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    L'animatore di gruppo e l'identificazione dell'adolescente con il mondo adulto



    Franca Amione

    (NPG 1980-06-48)

    Altri, in altre parti di questo dossier, hanno già commentato ampiamente e criticamente il Convegno diocesano adolescenti ed il documento da esso scaturito.
    Io qui intendo soffermarmi unicamente su alcune riflessioni di carattere psicologico, che sono emerse dalla lettura di questo interessante lavoro. E precisamente desidero centrare l'attenzione sulla figura dell'animatore, come emerge da dati raccolti, e sulle qualità del rapporto che un giovane animatore può offrire ad un gruppo di adolescenti. Per fare questo partirò da un concetto di adolescenza ideale, come se fosse qualcosa che sempre evolve in modo sereno verso la vita adulta, cercando di capire come ciò sia possibile e se sia mai possibile.

    L'adolescente e la sua tipica esperienza di comunità

    Mi sembra importante sottolineare che non esiste un metodo psicologico specifico per esaminare l'adolescenza, in quanto l'adolescente vive per lo più nel mondo esterno degli adolescenti e non è naturalmente né felicemente in comunicazione con l'adulto.
    Delle tre diverse comunità cui l'adolescente in parte aderisce, la comunità del bambino nell'ambito delle famiglie, la comunità del
    mondo adulto e la comunità degli adolescenti che si pone come comunità esterna tra queste due, cercherò di esaminare i Caratteri per arrivare al modo in cui l'adolescente si sposta avanti e indietro in queste tre comunità, durante il processo di sviluppo e di evoluzione della sua struttura interna.
    Inizierò descrivendo il mondo adulto nel quale l'adolescente tenta di entrare, quindi il mondo dei bambini che egli sta cercando di lasciare ed infine il mondo della adolescenza.

    L'adolescente davanti al mondo degli adulti

    Partendo dal punto di vista dell'adolescente, il mondo adulto viene considerato come se avesse il potere e il controllo del mondo intero. Agli adolescenti ciò non sembra dovuto a conoscenze o capacità, ma al possesso di una organizzazione di tipo aristocratico che ha come scopo principale di preservare il «potere» contro ogni intrusione. Da qui la sensazione che l'adolescente ha che tutti gli adulti siano ipocriti e autoritari, comunque in possesso di qualcosa che essi non hanno mai avuto diritto di avere: l'autonomia. Da ciò deriva anche la concezione che i bambini si trovano nella posizione di «servi», oppure tenuti nell'illusione che i genitori conoscano tutto e possono fare tutto.

    Il disprezzo dell'adolescente per gli adulti e i bambini

    L'adolescente si sente parte della comunità degli adolescenti che si pone tra queste due classi: gli adulti «aristocratici» che hanno il potere, i bambini che credono in essi come se fossero degli dei, o vivono «dipendenti» nell'illusione che gli adulti sappiano tutto. L'adolescente quindi si pone in una posizione di disprezzo nei confronti sia degli adulti che dei bambini, e dell'organizzazione del mondo che essi rappresentano.
    Centrale diviene quindi per l'adolescente il problema della conoscenza del mondo e delle capacità, attraverso questa conoscenza di manipolare e mantenere ordine nel mondo.
    Al momento della pubertà il bambino scopre che i genitori non sono divinità onniscienti e può permettersi di liberarsi da questo tipo di sottomissione ai genitori. Ma quando si libera da questa sottomissione ai genitori, come persone che sanno tutto, entra in un mondo di confusione e scopre che anche le parole non significano quello che dicono, che non contengono significato in se stesse, che hanno significati differenti a seconda delle persone che le pronunciano. Il ragazzo sente perciò di aver scoperto che il mondo degli adulti è un ammasso di ipocrisia, e ciò come conseguenza lo porta a dubitare di tutto. In questa crisi di identità e nell'acuta perdita dell'identità familiare, che il ragazzo sperimenta al momento della pubertà, ciò che è importante è la scelta, in termini metaforici, tra l'aversi fatto da sé o l'essere «figlio» dei genitori. A seconda dell'una o dell'altra scelta l'adolescente avrà un atteggiamento di rifiuto di ogni istanza adulta, oppure una accettazione evolutiva (io dipendo da te, ma per crescere) della propria situazione di non ancora raggiunta «adultità».

    L'adolescente tra regressione infantile e identificazione con figure adulte

    La decisione di accettare temporaneamente l'identità di un semplice adolescente nella comunità di adolescenti, oppure di essere un individuo isolato che si è fatto da solo, rappresenta una decisione cruciale per l'adolescente. E tale decisione spesso si manifesta con un costante movimento tra quattro differenti posizioni: andare indietro con l'essere bambino, avanti nell'essere completamente adulto, indietro con l'essere nel mondo degli adolescenti, fuori nell'essere in una posizione di isolamento, indietro, infine, nell'essere nella famiglia. Da questa descrizione ne risulta che un adolescente non è realmente ancorato in nessun posto: ogni sua partecipazione ad una di queste quattro comunità separate implica una disposizione mentale diversa ed è su questa base che insorgono poi le difficoltà di comunicazione tra adolescenti ed adulti.
    Da quanto ho fin qui detto, piuttosto schematicamente, emergono le due modalità fondamentali attraverso le quali l'adolescente opera il suo processo di crescita: una regressione, cioè un recuperare le sicurezze infantili di una identità ben nota, e la identificazione con figure adulte che possono fare da mediatori tra il suo stato di confusione attuale e il desiderio di superare tale confusione.

    Il ruolo delicato dell'animatore di gruppi adolescenziali

    Per soddisfare il proprio bisogno di regressione l'adolescente non deve uscire da sé, è sufficiente che recuperi le esperienze infantili personali, mentre per soddisfare l'altro bisogno, quello di identificazione deve poter trovare un modello adulto cui fare riferimento. Emerge dalla lettura del documento di Verona come spesso gli «animatori» siano adolescenti essi stessi perciò non in grado di proporsi come modelli. Se da un lato la presenza di un giovane con i giovani è positiva in quanto facilita le comunicazioni e la possibilità di accettare più facilmente i cambiamenti repentini di disposizioni emotive, dall'altro l'io ideale non può modellarsi su un altro adolescente, in quanto sottoposto alla stessa discontinuità di rapporti da cui l'adolescente cerca di uscire. Il rischio dal punto di vista psicologico, è ancora maggiore quando l'animatore vive il suo ruolo non con completa maturità umana e utilizza anche inconsapevolmente questo modello di vita come una fuga rispetto ai propri problemi adolescenziali non risolti ponendosi in una posizione di «falso» adulto.
    È necessario perciò, perché i bisogni di crescita dell'adolescente trovino un'adeguata risposta, affiancare alle specificità (la comunità degli adolescenti) una interazione con adulto o gruppi di adulti (la comunità adulta cui l'adolescente tende). Questo sarà tanto più possibile quanto più anche gli adulti non vivranno come comunità a sé stante, consapevoli della verità della loro posizione e quindi stereotipizzando il comportamento dell'adolescente come altro da sé, ma si porranno in una dimensione di ascolto, l'unica su cui si possa fare affidamento per una reale comunicazione.


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