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    Il gruppo punto unificatore per una esperienza di comunione


     

    PREADOLESCENTI

    Dalmazio Maggi

    (NPG 1981-08-73)


    Lo studio di Dalmazio Maggi sul gruppo punto unificatore per una esperienza di comunione, continua la trattazione sistematica sull'animazione di gruppo. La presentiamo nei suoi concetti essenziali. Fare gruppo e fare Chiesa non sono due realtà indipendenti, come non sono separate la promozione umana e l'evangelizzazione. L'amore personale è l'elemento centrale di ogni gruppo che si realizza solo in un crescente rapporto di amicizia tra i membri, ma è anche elemento centrale della Chiesa. Essa è tale solo se mette in cammino reale affettivo ed effettivo i suoi membri.
    Il compito pastorale della Chiesa tende alla salvezza di tutta la persona.
    La pastorale quindi per essere valida, oltre che tener presenti tutte le energie che movimentano la mente e il cuore del ragazzo, deve incarnarsi, adeguarsi alla mentalità, all'attività e al loro senso dì socialità.
    In questo contesto la catechesi dovrà partire dai problemi umani e la liturgia cercherà di risaltare quei valori umani aperti ad essa in modo specifico.
    Per realizzare questo il ragazzo ha bisogno di un piccolo gruppo-chiesa.
    In questo gruppo egli può arrivare ad un orientamento personale vocazionale, poiché può vivere i successivi e diversi ruoli che egli è chiamato ad assumere per realizzare il suo essere, crescere in Cristo e collaborare all'edificazione del Regno.
    Questo dinamismo vocazionale va ricercato nel quotidiano per cui il ragazzo verrà abituato a leggere dentro se stesso, per scoprire la volontà di Dio iscritta nella propria vita, a leggere negli altri per entrare nelle intime esigenze di sviluppo umano e cristiano dei fratelli.
    Nel gruppo-chiesa il ragazzo svilupperà la capacità di assumere i propri ruoli adeguati sia in rapporto agli altri sia in rapporto alla propria crescita.
    L'educatore da una parte farà in modo che il ragazzo assuma i diversi ruoli, secondo un'adeguata scala di valori, dall'altra favorirà il passaggio da un ruolo all'altro riducendo al minimo i ritardi.
    In un continuo dialogo-riflessione su se stesso e sugli altri il ragazzo potrà così orientarsi e maturare un progetto di vita, che sarà una risposta cosciente, libera alla chiamata di Dio.
    Il gruppo-chiesa può essere una risposta ai bisogni degli altri. Si può parlare di un bisogno fondamentale di sviluppo che comporta uno slancio comunitario verso i fratelli, ma questo esige per base la profondità di una formazione personale. Se lo slancio di preghiera e di azione si regge solo nel contatto del gruppo è fragilissimo: basta una frattura, un cambio di ambiente da parte del ragazzo e tutta l'esigenza pastorale ed apostolica può crollare. La maturità cristiana è anche questa capacità di decidere da soli. Se la comunità non crea delle personalità libere e autonome, fallisce il suo scopo.


    PREMESSA

    Spesso si constata che gli educatori-animatori, che lavorano quotidianamente a fare gruppo con i propri ragazzi, non si rendono conto esplicitamente di lavorare contemporaneamente a fare Chiesa.
    Si possono infatti verificare varie situazioni:

    Situazione del «prima...», «poi...»

    Si dice che occorre «prima» creare un clima di amicizia, «poi...»; che bisogna «prima» recuperare certi valori di autonomia, di socialità, «poi»... E dopo il «poi» risulta generalmente un nulla di fatto.
    Ci si incontra, si parla, si discute, si organizzano le attività più varie, senza mai presentare motivazioni e contenuti cristiani-ecclesiali.
    Si ha un programma ricco di attività fine a se stesse.
    Quando cambia l'animatore o il responsabile, generalmente crolla tutto.

    Situazione di ripiegamento intimistico

    Si nota uno stagnare del gruppo sul piano psico-sociale, con un continuo richiamo dell'essere insieme, del parlare insieme, del discutere insieme, senza mai presentare motivi e contenuti spirituali-ecclesiali.
    Si fa un gran parlare dell'amicizia, dell'essere amici di tutti, ma il più delle volte si arriva a rafforzare amicizie «a due», che si chiudono sempre di più.

    Situazione di separazione

    I due lavori, creare gruppo e fare chiesa, si svolgono paralleli, ignorandosi reciprocamente.
    Per far vivere il gruppo si organizzano attività varie, incontri per programmare il da farsi. Ad essi tutti sono presenti: la realizzazione di tali iniziative trova tutti entusiasti.
    Per far vivere la chiesa si propone qualche momento di riflessione, dopo le attività. Questo intervento è visto come il «solito» pensierino «buono», quando tutti pensano ad andare via.
    Anche quando si propone qualche momento di preghiera liturgica, il più delle volte viene realizzato o nell'anonimato di una assemblea «eterogenea» e «lontana», o in vista di attività di tipo diverso (gioco, film, ecc.).
    I due momenti sono posti in parallelo: il primo non dice nulla al secondo e viceversa.
    Generalmente quando finisce l'interesse per l'attività che caratterizzava il gruppo, termina la partecipazione al momento «formativo» e «di preghiera».
    Alla base di queste situazioni pastorali c'è una visione teologica «a settori separati e ben distinti»: la promozione umana da una parte e l'evangelizzazione dall'altra.
    Siamo tutti coscienti che la promozione umana (fare gruppo, creare amicizia...) ed evangelizzazione (fare chiesa, riflettere sul vangelo, pregare personalmente e in comunità...) sono attività distinte nel loro ordine.
    Questo però a livello «teorico» e di studio, perché sul piano pratico dell'esistenza sono strettamente connesse.
    Promozione umana ed evangelizzazione, sul piano pastorale, non indicano «due» preoccupazioni diverse, ma sono espressione di un «unico» atteggiamento spirituale di fronte alla storia e all'uomo, nel quale Dio già opera in modo salvifico per costruire la sua chiesa, è il suo regno, secondo una vera teologia dell'incarnazione.
    Si può affermare, nella tradizione educativa che si rifà a don Bosco, che la salvezza è salvezza di tutto il ragazzo e ogni esperienza è educativa ed evangelizzatrice, perché è vista come un momento di crescita della persona, redenta da Cristo.

    COME E PERCHÉ «FARE GRUPPO- È «FARE CHIESA» (1)

    Ogni educatore-animatore, che vuole incidere nella formazione dei propri ragazzi, tende a trasformare l'insieme di questi in un gruppo di forte coesione interna e di intensa interazione e vita sociale.
    Tutto questo è fatto per il bene della persona «totale», poiché il gruppo ben formato favorisce lo sviluppo di ogni membro, gli fa scoprire il suo ruolo nel gruppo di «oggi» e lo prepara ad inserirsi in un servizio specifico nella società e nella chiesa di «domani». Quindi una motivazione teologica ed ecclesiale esiste ed è operante nell'educatore-animatore.
    Il fatto doloroso è che molti educatori-animatori pensano che vivere nel gruppo, potenziare le capacità di ciascuno sul piano personale, metterle insieme e a servizio degli altri, non sia ancora cristianesimo vissuto, non sia ancora vivere la Chiesa.
    Ora per superare questo «doloroso» dualismo e far sì che «fare gruppo» sia una esperienza di chiesa, occorre che l'educatore-animatore abbia chiaro in mente che i dinamismi di sviluppo presenti nella dimensione psico-sociale sono innestati e vivi nel mistero della chiesa.

    Fare gruppo con gli amici è fare chiesa «quotidiana», (chiesa «feriale»)

    Illuminante questo orientamento del Capitolo Generale Speciale Salesiano (1971):
    «Una rinnovata azione di evangelizzazione e catechesi cerca ogni modo per innestarsi nella storia concreta di ogni giorno, cerca di cogliere e capire gli interrogativi che assillano il cuore dell'uomo, di vivere il processo di maturazione di ogni comunità umana, di illuminare l'esistenza con la luce del Vangelo non accanto o dopo, ma dall'interno dei problemi umani» (2).
    Il punto di incontro comune del fare gruppo e del fare chiesa è l'amore personale, che scopre nell'altro un valore che deve realizzarsi.
    L'amore personale è l'elemento centrale di ogni gruppo, che è tale solo se si verifica un crescente rapporto di amicizia tra i membri; ma è l'elemento centrale anche della chiesa che è tale solo se mette in comunione reale, affettiva ed effettiva i suoi membri.
    La Gaudium et Spes (nn. 35.36.38) ritrova su un piano più dottrinale questa continuità tra comunità e chiesa, tra dinamiche che fanno comunità tra gli uomini e dinamiche che fanno chiesa (3).

    Perché non viene abitualmente avvertita questa continuità?
    I motivi possono essere vari:
    - perché si è poco abituati a concepire la chiesa prima di tutto come comunità di coloro che si amano in Cristo.
    Il volersi bene è sentito come un dovere degli appartenenti al popolo di Dio, ma quando il volersi bene si realizza in una qualsiasi struttura e situazione (per es. in un gruppo, in una squadra...) non si pensa a chiamare «esperienza di chiesa» questa realizzazione.
    - Perché per lo più abbiamo della chiesa un concetto «astratto», fuori del tempo e delle persone «concrete».
    Usiamo delle belle immagini, usiamo delle parole suggestive e talvolta esaltanti (per es. «siamo una famiglia, la famiglia di Dio» e nessuno si preoccupa degli altri, anzi non si guardano nemmeno in faccia), ma prive di risvolto esperienziale.
    - Perché molti hanno della chiesa un concetto «culturale».
    Sono chiesa soltanto quelli che sanno pensare e parlare in una certa maniera, che leggono determinati documenti.
    Si tratta di una chiesa di élite, di addetti ai lavori e non la chiesa di tutti.
    - Perché molti hanno della chiesa un concetto «cultuale».
    Ci si sente chiesa nelle grandi occasioni, ma non nei momenti di vita «quotidiana».
    Il momento cultuale non parte dalla vita e non torna alla vita; non è vera liturgia, perché non è «culmine e fonte» della vita.

    È necessario convertirsi
    È necessario riscoprire e rivivere la teologia del: «da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se vi amate gli uni gli altri» (Gv 13,35) e quella del «lascia lì l'offerta davanti all'altare e vai a far pace con tuo fratello» (Mt 5,24), dove è anche accennato un ordine tra comunità di amicizia e comunità di culto.
    Ci dobbiamo abituare a considerare la chiesa prima di tutto come comunità di coloro che si amano e in mezzo ai quali c'è perciò Cristo.
    Ci può aiutare in questa «conversione» il Vangelo di Matteo (25,31-46) dove viene indicato un criterio di verifica «sorprendente», tanto da meravigliare gli stessi eletti.
    Di conseguenza ogni attività che sviluppi l'unione fraterna fra i ragazzi, il condividere qualcosa in clima di amicizia, forse anche condividere un'esperienza sportiva, quando l'elemento amicizia diventa sempre più cosciente nella modalità di Cristo, dobbiamo dire che lì si fa Chiesa.
    «Questa associazione di idee diventa più facile se prospettiamo le cose in termini di sacramento. Allora ogni amicizia vissuta in gruppo diventa manifestazione, estrinsecazione, segno vivo della misteriosa realtà del popolo di Dio. E questo nelle due direzioni: come espressione della invisibile realtà dell'unico popolo di Dio e come realizzazione progressiva di questa realtà; dovunque cresce l'amicizia fra gli uomini, cresce la Chiesa (4).
    Allora per un ragazzo comincia ad avere senso concreto, sperimentabile, realizzabile il dire: «Io appartengo alla Chiesa».
    Qui il discorso prima era solo nella mente dell'animatore di gruppo, poi si fa implicito nel realizzarsi del gruppo di amici e poi, in qualche fortunato momento. Diventa di colpo esplicita coscienza e quindi esperienza nella mente e nella vita dei partecipanti al gruppo.
    Questa esperienza fa coscienza di Chiesa e deriva dai frutti dell'amicizia in un gruppo.
    Se un gruppo è animato dall'amicizia, si sviluppano esperienze progressive negli appartenenti: l'unità dei valori comuni, il raccogliersi attorno a un capo, l'avere la stessa storia, le stesse gioie e gli stessi dolori, l'avere un proprio ruolo da coprire l'accorgersi che solo collaborando ci si realizza, il camminare insieme verso una meta comune...
    Ciascuna di queste esperienze può rendere piena di significato qualunque espressione con cui indichiamo la Chiesa.

    Non un «prima» e un «poi», ma un «mentre»

    Nell'esistenza quotidiana del gruppo-chiesa non c'è un «prima» e un «poi», ma un «mentre».
    Il gruppo si presenta ogni momento:
    - come gruppo-in, perché credendo nella incarnazione di Cristo, vive in un ambiente, dentro le situazioni di vita dei suoi membri e non accanto o sopra;
    - come gruppo-con, perché credendo di essere popolo di Dio, solidarizza con tutti gli altri, in un'unica storia, dove comuni sono le gioie e i dolori, le attese e le speranze;
    - come gruppo-per, perché credendo di essere parte attiva della storia della salvezza, è in atteggiamento di continua conversione per liberarsi e liberare. Vivendo l'esperienza di gruppo in questa modalità, gradualmente «la società umana è destinata a trasformarsi in famiglia di Dio».

    LA CHIESA «PER I RAGAZZI»- O «DEI RAGAZZI»-

    Il compito pastorale della Chiesa tende alla salvezza del ragazzo, di tutto il ragazzo.
    La pastorale quindi per essere valida, oltre che tener presenti tutte le energie che movimentano la mente e il cuore del ragazzo (coscienza-mentalità; attività-liturgia; socialità-comunione) integrandole continuamente, deve fare uno sforzo considerevole di incarnazione, adeguandosi alla mentalità, all'attività e al senso di socialità dei ragazzi.
    Si assiste a un continuo e assillante domandarsi che cosa fare per i ragazzi, per far superare loro il divario tra teoria (idee e concetti «adulti») e pratica (attività, vita da ragazzo).
    Questa rottura tra teoria e pratica è continua nel mondo dei ragazzi.
    Si annunciano spesso delle verità che si fermano alla superficie della coscienza e non formano mentalità perché disincarnate dalla vita reale, vissuta dal ragazzo. Talvolta sono verità di vita cristiana che proiettano continuamente al futuro, in maniera che tutto ciò che è presente viene sminuito e svalorizzato.
    I modelli che si presentano sono lontani dalla vita reale del ragazzo e non parlano al suo cuore.
    Si organizzano azioni liturgiche, prefabbricate o fatte per adulti, con un linguaggio «incomprensibile», con riferimenti continui a un tipo di situazioni umane (famiglia, lavoro, società e problemi connessi), distanti e spesso sconosciute al ragazzo, senza mai tentare l'incarnazione, partendo dalle situazioni che riempiono la vita del ragazzo (il gioco, l'amicizia, lo studio, le ricerche, ecc.).
    Infine si incrementano classi e gruppi di catechismo che rispondono per lo più ad esigenze di organizzazione e di prestigio (gare e concorsi di religione, ecc.) proprie degli adulti. Iniziative queste che non sono capaci di aiutare il ragazzo ad interiorizzare i valori cristiani, quando non incidono negativamente.
    Bisogna riconoscere che sono moltissimi i tentativi di iniziative per ragazzi. ma l'errore di fondo è che il ragazzo è considerato «oggetto» di evangelizzazione e mai «soggetto».
    Occorre realizzare una conversione «radicale» nella catechesi e nella liturgia.

    La catechesi

    La Chiesa italiana si è dato un orientamento chiaro nel documento «Il rinnovamento della catechesi», che non si presta a interpretazioni equivoche.

    Muovere dai problemi umani
    «Chiunque voglia fare all'uomo d'oggi un discorso efficace su Dio, deve muovere dai problemi umani e tenerli sempre presenti nell'esporre il messaggio. È questa del resto esigenza intrinseca per ogni discorso cristiano su Dio» (5).

    La Parola di Dio risposta ai propri problemi
    «La parola di Dio deve apparire ad ognuno come un'apertura ai propri problemi, una risposta alle proprie domande, un allargamento ai propri valori ed insieme una soddisfazione alle proprie aspirazioni» (6).
    La catechesi deve quindi partire continuamente dalla vita quotidiana, da quelle situazioni che sfidano ogni giorno il ragazzo.

    La liturgia

    Per quanto riguarda l'educazione liturgica, la chiesa ha dato degli orientamenti, che attendono una realizzazione tempestiva e creativa. Sono orientamenti per i fanciulli, ma, dal punto di vista metodologico, possono servire anche per i preadolescenti.
    - L'educazione liturgica deve avvenire «dentro» il processo generale di educazione umana e cristiana.
    «Questa educazione liturgica ed eucaristica non si può separare da quella generale, nel suo contenuto umano e cristiano insieme; una formazione liturgica priva di questo fondamento presenterebbe anzi dei riflessi negativi» (7).
    - L'educazione liturgica avviene facendo fare esperienza dei valori umani aperti in modo specifico alla liturgia.
    «I fanciulli, i quali hanno già innato un certo senso di Dio e delle cose divine, facciano anche, secondo l'età e lo sviluppo raggiunto, l'esperienza concreta di quei valori umani, che sono sottesi alla celebrazione eucaristica, quali l'azione comunitaria, il saluto, la capacità di ascoltare, quella di chiedere e accordare il perdono, il ringraziamento, l'esperienza di azioni simboliche, il clima di un banchetto tra amici, la celebrazione festiva» (8).
    - L'educazione liturgica avviene attraverso lo sviluppo di tutti i valori umani. «Spetterà alla catechesi eucaristica... favorire lo sviluppo di quei valori umani, in modo che i fanciulli a poco a poco, secondo l'età e le condizioni psicologiche e sociali, aprano il loro cuore alla intelligenza dei valori cristiani e alla celebrazione del mistero di Cristo» (9).
    In conclusione l'esperienza liturgica deve diventare «segno» comprensibile ai ragazzi e «azione creativa» dei ragazzi.

    DAL PICCOLO GRUPPO-CHIESA ALLA COMUNITA «TOTALE»

    Perché il ragazzo maturi in una visione cristiana di sé e della realtà, che deve essere consacrata dal di dentro, ha bisogno del clima di un piccolo gruppo-chiesa, in cui è inserito «attualmente», in cui si sente qualcuno, in cui incontra modelli «comprensibili», da cui mutua atteggiamenti e comportamenti, per cui si impegna e in cui fa l'esperienza dell'altro, visto con gli occhi del Cristo.
    Per farlo crescere occorre tendere ad aprirsi alla più ampia comunità ecclesiale. Ma la comunità «ecclesiale» (che raduna insieme) è tale quando all'interno vi siano persone che pur essendo in situazione di età, di condizione, di stato diverse, sospinte dallo Spirito sono in continua tensione a Dio e all'alto attraverso la mediazione del Cristo.
    É essenziale per un gruppo «ecclesiale», anche se di ragazzi, approfondire e ampliare il senso del contatto con gli altri.
    Gli altri possono essere i componenti di altri gruppi di coetanei, di gruppi di ragazzi più piccoli o più grandi, di adulti, visti, conosciuti e apprezzati non solo per le attività specifiche che svolgono e per cui si caratterizzano, ma per la comune qualifica di battezzati, inseriti nello stesso corpo mistico di Cristo, aventi un'unica speranza nella vita: la costruzione del Regno.
    Questo guardare agli altri, comprendere nella propria visione della realtà gli altri, può essere relativamente facile ed entusiasmante quando si tratta di «altri-vicinicoetanei», che hanno gli stessi interessi, che hanno le stesse aspirazioni.
    È anche più facile questo sguardo di comprensione quando lo si volge agli «altrilontani-coetanei-o-adulti», che hanno problemi e difficoltà, che non ci toccano nella carne viva, perché li possiamo affrontare in una situazione esistenziale totalmente diversa.
    Questa apertura agli altri può diventare difficile, quando si tratta di incontrare e comprendere «gli-altri-vicini-adulti», che possono avere interessi diversi, che si pongono problemi lontani dalla vita dei ragazzi.
    Anche nella comunità «ecclesiale» può sorgere e crescere un certo senso di diffidenza, soprattutto per diversità di età e di mentalità.
    Nel ragazzo nasce questo atteggiamento per vedere dei cristiani poco maturi, poco sicuri, che non danno con la loro vita modelli validi, in cui aver fiducia e talvolta anche per scoprire una vita «cristiana», vissuta, nel compromesso.
    Ma bisogna ammettere che la diffidenza il più delle volte, è negli adulti, che si sentono «attaccati» e «minacciati» nella loro tranquillità di coscienza da alcune visioni teologiche e pastorali nuove, più vicine alla mentalità dei ragazzi e dei giovani.
    Dato che per un processo, sociologicamente accertato, ogni gruppo a forte coesione interna tende a isolarsi e a difendersi da ciò che viene dall'esterno, che è visto come una minaccia della coesione, possiamo assistere, anche nella comunità ecclesiale, a una spaccatura, che porta i vari gruppi a chiudersi, a difendersi e a diventare «ghetto».
    Un problema pastorale impegnativo è come superare questa diffidenza e portare tutti ad avere fiducia e ad essere in ascolto dell'altro.
    I passi da compiere possono essere due.

    Fare un atto di fede in ciascun credente
    Il conflitto nasce perché non c'è fede nella presenza dello Spirito nell'altro.
    Si è portati a monopolizzare lo Spirito Santo e a considerare nell'altro solo quello che non corrisponde al proprio pensiero e che diventa immediatamente «negativo» ed «eretico».
    Il termine di confronto non è il Cristo, continuamente scoperto e sempre da scoprire, ma la propria «limitata» visione di Dio, degli altri e di se stessi.

    Riconoscere il ruolo «originale» e «necessario» di ciascun credente
    Tutti, grandi e piccoli, si devono sentire a proprio agio nella comunità ecclesiale, a cui appartengono di diritto per il battesimo.
    Nell'incontro e nell'interazione tra adulti e giovani cresce una vera comunità ecclesiale.
    Le due componenti sono necessarie ed essenziali. Se ne manca una non siamo di fronte alla comunità che vuole Cristo.
    È bene ricordare che «senza l'apporto giovanile, la comunità adulta si cristallizza e perde slancio creativo; senza la presenza degli adulti i gruppi giovanili perdono profondità, compromettono il futuro e cadono facilmente nel «giovanilismo» superficiale e improduttivo» (10).

    UNA CHIESA «ADULTA», CHE TESTIMONIA «NEL QUOTIDIANO» E CELEBRA «NELLA FESTA» LA SUA FEDE

    Partiamo da una costatazione.
    L'esperienza concreta e visibile che i più piccoli hanno della chiesa come comunità di adulti, è una esperienza «domenicale» o «delle solennità», dove prevale l'aspetto «culturale», talvolta l'aspetto folkloristico.
    Difficilmente il ragazzo può assistere a un'assemblea di cristiani adulti, che dimostrino con le parole e con i fatti di credere effettivamente:
    - che Cristo si è incarnato ed è dentro le situazioni di vita di ogni persona;
    - che siamo popolo di Dio e siamo solidali con tutti coloro che camminano accanto a noi;
    - che facciamo parte di una storia di salvezza e siamo tutti in atteggiamento di permanente conversione, di liberazione per noi e per gli altri.
    È urgente che qualcuno, in nome della comunità adulta, si presenti ai più piccoli:
    - aperto ai loro problemi,
    - in dialogo con le loro domande,
    - realizzatore dei loro valori,
    - soddisfacente le loro aspirazioni (11).

    VIVERE IN GRUPPO-CHIESA SIGNIFICA SCOPRIRE IL PROPRIO RUOLO-VOCAZIONE

    Nel gruppo-chiesa e per mezzo del gruppo-chiesa il ragazzo può arrivare ad un orientamento personale vocazionale.
    Infatti soltanto in questa situazione il ragazzo può vivere i successivi e diversi ruoli che egli è chiamato ad assumere per realizzare il suo essere, crescere in Cristo e collaborare al suo posto, riconosciuto e soddisfacente, all'edificazione del Regno.

    Il dinamismo «vocazionale- nel quotidiano: «il domani già da oggi»

    Occorre precisare il senso dinamico della scoperta della propria vocazione nella vita.
    Due testi particolarmente significativi sono il n. 15 della Populorum Progressio e il n. 16 della Presbyterorum Ordinis, nei quali si ribadisce il primato della persona, che rimane «quali che siano le influenze che si esercitano su di lui» l'artefice della propria riuscita e si esige uno sviluppo interiore di tutte le attitudini e qualità personali che porteranno a «quella libertà con cui Cristo ci ha liberati».
    Il cammino per raggiungere la maturità umana e cristiana, che si può compendiare nella libertà interiore ed esteriore, che permette di orientarsi coscientemente verso il proprio destino, è quello di saper «scorgere negli avvenimenti stessi -siano essi di grande o di minore portata - quali siano le esigenze naturali e la volontà di Dio».
    Si tratta di imparare a leggere dentro di se stessi, a dialogare con il profondo e intimo io. Questa lettura, se autentica, libera dai condizionamenti individuali e sociali e porta a scoprire la volontà di Dio, iscritta nella propria vita. Si tratta di saper leggere negli altri, di entrare nelle intime esigenze di sviluppo umano-cristiano dei fratelli.
    Occorre ribadire che si tratta di un incontro con l'altro, visto come persona, che non va mai cosificata e strumentalizzata al proprio egoismo.
    Questo atteggiamento intelligente e comprensivo di se stessi e dell'altro porta a «praticare una carità sincera», che non crea «facciate» dietro cui nascondere il proprio reale io, i propri intimi desideri, e che nei riguardi degli altri evita di fermarsi alla loro «facciata» esteriore.
    In tutto questo dinamismo maturativo della persona vi è sempre presente e in azione una forza, quella dello Spirito, che opera nel cuore di ogni fedele, anche ragazzo («ciascuno dei fedeli sia condotto nello Spirito Santo»).
    Il dialogo continuo con sé, con gli altri, con Dio può essere così sintetizzato: «Dio provoca l'uomo attraverso un segno, che si iscrive nella sua vita ordinaria, nella situazione sociale in cui vive, nella sua tradizione ancestrale. L'uomo risponde sullo stesso piano quotidiano, senza nulla di insolito o di soprannaturale. Allora la luce di Dio sprizza dentro la risposta dell'uomo» (12).

    Il gruppo e la maturazione «vocazionale»

    Lo sviluppo della capacità di assumere i propri ruoli (13)
    Un ragazzo non sarà in grado di assumere il suo ruolo maturo nella Chiesa se precedentemente e contemporaneamente non avrà appreso e di fatto non si sarà identificato con i ruoli naturali nella famiglia e nella società umana (figlio, fratello, compagno, membro di un gruppo...).
    Considerando la condotta del ragazzo «trasversalmente», vediamo che in ogni momento della vita egli deve giocare una varietà di ruoli: egli sarà allo stesso tempo figlio, fratello, allievo; membro di un gruppo, membro della Chiesa, ecc. Ora dato che ogni gruppo di appartenenza ha le sue esigenze, possono nascere dei conflitti nel ragazzo, che vede talvolta l'incompatibilità tra un ruolo e l'altro. Nel gruppo deve comportarsi da «ragazzo maturo» e ci si attende da lui un comportamento adeguato, indipendente affettivamente, valutativamente e operativamente, mentre nella famiglia è trattato come incapace di prendere decisioni da solo e quindi dipendente in tutti i settori, affettivo, valutativo e operativo. Anche nella chiesa è per lo più spettatore o «piccolo attore» per la felicità degli adulti. Compito dell'educatore-animatore perciò non è solo quello di fare in modo che il ragazzo assuma a suo tempo i diversi ruoli convenienti, ma anche quello di procurare che li assuma in forma gerarchizzata, secondo una adeguata scala di valori, dandogli così la base per la soluzione degli inevitabili conflitti. Considerando invece «longitudinalmente» la condotta del ragazzo, vediamo come il suo sviluppo lo obbliga ad assumere ruoli tali che ognuno di essi sorpassa i precedenti (per es. il ruolo di fanciullo-membro del gruppo è gradualmente superato dal ruolo di preadolescente-membro del gruppo).
    Riguardo a questo aspetto dello sviluppo il compito dell'educatore-animatore sarà quello di favorire il passaggio da un ruolo all'altro, riducendo al minimo il ritardo o la fissazione in ruoli che dovrebbero essere sorpassati.
    È questa la base umana per la maturazione sociale nella Chiesa.
    Una mancata maturazione in chi è rimasto nel ruolo di fanciullo, egocentrico e passivo nel gruppo, gli impedirà di assumere adeguatamente un ruolo attivo di cresimato nella Chiesa, anche se egli riceverà il sacramento corrispondente.

    La maturazione della capacità di un autentico donarsi
    L'assunzione dei vari ruoli in un gruppo di ragazzi può avvenire anche in modo superficiale, per cambiamento di situazione o di ambiente.
    per questo che, come base di un autentico ruolo, si deve procurare una corrispondente autentica motivazione, una energia che sostenga il proprio comportamento.
    La motivazione cristiana di base è la carità. La base umana, che lo rende possibile, è la maturità affettiva.
    Importanti componenti della maturità affettiva sono la capacità di fedeltà e il sentimento di appartenenza che sono due obiettivi da raggiungere, per permettere un profondo inserimento in Cristo e nella Chiesa.
    Il ragazzo svilupperà la sua capacità di fedeltà al gruppo e agli ideali del gruppo, imparando a collaborare con i suoi amici, sentendosi soddisfatto di questo stare insieme.
    Da questo sentirsi soddisfatto si sviluppa il sentimento di appartenenza, il sentimento del noi, che lo renderà corresponsabile e lo porterà a quel «piangere con chi piange, gioire con chi gioisce», che è la più alta espressione dell'amore cristiano.
    Lo sviluppo della affettività permette un superamento graduale dell'essere-conl'altro per arrivare all'essere-per-l'altro, che è vera carità cristiana. L'amore personale per l'altro, visto come valore, è pienamente aperto alla trasformazione cristiana.
    Il cristianesimo è essenzialmente amore a Dio attraverso il prossimo, amato totalmente e completamente («come te stesso»), e quindi è percepire nell'altro non più soltanto una personalità umana in via di realizzazione, ma un fratello in Cristo, membro della Chiesa con lo stesso destino eterno.
    L'essere-per-l'altro del cristiano diventerà essere-per-Cristo.
    L'essere-per-Cristo, vissuto giorno per giorno, trasformerà la realtà del ragazzo: il suo bisogno di appoggio e di salvezza verrà trasformato mediante la figliolanza e la fraternità (Battesimo, Eucaristia); la responsabilità che egli sente riguardo agli altri, sarà apostolato (cresima), che sarà esercitato in un continuo dialogo con il mondo.
    Soltanto vivendo una vita di gruppo il ragazzo potrà comprendere immediatamente e direttamente le richieste dei compagni, degli amici e dell'ambiente in cui vive.
    In modo graduale e mediato scoprirà il bisogno della sempre più vasta cerchia di uomini, che possono essere scoperti in ambienti e in situazioni totalmente diversi, ai quali si può dare una risposta valorizzando e «spendendo» le proprie doti. In un continuo dialogo-riflessione su se stesso (doti, interessi, valori) e sugli altri (bisogni; richieste) il ragazzo può «orientarsi» e maturare un progetto di vita, che sarà una risposta cosciente, libera e integrale alla chiamata del suo Creatore.

    Vocazione: risposta ai bisogni degli altri?

    «Oggi noi tendiamo a presentare la vocazione come una risposta ai bisogni del mondo. Anche la scrittura lo fa, ma prima dice chiaramente che l'incontro con un mondo povero e infelice, che ha bisogno di essere salvato e non può salvarsi da solo, sarebbe di per sé insufficiente per far capire ad un uomo che ha una vocazione da Dio, se questa visione dei bisogni del mondo non fosse già una visione soprannaturale, perché illuminata dalla fede e dal contatto abituale dell'uomo con un Dio che dirige lo svolgersi della storia» (15).
    La risposta personale alla propria vocazione può avvenire soltanto se le due direzioni del dialogo (Dio e gli altri) non vengono confuse ma nemmeno separate. La risposta al Cristo, che interpella giorno per giorno, resta sempre una risposta personale e in un contesto comunitario.
    Egli vuole salvare le persone inserendole in una comunità; ma questo contesto comunitario, anziché escludere l'incontro personale, lo esige.
    È sempre la persona che fa una scelta di fronte a Cristo che chiama: «chi vuol venire dietro di me, prenda la sua croce e mi segua», e seguire Cristo vuol dire lasciarsi possedere personalmente da lui.
    L'incontro con Cristo, quel Qualcuno che rivoluziona la propria vita, è frutto della decisione personale, e nessuno, per essere autenticamente libero e cosciente, può lasciarsi condizionare dagli altri, anche se si tratta del suo gruppo. Anche per la personalità cristiana si può parlare di un bisogno fondamentale di sviluppo che comporta uno slancio comunitario verso i fratelli (contatto), ma esige per base la profondità di una formazione personale (autorealizzazione). Se Io slancio di preghiera e di azione si regge solo nel contesto del gruppo è fragilissimo. Basta che il ragazzo cambi ambiente, basta che avvenga una frattura nel gruppo, e tutta l'esperienza spirituale e apostolica può crollare.
    La validità di un gruppo si misura dalle personalità che riesce ad esprimere. La maturità cristiana è anche questa capacità di decidere da soli, di camminare da soli: se la comunità non crea delle personalità libere e autonome fallisce il suo scopo.
    Oggi questa esigenza di autentica libertà in Cristo è fondamentale poiché il ragazzo e l'adulto si trovano continuamente di fronte a un pluralismo ideologico e religioso che fa smarrire le personalità deboli.
    Si esigono sempre più delle personalità-aperte-agli-altri «ma non «smarrite-neglialtri», delle personalità «comunitarie», ma non «collettiviste».

    NOTE

    (1) G. Negri, Fare gruppo è fare Chiesa, in Pastorale e dinamica di gruppo LDC 1969, pp. 31-39.
    (2) Capitolo Generale Speciale Salesiano 1971, n. 290.
    (3) G. Negri, o.c., p. 36.
    (4) G. Negri, o.c., p. 37.
    (5) Rinnovamento della catechesi, n. 77.
    (6) Rinnovamento della catechesi, n. 52.
    (7) Direttorio della Messa dei fanciulli, n. 8.
    (8) Direttorio della Messa dei fanciulli, n. 9.
    (9) Direttorio della Messa dei fanciulli, n. 9.
    (10) E. Alberich, Rapporto pastorale-adulti, pastorale-giovani, ciclostilato 1979.
    (11) Cf Rinnovamento della catechesi, n. 52.
    (12) M. Delabroye, La vocazione in Per una presenza viva dei religiosi nella Chiesa e nel mondo, LDC 1970, p. 153.
    (13) G. Dho, Fondamenti psicopedagogici della catechesi, in Educare vol. 3°, PAS Verlag 1964, p. 47-48
    (14) G. Dho, o.c., pp. 48-51.
    (15) M. Delabroye, o.c., p. 160.


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