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    La nostra pastorale giovanile e la pastorale liberatrice in America Latina



    Riccardo Tonelli

    (NPG 1976-11-07)

    In questi giorni, la comunità ecclesiale italiana è impegnata nello studio e nell'approfondimento del tema «promozione umana e evangelizzazione».
    Dalle conclusioni di questa riflessione nascono molti imperativi per l'azione pastorale. Note di Pastorale Giovanile è particolarmente attenta al tema, perché da anni propone un progetto di educazione dei giovani alla fede, capace di unificare i due termini, nella reale integrazione tra fede e vita.
    Crediamo, con RdC, che in questo modo di fare pastorale è in gioco «un vasto impegno di coerenza al Vangelo, dalla cui attuazione dipende la sorte stessa del cristianesimo, particolarmente presso le generazioni dei giovani».
    Come nostro contributo all'approfondimento del problema, offriamo questo studio sulla «pastorale liberatrice» in America Latina. Si tratta di un metodo di riflessione e di azione pastorale che ha saputo unificare radicalmente promozione umana e evangelizzazione, nella costante attenzione alle situazioni storiche.
    La vita delle Chiese locali è luogo di rinvenimento di temi teologici e pastorali. Dobbiamo quindi saper cogliere, nella fede, questa ricchezza ecclesiale. In questa reciprocità di ascolto, possiamo anche ricostruire una reale animazione missionaria, intesa (come scrivevamo nella monografia sulla missionarietà, 1975/78) «come scambio tra chiese sorelle».


    1. TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE E PASTORALE LIBERATRICE

    La comunità ecclesiale sudamericana ha elaborato «un modo nuovo di fare teologia», che va sotto il nome di «teologia della liberazione». Non si tratta di una scuola, a carattere univoco. Ma di una corrente globale, nel cui alveo si muovono direzioni diverse di sviluppo. Non è nostro compito analizzare gli orientamenti della teologia della liberazione, né di indicarne la genesi e i lineamenti attuali. Ci basta cogliere la sua animazione fondamentale, per collocare in questo quadro di riferimento le scelte con cui si qualifica quella che in America Latina definiscono come «pastorale liberatrice».
    La teologia della liberazione considera come suo luogo teologico la situazione di ingiusta dipendenza in cui si trova il continente sudamericano e guarda con attenzione la prassi di liberazione che gli uomini più sensibili stanno vivendo.
    Questo fatto interpella a fondo la fede: sia per comprendere in profondità in che consiste l'oppressione, rileggendo, a partire da questa situazione, i temi tradizionali relativi al «peccato» e alla salvezza; sia per comprendere l'appello all'impegno storico, in nome dei contenuti della fede. La lettura attenta della situazione storica permette un nuovo approccio ai dati della rivelazione e una riformulazione dei contenuti della fede. La «teologia della liberazione» è riflessione sulla prassi di liberazione, operata da una comunità cristiana impegnata nella liberazione, in vista di una «nuova prassi» di liberazione. La riappropriazione della fede stimola la comunità ecclesiale a cambiare la situazione di oppressione favorendo l'azione di liberazione, per cogliere nella sua radicalità la promessa di un futuro di salvezza. In questo contesto si colloca la pastorale. Essa vuole superare le due tendenze che hanno travagliato la comunità ecclesiale in America Latina.
    In primo luogo, la tendenza al dualismo pastorale. «Nel primo momento in cui la moderna pastorale si aprì alla prospettiva missionaria, giunse ad una certa reazione contro le attività della Chiesa, fatte di impegni temporali e sociali. Si temeva una diminuzione dell'evangelizzazione e del ministero apostolico. Si temeva uno svuotamento della forza della Parola e della testimonianza. Era in causa la trascendenza del messaggio cristiano. Si distinse così, in modo drastico, tra la comunicazione del messaggio in vista dell'evangelizzazione e l'azione sociale, la promozione umana. Questa venne considerata opera di supplenza».
    E, in secondo luogo, la tendenza al riduzionismo pastorale. Con la scoperta della teologia della liberazione, «la tentazione di molti fu di passare da una evangelizzazione allo stato puro, a identificare con la pastorale gli impegni di promozione e di liberazione temporale. In questa prospettiva, l'impegno del missionario che lavora con i poveri, consiste nello sviluppo, nella coscientizzazione, nella politicizzazione. Si rifiuta la necessità di un annuncio esplicito del messaggio cristiano».

    UNA EVANGELIZZAZIONE LIBERATRICE

    La pastorale liberatrice supera queste due tendenze e integra i valori di cui esse sono portatrici, in una dimensione unitaria: solo in una presa di coscienza ampia, motivata alla luce del Vangelo, delle situazioni di ingiustizia oggettiva, e solo in una reale prassi di liberazione, vissuta in modo solidale con tutti coloro che lottano per un mondo più giusto, trova significato, spazio e urgenza l'annuncio della salvezza di Gesù Cristo, in una esperienza cristiana non alienante.
    La comunità ecclesiale matura le dimensioni costitutive della sua pastorale. Essa è radicalmente liberatrice, proprio in quanto evangelizzatrice: - l'evangelizzazione è liberatrice perché il messaggio cristiano si formula come risposta di Dio alle aspirazioni dell'uomo e ai segni dei tempi;
    - l'evangelizzazione è liberatrice perché si colloca come punto di partenza, come contemporaneità, come meta di attrazione, di ogni impegno di promozione collettiva e di liberazione personale;
    - l'evangelizzazione è liberatrice per i suoi effetti intrinseci: una fede compromessa con Dio e con i fratelli, la trasformazione della società umana nel Regno di Dio;
    - l'evangelizzazione è liberatrice perché, trasformando la coscienza, permette a ciascuno di diventare soggetto della propria liberazione;
    - l'evangelizzazione è liberatrice, perché impianta la croce nel centro di ogni ingiustizia e di ogni violenza, indicando la dimensione più radicale e la prospettiva definitiva di ogni liberazione.

    2. LE COORDINATE DELLA PASTORALE LIBERATRICE

    L'analisi delle pubblicazioni elaborate nei Centri promotori delle attività pastorali in America Latina, permette di cogliere alcune coordinate, molto stimolanti.[1] Dal loro insieme, nasce il progetto individuato come pastorale liberatrice.

    UNA PASTORALE IN SITUAZIONE

    «La nuova pastorale si sforza di dare risposte concrete e globali, perché per essa il soggetto è l'uomo in situazione, che vive la sua realtà storica qui-ora. La sua salvezza si fa nella storia e implica necessariamente il proprio impegno e una testimonianza di vita conforme all'evangelo, nell'ambiente concreto della sua vita quotidiana».
    L'uomo-in-situazione è il soggetto della teologia e dell'azione pastorale. La riflessione sulla prassi e per la prassi, costringe a concentrare la ricerca delle vie nuove della pastorale sulle concrete situazioni di vita, in vista di una presenza nuova nella storia. Agli operatori pastorali dell'America Latina, non interessa «stare al passo della pastorale francese o tedesca», perché, «più importante che l'importare un sistema che ha funzionato in un altro paese, è sapere che tipo di pastorale conviene realizzare in America Latina e che strumenti usare preferenzialmente». Il movimento interiore è determinato dal rapporto tra realtà di vita e Parola di salvezza: dalla vita quotidiana alla fede, per una novità nella vita quotidiana. «La pastorale è l'incontro della Parola con una realtà. Il nostro rinnovamento pastorale è condizionato dalla fedeltà alla Parola e alla nostra realtà. Solo da questo incontro nascerà quell'azione pastorale di cui abbiamo bisogno».
    L'essere in situazione, con cui si caratterizza la pastorale, comporta l'esercizio di alcune «condizioni» pregiudiziali.
    - Le situazioni storiche debbono essere comprese in tutta la loro ricchezza esistenziale: richiedono quindi chiavi di lettura adeguate: «l'antropologia, la sociologia e in generale le scienze umane che ci aiutano a scoprire una realtà qui-ora, ci permettono di applicare i principi nel tempo e nello spazio».
    - La migliore e più efficace lettura della realtà è determinata dalla compartecipazione personale: solo colui che è consapevolmente nella realtà, può cogliere il suo più profondo movimento interiore. Nessuno strumento tecnico dispensa l'operatore pastorale da una integrazione alla realtà, nella sua globalità. «L'operatore pastorale deve essere capace di integrarsi nella situazione: non solo in un'opera, in una istituzione, ma in una situazione globale. Se egli non vi si radica, se non si sente a casa propria, non comunica con gli altri in una solidarietà vissuta e solida, non potrà far propri i problemi che la comunità gli pone, vi passerà sopra da osservatore».
    - Accettare le situazioni umane comporta, infine, il rispetto al loro ritmo naturale di sviluppo. La pastorale promuove l'evoluzione integrale di ogni uomo, dando a questo fatto un significato autenticamente cristiano, «in un pieno rispetto dei ritmi propri di crescita e di sviluppo».

    PASTORALE INTENSIVA E PASTORALE ESTENSIVA

    Nei documenti di Medellìn e nella letteratura successiva si parla di pastorale intensiva e di pastorale estensiva. La prima formula si riferisce alla formazione specializzata di élite e di militanti. La seconda riguarda invece il rapporto con la religiosità popolare delle masse.
    La comunità ecclesiale sudamericana ha scelto la convergenza pastorale di queste due linee: «Medellin confermò la tendenza di concepire la pastorale delle élites e la pastorale popolare come complementari e convergenti».
    L'affermazione di una correlazione intrinseca pone una serie di problemi pastorali pratici.
    In primo luogo è indispensabile maturare dei criteri di unificazione. «È necessario che nel concreto dell'azione un aspetto abbia riferimento all'altro: i gruppi apostolici e le comunità di base devono fare riferimento alla massa, essere in funzione di essa, proiettarsi al servizio di liberazione della massa. D'altra parte, la pastorale di massa deve essere personalizzata, tendere al consolidamento di gruppi comunitari, alla formazione di un laicato e ad un impegno nella Chiesa». Senza questa necessaria dialettica tra pastorale intensiva e pastorale estensiva, la pastorale oscilla a pendolo tra un élitismo senza impulso missionario e la massificazione senza identità cristiana.
    Il progetto richiede inoltre una fondazione teologica accurata e motivante. Non si tratta di fare una pastorale indefinita, eclettica, in cui si mescolano ecclesiologie diverse. Qual è il fondamento teologico capace di realizzare la convergenza tra pastorale intensiva ed estensiva?
    «Questa convergenza in America Latina è data dalla teologia della liberazione e dalla conseguente esigenza di una pastorale liberatrice. Le comunità di base e i gruppi apostolici devono restare al servizio della massa e della sua liberazione, facendo riferimento alla cultura e al cattolicesimo popolare. La pastorale popolare deve tendere a creare senso di Chiesa tra gli emarginati, creando strutture comunitarie e producendo un dinamismo di impegno politico nelle diverse dimensioni della liberazione». In questo spirito, la teologia della liberazione fa cogliere come «le tendenze europeizzanti di una critica alla religiosità popolare e quindi alla pastorale estensiva, sanno di una nuova forma di colonizzazione». La teologia della liberazione e il progetto pastorale che essa ispira spingono ad una «liberazione culturale» delle forme di religiosità popolare, accompagnando la crescita dei valori di fede presenti nel cattolicesimo popolare, «fino a dare ad esso tutta la sua forza liberatrice».
    L'accettazione della pastorale estensiva non è quindi un dato incondizionato. Comporta la comprensione della religiosità popolare « dall'interno e con simpatia », in vista di una vera evangelizzazione, rispettosa ed esigente: «comunicazione di valori religiosi, nuove motivazioni più umane e libere, interiorizzazione degli atteggiamenti religiosi e della formazione personale al di là delle pratiche esteriori».
    I mezzi che possono condurre a questa evangelizzazione della religiosità popolare, in vista della sua liberazione, si rifanno alla consapevolezza della forza critica presente nella Parola di Dio: nel progetto di salvezza, «è positivo ciò che libera l'uomo e lo umanizza, è negativo ciò che lo disumanizza e lo rende schiavo».
    Evangelizzare la religiosità popolare significa, perciò, sviluppare tutte le sue dimensioni implicite, compresa quella politica: «relativizzare le espressioni religiose che il cattolicesimo popolare invece tende ad assolutizzare, rendendosene schiavo; integrare nella espressione religiosa individuale la dimensione della solidarietà comunitaria e della fraternità, come parte essenziale di ogni gesto religioso; rivelare in ogni atteggiamento religioso la carica di protesta che esso ha, contro l'ingiustizia e l'oppressione».

    LA DIMENSIONE POLITICA DELLA PASTORALE

    Uno degli aspetti più appariscenti della teologia pastorale sudamericana è la rilevanza che in essa si dà all'impegno sociopolitico; o, meglio, la dimensione politica che assume tutto il progetto pastorale. In questo ambito, il rapporto con la teologia della liberazione è determinante: «Una teologia politica spinge ad illuminare gli elementi autenticamente sociali e politici della pastorale», facendo riscoprire come «gli atti pastorali hanno oggi una ripercussione politica».
    La Chiesa e la sua azione pastorale, sempre, hanno avuto un peso sociale. Il sociale è parte costitutiva di ogni realtà. La consapevolezza o la mancanza di coscienza riflessa non mutano il dato di fatto: ogni attività pastorale ha oggettivamente una dimensione sociale e quindi politica. La novità sta nella accresciuta coscienza di questo dato e, soprattutto, nel cambio di prospettiva con cui è vissuto: «La Chiesa ora interviene nel sociale non per salvaguardare i suoi diritti, ma per difendere e liberare l'uomo oppresso. La proclamazione del Vangelo coinvolge la promozione dei diritti dell'uomo oppresso».
    Alla radice di questa nuova dimensione c'è lo stretto rapporto che in America Latina corre tra «secolarizzazione» e «impegno politico»: una pastorale disposta ad accogliere la lezione della secolarizzazione sfocia necessariamente nella assunzione di una dimensione politica. «In America Latina, lo specifico delle modalità della secolarizzazione si esprime nelle preoccupazioni per lo sviluppo e la liberazione, con la loro conseguente politicizzazione. Secolarizzazione e politicizzazione sembrano coincidere. In effetti il politico e le sue ideologie appaiono in America Latina come un grande processo profano e secolare che rimpiazza l'influsso tradizionale del religioso».
    La politicizzazione si sviluppa prescindendo dal fatto religioso: in parallelismo o in opposizione con la fede. Una pastorale, attenta alla realtà, necessariamente si confronta con questa provocazione; avverte il rischio del dualismo o del riduttivismo. E così riscopre la rilevanza teologale che la liberazione possiede intrinsecamente; ed elabora un progetto consequenziale.
    Sottolineiamo alcuni elementi.

    Fede e impegno politico

    La fondazione che regge la spinta politica della pastorale non può essere di ordine pragmatico. Solo i contenuti della fede possono motivare adeguatamente le scelte qualificanti della teologia pastorale. Si può giungere alla affermazione della dimensione politica di ogni fatto pastorale, solo per una motivazione teologica. La prassi storica di liberazione costringe la fede a reinterpretarsi e a ricomprendersi. Non è la prassi di liberazione che motiva la dimensione politica della pastorale; ma la riscoperta della fede, operata sotto la provocazione della prassi storica.
    «È proprio della pastorale che annuncia il Vangelo per l'oggi, proclamare un messaggio di liberazione integrale dell'uomo. Questa liberazione sarà totale nel Regno definitivo, quando l'uomo verrà liberato dal peccato e dalla morte; è provvisoria e storica invece, ma il più possibile somigliante al Regno, nella società attuale. Annunciando la liberazione evangelica, la Chiesa denuncia l'ingiustizia sociale e esige una società migliore. Proclama, nello stesso tempo, la speranza di una promessa alla società e la necessità di una conversione personale». In questa direzione di riflessione, «la pastorale comincia a comprendere che l'evangelizzazione liberatrice e il giudizio critico-profetico della Chiesa sulla società ingiusta, ha una necessaria implicanza politica».

    Distinzioni nel concetto di «politica»

    L'assunzione di una esplicita dimensione politica nella pastorale può condurre ad indebite ingerenze della comunità ecclesiale nella gestione del potere sociale o può svuotare la specificità dell'annuncio cristiano, ridotto al rango di una ideologia politica. I rischi sono tutt'altro che retorici: basta la lettura di molte situazioni storiche, per convincersene. Per superare queste tendenze pericolose, la riflessione pastorale si fa particolarmente attenta. Vengono avanzate due importanti precisazioni. «Distinguiamo tra politica (azione esercitata nei centri di potere) e partitismo come militanza in una formazione politica determinata, in vista della conquista del potere. La pastorale ha una dimensione politica fondamentale nel primo senso. Senza abbandonare lo specifico della sua attività, che è la proclamazione del Vangelo, affermiamo che la pastorale non è un atto politico, ma ha ripercussioni socio-politiche».
    L'annuncio del Vangelo quando si fa «nella storia» con una matura contemporaneità all'uomo concreto, ha una necessaria rilevanza politica. È un fatto politico in sé, proprio nei termini in cui assolve la specificità della missione della Chiesa. «Quanto più la Chiesa assume la sua missione profetica, senza entrare nei problemi tecnici, quanto più assume la sua vocazione sociale, quanto più entra con coraggio nella storia, la sua profezia, la sua ispirazione, la sua azione pastorale, comincia a produrre terremoti nel settore politico».

    La coscientizzaizone come metodo privilegiato

    Il metodo ha un legame molto stretto con i contenuti di cui si fa interprete. Nella prassi di liberazione, la pastorale privilegia il metodo della «coscientizzazione», perché corrisponde alla specificità della sua missione. La coscientizzazione è però un reale fatto politico: «a coscientizzazione dice relazione diretta al fenomeno del cambio sociale. Comporta il superamento definitivo della concezione idealistica che vuole cambiare l'uomo senza cambiare il suo mondo. Cambio dell'uomo e cambio delle strutture sono due elementi dialettici che si implicano reciprocamente». La coscientizzazione non è un fatto solo intellettualistico. Essa comporta il rapporto riflessione-azione. E, per la sua verità, dice intrinseca relazione con la storia. Nella storia, la coscientizzazione si fa azione e prassi. «Si tratta di una pedagogia per un uomo chiamato a scoprirsi oppresso; è un cammino verso la conquista della libertà. Se l'uomo non decide di immettersi nella storia per trasformarla, non si può chiamare coscientizzato».

    UN'AMPIA ESPERIENZA COMUNITARIA

    «Nella comunità cristiana di base si realizza un felice incontro tra la risposta sociologica ad un continente progressivamente disintegrato, che richiede a tutti i suoi livelli profani la promozione di comunità, e la risposta teologico-pastorale al compito che la Chiesa ha di attualizzarsi in forma di comunità di fede, di amore, di impegno».
    L'esperienza comunitaria è essenziale al cristianesimo. «Oggi, almeno in America Latina, la parrocchia è di fatto sociologicamente enorme; e questo comporta una crescente difficoltà di rendere visibile la comunitarietà e lo specifico dell'essere Chiesa». Partendo quindi dal pluralismo di modalità in cui si può vivere l'esperienza comunitaria e dalla necessità che la risposta sia storica, rispondente cioè alle condizioni oggettive di un determinato ambiente, la comunità ecclesiale sudamericana ha potenziato le cd. «comunità di base». «Esse permettono meglio di esplicitare lo specifico della Chiesa: servizio come modo di esercizio dell'autorità, comunione al posto di subordinazione, unità nella carità invece di unità nella uniformità e nella disciplina, un esercizio di libertà nella vita di fede e nella liturgia...».

    UNA SPIRITUALITÀ PER LA LIBERAZIONE

    «I principali teologi della liberazione latinoamericana, preoccupati per la fede e non solamente per i problemi di efficacia della prassi, concordano nell'affermare che l'esperienza dell'impegno per la liberazione ha introdotto i cristiani in un mondo culturale diverso». Da questa costatazione nasce una conseguenza importante per la pastorale:[2] «La liberazione non è solo un problema di efficacia temporale o di etica, ma è fondamentalmente una questione di spiritualità. Parallelamente ad una teologia della liberazione abbiamo bisogno di una spiritualità della liberazione. L'impegno di liberazione, e, al suo interno, questo preminente compito sociopolitico, come ogni attività del credente, debbono essere non solo un'occasione per rendere concrete le esigenze della fede e per applicare i postulati della carità, un contesto in cui raggiungere la salvezza, ma debbono prospettarsi come luogo d'incontro con Dio e, conseguentemente, d'ispirazione della propria vita teologale e contemplativa. La liberazione è luogo d'incontro storico e teologico-spirituale delle dimensioni politiche e contemplative del cristiano».
    L'orizzonte globale che definisce la spiritualità della liberazione è determinato dalla necessità di unificare contemplazione e impegno. «Urgente è la sintesi fra il militante e il contemplativo, affinché la fede dell'uomo d'oggi non si alieni dalla vita e dalla storia che gli è toccato in sorte di vivere, o, nella peggiore delle ipotesi, non svanisca come un fatto insignificante». Questa unificazione comporta la necessità di reinterpretare, alla luce della nuova situazione storica, i valori perenni dell'esperienza cristiana. «Il cristiano deve rivalorizzare nell'evangelo tutto quanto lo aiuti a stimolare questi atteggiamenti (l'atteggiamento spirituale del cristiano impegnato in cambiamenti rivoluzionari, anche in quelli che seguono una dialettica di lotta di classe, è quello di fare in modo che essi sfocino nella riconciliazione) e, nello stesso tempo, sprigioni la luce pasquale, di passaggio dalla morte alla vita, sulla storia attuale. Questa spiritualità per un tempo di cambiamento farà uscire la fede del cristiano impegnato dall'emarginazione e dall'isolamento, aiutando!o a crescere e a fare di questa fede sale e luce efficaci nella società in mutamento».

    I valori fondamentali

    Alla base di questa spiritualità stanno alcuni dati teologici fondamentali; essi orientano le linee della teologia pastorale. «Possiamo cogliere queste caratteristiche in certe intuizioni fondamentali sulle quali si basa tale spiritualità. Innanzitutto, l'intuizione che la conversione a Dio e l'impegno di fedeltà a Cristo passano attraverso la conversione al fratello e l'impegno di dedizione al servizio di coloro che patiscono qualsiasi tipo di oppressione. Inoltre, la convinzione che esiste un intimo rapporto tra la storia della salvezza e la vera liberazione dei poveri; che la salvezza in Gesù Cristo, offertaci nella storia, passa, senza mai esaurirsi, attraverso questa liberazione, e che impegnarsi in essa equivale a collaborare con Cristo redentore ed entrare nella sua opera di salvezza. La terza intuizione di questa spiritualità consiste nella convinzione che gli impegni di liberazione siano come una anticipazione e una introduzione, al regno di Dio, regno di giustizia, di fraternità, di solidarietà. L'azione liberatrice, in questa spiritualità, contribuisce a creare una società in cui prevalgono tali valori. La quarta intuizione è quella di considerare la prassi liberatrice, nel senso dell'attività che trasforma la società a favore degli oppressi, come una delle forme storiche più significative dell'esercizio della carità cristiana. Si è coscienti che l'amore debba diventare efficace, incarnarsi, e che la prassi liberatrice è una delle strade di questa efficacia della carità. La quinta convinzione sulla quale si poggia questo atteggiamento spirituale, è quella del valore della povertà, intesa soprattutto come reale solidarietà coi poveri. Questa solidarietà vuole non solo condividere una situazione ma, soprattutto, partecipare alle lotte per la giustizia, giungendo ad accettare la persecuzione come una forma di povertà e di identificazione con Cristo, e considerando le forme di lotta per la liberazione come espressioni d'impegno nella carità».

    Una spiritualità biblica

    Questa spiritualità ha una radice profondamente biblica. Si innesta nella spiritualità dei profeti, del Cristo, degli apostoli, tutta centrata sulla contemplazione come esperienza di Dio e sull'impegno per i fratelli. Questi temi richiedono però una reinterpretazione che li spogli dalle sovrastrutture culturali di cui sono stati spesso rivestiti, con la conseguenza di alienare il cristiano dall'impegno reale e storico. «La riflessione ci spinge a riformulare, o almeno a completare, il concetto di contemplazione, conservandone tutti i valori tradizionali, soprattutto il valore della gratuità che le impedisca di essere strumentalizzata per fini profani o anche apostolici. Non si tratta di mettere la preghiera contemplativa al servizio della liberazione, bensì di farne emergere tutte le virtualità, nel nostro caso la sua dimensione di impegno».
    Interessante, in questo contesto, è la centralità affidata al tema biblico del «deserto», capace di unificare realmente contemplazione e impegno. «Il deserto è stato prospettato in riferimento quasi esclusivo alla vita mistica e di preghiera. (...) Se vogliamo recuperare l'autentico concetto della contemplazione cristiana, che sia significante per i credenti impegnati nell'azione liberatrice, dovremmo estendere l'esperienza del deserto anche all'incontro di Cristo col fratello, nel piccolo. Lo stesso atteggiamento contemplativo del deserto è unito a tale impegno. Se il deserto forgiò i grandi profeti, l'attuale profetismo in America Latina richiede pure l'atteggiamento contemplativo del deserto. La volontà di "uscire da se stessi" per incontrarsi con l'Assoluto e con l'autentica realtà delle cose, propria del deserto, permette al cristiano di "uscire dal sistema" come società ingiusta e ingannevole, per denunciarla e rendersene libero. Se il cristiano non "si ritira nel deserto" per uscire interiormente dal sistema, non diventerà libero e profeta per liberare gli altri. Se non fa silenzio in se stesso per vanificare le "parole dell'oppressione" e ascoltare la parola della verità che ci fa liberi, non potrà trasformare il suo ambiente profeticamente e politicamente».

    3. LA NOSTRA PASTORALE GIOVANILE ALLA SCUOLA DELLA PASTORALE LATINOAMERICANA

    Una lettura attenta delle pagine precedenti ci porta ad una costatazione conclusiva: molte delle situazioni che interpellano gli operatori della pastorale giovanile italiana, hanno un riscontro interessante in America Latina; per questo la «pastorale liberatrice» può insegnare qualcosa alla nostra pastorale.
    Certo non possiamo fare dei trasferimenti di dati, in modo deduttivo e acritico. Ripeteremmo lo stesso errore denunciato in America Latina, a proposito del suo rapporto con la teologia pastorale tedesca o francese. Ma c'è materiale per un'ampia reinterpretazione, per un confronto ed una riflessione, suggeriti dalla lettura di situazioni e di soluzioni.
    La iniziamo noi, sottolineando qualche aspetto. Il grosso del lavoro è però, come sempre, nelle mani degli operatori diretti.

    EVANGELIZZAZIONE E PROMOZIONE UMANA

    La pastorale liberatrice ha trovato l'integrazione di due termini, evangelizzazione e promozione umana, che spesso rimangono ancora troppo distaccati o alternativi nella nostra pastorale.
    L'evangelizzazione è in se stessa «liberatrice», quindi fatto serio, politico, di promozione umana, sia nella scoperta attenta dei suoi elementi costitutivi (l'annuncio della salvezza in Gesù Cristo è il dato promozionale più radicale), sia come momento decisivo di ogni processo di promozione umana, motivato sulla fede e vissuto in un continuo confronto con la fede. L'integrazione tra evangelizzazione e promozione umana, nella pastorale liberatrice, è raggiunto per merito di una teologia capace di esserne un reale supporto. Dalla riflessione sulla fede, nasce un modo di progettare la pastorale.
    È questo il punto nodale di molti operatori pastorali italiani. Si trascinano una mentalità teologica che non ha ancora superato le secche di un soprannaturalismo dualista (con separazione/opposizione tra il fine naturale e quello soprannaturale dell'uomo) oppure hanno abbracciato in modo acritico le teologie secolarizzate oggi ricorrenti, con i rischi di riduttivismo che comportano.
    Una pastorale, non teologicamente motivata (o motivata in modo non ortodosso), difficilmente può far concludere all'integrazione reale tra evangelizzazione e promozione umana e tra fede e vita. Nel cuore (e nella prassi) dell'operatore pastorale affioreranno sempre contrapposizioni e alternative, poco «cristiane».

    RAPPORTO TRA MASSA ED ÉLITE

    Il secondo elemento che vogliamo sottolineare è determinato dal modo con cui, in America Latina, hanno compreso il rapporto tra «massa» ed «élites»: tra pastorale estensiva, come dicono loro, e pastorale intensiva. Anche nella pastorale giovanile italiana questo problema è serio e bruciante Molte volte ci troviamo a dover scegliere tra la cura di piccoli gruppi, impegnati e disponibili, e le grosse masse giovanili, apatiche e così restie ad ogni proposta.
    Spesso, inoltre, ci interroghiamo sul significato che possono assumere le varie «tradizioni» pastorali, dominanti fino a poco tempo fa: la pietà devozionistica e gli atteggiamenti relativi, le manifestazioni religiose popolari (processioni...), le espressioni così povere di una larga fetta del mondo giovanile... Se confrontiamo questi dati con l'impegno dei piccoli gruppi, con il linguaggio, la spiritualità, l'autenticità che li distingue, spunta la tentazione di rinunciare a tutto, di svalutare radicalmente. Anche in America Latina hanno provato, in un primo tempo, in questa direzione, privilegiando l'élite a scapito della «religiosità popolare». Con risultati preoccupanti: le élites hanno perso sempre più il contatto con la massa; e la massa popolare non ha trovato un punto di animazione al suo interno.
    La soluzione ora ricorrente è quella di cui ci hanno riferito le pagine precedenti: il rispetto e la valorizzazione della religiosità popolare, la decisione di mettere al servizio di questa religiosità la sensibilità e l'impegno delle élites, l'autenticazione dall'interno, per cogliere i valori positivi e superare quelli negativi, in direzione di reale liberazione.
    Si tratta di una prospettiva molto stimolante.
    Non indica concretamente che cosa dobbiamo fare, ma suggerisce un cammino. Ancora una volta, una matura scelta teologica fa da supporto al servizio pastorale. In questo spirito, abbiamo spesso parlato di «teologia dell'incarnazione».

    L'IMPEGNO POLITICO NELLA PASTORALE LIBERATRICE

    La terza sottolineatura si ricollega al capitolo dell'impegno politico. È un dato centrale nella pastorale liberatrice, che dà ad essa una forza rivoluzionaria in senso totale, senza svuotarne la specificità evangelizzatrice.
    La sutura dei due elementi è offerta dalle attenzioni (e distinzioni) che sono state prese. Le ricordiamo brevemente. Al lettore attento non sfugge certamente che il progetto pastorale di cui la nostra rivista si fa interprete, si ispira largamente proprio a queste tendenze.
    Le intuizioni più stimolanti nella pastorale liberatrice a questo riguardo sono soprattutto tre: un maturo concetto di politica, la metodologia della coscientizzazione (per cui la persona è «educata» e non strumentalizzata), la reinterpretazione dei dati tradizionali della spiritualità cristiana, per una «spiritualità della liberazione».
    Basta poco per cogliere l'importanza di queste sottolineature, per la nostra pastorale giovanile. L'impegno politico è diventato, per molti giovani, il luogo della loro crisi di fede. Per altri, invece, ha suggerito una riscoperta globale della fede. Spesso lo spartiacque è stato segnato dal livello di assimilazione di questi tre dati: la crisi di uno di essi si è fatta crisi di vita cristiana.
    Se non vogliamo ritornare, con una nota di triste rimpianto, ai tempi di una pastorale giovanile disimpegnata e astorica, la lezione della pastorale liberatrice va ascoltata.
    Tra l'altro, comprenderemo dal vivo la ricchezza di un tema oggi ricorrente: le chiese locali sono, per il credente, «luogo teologico», luogo cioè di rinvenimento di suggerimenti e affermazioni di ordine teologico e pastorale.

    NOTE

    [1] Per non appesantire la lettura dello studio, tralasciamo il riferimento delle citazioni e delle fonti dirette.
    I testi riportati tra virgolette, nell'articolo, sono tutti di prima mano, ripresi cioè dalle pubblicazioni pastorali edite dai Centri di animazione pastorale dell'America Latina. Per elaborare questo studio abbiamo esaminato tutta la letteratura specializzata: dai documenti e commenti a Medellin, alla collana «Pastoral popular» (Bogotà 1969-1974) e «IPLA» (Instituto pastoral Latinoamericano, Quito 1969-1974).
    [2] Note di pastorale giovanile ha già offerto una serie di contributi molto stimolanti sulla «spiritualità della liberazione», elaborati da uno dei teologi più attenti della pastorale latinoamericana: S. Galilea (cf 1975/5 e 6, 1976/1 e 2)


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