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    Abilitare alla fede-speranza-carità, atteggiamenti fondamentali dell'esistenza cristiana



    Riccardo Tonelli

    (NPG 1976-07/09-95)

    Il tempo speso per definire con precisione l'obiettivo, non è mai tempo perso. La chiarezza sulla meta, anche senza raggiungere quella rigidità che spegne ogni inventiva, favorisce il cammino e stimola chi arranca a fatica.
    Nel nostro caso, la scelta di un progetto di evangelizzazione e di approfondimento della fede comporta quindi la decisione, molto precisa, sul punto verso cui tendere. Quale obiettivo ci prefiggiamo? Quando si potrà ritenere di aver raggiunto l'obiettivo? Attraverso quali criteri potremo giudicarlo? Colui che ha raggiunto l'obiettivo, come dovrebbe essere ed agire?
    In questa ricerca, ci sembra che vadano superati alcuni rischi, facili quanto pericolosi.
    Prima di tutto, bisogna evitare le formulazioni generiche (come, per esempio, «educare ad essere un buon cristiano»...), che non permettono confronti concreti e scelte precise, perché si tratta di ripetizione di luoghi comuni, che sviano il problema invece di metterlo a fuoco.
    In secondo luogo, ci sembra necessario evitare ogni ricerca di contenuti priva dei necessari e immediati riferimenti metodologici: per un buon processo pastorale (vogliamo fare questo, non uno studio teorico sul «dover essere») non basta la chiarezza sui contenuti da comunicare se ciò non si traduce subito nella ricerca dei metodi consequenziali.
    Il terzo rischio è quello delle semplificazioni troppo facili, che riducono tutto ad un solo dato: o nella visione soprannaturalistica che si affida solo all'intervento della Grazia o in quella secolarista che riduce la pastorale alla sola prassi educativa umanizzante.
    L'articolo che segue tenta una mediazione proprio nel cuore di questi problemi. Offre un obiettivo concreto, suggerisce gli interventi metodologici relativi, privilegia quella teologia dell'incarnazione di cui ha parlato, in questa stessa monografia, lo studio di Gatti, per fare un progetto pastorale «fedele a Dio e fedele all'uomo».

    PASTORALE GIOVANILE COME «SCUOLA DI FORMAZIONE CRISTIANA»

    In un articolo molto denso di obiettivi, RdC propone la meta della catechesi. «La catechesi è esplicazione sempre più sistematica della prima evangelizzazione, educazione di coloro che si dispongono a ricevere il Battesimo o a ratificarne gli impegni, iniziazione alla vita della Chiesa e alla concreta testimonianza di carità. Essa intende portare alla maturità della fede attraverso la presentazione sempre più completa di ciò che Cristo ha detto, ha fatto e ha comandato di fare. Abilita l'uomo alla vita teologale, vale a dire all'esercizio della fede, della speranza, della carità nelle quotidiane situazioni concrete: "dà luce e forza alla fede, nutre la vita secondo lo spirito di Cristo, porta a partecipare in maniera consapevole e attiva al mistero liturgico ed è stimolo all'azione apostolica "» (RdC 30).
    Sono tali e tanti i compiti che vengono affidati alla catechesi, che si potrebbe meglio parlare della direzione di marcia di una «scuola di formazione cristiana».
    In questa prospettiva, a noi il discorso interessa da vicino. Offre orientamenti concreti alla pastorale giovanile. Suggerisce contenuti e metodi, verso una reale «integrazione fede-vita», che afferri la crescita giovanile nella globalità del suo movimento interiore. Ci pare, in altre parole, che la formula «abilitare all'esercizio della fede-speranza-carità» possa determinare il quadro di riferimento (teologico e antropologico) della pastorale giovanile, quell'insieme cioè di dati, di fede, di pratica educativa e di analisi socioculturali, che fanno il materiale di confronto e di lavoro per la pastorale giovanile:
    - Centro di interesse della pastorale, perché luogo concreto dove la persona si gioca nella sua esistenzialità, sono le situazioni quotidiane, quelle che «sfidano l'uomo a dare una risposta».
    - La risposta dell'uomo è opzione decisiva per Cristo salvatore, quando le singole azioni sono animate di fede, speranza, carità.
    - La pastorale ha il compito di «abilitare» a vivere di fede, speranza, carità. Il suo ambito è segnato da interventi educativi, diretti a suscitare «abilitazioni» (= stabili disposizioni all'azione) sul cui sostegno vivere di fede, speranza, carità nelle situazioni concrete.
    Sono tre indicazioni molto importanti.
    Descrivono l'orientamento entro cui collocare i vari suggerimenti metodologici. Si tratta, nel nostro progetto, del difficile punto di congiunzione tra l'educazione-promozione umana e l'educazione alla fede. E quindi dello spazio privilegiato per definire la pastorale giovanile.

    IL SIGNIFICATO FONDAMENTALE DELLA ESISTENZA CRISTIANA: VIVERE Dl FEDE-SPERANZA-CARITÀ

    L'esistenza del cristiano è segnata da un fatto fondamentale: un evento che dà senso al susseguirsi quotidiano degli avvenimenti personali e sociali, lascia una traccia nel quotidiano e «dà da pensare». Con iniziativa gratuita, il Padre ha offerto all'uomo una proposta ai salvezza e di vita nuova, in Cristo. L'uomo è chiamato a rispondere, schierandosi: accettare di essere salvato da Cristo o respingere il dono di salvezza con la pretesa di salvarsi da solo.
    Lo sguardo credente sull'esistenza cristiana ha come angolo di prospettiva, come chiave di lettura, il «dialogo» ricorrente, tra la gratuità dell'iniziativa di Dio e la risposta dell'uomo al gesto supremo del Dio-amore. La decisione fondamentale dell'esistenza umana sta nel ricevere o nel rifiutare il dono di Dio che è la persona di Cristo. I singoli gesti, che fanno lo scorrere del tempo lungo l'asse della storia, ogni risposta personale alle provocazioni che ci circondano, negli altri, negli avvenimenti, nella costruzione di una città a misura d'uomo o nella sua distruzione, tutta la vita, insomma, ha una sua consistenza e autenticità umana. Ma, nella sua più profonda radicalità, essa è sempre adesione o rifiuto del dono di Dio che è Cristo: fedeltà all'alleanza o pretesa di salvarsi autonomamente.
    L'esistenza cristiana autentica si compie nella sincerità radicale dell'opzione di lasciarsi salvare da Cristo, come risposta all'iniziativa di Dio. Questa risposta è un atto totalizzante: che investe e unifica tutta la vita. Essa ha però tre dimensioni privilegiate, che formano la sua «ossatura»:
    - L'esistenza si fa «confessione» di Cristo: l'uomo accetta l'atto rivelatore salvifico di Dio nel «sì» totale della fede, il «sì» della fiducia e della sottomissione nell'amore. L'esistenza è esistenza di fede.
    - L'esistenza è fiduciosa attesa della manifestazione futura di Cristo; è sperare, in Cristo, nel Dio che si promette a ogni uomo. L'esistenza è esistenza di speranza.
    - L'esistenza è anche donazione personale a Cristo compiuta nell'amore effettivo del prossimo. L'amore a Cristo e, in Cristo, al Padre che per primo ci ha amati, si concretizza nel loro atteggiamento di fronte al prossimo: è vero cristiano solo chi adempie alle esigenze dell'amore del prossimo. L'esistenza è esistenza di carità.
    La fede, la speranza, la carità sono anch'esse «dono di Dio», perché solo in Cristo è possibile credere, sperare, amare. Ma sono nello stesso tempo le dimensioni costitutive della risposta personale dell'uomo a Dio, la scelta radicale di Cristo come «il» salvatore.
    In questo senso possiamo affermare che fede-speranza-carità costituiscono l'autentico «esistere da cristiano», per il loro carattere decisivo di risposta e di relazione personale alla chiamata di Dio in Cristo.
    La risposta dell'uomo all'atto definitivo di grazia che Dio ha compiuto e rivelato in Cristo è una esistenza nella fede, nella speranza, nella carità.

    «ABILITARE» A VIVERE Dl FEDE-SPERANZA-CARITÀ

    Fede-speranza-carità sono dono di Dio e sono la risposta fondamentale dell'uomo alla iniziativa di Dio.
    L'affermazione va tradotta in formule capaci di suggerire una prassi pastorale concreta, per evitare di ridurla ad un vuoto rincorrersi di parole. Il nodo della questione è determinato dalla coniugazione di «dono» e «risposta». In parole povere, il problema, tipicamente pastorale, è questo: come si colloca l'iniziativa di Dio e come viene responsabilizzato colui che risponde con decisione personale.
    RdC indica una proposta di soluzione molto interessante, nella formula: «abilitare a vivere di fede-speranza-carità» (RdC 30). Questo paragrafo di RdC va letto e compreso nel retroterra teologico in cui si muove tutto il documento.
    «Non si può dimenticare che nella rivelazione cristiana il primato assoluto spetta a quello che Dio stesso ha già compiuto e compirà attraverso Cristo. La divinità di Dio si rivela precisamente nella gratuità ineffabile della sua azione salvifica, e nella indipendenza assoluta dall'uomo e dal mondo, nel suo dominio sulla storia».
    Questa azione ha però come interlocutore l'uomo. È parola di grazia e di promessa, nella quale Dio si rivolge all'uomo e interpella la sua libertà. L'iniziativa di Dio è prioritaria e costitutiva della risposta umana: solo in Cristo l'uomo può rispondere alla chiamata del Padre. Ma la chiamata di Dio non si pone come alternativa o sostitutiva della risposta dell'uomo. Il dono di Dio promuove e sostenta la libertà dell'uomo: è dopo di un Padre che genera figli, autonomamente responsabili; dono di un creatore che crea creatori.
    La libera risposta dell'uomo è quindi il primo frutto del dono di Dio, in Cristo. La risposta dell'uomo è sempre risposta umana, segnata da tutti i caratteri dell'umano. L'esistenza umana, per essere compresa nella sua totalità, richiede perciò una lettura teologica-cristologica (per cogliere l'iniziativa di Dio in Cristo) ed una lettura antropologica (per cogliere le modalità umano-storiche in cui avviene la risposta). In questa prospettiva possiamo comprendere che cosa RdC intenda quando parla di «abilitare» alla fede-speranza-carità.
    La fede-speranza-carità sono fatti teologici: dono di Dio e risposta dell'uomo sulla forza sconvolgente di questo dono. Nello stesso tempo richiedono una «abilitazione», un sostegno alla libertà dell'uomo, per dare a questo movimento interiore, consistenza, autenticità, quotidianità veramente umana: per fare cioè dell'esistenza nella fede-speranza-carità una «vera» esistenza e risposta umana. Hanno quindi una portata anche antropologica, nel senso che investono un modo di progettarsi come uomo e un insieme di interventi educativi.

    ABILITARE È COSTRUIRE ATTEGGIAMENTI

    Vogliamo cogliere con maggior profondità il significato educativo di cui è carica la formula «abilitare a...». E, per questo, nel discorso teologico che stiamo facendo, apriamo una parentesi di natura psicosociale. Ritorneremo così alle riflessioni più direttamente pastorali, con il bagaglio di suggerimenti derivanti da questo confronto multidisciplinare.
    Abilitare significa far acquisire una capacità operativa, armonizzare le doti personali in una disponibilità, agile e pronta, ad intervenire quando è il momento, sapendosi richiamare a motivazioni di riferimento.
    Si può parlare di «abilità» quando la persona possiede queste «doti di stile» in rapporto alle azioni concrete:
    - autonomia: capacità di decidere facendo riferimento al personale sistema di motivazione, senza essere costretti a dipendere da suggerimenti esteriori;
    - costanza: capacità di orientare i comportamenti verso una stessa direzione etica, sapendo evitare le prese di posizioni incoerenti, instabili o troppo variabili;
    - tempestività: capacità di prendere decisioni concrete in brevissimo tempo, sapendo superare il disagio delle lunghe riflessioni precedenti e conseguenti, che conducono all'indecisione e alla inconcludenza operativa;
    - facilità: capacità di far convergere, nel momento della decisione, tutti gli elementi in gioco, per intervenire in una direzione armonica, con prontezza e coerenza.
    Come si vede, le doti di stile che definiscono operativamente l'abilitazione ad agire, richiamano immediatamente in causa il grosso capitolo educativo degli «atteggiamenti». Abilitare significa «creare atteggiamenti». Cosa sono gli atteggiamenti?
    Non vogliamo addentrarci in un'analisi scientifica. Ci basta affermare alcuni elementi «centrali» per cogliere una definizione descrittiva del fatto.
    Ciascuno di noi scatta all'azione attraverso una sintesi armonica di scelte di volontà e di attrazioni legate all'emozione. Non siamo puro sentimento ma neppure puro raziocinio. La libertà sta nella faticosa sintesi dei due fattori (motivazione ed emozione), attraverso una decisione, inventata momento per momento, sotto la pressione di quanto ci attira (sia in senso positivo che negativo), nello sforzo di cogliere il peso preciso della proposta sullo sfondo di quel progetto di sé che ciascuno si va costruendo.
    L'atteggiamento è questa «disposizione all'azione», una strutturazione cioè del proprio dinamismo psichico che orienta il comportamento a riguardo di un oggetto «proposto». La strutturazione, come si diceva sopra, è una sintesi dinamica di aspetti legati all'emozione e di aspetti legati alla motivazione (quindi di ordine razionale).
    Le singole scelte che descriveranno con i fatti la vita quotidiana di un giovane dipendono, in buona misura, da questa «strutturazione psicologica». Se di fronte ad un oggetto proposto la reazione è immediatamente in una certa linea (la disabitudine al sacrificio, per esempio, fa rifiutare istintivamente tutto ciò che ne ha un po' il sapore); se prevale la parte emozionale su quella razionale; se il confronto con un sistema motivazionale è sempre e solo molto superficiale, facilmente le scelte saranno di questo stile, con tutte le conseguenze che uno può supporre. La libertà è stata guidata e incanalata verso una precisa direzione, grazie alla batteria di atteggiamenti che ci si è costruito.
    Il tutto è ribaltabile, in chiave positiva. L'abitudine facilita il comportamento. Il domani, insomma, si prepara nell'oggi. Meglio, si vive nell'oggi. Il modo di rapportarsi con le cose e con le persone, cui ci si abitua oggi, determina - con intensità variabile, con possibilità di ripresa e di conversione, d'accordo! - il nostro essere futuro.

    ATTEGGIAMENTI FONDAMENTALI E ATTEGGIAMENTI ACQUISITI

    Riprendiamo il discorso sulla fede-speranza-carità. La definizione di «atteggiamento» ci è utile per cogliere, con un taglio educativo, i problemi che stiamo agitando. Per il loro riferimento all'esistenza e per il loro carattere di radicalità, possiamo definire la fede-speranza-carità come gli atteggiamenti fondamentali dell'esistenza cristiana. Essi formano, in modo unitario e armonico, l'orientamento globale che fa della vita quotidiana una risposta al dono d'amore del Padre, nel Cristo. Questi atteggiamenti fondamentali richiedono però una «disposizione abituale», che dia ad essi consistenza oggettiva, che, traduca sul ritmo del quotidiano il significato di vita che essi rappresentano.
    In questo senso abbiamo interpretato la formula di RdC: «abilitare alla vita teologale». La fede-speranza-carità sono dono di Dio e sono contemporaneamente la risposta dell'uomo, quello stile di vita che fa dell'esistenza una «esistenza cristiana». Si può però parlare di «stile globale di vita» solo quando essa è segnata, nella sua quotidianità, da atteggiamenti umani, che orientano la struttura di personalità sulla linea della fede-speranza-carità. In caso contrario sarebbe assente ogni reale «integrazione» di personalità: il significato espresso in forme tematizzate (e cioè l'orientamento cristiano esplicito e formale) resta un fatto retorico, perché non trova la corrispondenza di una vita che dia verità esistenziale a quanto viene espresso.
    Per raggiungere una reale «integrazione tra fede e vita», dobbiamo perciò parlare di educare (di «abilitazione», come dice RdC) ad atteggiamenti umani che siano «corrispondenti» a quelli fondamentali della fede-speranza-carità. Soltanto una persona abilitata a questi atteggiamenti corrispondenti, potrà vivere realmente di fede-speranza-carità: solo una vita vissuta, nelle sue dimensioni umane, in armonia con lo stile teologale della fede-speranza-carità, è risposta vera, autenticamente personale, al dono del Padre.
    L'affermazione è molto importante: determina l'ambito di intervento educativo e pastorale. Dobbiamo approfondirla.

    CARITÀ E SERVIZIO: ATTEGGIAMENTI FONDAMENTALI E CORRISPONDENTI

    Partiamo da un esempio, classico nell'impostazione teologica cristiana. 1 Gv 4 ricorda che non è possibile amare veramente Dio se non si ama il prossimo. La motivazione è legata al fatto che Dio non lo si vede, mentre il prossimo lo si vede. C'è quindi un ambito di intervento concreto, sperimentabile (amore del prossimo), in cui si manifesta, si realizza, quasi si misura, il proprio rapporto di vita con Dio.
    Ci sembra un discorso sugli atteggiamenti, anche se indiretto.
    Il modo di intessere i rapporti interpersonali dipende, in larga misura, dalla educazione ricevuta e dalla personale risposta a questa educazione. La disposizione abituale al servizio del prossimo o alla sua sopraffazione egoistica, sono atteggiamenti appresi nel progetto educativo in cui si cresce.
    Ci si può «abilitare», ad atteggiamenti di servizio, di promozione dell'altro, di rispetto. O si possono apprendere atteggiamenti di sopraffazione, di manipolazione, di sfruttamento...
    Questi atteggiamenti sono decisamente umani, nel senso che investono la dimensione umana, storica, dell'esistere; e sono «frutto» di educazione. Nello stesso tempo essi hanno un peso determinante nell'atteggiamento fondamentale cristiano della carità. Senza l'abitudine a questi atteggiamenti (corrispondenti) non è possibile vivere di carità teologale: affermare di amare Dio, significa proclamare il falso, perché non si ama il prossimo.
    Per fare della propria vita, una risposta al dono di Dio, nella carità, si richiede una costante disposizione a vivere in atteggiamento di servizio verso il prossimo.
    Il dono teologale della carità diventa «atto» concreto di carità, nel qui-ora quotidiano, soltanto in colui che sa mettersi in atteggiamento di servizio nei confronti dei fratelli. Il servizio fa parte dei frutti dell'educazione. È atteggiamento umano, educabile. È, nello stesso tempo, condizione qualificante alla realizzazione del dono teologale della carità, condizione indispensabile perché la vita umana sia «esistenza cristiana nella carità».
    La «carità» è atteggiamento fondamentalmente dell'esistenza cristiana. La «disponibilità al servizio» è atteggiamento corrispondente, acquisito. Lo chiamiamo acquisito, perché lo si sviluppa per via di educazione; corrispondente, perché nel suo formarsi si ispira totalmente al dono della carità e perché dispone e abilita a «risposte» di carità, nelle quotidiane situazioni di vita.

    I COMPITI DELLA MEDIAZIONE PASTORALE

    La risposta dell'uomo, nella fede-speranza-carità, tocca il dono e l'iniziativa di Dio e, nello stesso tempo, coinvolge un groviglio di fatti strettamente educativi. Credere in Cristo, sperare in lui, amare Cristo e in lui i fratelli (cioè accogliere Cristo come «il» salvatore) è risposta umana autentica, solo quando l'uomo è stato «educato», «abilitato», a pronunciare la sua decisione per Cristo, sgombrando il terreno da ogni altra proposta di salvezza che gli si presenti come unica e totalizzante.
    Questo intervento educativo è dunque lo spazio privilegiato dell'azione pastorale, perché la pastorale è «mediazione» tra l'iniziativa salvifica di Dio e il qui-ora concreto di ogni persona.
    «Abilitare» significa intervenire sul piano educativo con uno sguardo di fede: abilitare è perciò «fare pastorale».
    In che cosa consiste, concretamente, questa mediazione pastorale?
    Evidenziamo alcuni compiti. Dal loro insieme, compaginato secondo un criterio di armonia e di gradualità, nasce la mediazione pastorale.
    - Il primo compito è sul versante direttamente educativo. Si tratta di impostare i progetti educativi generali in modo tale che essi promuovano e consolidino l'emergere di atteggiamenti corrispondenti a quelli fondamentali della fede-speranza-carità. Nelle pagine che seguono indicheremo alcuni di queste atteggiamenti. In questo stile generale di maturazione umana, siamo già nell'orizzonte cristiano, anche se in forma non ancora esplicita e tematizzata. Una vita umana autentica, perché segnata da atteggiamenti corrispondenti alla fede-speranza-carità, è la prima e più radicale esperienza di esistenza cristiana ed è quindi la risposta fondamentale all'invito del Padre.
    - Ciò che è solo implicito, va poi esplicitato e tematizzato. È quindi compito urgente dell'operatore pastorale «rivelare» che questo stile generale di vita colloca di fatto nella dimensione cristiana; «annunciare» che nel personale crescere in umanità è in causa e all'opera il progetto d'amore del Padre nel Cristo.
    Questo compito qualifica la pastorale, perché la pone esplicitamente nell'orizzonte che le compete costitutivamente: «evangelizzare» l'umano per dare alla personale esperienza il suo significato più pieno e definitivo, nella salvezza che ci è stata donata.
    - Nel rapporto tra atteggiamenti fondamentali della vita cristiana (fede-speranza-carità) e atteggiamenti umani corrispondenti, si deve parlare di continuità-discontinuità, come se ne parla a proposito della salvezza, tra liberazione storica e comunione con Dio. Fede-speranza-carità sono la dimensione trascendente e definitiva degli atteggiamenti che fanno autentica la vita umana. Nello stesso tempo, però, sono un «tutto nuovo», capace di fare rottura nell'umano, proprio nel momento che lo presuppongono e lo integrano. Il dono di Dio precede la disponibilità umana; la sostiene e la vivifica. Non possiamo dimenticarlo, se non vogliamo svuotare la radicalità costitutiva dell'iniziativa di Dio, nel Cristo.

    QUALI ATTEGGIAMENTI CORRISPONDENTI?

    Per definire il rapporto tra gli atteggiamenti fondamentali della vita cristiana e gli atteggiamenti umani corrispondenti, abbiamo riflettuto facendo esempi sulla carità. La stessa ricerca andrebbe fatta a proposito di fede e speranza. Certamente senza troppe distinzioni, perché fede-speranza-carità sono solo «modalità» della stessa totale risposta al dono di Dio, che è l'esistenza cristiana.
    Si tratta quindi di ricercare quali siano gli atteggiamenti corrispondenti ad uno stile globale di vivere la vita quotidiana, tale che essa sia orientata nella direzione della fede-speranza-carità.
    Non è possibile fare degli elenchi, con la pretesa di completezza e di normatività. Ogni rassegna non può che risultare varia e mutevole. Gli atteggiamenti, in concreto, non dipendono solo dalla meta (fede-speranza-carità), ma soprattutto dalle particolari esigenze che sono legate alla maturazione della personalità giovanile e alle condizioni di vita in cui essa si sviluppa. Non sono, inoltre, tutti da inventare, come se nulla preesistesse e si trattasse di partire da zero.
    In ogni comunità educativa, nella sensibilità e cultura corrente, nei diversi spazi di vita, nell'orizzonte spontaneo dei vari giovani, sono sempre presenti determinati atteggiamenti. Essi dipendono dai valori e dagli orientamenti di vita a cui si dà prestigio, dalle raccomandazioni che sono più ripetute, dai gesti e dai modelli di comportamento che sono premiati, dalle censure sociali che sono consolidate, in un determinato ambiente educativo e di vita.
    Questi spontanei atteggiamenti possono essere di sostegno a quelli che valutiamo corrispondenti allo stile di vita cristiana impegnata; oppure possono condurre a resistenze sotterranee, che ostacolano in modo anche determinante, ogni preoccupazione educativa diretta ed esplicita.
    Oggi, per esempio, la dimensione comunitaria (così importante per la esperienza cristiana) è nell'aria, fa parte di un dato pacifico, anche se non mancano grosse immaturità. Invece si è quasi smarrito il senso della gratuità Non si può progettare una educazione agli atteggiamenti senza tener conto di questo stato di cose.
    Ogni operatore pastorale è chiamato a fare questa «rilevazione» previa. Educare agli atteggiamenti significa, nella prassi concreta, valutare gli atteggiamenti già presenti, per giudicarli alla luce dell'obiettivo (una vita cristiana, nella fede-speranza-carità). L'intervento diventa quindi potenziamento e autenticazione di quelli già corrispondenti; lenta costruzione di quelli assenti; controllo e superamento di quelli contrari, attraverso gesti educativi precisi, orientati da una logica coraggiosamente controcorrente. In questo spirito di provvisorietà e di genericità, solo per stimolare la riflessione e la ricerca degli operatori pastorali, suggeriamo alcuni atteggiamenti che ci sembrano particolarmente urgenti oggi.
    Per favorire un progetto più armonico, li raccogliamo attorno a cinque temi:
    1. atteggiamenti determinanti per una educazione aperta alla fede;
    2. atteggiamenti che manifestano e realizzano il personale progetto di sé;
    3. atteggiamenti che consolidano il processo motivazionale;
    4. atteggiamenti legati ad un maturo senso di realismo;
    5. atteggiamenti per una vita impegnata.
    II primo tema è di ordine generale: tocca globalmente l'obiettivo della pastorale giovanile (integrazione fede-vita), indicando le modalità educative in cui «aprire» la vita all'integrazione con la fede.
    Gli altri, invece, sono aspetti particolari; si inseriscono nella prospettiva di possibili «mete intermedie» in cui concretizzare l'obiettivo della pastorale giovanile: elaborazione di un progetto di sé (secondo e terzo tema), una presenza impegnata nella storia (quarto e quinto tema), una matura esperienza di socialità (soprattutto quarto tema, anche se molti suggerimenti sono disseminati negli altri temi, per l'importante funzione educativa che esercita l'esperienza di relazionalità).

    1. Atteggiamenti determinanti per una educazione aperta alla fede

    Iniziamo l'elenco, ricordando alcuni atteggiamenti di fondo, che orientano la vita quotidiana nella direzione della fede-speranza-carità. Li chiamiamo, per questo, determinanti, perché sono il «terreno umano» in cui prendono corpo gli atteggiamenti fondamentali della vita cristiana (fede-speranza-carità). Si tratta infatti di abilitazioni, disposizioni all'azione, che traducono in termini concreti i contenuti teologali della vita cristiana. In sé, sono «fatti umani», tratti di personalità, frutto quindi di educazione.
    Nello stesso tempo, essi hanno una corrispondenza molto profonda con la fede-speranza-carità. Anzi, sono le modalità storiche in cui si incarnano e con cui si esprimono fede-speranza-carità Senza l'abilitazione a questi atteggiamenti esistenziali, il dono dello Spirito che ci permette di rispondere all'invito del Padre, resterebbe privo di consistenza, celebrazione vuota e retorica di una vita, orientata in ben altre direzioni.
    - Il senso della gratuità, per riuscire ad amare con lo stile del Padre.
    - La dimensione di «tempo lungo» per permettere la crescita di una speranza che è fondamentalmente apertura al futuro.
    - La fiducia interpersonale, per poter intavolare rapporti reciproci in cui possa sperimentarsi veramente la fede teologale: «fidarsi» degli altri, per apprendere dal vivo a «fidarsi» di Dio.,
    - Il senso del mistero, che ci fa toccare con mano il limite della nostra intelligenza e la grandezza di ogni persona, irriducibile alle nostre categorie di comprensione, aprendo quindi verso l'alterità trascendente di Dio.
    - La libertà come autenticità nel dialogo interpersonale, da conquistare attraverso la liberazione interiore e strutturale.
    - L'abitudine a vivere sia le piccole cose del quotidiano che la vita nella sua totalità, nella prospettiva del servizio agli altri, per amore, alla ricerca continua dei gesti che siano oggettivamente capaci di «promuovere» l'altro.
    - L'atteggiamento pasquale del «perdere per ritrovare», della «morte» come strada necessaria per raggiungere la «vita».
    - La scoperta del «quotidiano», la scoperta cioè che la vita di tutti i giorni è fatta di piccole cose; prese ad una ad una sembrano banali, montate in un progetto d'amore diventano grandi. Educare a questo atteggiamento significa: scoprire che il quotidiano è il luogo in cui si vivono i grandi progetti; riuscire a collegare i grandi progetti con le piccole cose che li incarnano; riuscire a dare sapore di novità e di avventura alle piccole cose attraverso il collegamento con i grandi progetti di cui esse sono espressione.
    - Recuperare il gusto della vita in una dimensione di speranza, superando ogni rassegnato pessimismo; questo comporta la scoperta che la «spiegazione» delle cose le trascende: le cose, l'impegno, la riuscita, la vita, la lotta hanno senso non unicamente perché in se stesse sono significative, ma per un progetto di amore e di salvezza in cui sono inserite.
    - Educarsi all'ascolto rispettoso, incondizionato, dell'altro; ad un rapporto interpersonale in cui sia assente ogni tentativo di sopraffazione e di manipolazione; ad utilizzare il potere (a tutti i livelli: cultura, autorità, capacità, simpatia...) come servizio; educarsi ad una sensibilità così attenta da avvertire le attese dell'altro da saper prevenire i suoi desideri.

    2. Atteggiamenti che manifestano e realizzano il personale progetto di sé

    L'adolescenza e la prima giovinezza sono il tempo impegnativo in cui si stabilizza con una certa definitività la struttura di personalità: le varie proposte che provengono dall'esterno e dall'interno di ogni persona, sono articolate ed orientate attorno ad alcuni valori centrali. Fondamentalmente sono un primo abbozzo di risposta alla domanda: che senso ha la mia vita? quando posso definirmi felice e realizzato? Essi determinano l'inizio del progetto di sé.
    Tra progetto di sé e comportamenti spiccioli, quotidiani, non c'è sempre una coerenza stretta, quasi matematica. Molti fattori disturbano ancora il passaggio dall'ideale alle sue concretizzazioni.
    Un ambito più interessante, dal punto di vista educativo, è determinato dagli atteggiamenti. Essi, soprattutto, sono la traduzione operativa del progetto di sé e, nello stesso tempo, il «materiale da lavoro» attraverso cui viene elaborato il personale progetto. In questo senso, gli atteggiamenti manifestano e realizzano il progetto di sé.
    Per raggiungere una personalità matura, disponibile agli altri, capace di autorealizzazione secondo quel progetto definitivo d'uomo nuovo che è il Cristo, adolescenti e giovani vanno aiutati ad assumere atteggiamenti consequenziali.
    Li esemplifichiamo:
    - Rifiuto costante di legare la realizzazione personale alle cose che si possiedono, ai ruoli che si occupano, alla possibilità di soddisfare tutti i desideri.
    - Scoperta della persona dell'altro come «vocazione» personale: la propria esistenza e quanto si possiede sono un «dono» da condividere e una «responsabilità» da giocare per la promozione degli altri.
    - Costante abitudine a valutare le azioni e gli interventi in base al loro valore promozionale, come servizio per la crescita dell'altro e per la realizzazione personale; e non invece in base ad una logica esterna, che valuta alcuni comportamenti degni di prestigio (per il guadagno, per il ruolo, per l'affermazione) e quindi sicuramente capaci di realizzare la persona, ed altri invece da rifiutare perché privi di prestigio sociale.
    - Superamento di ogni tentazione di utilizzare l'altro come piedistallo della propria affermazione.
    - Rifiuto motivato della logica consumistica che affida alle cose, al denaro, ai mezzi di produzione, il compito di risolvere i problemi, di rendere felici le persone, i criteri per collocare nella gerarchia sociale.
    - Maturo senso del rapporto tra condizionamenti esterni e decisione personale nell'autorealizzazione, per valutare da una parte la necessità di modificare i condizionamenti (per sé e per gli altri), perché non esiste piena liberazione se non a livello strutturale; e dall'altra per scoprire che la ricchezza interiore di ogni persona è capace di affermazione in qualsiasi contesto, che non esiste la «professione» totalmente liberante e quella totalmente alienante, che non sono risolti i problemi personali solo perché si è collocati in una prospettiva diversa.

    3. Atteggiamenti che consolidano il processo motivazionale

    Il progetto di sé è determinato da un sistema di valori centrali, a cui ci si riferisce e con cui ci si confronta abitualmente.
    Si parla di «sistema motivazionale», perché l'insieme di questi valori funziona come motivazione radicale, spinta e giustificazione ad agire: esso stabilisce la moralità soggettiva di ogni comportamento. Il sistema motivazionale è quindi fondamentalmente la «coscienza» personale: la mediazione tra le proposte che provengono dall'interno e dall'esterno di sé, e il quadro generale dei valori.
    Il «processo motivazionale» consiste nello svolgimento abituale di questo rapporto tra le proposte e i valori. Le proposte stimolano a interventi, prese di posizioni, gesti concreti. Le risposte personali non sono reazione alle varie proposte, fissate in modo deterministico. Lo stimolo, infatti, viene confrontato con il sistema dei valori personali (il progetto di sé). Il confronto orienta le risposte-reazioni.
    Questo modello, che corrisponde ad una definizione di persona molto interessante in prospettiva educativa, indica i compiti dell'educatore. Lo spazio di intervento educativo non è normalmente determinato dalle risposte-reazioni: in questo caso l'educazione sarebbe manipolazione. E neppure dal controllo sulle proposte-stimoli: sarebbe una educazione a carattere protezionistico, molto insufficiente e, per di più, impossibile oggi.
    Il luogo esistenziale dove l'educatore può intervenire è il sistema motivazionale. In due direzioni: prima di tutto all'educatore si chiede l'impegno di attivare e garantire un reale processo motivazionale, che eviti ogni forma di reazioni istintive; in secondo luogo gli si chiede di guidare un continuo confronto tra i valori soggettivi che determinano il personale progetto di sé e quelli «oggettivo-normativi», che orientano una definizione matura di essere uomo, per evitare che il giovane si lasci irretire da quella manipolazione culturale, così diffusa, che disorienta e stravolge il quadro dei valori significativi.
    Anche in questo ambito, torna il discorso degli atteggiamenti. Essi sono abitudini, costanti e personalizzate, per facilitare il processo motivazionale. Ne esemplifichiamo alcuni:
    - Superamento di ogni forma di istintività e di ogni decisione troppo emotiva, per riuscire a «motivare» gesti e interventi, in base ad una valutazione personale attenta.
    - Disponibilità alla calma, al silenzio, all'ascolto, per cogliere i valori, nel fragore delle quotidiane emozioni.
    - Abitudine al confronto, alla verifica, per evitare ogni forma di manipolazione culturale, soprattutto quella sottile quotidiana alienazione, che «vende» prima bisogni e motivazioni, per smerciare poi i prodotti capaci di soddisfarli.
    - Capacità di apprendere i valori dal vivo dei comportamenti quotidiani, sapendo riflettere sulle cose che si fanno, sapendo esaminare i propri gesti, attraverso processi al rallentatore («esame di coscienza» come lettura calma, «rallentata» dei fatti quotidiani, nello schema motivazionale: stimolo, motivazioni, reazioni).
    - Ricerca di «sostegni» per riuscire a vivere in forma matura e autonoma il personale processo motivazionale: gli amici, il gruppo, i tempi di silenzio programmati, lo studio, la preghiera.
    - Abitudine a lasciare giudicare da valori oggettivi i valori personali, per evitare di rendere assoluta la propria esperienza e normativo ciò che invece è soltanto decisione contingente.
    - Abitudine a collocare i contenuti della fede nel quadro del sistema motivazionale, per raggiungere veramente una integrazione tra fede e vita, evitando di ridurre la fede a pura reattività moralistica.

    4. Atteggiamenti legati ad un sano realismo

    Il realismo è un criterio operativo molto importante, sia per il confronto con la realtà concreta nella definizione del progetto di sé, sia per la presenza, seria e impegnata, nel sociale.
    Al realismo non si contrappone il coraggio di guardare in avanti e quello, ancora più urgente, di giudicare il presente alla luce di un futuro che ci supera (in questo senso si parla oggi di «utopia»). Le deviazioni del realismo sono invece l'utopismo (quello del «tutto e subito», per intenderci), lo spontaneismo e il dilettantismo, una falsa concezione di pazienza che diventa «integrazione sociale», perché motiva, nella costante rassegnazione, ogni sopraffazione o lo stato di fatto.
    Il realismo comporta il senso del concreto, del limite, della necessità di misurare ogni progetto al qui-ora storico dei destinatari. Nella realizzazione personale e nell'inserimento sociale in vista del cambio, il realismo richiede un ampio e critico «senso della storia»: l'accettazione e l'inserimento nella storia, per non tagliare i ponti con il passato; la sua reinterpretazione costante, per cogliere l'anima profonda dei valori del passato da far rivivere con gli attributi, i toni, le caratteristiche che li rendano significativi nell'oggi. Ricordiamo alcuni atteggiamenti che traducono in obiettivi educativi queste riflessioni.
    - Abitudine alla perseveranza, al sacrificio, alla capacità di pagare di persona, nella convinzione profonda che solo chi sa «morire» può donare la vita.
    - Capacità di superare i falsi problemi ideologici e le lunghe disquisizioni teoriche, per impegnarsi concretamente nelle cose. Da questo impegno nasce una riflessione e approfondimento, critici ed essenziali. L'educazione al realismo, comporta, in altre parole, l'abitudine a riflettere sulla prassi e il rifiuto del discutere per discutere.
    - Un maturo senso di pazienza, inteso come perseveranza, capacità di attesa, attività operosa per anticipare quello che è realizzabile, superando così sia l'impazienza devastatrice che l'integrazione e il disimpegno.
    - Accettazione motivata e critica della funzione delle strutture e delle istituzioni sociali, per valutarle nella loro dimensione positiva e impegnarsi a modificarle per quanto possiedono di condizionante e alienante.
    - Il senso della persona, che fa toccare con mano la grandezza di ogni uomo, mai riducibile alle proprie visioni ideologiche e mai strumentalizzabile come «forza d'urto» in vista del raggiungimento di obiettivi, anche validi.
    - Accettazione degli strumenti necessari, della funzione indispensabile delle ideologie nell'agire politico, con un profondo senso di relatività e di limite: ogni strumento è sempre imperfetto, quindi non può mai essere «idolatrato», quasi potesse da solo risolvere tutti i problemi.
    - Senso del dialogo: capacità di giudicare la propria esperienza e le proprie scelte sul contributo prezioso che offre chi ha progetti diversi, chi ha scelte diverse, chi persegue obiettivi diversi.
    - Abitudine alla definitività nei rapporti interpersonali, per superare quel ricambio continuo di proposte e di interessi a cui spinge una società, come è la nostra, centrata sul consumismo e sull'utilitarismo.

    5. Atteggiamenti per una vita impegnata

    L'obiettivo globale del progetto pastorale che perseguiamo è determinato da una «vita impegnata»: la realizzazione di sé risolta come risposta agli appelli dell'altro, in una disponibilità continua per la sua promozione. Questo importante obiettivo è raggiunto se il rapporto educativo è già profondamente intriso di questo spirito. Solo se è «collocato» in questa direzione, educa a questo modo di essere e di agire; solo una educazione impegnata può orientare ad una vita impegnata.
    Gli educatori più sensibili sono ormai giunti alla consapevolezza che il rapporto educativo non è mai un fatto neutrale, da valutare solo in base ai contenuti che propone. Esso, invece, coinvolge costitutivamente (per il fatto di essere «questo» rapporto educativo, e non un altro) un progetto d'uomo e di società. Spinge ad accettare in forma passiva la situazione sociale oppure a valutarla in modo critico. Costruisce le caratteristiche dell'uomo integrato o quelle dell'uomo «libero» e responsabile. Abilita a considerare preminenti e importanti alcuni valori a scapito di altri.
    Ancora una volta, il terreno privilegiato per questo progetto educativo è determinato dagli atteggiamenti. La loro presenza nel quadro dei valori che riscuotono consenso nella istituzione educativa, diventa stimolazione ad integrare nella propria struttura di personalità questi stessi atteggiamenti.
    Quali atteggiamenti vanno potenziati, quali stimoli educativi vanno immessi nel clima educativo, se si vuole raggiungere una personalità «impegnata»?
    Avanziamo la proposta di alcuni atteggiamenti che valutiamo fondamentali e particolarmente urgenti oggi:
    - Il senso della globalità. L'amore resta la dimensione fondante di ogni impegno: un amore universale e gratuito che abbraccia tutti (anche se con modalità diverse: un amore di liberazione verso i poveri e gli oppressi ed un amore di liberazione nei confronti degli oppressori) e non si stanca, non si arrende perché recupera dallo stile del Padre la «gratuità».
    - La disponibilità al sacrificio per ritrovare la gioia del «pagar di persona», come motivo coltivato di autenticità personale e come strumento irrinunciabile di dialogo interpersonale. Il sacrificio non è accettazione passiva dello stato di fatto; né rassegnazione di fronte alla ingiustizia. Ma si fa lotta, croce, per la reale liberazione.
    - Coscienza della dimensione etica presente in ogni gesto e in ogni strumento utilizzato, per misurarne la reale finalizzazione all'uomo, alla sua liberazione, superando l'individualismo e la concezione della libertà come egoistico monopolio di diritti personali.
    - Capacità innovativa, che coincide con l'interiorizzazione di valori come la libertà, la tolleranza, l'accettazione positiva dell'alterità così come essa è, la compassione, la solidarietà. Questa capacità innovativa, per dare frutti permanenti (sia a livello collettivo che nell'autorealizzazione personale anche quando l'impatto con il reale può mettere in movimento una inversione di tensione), va costruita intervenendo nel consolidamento (strutturale e psicologico) della «sicurezza» personale e in una attiva azione sensibilizzatrice che stimoli la presa di coscienza delle condizioni alienanti della vita sociale moderna.
    - Contemplazione e impegno, per operare un reale saldo tra questi due indispensabili co-principi di crescita personale e sociale, ritrovando il valore cristiano del «deserto» nella capacità di «uscire dal sistema», come società ingiusta e menzognera, per denunciarla in piena libertà. Graduale esercizio di partecipazione e di corresponsabilità motivata e sofferta (sul piano della progettazione, della realizzazione e della verifica), per apprendere dal vivo che solo assumendoci tutti, con competenza e capacità di prospettiva, la gestione del potere sociale, possiamo creare per ogni uomo le condizioni di una reale autorealizzazione del proprio destino.


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