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    A scuola ho costruito il giornale


     

    Enzo Francon

    (NPG 1980-07-75)


    Le iniziative che mirano ad avvicinare il ragazzo al mondo del giornalismo possono essere tante. Ne riportiamo una di particolare interesse.
    I redattori del settimanale cattolico locale «Nichelino Comunità», durante alcune lezioni scolastiche hanno illustrato agli alunni di diverse classi di due scuole medie, la «Manzoni» e la «S. Pellico» di Nichelino (TO), il procedimento per la composizione di un settimanale.
    I ragazzi stessi hanno potuto lavorare a fianco dei redattori nell'impaginazione e nella correzione delle bozze.
    Presentiamo per i suoi aspetti positivi questa iniziativa che ci è parsa coraggiosa e geniale, riportando anche alcuni commenti dei ragazzi e dei professori.

    Una redazione in classe

    Sabato l° marzo, «Nichelino Comunità» entra nelle scuole; due classi terze della Media Silvio Pellico e quattro della Manzoni si trovano a tu per tu con i nostri redattori. È certamente un fatto nuovo, un'esperienza viva: non la gita ad un giornale (per i pochi fortunati che riescono a farla nel triennio delle medie inferiori): qui non si viene a «veder lavorare» gli altri, qui si dovrà lavorare.
    I redattori illustrano come è nato «Nichelino Comunità», i suoi tre anni di vita, perché è nato e come si sostiene. I ragazzi sono subito interessati; sembra loro quasi strano che si parli con tanta chiarezza: «giornale dei cristiani»! E poi gli articoli, la prima pagina, i fatti e i commenti, la pagina per i giovani. Come è stato pensato il titolo, la testata, perché è piaciuto proprio «Nichelino Comunità». E ancora un po' di nomenclatura «giornalistica»: articolo di fondo, articolo di spalla, corsivo (il nostro Moscone), i caratteri di stampa, i titoli e le fotografie.
    Intanto l'attenzione cresce, gli occhi si sgranano quando si fan vedere il piombo e i clichés. Arriva l'intervallo ma non se ne accorgono; l'attenzione non diminuisce: vogliono saperne di più. Come si costruisce, in pratica, questo benedetto giornale? Per essi è l'ora della verità. Così vengono divisi in gruppi: alcuni correggono le bozze, altri, muniti di forbici e colla, procedono all'impaginazione. Il lavoro si va facendo sempre più «vivo»: quali articoli in prima pagina? Quali in terza? Nella «seconda», non c'è dubbio, vanno le notizie di cronaca, l'elenco delle offerte (senza di quelle come farebbe a sopravvivere il giornale?) e le foto dei defunti. Anche per la «quarta» non c'è problema: gli articoli sportivi e quelli che riguardano più specificamente i giovani. Le difficoltà arrivano quando si devono dare gli «spazi»; quante «colonne» per questo articolo? Quale «titolo» per questa notizia? E poi le dolenti note: la pubblicità. Qui si tratta non solo di trovare gli spazi, ma questi non devono «rompere» l'armonia della pagina, né spezzare articoli a metà; eppure tutti i «buchi» vanno riempiti, non bisogna lasciare spazi vuoti!
    I ragazzi sono al colmo dell'entusiasmo. In questo momento «costruiscono» qualcosa di loro; si sentono veramente importanti perché stanno vivendo attimo per attimo la nascita del «loro» «Nichelino Comunità». Sanno di fare un lavoro difficile e impegnativo: lo fanno con una serietà e un'attenzione veramente notevoli. Qualcuno gira con la macchina fotografica per «immortalare» questi momenti (svilupperanno essi stessi le loro fotografie, nei laboratori delle rispettive scuole); i visi attenti e felici di questi ragazzi che non vogliono interrompere nemmeno per un attimo il loro lavoro non si scostano dal «menabò», questa specie di mosaico che viene assumendo sempre più una sua precisa connotazione: le colonne si riempiono; un po' di stanchezza forse, ma quanta soddisfazione alla fine della mattinata.

    Cosa ne pensano i ragazzi

    Intervistare i ragazzi è un problema: tutti vogliono parlare, vogliono dire la loro impressione, e tutti insieme.
    «Secondo me questa esperienza è buona - dice Irene Giacchero (III L, Silvio Pellico) - perché oltre a farci conoscere come è strutturato un giornale, si conosce anche l'importanza degli articoli, secondo come sono impostati sul giornale». Patrizia Rizzo (III L, Pellico) sottolinea: «... ora riusciamo anche a leggere meglio un giornale perché, conoscendo l'importanza degli articoli, sappiamo dove sono e quali andare a leggere. È un'esperienza nuova, continua, praticamente non l'avevamo mai fatta».
    Sonia Viola (III O, Manzoni): «Il lavoro di questa mattina per me è stato molto interessante. A scuola in questi mesi abbiamo parlato molto di giornali, di come sono fatti, a che cosa servono. Questa però è stata un'esperienza nuova, molto concreta». Claudio Passarella (III L, Pellico): «È bello che il giornale sia entrato nella mia classe non solo come pezzo di carta, ma proprio costruirlo noi».
    Moccia Rosa (III L, Pellico) parla di questa esperienza «... che trovo molto interessante perché mi sento coinvolta in essa».
    A Fausto Negro (III L, Pellico) è piaciuto in particolare il «lavoro di gruppo». Alessio Milone (III L, Pellico) vorrebbe che «questa iniziativa si ripetesse in tutte le scuole».
    Il lavoro «vivo», fatto insieme e non raccontato o visto fare da altri piace ai ragazzi perché è in questo modo che riescono a penetrare fino in fondo nella realtà del giornale.
    Giuseppe Cavallo (III O, Manzoni) rileva a questo proposito: «Credo di aver imparato molte cose nuove. L'anno scorso sono andato alla Gazzetta del Popolo con la mia classe ma non ho capito molto; finalmente ho capito come avviene un'impaginazione... e poi mi sono divertito abbastanza».
    Anche Giovanna, Maria e Sabina (III F, Manzoni) esternano il loro entusiasmo per l'esperienza fatta: «Non avevamo mai visto così da vicino come si fa un giornale... anzi questo, particolarmente, l'abbiamo fatto noi. Però pensavamo fosse molto più facile... tagliare tutte queste strisce di carta e poi metterle a posto è stato un problema: c'era sempre uno spazio bianco o qualcosa d'altro che non quadrava. Insomma erano tutte cose che avevamo già discusso in classe; oggi però le abbiamo fatte in pratica».
    «Ho lavorato con molto impegno, dice Maria Tiengo (III L, Manzoni), e mi sembrava di essere già una giornalista». Per Teresa (III L, Manzoni) «sono state quattro ore in cui siamo stati tutti insieme, collaborando a lavorando sul serio. Sembrava un gioco, ci siamo divertiti e il tempo è passato in fretta». A Pier Frasconi (III O, Manzoni) il lavoro è piaciuto particolarmente «perché dovevamo impostarlo noi, e quindi è stato ancora più bello perché così si può vedere che cosa si può ricavare dalla nostra testa». Per Emy (III L, Manzoni) è stato divertente ed istruttivo.
    Massimo Sprocati (III L, Pellico): «...io credevo che impaginare un giornale fosse una cosa da nulla, invece...». Giusy (III L, Manzoni): «Mi sono resa conto del lavoro che c'è dietro un pezzo di carta stampata e dell'impegno di chi l'ha fatto». Dopo questa esperienza, Rosa Muccia (III L, Pellico) sottolinea: «...l'ho trovata molto positiva, anche perché ha accresciuto il mio interesse per ciò che prima non attirava la mia attenzione».
    Che il lavoro non fosse facile lo ha rivelato anche Marinella De Andreis (III O, Pellico), che dice: «A me è piaciuto fare il giornale fino a quando tutto era giusto; ma poi, quando si iniziava a sbagliare e dovevi staccare quasi tutto non mi piaceva più, perché mi faceva venire il nervoso». Ivano Castelli (Pellico): «... nell'impaginazione abbiamo trovato diverse difficoltà. La cosa che più ci ha fregato è stata questa: non avendo a disposizione l'articolo sulla benedizione della prima pietra da parte del Vescovo, della chiesa di viale Kennedy, abbiamo dovuto lasciare un certo spazio per l'articolo, e ciò ha provocato un black-out».

    Non sono mancate le delusioni

    Non tutte le ciambelle riescono col buco!
    D'altro canto pretendere un'improvvisazione piena, incondizionata sarebbe pretendere troppo, e soprattutto indice di conformismo o di sostanziale disinteresse. I ragazzi invece hanno reagito come... ragazzi: vedendo disattese alcune loro aspettative si sono immediatamente inalberati. Sintetizza molto bene questo stato d'animo quanto ha riferito D'Agostino Emanuela (III L, Pellico): «un 'esperienza simpatica e impegnativa, in quanto bisognava spremersi le meningi... e le fotografie, se su 2 o su 3 colonne... Insomma è stata negativa invece quando, aprendo il giornale «Nichelino Comunità», ho visto che l'impaginazione era del tutto digerente da come l'avevamo fatta noi! Questa è stata una cosa che a me e ai miei compagni non è andata molto a genio. Ma come? Noi abbiamo lavorato tanto per fare questo giornale, che quasi quasi la notte io me lo sognavo. E poi cosa mi vedo? Tutto l'ordine degli articoli cambiato e il mio lavoro andato in fumo!». Anche Di Vara Maria Pina (Pellico) è rimasta delusa per gli stessi motivi.
    Qualcuno invece è più drastico: «Mi dispiace solo che non si è pubblicato il giornale fatto da noi!» (Marcone Raffaele, III O, Manzoni); «... voi non avete preso in considerazione i nostri articoli e soprattutto i nostri titoli, che ci siamo tanto sforzati a farli» (Catanzariti Bruno, III O, Manzoni); «saremmo stati molto più soddisfatti se avessero pubblicato il giornale fatto da noi ragazzi» (Manuela Facciolo, III O, Manzoni).
    Scarrone Fabrizio (III O, Manzoni) spinge la sua critica ancora più in là: «...Per me questo lavoro è servito solo per imparare a costruire un giornale. Però sarebbe stato più bello se lo avessero anche fatto uscire. Forse avevano paura che gli rubavamo il mestiere?».
    Gabriella Paganin (III L, Pellico) riflette: «Siamo rimasti un po' delusi: era tutto combinato. Ripensandoci ci siamo detti: Eh già! Questo (articolo) potevamo metterlo qui. Perché non ci abbiamo pensato?».
    Infine, dopo la delusione, l'assoluzione: «...Infondo però è stata una bella esperienza, e poi come il giornale è stato realmente impaginato, in realtà è meglio di come lo abbiamo impaginato noi„ (Soletti Antonio, III O, Manzoni).
    Certo, sarebbe stato bello poter uscire in molte, moltissime edizioni; ma come fare? Avremmo senza dubbio accontentato i ragazzi, ma forse avremmo fatto saltare le casse di «Nichelino Comunità». L'importante però è che i ragazzi si siano resi conto del lavoro che hanno fatto e delle difficoltà, del tempo, dell'impegno necessari per «costruire» un giornale come il nostro. Questo risultato, io credo, l'abbiamo raggiunto.

    Tutti giornalisti

    L'aspetto più bello dell'intera vicenda è stato senza dubbio il coinvolgimento dei ragazzi nel lavoro che è stato loro proposto. Si sono sentiti tanto partecipi di questa esperienza che vorrebbero ripeterla, anzi svolgere questo lavoro professionalmente: fare i giornalisti. Lo esprimono con l'entusiasmo tipico dei giovani della loro età, con l'ardore dei tredici anni, con la passione di chi prova un'esperienza nuova che lo coinvolge.
    Carmela Di Carlo (III O, Pellico): «Mi piace tanto il lavoro del giornale e vorrei praticare questo lavoro». Così Marongiu Roberto (III L, Pellico): «Mi piace perché è un lavoro interessante...». Re Walter (III L, Pellico): «Mi piacerebbe ripetere questa esperienza in futuro, magari eseguirla come lavoro... Sì, come lavoro futuro fare il giornalista». Paradiso Donato (III L, Pellico): «...Poi è un lavoro che mi piacerebbe fare da grande. Vorrei fare il giornalista, da grande».

    Cosa ne pensano gli insegnanti

    Lo stesso entusiasmo che ha contraddistinto gli interventi dei ragazzi si ritrova nelle interviste rilasciate dagli insegnanti; questa esperienza ha indubbiamente lasciato un segno. Tra le interviste raccolte, ecco le più significative:
    Prof.ssa Elena Billò, preside della scuola Silvio Pellico: «La cosa che mi piace di più in questo tipo di esperienza è che si scende nel concreto: i ragazzi hanno ancora, nella preadolescenza, difficoltà di astrazione per cui mi pare fondamentale agganciare momenti teorici a fasi di realizzazione pratica, particolarmente valida quando consente di accostarsi al giornale, che resta ancora un emerito sconosciuto. Particolarmente valida la possibilità di confronto fra l'impaginazione fornita dai ragazzi e quella che verrà scelta, in modo da non lasciare come fine a se stessa l'esperienza di oggi».
    Prof.ssa Brussino (Matematica): «Credo sia stato un lavoro utile. In questi mesi con i ragazzi si è parlato spesso di giornale, ormai sono abituati a vederlo, qualcuno adesso lo legge abitualmente. Tutti però hanno ancora delle idee abbastanza vaghe. su come nasce un giornale; non si rendono conto delle difficoltà e del lavoro che c'è dietro a ogni foglio di carta stampata. Oggi lo hanno toccato un po' con mano. Inoltre è stato un'esperienza positiva come lavoro di gruppo».
    Prof. Brero Piergiorgio (Lettere): «La parte più interessante è il confronto diretto con la redazione: i ragazzi erano estremamente attratti dalla possibilità di incontra-. re chi prepara un giornale ed hanno seguito con estrema attenzione. La possibilità di impaginare li ha incuriositi e coinvolti in numero rilevante; purtroppo è ancora successo che qualcuno che è indifferente ed estraneo a scuola con noi è ancora stato ai margini. Interessante la correzione delle bozze come momento di applicazione concreta delle conoscenze ortografiche e grammaticali».
    Prof.ssa Fiorini (Lettere): «Un po' di tempo fa in classe abbiamo fatto un giornalino. I ragazzi quindi avevano già un po' di esperienza ed erano abbastanza interessati a questo tipo di lavoro. Inoltre ho trovato molto utile far fare ai ragazzi la correzione delle bozze: si è trattato di un prezioso esercizio di grammatica, visto da loro quasi come un gioco».
    Prof.ssa Grieco Maria (Lettere): «È stato un lavoro molto interessante, che ha permesso ai ragazzi di avvicinarsi alla realtà del giornale come protagonisti, non solo come osservatori».
    Prof. Costabile Antonio (Ed. Tecnica): «Ritengo questa come altre esperienze utile ai ragazzi per ritrovarsi e discutere di problemi ed argomenti a loro sconosciuti. E ritrovarsi con gente che non sia sempre la stessa».
    Prof.ssa Aimone Elsa (Lettere): «Ritengo che questa sia un'esperienza interessante e per gli insegnanti e per i ragazzi, in quanto li porta a confrontarsi su un terreno concreto. Penso però che tale iniziativa non dovrebbe rimanere un fatto isolato, ma divenire un fatto sistematico, poiché i ragazzi sono molto più portati per lavori di questo genere che non per l'acquisizione passiva di nozioni varie. Questo potrebbe essere un primo momento di una scuola che si fa attiva sotto diversi punti di vista».


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