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    Un collegamento tra gruppi per la liberazione dell'anziano



    Costruire Insieme – Torino

    (NPG 1975-11-34)

    Raccontiamo una esperienza che si presenta interessante sotto molti punti di vista. Una sua lettura attenta può offrire stimoli a tanti gruppi alla ricerca del fatidico «che cosa fare».
    1. L'elaborazione dell'esperienza risponde prima di tutto alle tematiche relative al «collegamento tra gruppi» di cui abbiamo già parlato spesso, questo anno. COSTRUIRE INSIEME ha collegato molti gruppi attorno a sé su una proposta concreta: lavorare per la liberazione degli anziani. Qualche gruppo già lo faceva, alla buona. La proposta di stringere la mano ad altri, in questo impegno, è diventata presto scoperta di qualificazione maggiore e di incidenza più vivace. Per altri è stata l'occasione per passare dalle parole ai fatti.
    Dall'impegno è nato il collegamento. I valori condivisi e convissuti ne hanno fornito l'indispensabile tessuto. Il passo al resto (strutture, contatti, decisioni comuni...) è stato facile: inevitabile, per non bruciare i sogni per mancanza di serietà strutturale.
    2. L'esperienza di COSTRUIRE INSIEME offre, nello stesso tempo, una proposta davvero interessante di «servizio» serio, «politico», per la liberazione dell'anziano. Nella trascrizione abbiamo voluto abbondare in particolari. Apparentemente essi sono riferibili alla concreta situazione storica in cui i gruppi torinesi hanno agito. Ci vuole però poca fantasia per scoprire i termini di trascrizione nella propria situazione. Quello che a Torino è stato fatto, può essere ripetuto altrove. Variano i tempi e i metodi: resta Io spirito, la linea di conduzione, i collegamenti tecnici e politici, il rullino di marcia.
    3. Un terzo aspetto merita l'ultima sottolineatura. Tra le righe dell'esperienza appare immediatamente una «teoria» sul servizio agli anziani. Serio da un lato e umano dall'altro: di reale liberazione, insomma. Molti gruppi lavorano con gli anziani. Troppo spesso con una superficialità preoccupante. Il rischio di strumentalizzare l'anziano alle proprie ingenuità politiche, non è mai sufficientemente denunciato. Il servizio agli anziani esige qualificazione. COSTRUIRE INSIEME ci aiuta a cogliere il significato oggettivo della qualificazione, in una visione promozionale globale. Le pagine che seguono meritano di essere studiate. Sono un «discorso» sull'anziano, fatto dal vivo di una esperienza: privilegiando il processo induttivo su quello didascalico (per allargare le prospettive: cfr. Note di Pastorale Giovanile, 1972 /4).

    Elaborazione redazionale su materiale di COSTRUIRE INSIEME (Via Nizza 22f 10125 TORINO - tel. 011.683915).

    «COSTRUIRE INSIEME»: UNA PROPOSTA DI COLLEGAMENTO TRA GRUPPI IMPEGNATI

    Quello che più colpisce chiunque ha un minimo di spirito critico nella lettura degli eventi che quotidianamente ci coinvolgono è la pacata indifferenza con cui tutto viene accettato, anzi subìto. «Anche noi siamo infatti a nostra volta vittime della manipolazione e immunizzati dalla consuetudine allo spettacolo o alla notizia di anomalie divenute regola. Siamo quindi diventati passivi osservatori di fatti gravissimi che rimangono "non giudicati" perché privi di analisi che li colleghi con le loro radici più profonde» (La terra è di Dio, n. 29).
    Partendo da questa semplice, ma fondamentale costatazione abbiamo deciso di impegnarci secondo una duplice direttrice: a livello operativo con precise attività di quartiere e a livello di studio con incontri periodici di ascolto, di verifica e di collegamento. Abbiamo in tal modo costituito il gruppo «Costruire insieme» ed intendiamo collaborare con tutti i giovani che operano in campo caritativo, sociale e politico per la liberazione globale dell'uomo.
    Persuasi che il silenzio di fronte alla violenza dello sfruttamento e della ingiustizia sociale oggi non è più giustificabile per nessun uomo «di buona volontà» e tanto meno per il cristiano, intendiamo aiutarci a vicenda a valutare criticamente i fatti che ci circondano per cogliere le contraddizioni, la logica della sopraffazione; desideriamo aiutarci a non abituarci al male e all'ingiustizia, a rendere ciascuno cosciente della propria dignità umana e, perciò, dei propri diritti e doveri.
    Siamo convinti che una riforma autentica e duratura della società deve partire da un movimento di base il più vasto possibile: per questo come gruppo «Costruire insieme» ci proponiamo come fine la sensibilizzazione politica delle nostre comunità cristiane ed in particolare dei giovani perché non vi è soluzione di continuità tra fede ed impegno politico: il cristiano non può dimenticare di essere tale anche di fronte ai problemi che lo impegnano personalmente, che lo investono ogni istante, che lo chiamano ad una decisione pronta e generosa, leale e giusta, quando deve fare delle scelte di vita e di lavoro in qualsiasi istante della sua giornata.
    Il nostro impegno poggia su tre punti fondamentali:

    1) La convinzione che il Terzo Mondo ce l'abbiamo in casa e nella misura in cui lavoreremo concretamente nel nostro Terzo Mondo, lavoreremo anche per il Terzo Mondo lontano; abbiamo costatato che, chi personalmente si compromette nell'impegno di liberazione nel quartiere, nella parrocchia, nella città è molto più sensibile ai problemi analoghi di paesi lontani e si impegna per i fratelli «lontani» nella misura in cui sa impegnarsi per quelli vicini.

    2) La drammatica costatazione che il mondo cattolico fatica a comprendere la necessità di vivere la fede secondo una dimensione politica e unitaria.
    Per questo occorre superare il sentimentale scambio di «edificanti esperienze» per giungere ad un serio collegamento che permetta di organizzare una strategia comune.

    3) Infine riteniamo che qualsiasi proposta di lavoro, trovi credibilità e serietà nella misura in cui concretamente si compromette con gli altri. Il nostro gruppo anche nel nome vuole eliminare ogni ambiguità, togliere ogni ombra di paternalismo e di ottusa monopolizzazione: intendiamo lavorare non per i poveri, gli emarginati, gli sfruttati, ma con loro, maturando insieme una coscienza politica e desideriamo collaborare con tutti i gruppi ecclesiali spontanei e politici, per scavalcare quella miriade di brevetti a riproduzione vietata che costella ancora il firmamento cattolico.

    IL PROBLEMA DEGLI ANZIANI

    «Costruire insieme» oggi ha due anni di attività. In questo periodo ci siamo conosciuti: abbiamo lavorato insieme, ci siamo incontrati nello studio e nella preghiera, ci siamo arricchiti di qualche esperienza in più che vogliamo mettere in comune con tutti. Con gruppi parrocchiali e spontanei, con i vecchi e nuovi amici, con i giovani d'età e i giovani di spirito, con gli anziani, gli emarginati, gli handicappati: con tutti coloro, insomma, che hanno sensibilità ai problemi della società attuale della violenza e dello sfruttamento, dell'ingiustizia sociale e dell'emarginazione, e non intendono abituarsi a questi mali ed a questa ingiustizia. Un problema che ha particolarmente polarizzato la nostra attenzione, nello studio e nell'attività diretta, è quello degli «anziani».
    È attraverso la descrizione del tipo di lavoro che abbiamo fatto in questo settore, che desideriamo presentarci, per stimolare altri a camminare in una direzione che ci sembra quella giusta, proprio in prospettiva di fede. Abbiamo scelto l'impegno per la «liberazione» degli anziani, provocati dalla realtà.
    Gli ultrassessantenni della provincia di Torino superano le 250.000 unità e corrispondono al 16,22% della popolazione, nella sola città di Torino raggiungono il numero di 200.680; la maggioranza vive al proprio domicilio, con un reddito molto basso, per cui la parola «abitazione», dovrebbe sovente essere sostituita dal termine «rifugio», «soffitta», «tugurio».
    Gli «ospiti» in case di riposo (sono oltre 175 tra quelle gestite o convenzionate con gli Enti locali e quelle private, senza contare quella di recentissima apertura o in via di edificazione) raggiungono il numero di 13.500 circa.

    Il dramma dell'anziano

    Le cifre sono eloquenti, immediatamente.
    Le abbiamo studiate, approfondendo la conoscenza sociologica e psicologica dell'anziano e ci siamo accorti di aspetti tragici. Dati statistici e lettura attenta dei fatti ci hanno costretto a privilegiare questo concreto spazio di intervento. Siamo così diventati una proposta di impegno ai gruppi sensibili e una inquietudine, un «martellamento incessante», a coloro che rifiutavano di considerare questo problema.
    Lo studio ci ha portato a concludere che i «drammi» dell'anziano sono di ordine fisico-psicologico, sociale ed economico. L'anziano è cosciente di avviarsi verso un progressivo decadimento e manifesta troppo sovente un atteggiamento di rinuncia e di rassegnazione.

    L'aspetto fisico-psicologico

    La società ha contribuito a dare – o almeno ad accentuare – una configurazione deteriore ed errata dell'anziano, definito spessissimo «il nonnino», «il vecchietto», «il poveretto», traballante, poco sicuro di sé e non troppo «lucido» intellettualmente. La letteratura sulla «terza età» a carattere divulgativo ha sottolineato l'aspetto patetico della persona «non più giovane», favorendo gli atteggiamenti assistenziali e paternalistici. L'anziano ha evidentemente dei problemi fisici (vista, udito, deambulazione) e psichici (arteriosclerosi, alienazione mentale), ma questi sono conseguenza di un certo modo di vedere ed affrontare (o meglio rifiutare) da parte della società la realtà dell'anziano.

    L'aspetto sociale

    L'anziano dal momento fatidico del pensionamento in poi va progressivamente perdendo il suo ruolo nella società, nel lavoro, nella famiglia, e conseguentemente – non sentendosi più coinvolto in prima persona – perde l'interesse verso la realtà che lo circonda, anche quella più intima e familiare.
    In un documento delle confederazioni sindacali CGIL - CISL - UIL, sul tema «Il problema degli anziani nell'ambito della lotta per le riforme» si afferma: «Diventare anziani con il massimo di autosufficienza è un problema di tutti i lavoratori. La lotta contro il decadimento fisico e psichico comincia nelle fabbriche e nelle aziende, si estende alle condizioni ambientali e richiede la presenza di idonei servizi sanitari, sociali, abitativi, culturali, di tempo libero, ecc., per l'infanzia, la gioventù, gli adulti e gli anziani».

    L'aspetto economico

    La preoccupazione dell'oggi (affitto - vitto - spese correnti in continuo aumento) incide notevolmente sulla serenità e l'amore alla vita dell'anziano e, ancor più, incide sulle possibilità reali della sua permanenza al proprio domicilio. Non a caso si legge testualmente nella presentazione della legge Vietti sull'assistenza domiciliare agli anziani, inabili e minori: «Da un'indagine campione svolta dall'IRES sui dati dell'ultimo censimento, risulta che nella Regione piemontese gli ultrasessantenni superano le 850.000 unità, con una percentuale superiore al 19,50% dell'intera popolazione, con un minimo del 16,22% in provincia di Torino ed un massimo del 25,74% in provincia di Asti. Ne deriva la necessità di una nuova politica della previdenza, della sistemazione alloggiativa e dei servizi sociali per assicurare all'anziano l'autonomia che gli permetta di liberamente scegliere tra l'ambiente comunitario e la permanenza nella propria casa».
    Belle parole, che spesso restano soltanto parole!
    L'alternativa, anzi la «scelta» (!) obbligatoria, per ora rimane il ricovero.

    Proibito ammalarsi

    Ma la situazione si fa ancora più drammatica quando l'anziano, per lo più ultra 70enne (ma sappiamo che un'emiplegia può capitare anche prima), si ammala e – in parte per il tipo di malattia o di incidente, in parte maggiore per mancanza di strutture adeguate ad assisterlo in modo funzionale – perde la propria autosufficienza.
    Un anziano che si ammala a Torino e perde la propria autosufficienza ha come unica possibilità quella di andare a finire in uno dei grossi casermoni-ricoveri. Cioè, si noti bene, viene «depositato» in una struttura non sanitaria, che lo accoglie e lo abbandona in un letto. Questa situazione paradossale – nota a tutti – ha tre conseguenze immediate:
    a) non solo l'anziano ammalato non migliora, ma diventa cronico, perde ogni possibilità e speranza di recupero;
    b) non essendo le case di riposo strutture sanitarie o parasanitarie riconosciute, non sono sotto il controllo dell'Assessorato alla Sanità della Regione, ossia non hanno alcun controllo sanitario;
    c) gli istituti – essendo per statuto casa-albergo – non sono tenuti né ad avere personale medico e fisiokinesiterapico, né a provvedere, quindi, alla cura e riabilitazione degli ospiti. Se lo fanno, bontà loro!

    UN ANNO DI LAVORO: STUDIO E SENSIBILIZZAZIONE

    Itinerario del nostro lavoro

    Tra i gruppi che, a titoli diversi, si riferiscono a «Costruire insieme», molti lavoravano da tempo con gli anziani. Erano partiti da incontri amicali con gli ospiti nei ricoveri, da attività di animazione del loro tempo libero. Poi la realtà li ha provocati. Lo spazio umano, ricostruito nel tempo libero, era troppo spesso soffocato dalle situazioni ingiuste, di ordine strutturale, di cui essi soffrivano.
    Essere con loro, senza impegnarsi per una liberazione più ampia, capace di restituire la gioia di vivere, significava diventare corresponsabili della loro oppressione.
    Questi gruppi hanno provocato il movimento, per una presa di coscienza più generale. Per questo «Costruire insieme» ha lanciato l'impegno per gli anziani.
    Abbiamo presto allargato il giro. Volevamo coinvolgere altri gruppi in questo nostro progetto. Non per far numero, per essere in tanti: diventare «forti» e incidenti. Crediamo ad una logica diversa.
    Volevamo coinvolgere gli altri gruppi, per allargare ad essi questa coscienza che qualcuno aveva dato a noi. Il problema degli anziani è problema di tutti: non può essere relegato ai soli interventi specialistici. Le pagine che seguono narrano il nostro faticoso procedere, la nostra strategia. È facile cogliere tra le righe lo stile globale del nostro intervento:
    • Un impegno politico che parta e arrivi sempre alla dimensione personale. L'anziano è persona. Non può diventare lo strumento di un discorso solo strutturale. Per questo abbiamo sempre tentato di cucire le prospettive politiche con le soluzioni ai problemi personali, anche se parziali e provvisorie.
    • In tutti i nostri interventi abbiamo poi tentato di coinvolgere esperti, operatori sociali ufficiali e operatori volontari. Ci è parsa, alla prova dei fatti, una scelta interessante, perché ha favorito arricchimenti reciproci.

    Gli obiettivi

    Nel nostro primo progetto abbiamo scritto gli obiettivi che intendevamo perseguire nell'affrontare il problema dell'anziano. Dicevamo testualmente:
    a) sensibilizzare la comunità verso l'anziano;
    b) sensibilizzare l'anziano sui propri diritti (casa, servizi sociali e sanitari, inserimento nella vita del quartiere;
    c) sensibilizzare l'anziano sul ruolo attivo che può ancora svolgere nella società.
    Tali obiettivi partono da alcuni orientamenti di fondo:

    1) Non ci dev'essere soluzione di continuità dell'inserimento sociale dell'anziano. Quindi:
    – non emarginarlo
    – reinserirlo
    – convincere l'anziano che è utile (vivo e non vègeto) e che perciò non deve disinteressarsi delle cose che lo circondano.
    2) Creare una coscienza in tutti gli altri che l'anziano ha dei valori da comunicarci, deve quindi essere aiutato a mantenere l'inserimento.
    3) Creare l'alternativa agli Istituti. Questo comporta:
    – impegno contro l'egoismo della famiglia che se ne vuole liberare (direttamente e indirettamente);
    – impegno contro la solitudine dell'anziano (l'anziano non deve più sentire la necessità di andare in Istituto perché non trova amicizia, compagnia e aiuto);
    – impegno per migliorare gli interventi pubblici (enti) così da rendere praticamente (lato economico, sanitario, riabilitativo, ecc.) possibile la permanenza dell'anziano a casa.

    Volontari motivati

    Occorreva impostare una strategia che ci permettesse di iniziare un lavoro in profondità nei gruppi e nei quartieri.
    A questo scopo abbiamo cercato collegamenti con tutti coloro che erano interessati in qualche misura e a diversi livelli al nostro stesso lavoro. Agli amici e collaboratori abbiamo chiesto:

    serietà di motivazione: se non si è motivati, soprattutto in un impegno di volontariato, viene a mancare quanto prima – non solo la continuità e l'assiduità nel lavoro intrapreso – ma soprattutto quella particolare «carica utopica e creativa», che giustifica il volontariato come momento qualificante e privilegiato di promozione, di denuncia e di proposte alternative.
    Se è vero che tutti possiamo attraversare un periodo di crisi, è pur vero che non si sceglie un campo di lavoro per evadere da una delusione o per riequilibrare uno scotto affettivo subìto. L'impegno di un volontario adulto non può non coinvolgere le sue scelte di vita, come uomo e – nel nostro caso – anche come cristiano.

    Impegno informativo e formativo: l'assistenza è stata troppe volte frutto d'improvvisazione e di buona volontà di pochi, ma questo non basta più. Bisogna avere il coraggio di ricominciare da capo, l'umiltà o, meglio, forse l'onestà di ammettere di avere pregiudizi e «modelli d'uomo e di sviluppo» disumani ed alienanti, per superare i quali lo studio e la ricerca devono diventare non momenti isolati ed occasionali, ma un metodo di vita.

    Attività concreta: il «tirocinio» o, come noi lo chiamiamo, il contatto con la realtà e la persona anziana è il presupposto fondamentale per rimanere in presa diretta con i problemi reali e per non fare proposte o progetti sulla pelle degli anziani. Il servizio e la collaborazione per e con gli anziani è il punto di partenza e il punto di verifica di tutto il nostro lavoro «teorico» e promozionale.

    Errori da evitare

    La fatica maggiore noi l'abbiamo fatta per toglierci di dosso il pesante condizionamento di un certo «modello di anziano»: infatti è piuttosto diffusa l'opinione che identifica l'anziano con il malato e il povero, tanto è vero che esistono gruppi, movimenti, enti per lo più a carattere caritativo-assistenziale, piuttosto che preventivo e promozionale.
    Allora è necessario correggere la «direzione del tiro» partendo da alcuni principi fondamentali:

    • La persona anziana continua ad avere una propria dignità che le viene non solo dall'età ma dalla esperienza maturata durante tutta una vita di lavoro, deve perciò rimanere soggetto di ogni attività, che in qualche modo la riguarda.
    • I comportamenti irregolari dell'anziano hanno cause psicologiche e sociologiche plurime e non sempre facilmente identificabili, ma che, comunque, si possono far risalire ad una precisa responsabilità della nostra società, che lascia l'anziano senza un ruolo preciso.
    • Il discorso sull'anziano non s'improvvisa, ma è frutto di una seria e costante documentazione, di un approccio costruttivo ed umile con esperti, ricerche, studi, esperienze. Soprattutto nessuna iniziativa può essere valida in ordine all'inserimento sociale, alla rieducazione psico-fisica, alla ricerca di ruoli gratificanti, senza la diretta partecipazione e il personale coinvolgimento degli anziani stessi.

    Indagine conoscitiva

    Quando un gruppo è «neonato» cerca innanzitutto di orientarsi e di farsi un'idea precisa della situazione, attraverso una mappa sociale e pastorale dei servizi, delle strutture, delle iniziative, dei gruppi che si occupano della «terza età». Il «taglio» cristiano che ci caratterizza ci fa, naturalmente, considerare la promozione globale dell'anziano, che ha

    NPG 1975-11-43

    È cominciato, pertanto, il censimento delle forze e dei servizi operanti a livello pubblico, sociale e politico (Enti locali, quartieri, Enti e associazioni) ed a livello ecclesiale (parrocchie, gruppi, associazioni). Questa è la situazione che abbiamo registrato:
    – Il Comune tra la fine del 1973 e l'inizio del 1974 aveva 4 centri sociali per anziani e 1 centro di servizi di base (per tutti).
    – L'EISS (Ente Italiano Servizi Sociali) ha tuttora un centro sociale.
    – Le Parrocchie svolgono per lo più attività di assistenza religiosa ed economica attraverso i gruppi caritativi delle S. Vincenzo. In alcune esiste il «Gruppo terza età» a scopi promozionali e formativi.

    Mini-corsi: incontri di sensibilizzazione nei quartieri

    Mentre si svolgeva il difficile «censimento» dei servizi rivolti agli anziani in Torino, abbiamo progettato due mini-corsi di informazione e di sensibilizzazione capillare in due quartieri a noi già noti, perché in questi operavano ed operano tuttora alcuni nostri amici: si partiva, cioè, con una base d'appoggio. I corsi sono stati articolati in alcuni incontri settimanali.
    Gli argomenti erano i seguenti:
    – «La condizione dell'anziano oggi nella società: le attuali strutture - Proposte alternative».
    – «Gli aspetti psicologici del problema dell'anziano».
    – «Gli aspetti medici del problema dell'anziano: proposte per i quartieri».
    – «Centri sociali aperti, servizi alternativi al ricovero. Ruolo del volontariato».
    Nonostante il volantinaggio davanti alle chiese e due articoli apparsi sul settimanale diocesano, i partecipanti (tra cui diversi anziani) non hanno mai superato il numero di 35-40 e si è notata con vivo rammarico l'assenza dei comitati di quartiere. Eppure i relatori invitati erano noti non solo per la loro preparazione specifica, ma per la non comune esperienza «di campo», a contatto diretto e quotidiano con gli anziani.

    Visione globale organica

    Naturalmente i due corsi sono stati un momento «forte» di riflessione, un battistrada sicuro per cominciare secondo una direzione liberante e promozionale, studiata durante gli incontri settimanali nella nostra sede. Sostanzialmente sono emersi i seguenti problemi:

    1) L'anziano deve essere avviato al ricupero di un suo ruolo specifico in questa società, che tende invece a depotenziare e deresponsabilizzare chi non produce più e non consuma.

    2) Occorre trovare la strada per realizzare concretamente questa «riabilitazione globale» (psico-sociale) dell'anziano: di qui alcuni tentativi in via di attuazione (ne parleremo nelle pagine seguenti).

    3) L'assistenza domiciliare dei Centri Sociali per Anziani e di Base del Comune:
    – Deve essere potenziata e qualificata ulteriormente perché non è il numero che migliora la qualità. Aver raddoppiato i Centri è un fatto indubbiamente positivo, ma non aver qualificato il servizio, significa aver raddoppiato sovente soltanto illusioni e speranze.
    I bisogni dell'anziano devono determinare la misura e la tipologia dei servizi, poiché si tratta di dare all'anziano non un volume maggiore di prestazioni di quelle che si danno all'adulto, ma semplicemente di fornirgli prestazioni adeguate ai suoi bisogni.
    – Non risolve tutti i problemi dell'anziano, soprattutto quando questi comincia a perdere la propria autosufficienza fisica. L'assistenza sanitaria e riabilitativa domiciliare è ancora una possibilità remota.
    Soprattutto l'assistenza preventiva non esiste (non solo in campo geriatrico, purtroppo!) perché mancano le strutture elementari per attuarla. I geriatri in servizio nei Centri del Comune devono limitarsi a consulenze, a colloqui e ad una controllatina della pressione, poiché la loro specialità non è riconosciuta da nessuno.

    4) L'anziano malato lungodegente o non più autosufficiente non ha strutture sanitarie adeguate e viene lasciato senza assistenza sanitaria ed ospedaliera dagli Enti locali e ospedalieri, che lo scaricano ai «ricoveri», dichiarandolo d'ufficio non più malato, ma soltanto «assistito».
    Nessuno dei tre maggiori ricoveri di Torino, con centinaia di malati lungodegenti e cronici, è riconosciuto come struttura ospedaliera o sanitaria.

    Scelte prioritarie: s.o.s. geriatria

    Gli incontro di studio, i due mini-corso e soprattutto il contatto diretto con le persone anziane (e quindi i loro problemi, la loro ricerca di alternative e di sicurezze) ci hanno svelato in modo brutale il dramma dell'anziano (ma anche del giovane) che perde la propria autosufficienza. L'anziano può ammalarsi di malattie «comuni» (una bronchite, un'influenza, una frattura,... non sono stati patologici tipici della vecchiaia) o di malattie specifiche, che stanno alla base dell'invecchiamento; in ogni caso, comunque, la persona anziana necessita di un trattamento specifico. E qui intendiamo subito rilevare che la geriatria:
    – è sì quella branca medica che si occupa della prevenzione, cura e riabilitazione dell'anziano, attraverso una terapia adeguata alle esigenze fisiologiche, farmacologiche e riabilitative del «non più giovane»,
    – ma è anche una diversa mentalità nei confronti della persona anziana, la quale deve essere trattata con più pazienza, con più attenzione, più tatto, più tempo, uno stile diverso.
    Tutto questo troppo spesso manca: sia a livello di strutture sanitarie, sia a livello di personale.
    Tuttavia, mentre qualcosa si sta muovendo nel settore ospedaliero e qua e là sono sorti alcuni ospedali geriatrici (Ancona, Fermo, Firenze, Cosenza, Venezia, Bologna), non vi è invece, generalmente, nessuna prospettiva nel campo dei lungodegenti, forse anche perché molti medici mostrano una certa riluttanza ad essere assegnati a tali reparti, considerati di serie inferiore.
    Perché questa informazione fosse seria e documentata, abbiamo interpellato gli Assessori Regionali alla Sanità. Abbiamo ottenuto «risposte» di 9 Regioni italiane. I dati sono davvero sconcertanti: ad un fabbisogno medio valutato di 100.000 posti-letto (come documenta uno studio di «Medicina geriatrica» del sett.-ott. 1972) fa riscontro una disponibilità reale di 3/4.000 posti-letto.
    Ricapitolando:

    1) Per l'anziano sano ed autosufficiente, alcuni servizi sono già «partiti», l'assistenza domiciliare all'anziano è già un atto, limitato ma positivo;
    2) Per l'anziano malato acuto la soluzione attuale è l'accoglimento in comuni reparti ospedalieri, nei quali se ha fortuna l'anziano può riprendersi, se non ce l'ha diventa lungodegente e cronico.
    Inutile dire che è grottesco lasciare la «ripresa» fisio-psicologica dell'anziano alla fortuna! Per noi è assolutamente inaccettabile.
    3) Per l'anziano lungodegente e cronico a Torino non esistono strutture sanitarie specifiche, pertanto i malati diventano assistiti e finiscono nei ricoveri.
    Questo significa uccidere l'anziano moralmente e psicologicamente, oltre che fisiologicamente, perché gli viene negata ogni possibilità di ricupero (funzionale e psico-sociale).

    LO SPAZIO POLITICO DEL NOSTRO SERVIZIO AGLI ANZIANI

    Abbiamo, così, messo il dito sulla piaga più dolorosa e dimenticata, senza peraltro perdere di vista il quadro generale dell'assistenza all'anziano: tale assistenza si deve, infatti, attuare attraverso tutta una serie di servizi articolati ed integrati tra loro.
    Dunque visione globale organica, con alcune priorità di esecuzione. Il tutto all'interno di alcuni «punti-fermi», per noi irrinunciabili.

    1) Non vogliamo che gli anziani che si ammalano diventino lungodegenti e cronici per mancanza di strutture ospedaliere funzionali e specializzate.
    2) Non vogliamo che si continui a considerare il cronico un uomo finito, come attualmente avviene, dimenticandolo in un letto di ricovero.
    3) Non vogliamo che il non-autosufficiente lieve rimanga in istituto, solo perché manca una seria politica di assistenza domiciliare. Oggi non esistono alternative per chi perde anche solo in parte la propria autosufficienza fisica.
    4) Non vogliamo che l'anziano sano vada in istituto, solo perché non si sente sicuro o non riesce a tirare avanti con la sua pensione.

    Nessuna demagogia

    Nell'affrontare il problema dell'anziano non più autosufficiente ci siamo posti una semplice domanda; ma lasciamo a persone più qualificate la parola: sottoscriviamo in pieno.

    Esistono, attualmente, alternative valide agli Ospizi?

    «Dunque, la conclusione rigorosa della discussione, e la risposta alla domanda proposta dal tema non può essere che la seguente: occorre poter abolire gli Ospizi. Ma per poter abolire gli Ospizi è necessario disporre di strutture e organizzazioni che possano svolgere, in modo socialmente corretto, i compiti attualmente affidati agli Ospizi: occorrono in altre parole delle alternative ad essi.
    Esaminiamo dunque lo stato attuale e quello presumibile in un prossimo futuro dell'assistenza gerontologica, proponendoci il fine di renderci conto se esistano e quali eventualmente siano queste alternative. La risposta è semplice e anche alquanto imbarazzante: oggi come oggi alternative non ne esistono, né si può obbiettivamente prevedere che possano essere realizzate in un prossimo futuro. A questo punto cadono tutti i ragionamenti e le affermazioni precedenti, a dispetto della loro sostanziale validità; a che serve concludere che gli Ospizi debbono essere eliminati, se la realtà è tale che nessuno e niente è oggi in grado di prendersi cura dei vecchi in essi accolti? come è pensabile distruggere gli Ospizi disinteressandosi poi del destino al quale vanno incontro coloro che oggi li utilizzano? che positiva azione sociale si può svolgere distruggendo senza aver prima costruito?
    Giunti a questo punto del discorso, si impone, pur tenendo ferme le linee di principio e i fini di massima, rivedere le conclusioni cui la discussione è giunta, e sorge la necessità di un riconoscimento, che è anche autocritica, e che non si fa volentieri anche se è dettato dalla brutalità del dato di fatto: gli Ospizi esistono in quanto, a conti fatti, risultano ancora necessari. Tuttavia è indispensabile non perdere di vista un fatto importante: questa necessarietà si pone solo in via negativa, e si basa non su intrinseci valori obiettivi da salvare nell'istituzione dell'Ospizio, bensì per la mancanza, allo stato attuale dell'assistenza gerontologica, di valide alternative ad essa: il che implica, nel riconoscimento di un dato di fatto, la riconferma di un giudizio sostanzialmente negativo dell'Ospizio in sé e per sé».
    (G. Baronti - B. Sullo - F. Terreni, «Gli ospizi: eliminarli o solo ristrutturarli?», Medicina Geriatrica, VI, 1972, Firenze)

    Gli studi, i progetti, i documenti – lo sappiamo – non mancano: si tratta di sollecitare i pubblici poteri perché tutte le belle iniziative non rimangano sulla carta; a tal fine abbiamo tentato di programmare una strategia del martellamento, persuasi che «la goccia scava la pietra».

    Ampia consultazione

    Abbiamo elaborato una bozza di documento alla fine di aprile (1974) e l'abbiamo inviata ai quartieri, alle parrocchie, ai sindacati, ai gruppi ed alle organizzazioni, oltre che – naturalmente – agli esperti del settore (geriatri, infermieri, fisioterapisti), allo scopo di operare una consultazione democratica, che tenesse conto dei molteplici aspetti del problema dell'anziano malato e lungodegente. Su questa bozza di documento ha luogo un primo incontro per raccogliere le osservazioni, i suggerimenti e gli emendamenti da portare alla bozza.
    La partecipazione è stata lusinghiera. Tra i presenti, rappresentanti di numerosi gruppi: gruppi spontanei, Compagnia della Carità, alcuni quartieri, coordinamento dei C.d.Q., assistenti sociali degli ospedali, medici. Il dibattito è stato caldo e appassionato. Spesso polemico. Sono emersi i problemi di sempre: tutto e subito oppure quello che è possibile in concreto, con una progressione attenta; modificare le strutture che sono alla radice dell'emarginazione oppure distruggere un sistema che emargina; dimensione umana del problema oppure risvolti solamente politici. Noi abbiamo difeso una posizione di rispetto «concreto» e di servizio all'anziano. Vogliamo che i ricoveri con cronici si convertano in ospedali geriatrici, cioè si apporti una radicale trasformazione funzionale e specialistica della struttura esistente, favorendo nello stesso tempo il ritorno a casa e l'inserimento sociale di tutti gli anziani autosufficienti, attraverso un decente servizio di assistenza domiciliare, polivalente, qualificata, coordinata.

    Stesura definitiva

    Sono seguiti giorni di intense consultazioni e di modifiche, per giungere alla bozza definitiva, che tenesse conto dei suggerimenti ricevuti, rielaborati finalmente nell'incontro conclusivo. La riportiamo per intero, anche perché segna una tappa importante nella nostra storia.
    Nell'ambito dei servizi sociali si presenta urgente l'esigenza di organizzare un efficiente sistema di assistenza agli anziani capace di risolvere, con strutture e servizi diversamente articolati, tutti i problemi di prevenzione, di cura, di riabilitazione, nonché i problemi sociali che l'età anziana comporta. Le necessità e i relativi tipi di intervento sono notevolmente diversi a seconda che si consideri l'anziano sano ed autosufficiente, l'anziano colpito da malattia acuta, l'anziano affetto da malattia a lungo decorso.
    Un'assistenza geriatrica globale richiede, pertanto, l'istituzione di tutta una serie di servizi sanitari e sociali – a livello domiciliare, ambulatoriale ed ospedaliero – i cui interventi, integrati e correlati tra loro, permettano di far fronte a tutte le varie e molteplici necessità, che le diverse condizioni socio-economiche e psico-fisiche dei singoli soggetti anziani comportano.
    Per quanto concerne le specifiche carenze della situazione torinese è da osservare che:

    – L'assistenza e la permanenza a domicilio degli anziani autosufficienti è ostacolata dallo scarso e non qualificato sviluppo dei servizi domiciliari e dal mancato riconoscimento da parte degli Enti Mutualistici della medicina geriatrica, che permetterebbe di potenziare e razionalizzare le prestazioni mediche e riabilitative dei centri sociali del Comune.

    – Per quanto concerne i problemi della lungodegenza, e, conseguentemente dei servizi di medicina riabilitativa per anziani, vi è assoluta mancanza di intervento e di sensibilità da parte degli Enti Mutualistici, tutti i compiti di terapia ai lungodegenti (anche ai giovani) sono esclusivamente devoluti ad istituzioni cui manca uno specifico riconoscimento legale dei propri compiti ed attività e l'adeguamento delle cui strutture medico-assistenziali è gravemente ostacolato dalla mancata definizione della loro posizione nell'ambito dell'assistenza sanitaria.

    In base a quanto esposto, non è più possibile ignorare una situazione umanamente insostenibile e al limite della legalità.
    Pertanto chiediamo:

    – AGLI ENTI MUTUALISTICI e all'INAM in particolare:
    a) di costituire in Torino e Provincia un servizio specialistico geriatrico con prestazioni ambulatoriali e domiciliari, integrato con i servizi sociali decentrati di aiuto domiciliare del Comune;
    b) di affrontare i problemi della lungodegenza, in ottemperanza a quanto previsto dalla legge 4/8/1955 n. 692 art. 2 e 3, provvedendo all'assistenza sanitaria ospedaliera senza limiti di durata per i pazienti affetti dalle malattie della vecchiaia elencate nel decreto del Ministero del Lavoro e Previdenza Sociale del 21/12/1956 e convenzionandosi con reparti ospedalieri ed istituti opportunamente attrezzati e sotto il controllo delle autorità sanitarie.
    La necessità di prosecuzione di terapia nei reparti per lungodegenti dovrà essere specificata dal medico curante all'atto della dimissione dai reparti per acuti.

    – AGLI ASSESSORATI REGIONALI alla SICUREZZA SOCIALE e IGIENE e SANITÀ e agli ASSESSORATI COMUNALI all'ASSISTENZA SOCIALE e all'IGIENE di esaminare unitariamente, pur nell'ambito delle rispettive competenze, i seguenti problemi:
    a) potenziamento e qualificazione dei servizi sociali preventivi e riabilitativi delle strutture di assistenza domiciliare al fine di creare per l'anziano e per tutti coloro che ne hanno bisogno una reale possibilità di permanenza nel proprio domicilio;
    b) censimento e valutazione delle strutture medico-sanitario delle istituzioni che a qualsiasi titolo svolgono attualmente opera di assistenza e cura agli anziani lungodegenti e cronici;
    c) costituzione di una rete di servizi ospedalieri con reparti per acuti lungodegenti e servizi di ospedale diurno, mediante apertura di nuovi reparti e ristrutturazione e inserimento nel piano ospedaliero regionale delle strutture e degli enti non ospedalieri che attualmente svolgono compiti di assistenza e terapia ai lungodegenti o la loro chiusura ove questa ristrutturazione non fosse possibile.
    Onestamente ci sembra un documento specifico, ma non settoriale, dal quale emerge chiaramente la necessità urgente e non più differibile di:
    – coordinare gli interventi
    – ristrutturare e riconvertire quelle strutture (i ricoveri) che già di fatto si occupano di cronici
    – costituire finalmente una rete di servizi sanitari di prevenzione, cura, riabilitazione (unità locali sanitarie, ospedali, day-hospitals), che ponga fine alla babele attuale.
    Puntualizzate, così, le richieste, abbiamo provveduto alla raccolta delle adesioni di quanti avevano a cuore la vita e la dignità dell'anziano, al di là della collocazione politica e religiosa. Tutti i nostri amici si sono mobilitati e in pochi giorni il documento era sottoscritto da oltre un centinaio tra persone e gruppi, tra cui medici, assistenti sociali, quartieri.

    IL «DOPO DOCUMENTO»: IL LAVORO CONTINUA...

    Il documento è stato consegnato alle autorità competenti (assessori del Comune e della Regione e Enti mutualistici).
    Per avere risposte che superassero le generiche promesse, abbiamo incominciato il pellegrinaggio da un ufficio all'altro, alla ricerca di quello definitivamente competente a dirci una parola conclusiva.
    La stiamo ancora attendendo!
    Durante l'estate sono partite le lettere di sollecito per quanti non si erano fatti vivi.
    Da settembre abbiamo ripreso la «strategia del martellamento», puntando su incontri bilaterali tra amministratori da una parte ed esperti e cittadini dall'altra.
    Nel tentativo di «far sentire i sordi» abbiamo avuto un incontro preliminare con alcuni «big» nel settore anziani, al fine di esercitare una maggiore pressione nei confronti dei pubblici amministratori. Erano presenti i Proff. Feruglio (geriatra), allora titolare della cattedra di Geriatria all'Università di Torino, e Maderna (psicologo di Milano), il Prof. Strumia (geriatra) e il Dott. Rastellini (presidente del Centro INRCA di Torino).
    Il Prof. Feruglio ha rilevato che il discorso geriatrico non è ancora recepito dalla classe politica (e medica, aggiungiamo noi!) e che, pertanto, è necessario non solo avanzare proposte precise ed alternative, ma appoggiarle attraverso una larga base di consensi qualificati, così da assumere una non ignorabile rilevanza politica.
    Il Prof. Maderna ci ha illustrato la situazione lombarda.
    La Lombardia ha provveduto al censimento ed alla valutazione delle strutture che accolgono anziani, delegando le Province, coordinate dalla regione attraverso un apposito «segretariato» dei problemi geriatrici. Gli operatori (assistenti sociali della provincia, studenti della facoltà di medicina, allievi del Prof. Maderna: in tutto oltre 200) sono stati preparati attraverso seminari promozionali di metodologia della ricerca. Infatti prima di raccogliere dei dati occorre sapere quale tipo di dati è necessario conoscere, quale interpretazione darne, come utilizzarli.
    È stato pure ricordato il problema urgente della qualificazione tecnica del personale (medici e infermieri) chiamati alla cura degli anziani.
    Può essere facile e anche doveroso progettare le riforme sulla carta, a patto che si tenga conto della situazione reale e nessun aspetto del problema venga eluso o dimenticato.
    Abbiamo più volte sottolineato che la geriatrica è un metodo di cura, un pool di specialità mediche ed una diversa mentalità nei confronti dell'anziano.
    Allora ci siamo domandati: esiste il personale qualificato professionalmente e psicologicamente? Esiste un numero sufficiente di personale paramedico, in grado di coprire i bisogni numericamente e qualitativamente rilevati? Anche in questo settore manca il coordinamento tra le scuole e la programmazione in base ai bisogni reali: per le arti sanitarie ausiliarie e parasanitarie i ministeri del Lavoro, della Pubblica Istruzione, della Sanità. A questo proposito si è rilevato l'urgenza e la necessità:

    1) Di un coordinamento e una pianificazione dei corsi, perché non si perpetui il fenomeno sconcertante della numerica mancanza di servizi per la mancanza di personale qualificato.

    2) La formazione psicologico-sociale e geriatrica del personale, a tutti i livelli. L'anziano in generale, e l'anziano malato in particolare, ha bisogno di un trattamento umano, cordiale, paziente, che ispiri fiducia e coraggio: questo vale ancora di più se si pensa che molti anziani (specie nei ricoveri) non incontrano altri al di fuori del personale. E un problema che non può essere eluso:.' gli sforzi finanziari ed i progressi delle scienze saranno forse un giorno inutili se non si sarà pensato per tempo alla formazione ed all'aggiornamento del personale ai diversi livelli.
    Infatti a noi sembra addirittura che í mezzi economici, se pure utili, lo siano assai meno degli operatori preparati e motivati. Gli uomini possono talora sopperire alle carenze dei mezzi e degli strumenti; questi ultimi non potranno mai sostituire l'uomo (A.M. Maderna - B. Finzi, La preparazione del personale nell'ambito di una moderna assistenza geriatrica, Giornale di Gerontologia, suppl. XLVI, 1971, Firenze).

    3) L'istituzione di nuovi ruoli, non solo perché si regolarizzi, qualifichi e renda appetibile u un nuovo tipo di professione, ma anche perché l'assistenza all'anziano deve essere meglio articolata e migliorata qualitativamente.

    Gli anziani non possono aspettare

    Perché il nostro lavoro non rimanesse un documento scritto, fra i tanti, e perché la nostra attività a diretto contatto con gli anziani ci riproponeva con esasperata insistenza l'urgenza della causa per la quale ci stiamo battendo e l'esattezza delle nostre valutazioni, siamo ritornati alla carica ed abbiamo invitato ad un incontro pubblico la Regione, il Comune e gli operatori del settore.
    Anche questa volta nulla di fatto. Abbiamo soltanto appreso che sarebbe iniziato il censimento degli istituti...
    La riunione si è conclusa con la richiesta da parte di tutti i presenti di coinvolgere finalmente in prima persona i diretti interessati, attraverso un nuovo pubblico confronto tra le autorità competenti.
    Abbiamo pazientemente ripreso la via delle lettere e delle porte: abbiamo bussato per iscritto e di persona.

    Un segno di speranza

    Il secondo incontro era affollato di autorità: oltre gli amici e gli esperti della precedente riunione erano presenti i rappresentanti della Regione e del Comune.
    Finalmente qualche bella notizia: la disponibilità ad una trattativa, promessa dall'INAM e un progetto per un corso di formazione geriatrica. Negli ultimi giorni di marzo è stato poi raggiunto finalmente l'accordo per la convenzione tra INAM e Comune di Torino per il riconoscimento della geriatria come servizio specialistico ambulatoriale e domiciliare. Questo servizio verrà attuato in tutti i centri sociali del Comune, presso i quali è prevista l'opera del geriatra. Per noi si tratta di un «grosso successo», perché segna l'avvio concreto di un nuovo modo di affrontare il problema della prevenzione, cura e riabilitazione dell'anziano. Ci pare particolarmente importante un corso di formazione geriatrica per medici, sottolineando maggiormente la parte di informazione psicologico-sociale, poiché manca ancora (come ricorda il Prof. Maderna) un corretto concetto di anziano.
    È stato pure affrontato il problema della realizzazione di un «ospedale diurno», appoggiato a strutture esistenti, attraverso una convenzione con l'INAM.
    Al riguardo il discorso è appena avviato e i primi tentativi sono falliti. Questo sarà il nostro prossimo obiettivo, poiché l'ospedale diurno si pone come soluzione intermedia ed obbligatoria tra l'ospedale e il domicilio, costituisce un momento di cura e riabilitazione funzionale che permette di evitare l'istituzionalizzazione (cioè il ricovero in istituto) ai non-autosufficienti in modo lieve, mantenedoli a livelli di funzionalità accettabili. Il tutto inquadrato in una rete organica, coordinata ed articolata di servizi, che rispondano alle diverse esigenze dell'anziano (sano a domicilio, malato acuto, lungodegente, parzialmente autosufficiente a domicilio, cronico), secondo una moderna e funzionale politica di assistenza.

    STUDI e SUSSIDI per il servizio agli anziani

    GLI ANZIANI COME PROTAGONISTI
    premesse a una pastorale del pensionamento
    a cura di L. Barraco
    pp. 154 - L. 1.600
    (Il volume, realizzato da una équipe di studiosi ed esperti, mette a fuoco alcuni problemi psicologici di fondo: il brusco passaggio da una vita di piena attività alla inattività, la grande disponibilità di tempo libero, i diversi ruoli familiari del pensionato, il distacco dall'ambiente di lavoro, con le relative amicizie, i problemi quotidiani del vitto, della salute, dell'alloggio...).

    DALLA PARTE DEGLI ANZIANI
    fotoproblemi: 16 fotografie con fascicolo-guida (L. 1.100)
    (Presenta il problema in tutta la sua ampiezza e gravità suggerendo concretamente il modo di affrontarlo e risolverlo in termini positivi e cristiani).

    GLI ANZIANI: UN PROBLEMA PER I GIOVANI
    per una presa di coscienza della condizione degli anziani nella società dei consumi
    Diapositive, serie C 26, 54 quadri, a colori, formato grande (24x36) Prezzi: Diapositive L. 6.000 • Libretto L. 500
    Fotografie di Autori vari - Testo di Bartolini-Tonelli
    (Questo sussidio audiovisivo vuole aiutare i giovani a prendere coscienza della «condizione» degli anziani nella società dei consumi. II libretto, dopo una serie dí dati e statistiche significative, indica una prospettiva di impegno a favore degli anziani da parte dei gruppi giovanili. Con quattro interviste vengono presentati gruppi giovanili che già lavorano per gli anziani).

    Elle Di Ci - 10096 Leumann (Torino)


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