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    Un itinerario di educazione alla professione



    Riccardo Tonelli

    (NPG 1976-12-87)


    1. ANALISI

    Nessuno può pensare che i suoi interventi, sul terreno della educazione alla professione come per qualsiasi altro progetto, siano l'unica proposta, una voce che scende in uno spazio di attenzione neutro, non ancora contaminato.
    I giovani hanno già la testa rintronata di mille proposte. Vivono immersi in un clima che già li ha educati a pensare al domani professionale in un certo modo. O sono condizionati, (da pressioni personali e strutturali) a progettare professione e lavoro, secondo schemi rigidi predefiniti.
    Educare significa, prima di tutto, decondizionare: far emergere le proposte che ci portiamo già dentro, valutarle in modo ampio e critico, esprimere nuove proiezioni con una creatività che investa realmente la responsabilità personale. Educare alla professione significa, perciò, in primo luogo, «analizzare». Che cosa?
    Suggeriamo tre direzioni, verso cui convogliare l'analisi.

    1.1 La situazione congiunturale e strutturale in cui viviamo

    Va compresa, in termini molto attenti, la situazione sociale al cui interno si vivono gli impegni e le scelte professionali: la disoccupazione incombente, le sue radici, le conseguenze che produce (si vedano gli articoli di Garelli e Vinci). Questa analisi può essere condotta:
    - attraverso lo studio di materiale serio (Informazione corrente e controinformazione);
    - attraverso il contatto dal vivo (situazioni vicine allo spazio vitale in cui il gruppo opera);
    - attraverso il contatto con persone presenti nel mondo del lavoro.

    1.2 Le motivazioni alla scelta professionale

    Se vogliamo costruire motivazioni impegnanti, capaci di sostenere una gestione del proprio ruolo in chiave. di liberazione personale e collettiva, bisogna incominciare a mettere sotto questione le motivazioni «spontanee», che uno si trascina sotto la pressione dei mezzi di comunicazione sociale, delle persone che ha incontrato, della sua famiglia...
    Il problema delle motivazioni richiede una doppia attenzione:
    - una correttezza sociologica: analisi serie delle spinte culturali e strutturali che il sistema sociale produce (si veda l'articolo di Garelli);
    - una correttezza psicologica: in quelle doti di autonomia-socialità-prospettiva, ricordate dallo studio di Tonolo.
    I compiti educativi a proposito delle motivazioni sono fondamentalmente tre:

    1.2.1 Far emergere le motivazioni spontanee, mediante un procedimento dialogico (dal superficiale di una persona, al suo profondo).
    1.2.2 Determinare una capacità di «realismo» nelle motivazioni. Per esempio: l'educatore deve prodigarsi per far prendere coscienza che la rincorsa al titolo di studio non comporta di fatto una posizione sociale migliore.
    1.2.3 Abilitare a nuove motivazioni. Prima fra tutte: la scoperta che è attraverso la personale qualificazione professionale che si può «lavorare per la liberazione» e la promozione degli altri (questo fatto comporta il passaggio dalla professione vista come «arrampicatura sociale», per far soldi o ottenere prestigio, alla professione come servizio sociale). Si vedano a questo proposito le pagine molto stimolanti di Vinci.

    1.3 Professione e progetto di sé

    Molti articoli (Mattai, Gianola, De Pieri, Vinci...) sottolineano il rapporto stretto tra progetto di sé e professione: la professione è luogo privilegiato in cui uno vive e costruisce l'identità personale.
    Queste affermazioni comportano i seguenti tratti educativi:
    - verifica circa l'esistenza di un «progetto di sé»;
    - verifica dei contenuti (valori) di questo progetto;
    - verifica del legame esistente tra professione e progetto di sé;
    - costruzione di una interdipendenza: dal progetto di sé alla professione; dalla professione al progetto di sé;
    - in una capacità di crescita continua: progetto di sé come forza dinamica (educazione-formazione permanente, iniziata, come abilitazione, sui banchi della scuola...).

    2. A CONFRONTO CON MODELLI

    Le proposte educative sono sempre mediate da persone: i «modelli» (le persone, a cui ci si riferisce e con cui ci si identifica) sono la prima e più incidente proposta di valori (o di disvalori).
    Se questa costatazione è vera, il rapporto tra professione e realizzazione di sé, il modo con cui il giovane definisce la propria realizzazione nell'impegno professionale, è determinato dai modelli con cui egli si confronta, di fatto.
    Da qui due importanti conclusioni:
    - la necessità di passare al vaglio critico i modelli spontanei
    - e l'urgenza di offrire all'interno del gruppo-comunità educante una rassegna di modelli veramente alternativi.

    2.1 Verifica dei modelli correnti

    La pubblicità offre una passerella di modelli professionali. Da essi trasuda un modo di definire la professione e la realizzazione di sé che, spesso, fa spavento, dal nostro punto di vista educativo.
    Educare alla professione significa perciò abilitare ad un atteggiamento critico (valutazione e giudizio) nei confronti di questi modelli.

    2.2 La comunità educativa come rassegna di modelli professionali

    Una proposta concreta e vicina al giovane è offerta anche dagli adulti che incontra nella comunità in cui vive (famiglia-scuola-comunità ecclesiale-gruppi). Essi sono professionalmente impegnati. In quale direzione? Con quale qualificazione? Con quale livello di realizzazione personale? Questi modelli dove centrano di fatto la loro realizzazione personale: nella professione che esercitano o in surrogati?
    L'educatore deve analizzare il modello educativo globale proposto dalla comunità (e dai singoli nella comunità), per valutare se esso tenda a far prendere coscienza al giovane della propria condizione socio-professionale oppure costituisca un'oasi tranquilla in cui il giovane può rifugiarsi, per compensare le frustrazioni subite nel quotidiano.

    2.3 Far incontrare modelli realizzati

    Certamente non è sufficiente analizzare criticamente i modelli di fatto presenti e ricorrenti. È urgente (estremamente urgente, in alcuni casi) far circolare modelli alternativi. È stato ricordato con insistenza anche da Vinci, quando ha sottolineato il bisogno di apprendere la solidarietà dal vivo: nel contatto con persone che vivono di fatto la solidarietà.
    Nella monografia abbiamo trascritto alcune «testimonianze», che possono far pensare. Sono però sempre «parole», per coloro che non ne conoscono personalmente gli autori.
    Le testimonianze diventano affascinanti e capaci di trainare, quando sono esperimentate, convissute. Quando le parole trovano conferma e credito nel volto simpatico di chi le pronuncia.
    Ogni programmazione educativa deve prevedere incontri con modelli, professionalmente realizzati e umanamente stimolanti.
    Aggiungiamo un particolare. Se non vogliamo riprodurre nei fatti la «divisione del lavoro» che contestiamo a parole, questi modelli devono rappresentare veramente tutte le collocazioni professionali: l'operaio non ha una dignità diversa dal professionista di grosso nome... Basterebbe meditare le pagine graffianti della lettera di S. Giacomo, prima di decidere chi invitare!

    3. VERSO UN PROGETTO

    L'analisi della situazione e il contatto con modelli significativi hanno la funzione di sollecitare la costruzione di un personale progetto, che abiliti ogni giovane a definire in modo autonomo (in confronto con valori oggettivi) uno stile di «progettarsi».
    Il compito dell'educatore (e della comunità educativa) consiste nell'interpretare le varie proposte, per cogliere un tracciato di fondo, orientativo. Il suo ruolo è quindi insostituibile. Non crediamo sia sufficiente né l'analisi attenta della situazione (educare non coincide con decondizionare); né la rassegna dei modelli (perché ogni mediazione è sempre ambivalente: va interpretata per diventare «significativa»).
    La monografia è fondamentale una proposta di progetto, soprattutto nella seconda parte.

    3.1 Quale progetto?

    Facciamo una proposta. Consigliamo agli educatori di elaborare il progetto educativo sulla professione, partendo dalle riflessioni di Vinci. Gli altri studi più «teorici» possono avere la funzione di arricchire, interpretare, amplificare i suggerimenti concreti. disseminati nel corso dell'intervista.
    Facciamo un discorso di educazione professionale, ma all'interno di un riferimento pastorale. Stiamo cioè vivendo l'educazione alla fede «dentro» l'educazione liberatrice e umanizzante. Nel progetto, il raccordo tra l'educazione alla professione (vita) e l'esperienza cristiana (fede) deve essere stretto, per giungere ad una reale integrazione fede/vita.
    Questo obiettivo comporta un modo di prospettare la vita (l'educazione alla professione «aperta» ai significati della fede: è quello che abbiamo ricercato in ogni proposta, anche senza giungere ad una tematizzazione esplicita dei discorsi); ed un modo di proporre-esperimentare la fede (il significato definitivo e normativo di ogni progetto d'uomo. Si veda, per questo, la parte conclusiva dell'articolo di Mattai).

    3.2 Anticipare il progetto nell'oggi educativo: gli atteggiamenti

    Educare alla professione non significa «parcheggiare» nell'oggi, in vista del domani. Questo diventerebbe alienazione.
    Il progetto deve considerare seri anticipi nell'oggi educativo: qualcosa da fare subito, per apprendere dal vivo il proprio domani professionale.
    In che direzione?
    Ritorna un discorso già tante volte ripetuto: gli atteggiamenti sono le abilitazioni acquisite che permettono di vivere l'oggi sulla direzione del domani.
    Ne abbiamo parlato a fondo: si veda l'articolo in 1976/79, con il lungo elenco, di atteggiamenti da far acquisire.
    Molti di essi sono riferibili direttamente all'educazione professionale.

    Per concludere, suggeriamo altri atteggiamenti, specifici del tema in questione:
    - Saper stare con gli altri.
    - Capacità di apprendere osservando l'altrui esperienza.
    - Capacità di servire il prossimo nelle cose che si fanno abitualmente.
    - Capacità di solidarizzare, di stare e di vivere autenticamente in gruppo.
    - Abilitazione ad una crescita permanente: una qualificazione mai raggiunta pienamente.
    - Continua capacità innovativa.
    - Lealtà nei rapporti interpersonali.
    - Presenza seria e impegnata, anche nelle cose apparentemente banali.
    - Capacità di comprendere i problemi degli altri e disponibilità ad intervenire. - Abilitazione ad un profondo e motivato calore umano, nei rapporti interpersonali.
    - Imparare a progettare per l'uomo e non contro l'uomo: nelle piccole e nelle grandi cose.
    - Attenzione e passione per la giustizia nei comportamenti e nei fatti, non lasciando passare inosservati comportamenti autoritari e emarginanti i più deboli.
    - Reazione immediata contro ogni forma di sfruttamento.
    - Allargamento continuo dei personali interessi.
    - Dimensione della globalità e capacità di collegare e unificare gesti e interventi anche diversi:
    - Disponibilità alla sofferenza e alla rinuncia, per realizzare un progetto personale di uomo-libero.

    PER CONCLUDERE

    Le cose dette richiedono una scelta di campo, un capovolgimento di prospettiva. Il ruolo professionale smette di essere vissuto come promozione individuale ed egoistica, come fonte di guadagno o di prestigio, per diventare luogo di liberazione di tutti.
    «L'idea-forza fondamentale, che può da sola imprimere una svolta alla propria vita, è la presa di coscienza della professione come vocazione e come servizio. Se ci si domanda come e dove si possono servire meglio gli altri (non se stesso, le proprie vere o presunte esigenze, i propri ideali e magari i propri sogni), determinate scelte professionali si impongono da sé e ne nasce conseguentemente un determinato stile nel vivere l'esperienza del proprio lavoro. Non vi è nulla, allora, di troppo modesto o di umiliante, di avvilente e di dequalificante, ma vi sono soltanto diversi modi di servire sino in fondo l'uomo, nello stile tipico del servizio, che è quello della sofferenza e della rinunzia di sé. Operare per gli altri, donarsi agli altri, è l'imperativo categorico di ogni scelta professionale che voglia porsi sul piano di un'autentica moralità. Una volta assunta questa decisione radicale, il resto verrà da sé e il lavoro diventerà necessariamente testimonianza di un modo non solo di operare ma anche e soprattutto di essere diversi. Da questo punto di vista non vi è struttura esteriore, per quanto disumana e alienante essa sia, che il cristiano non possa contestare e trasformare. L'essenziale è rendersi conto che la via per operare questa rivoluzione non è quella del moralismo spicciolo o della sola testimonianza individuale, ma quella che consiste nell'aggredire insieme strutture e coscienze, per trasformare le une e le altre a misura d'uomo, e aggredirle non come singoli ma come gruppi e come comunità».


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