e diviene più pienamente fedele a Dio e a ogni uomo; si sente «germe e inizio» del Regno e non già compimento, immersa nella storia di ognuno, assumendone i dinamismi perché si realizzino alla luce della Parola.
    Ecco una serie di attenzioni necessarie.

    Forza e vitalità del dinamismo della scoperta

    Tutto un mondo nuovo si apre ai preadolescenti: nel campo della conoscenza, in quello dell'affettività e nell'ambito della socialità.
    Alla manìa iperprotettiva degli adulti e degli educatori deve subentrare la «sperimentazione guidata».
    Libertà e responsabilità personale sono due grandi temi che catalizzano i sogni del preadolescente alla soglia dell'adolescenza. Gli sbarramenti continui, il richiamo all'esperienza come unica certezza, la richiesta di «obbedire e basta», non solo da un punto di vista psicologico ma anche da quello educativo e pastorale, sono controproducenti.
    Quanto influisce una Chiesa che si sente in cammino, che si riscopre alla ricerca, che si rinnova con facilità e senza troppe nostalgie, che assume con gioia la novità incomoda, che non teme concorrenze dalla vita.

    Identità e progetto di sé

    Sono la vera chiave dinamica ed interpretativa dello sviluppo durante l'età della preadolescenza.
    L'autocomprensione, che nasce non dall'introspezione ma dal confronto con gli adulti e dalla partecipazione alla storia degli altri, evidenzia quanto peso ha con i preadolescenti l'orientamento.
    Si tratta di far emergere i tratti significativi della propria vita, aiutarli a maturare. È un'occasione propizia per esprimersi, da parte della Chiesa, con dimensione educativa.
    L'educazione ai valori trova qui le sue migliori possibilità.
    Si tratta di riscoprire nella maniera nuova e personale di cui il ragazzo diventa progressivamente più capace, anche con lo stimolo e l'aiuto della scuola, un concetto di sé, del mondo e degli altri «con Dio dentro», una realtà in cui sia inserita la presenza di Dio, attraverso la centralità e l'universalità del Creatore e del Salvatore, manifestata soprattutto attraverso l'opera di Cristo, nella Chiesa.
    Deve essere aiutato a fare le sue scelte e a fondare i suoi valori tenendo conto del «progetto» di Dio e in comunione d'amore con lui.
    Previene così la tentazione di «disertare», una volta cresciuto in età.

    Disponibilità ad una religiosità non ripetitiva

    L'esperienza pastorale conferma un'affermazione comune tra gli operatori: non ci sono molti spazi per i preadolescenti all'interno dell'iniziativa di rinnovamento ecclesiale. La proclamata transizione generazionale e socio-culturale, vissuta particolarmente dai ragazzi, resta in concreto senza conseguenze operative.
    Le modalità «adultiste» dal fare e del vivere la Chiesa restano le uniche espressioni proposte ai giovanissimi che stanno ricercando il loro posto nella comunità, mentre abbiamo bisogno di spazi di sperimentazione di ciò che è l'ecclesiologia conciliare, per verificare i frutti di cui è capace.
    Non dobbiamo dimenticare che i preadolescenti non sono dirimpettai della Chiesa, ma sono anch'essi protagonisti e costruttori di Chiesa, con le loro caratteristiche e con la forza dello Spirito che opera anche in loro.
    Questo in teoria: ma in pratica che cosa è che non funziona? Occorre ripensare, in rapporto ai preadolescenti, quelle realtà che riconosciamo come le funzioni e le mediazioni ecclesiali che definiscono la Chiesa come il luogo della fraternità, del servizio, del significato e della festa.
    Nel fascicolo di giugno di NPG n. 6/1982, Giorgio Borghi si interroga sulle condizioni di base per un riconoscimento dei ragazzi come «soggetti ecclesiali». Non basta, però, che il mondo dei preadolescenti trovi posto nella Chiesa, nelle sue realtà, nelle sue attività e funzioni. Meta più importante è il coinvolgimento che trasferisce la Chiesa all'interno del mondo del preadolescente. Ciò comporta che i ragazzi stessi siano abilitati a leggere la propria vita, le attese religiose, i bisogni di apertura al trascendente, le esperienze ecclesiali, in vista di una riformulazione simbolica, verbale e gestuale, operativa e culturale.

    I preadolescenti crescono nell'attenzione pastorale 

    Un ultimo elemento che acquista particolare importanza nel quadro della crescita del ragazzo e nella prospettiva della globalità e della concretezza è la sessualità. Va ricompresa innanzitutto come un «compito», in quanto riveste una funzione significativa all'interno del processo d'identità personale.
    L'armonia nell'esser uomo e nell'essere donna comincia la sua storia nella preadolescenza.
    L'assunzione serena in questo periodo di atteggiamenti e di comportamenti morali legati alla scoperta dei valori che liberano e maturano, fa l'equilibrio psichico e di carattere dell'adulto di domani,/
    Disadattamenti e compensazioni crescono quando la maturazione fisica non è accompagnata dall'apertura al rapporto sociale e alla donazione amichevole. La sessualità, in secondo luogo, va rivista dentro un «progetto» di maturazione. È evidente che il ragazzo subisce un insieme di condizionamenti che tendono ad isolare il problema dello sviluppo affettivo, ad esasperarlo fino al punto di proporre e far accettare il principio del tutto e subito ciò che fa piacere», con i rischi di sbandamento e di disintegrazione di cui la grande cronaca parla. E non si conoscono sempre così palesemente i drammi interiori. «Compito e progetto», parlando di sessualità, orientano mete e finalità, definiscono interventi, coordinano sforzi, presentano obiettivi: in altre parole impegnano adulti e ragazzi a saper affrontare le situazioni nuove dei processi formativi, mutati oggi, rispetto a quelli di non molti anni fa. Ricordano anche la forza di vita e di azione non sempre calcolata, racchiusa in essa; la forza di novità e di apertura, di capacità aggregativa e di comunicazione, da non sottovalutare e da non smorzare, in vista di una reale crescita umana e di una più accurata sensibilità dell'Altro-Dio.

    PROSPETTIVE CHE RICHIEDONO ULTERIORE APPROFONDIMENTO

    Un identikit di preadolescente?

    Non è suonato affatto strano o nuovo porsi più volte, nel cammino compiuto dalla rivista e durante le giornate del Convegno di L'Aquila, l'interrogativo: «Che cosa è la preadolescenza? Chi sono i preadolescenti?».
    Si concorda abbastanza nel riconoscere che alcuni elementi costituiscono un passaggio necessario durante il tempo della scuola dell'obbligo; quanto però a comporli in modo organico e definito perché rappresentino questo particolare tempo che segue la fanciullezza, suscita perplessità.
    Con considerazioni psico-sociali si è parlato dei preadolescenti raccogliendo attorno a due punti nodali tutta la problematica: il processo di desatellizzazione e la conseguente risatellizzazione.
    La crescita fisica e psicologica richiede indipendenza e considerazione, e porta a quei fenomeni risaputi di difficoltà e di contrasto, sia familiare che scolastico, che vengono chiamati appunto «desatellizzazione».
    L'aggregazione del preadolescente ad un gruppo, in cui il ragazzo cerca amici e compagni da cui venga considerato «uno uguale agli altri», costituisce il processo inverso e necessario di risatellizzazione.
    Sembra, ad una considerazione più attenta, che il descrivere il ragazzo partendo più dagli effetti, dai risultati (un primo allontanamento dall'istituzione famiglia per un secondo riavvicinamento al gruppo dei coetanei), anziché dalle esigenze più complessive e personali non riesca ad evidenziare le dinamiche che sottostanno ai processi di maturazione.
    Perciò una descrizione più positiva avrebbe bisogno di essere raccolta attorno ad altri nuclei, quali:
    a) nascita di un nuovo io, in un contesto culturale in cambiamento rapido;
    b) ricerca di rapporti omogenei e paritari all'interno di un gruppo di coetanei;
    c) autoprogettazione che richiede opera di orientamento da una parte ed adesione ai valori dall'altra.
    Ci si trova effettivamente in un arco di anni, dagli 11 ai 15, che subisce numerose variazioni, non tutte catalogabili in categorie precise.
    Ciò costituisce ulteriorecoltà nella composizione di un identikit. Che fare?
    Il problema ci sembra interessante e che vada in qualche modo verificato direttamente.
    I ragazzi non devono essere dimenticati.
    Perciò la Rivista si fa carico di una ricerca sul preadolescente italiano. Quando gli esperti, contattati dalla Redazione di NPG, avranno studiato la situazione e disporranno delle prime indicazioni, saranno portate a conoscenza dei lettori: nel frattempo sospende la rubrica preadolescenti.

    Dall'identikit all'azione pastorale

    Alcune rapide annotazioni esprimeranno già l'ampiezza del problema e l'urgenza d'intervenire tempestivamente.
    Ci si lamenta della mancanza di una pastorale organica e sistematica per i preadolescenti.
    Mentre il settore giovani ha un quadro di riferimento per un lavoro pastorale serio e programmato, al settore preadolescenti sono riservate molte «campagne annuali» con obiettivi stagionali, senza il conforto di una riflessione più approfondita e più aggiornata.
    Bisogna andare molto indietro nel tempo per trovare indicazioni di analisi e di presentazione del preadolescente in Italia, e dell'impegno pastorale da realizzare. Ci si chiede: «Come è possibile tradurre a livello di preadolescenti l'integrazione fede-vita, posta come finalità e compito della catechesi»? (cfr. RdC, nn. 52-54). Qual è il cammino pastorale?
    Le riflessioni e le indicazioni ecclesiali sono molto povere al riguardo.
    Urge, però, approfondire il tema anche per una seconda annotazione di esperienza.
    Molti operatori concludono la loro fatica pastorale quotidiana con i preadolescenti come gli apostoli sul lago: «Abbiamo lavorato inutilmente». È evidente la non-efficacia di tanti interventi.
    Sembra scontata la non-continuità d'impegno del preadolescente diventato giovane.
    Mentre questi ragazzi danno l'impressione di essere presi dal nostro ambiente, di essere entusiasti del nostro clima e delle molte iniziative per loro, posti o giunti al bivio, scelgono in modo discordante dalle premesse.
    Perché?
    la nostra tecnica che non funziona? sono i contenuti che offriamo che non convincono? è il modo di tenerli separati dalla vita concreta che li rende deboli e incostanti? oppure sono così diversi da come li pensiamo e da come li conosciamo? Comunque sia, la conclusione che abbiamo davanti impone una pausa di riflessione, per individuare meglio il ruolo e il servizio dell'adulto e dell'evangelizzatore.
    La pastorale ha un ampio campo da esplorare.
    Crediamo che le premesse poste dalla rivista, con gli studi già presentati e con la ricerca appena avviata, potranno sortire buon esito ed indicare alcuni itinerari educativo-pastorale con i ragazzi.


    T e r z a
    p a g i n A


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