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    Quale preghiera per i ragazzi?



    Franco Floris

    (NPG 1975-11-81)

    Per quel che riguarda la preghiera dei ragazzi, si è assistito in questi ultimi anni da una parte alla scomparsa dei classici manuali di preghiera per ragazzi e dall'altra al fenomeno dello spontaneismo di chi rifiuta l sussidi per la preghiera e opta per la creatività personale e per la improvvisazione.
    La conseguenza è che molti educatori, in assenza di nuovi sussidi, rimangono ancorati ai formulari di preghiera che hanno appreso da giovani e continuano a Insegnarli, mentre altri, affidandosi alla creatività personale hanno finito per impoverire il contenuto della preghiera dei loro ragazzi.
    Note di Pastorale Giovanile intende quest'anno affrontare nuovamente il tema della educazione dei ragazzi alla preghiera e intanto presenta un nuovo libro che vuole rispondere alla esigenza non solo di offrire del materiale per pregare, ma anche degli incontri per imparare a pregare. Il libro esce per ora in fase sperimentale per avviare un dialogo con gli operatori pastorali che lo adotteranno e poter giungere così ad una edizione migliorata e arricchita dalla sperimentazione diretta.

    DARE UN LINGUAGGIO ALLA AZIONE DELLO SPIRITO

    Il primo interrogativo che normalmente ci si pone parlando della preghiera dei ragazzi è se sia più opportuno far pregare il ragazzo o insegnargli prima che cosa sia la preghiera.
    È evidente che la risposta sta nella integrazione delle due affermazioni. Interessa però notare la loro verità profonda. La prima sottolinea che il ragazzo è cristiano e dunque ha il diritto ed il dovere di intrattenersi in colloquio con Dio. La seconda sottolinea il fatto che il ragazzo è una personalità in formazione e che perciò ha bisogno di essere introdotto nel mondo della preghiera.
    Tenendo presenti queste due esigenze faremo alcune osservazioni sul significato teologico della educazione alla preghiera, sul rapporto tra la preghiera e il progetto di uomo che il ragazzo sta realizzando, sulla natura della preghiera ispirata ad una spiritualità liturgica, sulla necessità di educare il ragazzo alla ricchezza di linguaggio e di contenuti della preghiera biblica.
    Nel battesimo il ragazzo ha compiuto il passaggio definitivo dal mondo del peccato a quello della amicizia con Dio. Poiché figlio di Dio, lo Spirito dimora in lui e lo spinge interiormente a rivolgersi a Dio gridando «Abba» (Rom 8,15).
    Lo Spirito è così il primo educatore del cristiano alla preghiera. Secondo S. Paolo infatti «lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché non sappiamo che cosa sia conveniente domandare (al Padre) ; ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili...» (Rom 8,26-27).
    Paolo offre il quadro teologico in cui va inserita una pastorale della preghiera. Il compito dell'educatore è quello di collaborare con lo Spirito, dando al ragazzo il «linguaggio» per poter pregare, proprio perché lo Spirito parla nel ragazzo con gemiti inesprimibili. Tocca all'educatore dare forma a questa azione interiore dello Spirito, dare coordinamento a queste emozioni. In una parola occorre dare al ragazzo un vocabolario della preghiera che egli poi userà liberamente, mosso dallo Spirito.
    Ne derivano alcuni orientamenti pastorali. Al ragazzo non si può dire: «Prega!»; bisogna insegnargli a pregare e come pregare. Non si può invitare il ragazzo a pregare, prima che sia in grado di farlo. La preghiera è il punto più alto dell'incontro con Dio, ma presuppone molti momenti precedenti la cui mancanza rende vuota la preghiera.
    E questo occorre dirlo soprattutto oggi, poiché il ragazzo non ha avuto, spesso, nessuna educazione alla preghiera durante il primo ciclo scolastico. Non si può dire: ha dodici anni, capisce queste parole, dunque sa pregare... E se è vero che a pregare si impara solamente pregando, è anche vero che ad annoiarsi della preghiera si impara... pregando in un certo modo.
    Educare a pregare non vuol dire imporre la preghiera e, peggio ancora, un ritmo di preghiera che corrisponde alle esigenze spirituali di un adulto, magari sacerdote. Vuol dire invece fargli gustare momenti di preghiera ricchi di contenuto, preparati con calma in modo che il ragazzo possa assimilare certi temi teologici proporzionati alla sua età. Il problema di educazione alla preghiera è anzitutto un problema di qualità e, solo in un secondo momento, un problema di quantità.

    LA PREGHIERA, MOMENTO DI UN PROGETTO EDUCATIVO

    Al centro della educazione alla preghiera non sta la preghiera stessa ma il ragazzo in stato di educazione. Il progetto di educazione alla preghiera è dunque a servizio del progetto globale di educazione della persona. La preghiera è allora uno dei momenti del progetto educativo.

    Due rischi per la preghiera

    La funzione della preghiera nella vita dell'uomo è quella di incontro libero, gratuito e fondamentalmente disinteressato con Dio. Sulla linea della gratuità e del disinteresse essa assume un ruolo tipico per il comportamento nel suo insieme. Se è vero che l'incontro con Dio trasforma l'uomo dal di dentro, e perciò influisce sul comportamento, bisogna anche affermare che la preghiera non ha per oggetto primario tale comportamento. Il «fare» è un riflesso, non una deduzione matematica della preghiera. Ciò che si vuole evitare sono due rischi cui spesso i momenti di preghiera con i ragazzi non si sottraggono: il moralismo e l'utilitarismo. Si può parlare di impostazione utilitaristica quando si insiste sulla preghiera come mezzo per diventare migliori e si misura la efficacia della preghiera dal rendimento di comportamento. La preghiera ci migliora dal di dentro ma questo miglioramento non è il suo scopo principale. Non bisogna strumentalizzare un incontro per sua natura gratuito e disinteressato, fondato solo sulla gioia di incontrare Dio.
    Il secondo rischio è quello di approfittare dei momenti di preghiera per insegnare «come vivere», come comportarsi. Certo, chi prega sa vivere con autenticità, ma non è nella preghiera che impara a vivere. Nella preghiera si prende coscienza di quel che si è, si scopre, alla luce dell'incontro con Dio, la propria identità e ci si rende disponibili a vivere da figli di Dio. Ma tale disponibilità deve essere resa concreta ed operativa in momenti educativi diversi dal dialogo con Dio. Non si va alla preghiera per sentirsi dare una serie di norme e di consigli ricavati dalla parola di Dio, né per innalzare a Dio preghiere in cui il contenuto morale prevale su quello teologico ed ontologico.

    Preghiera e progetto di sé

    Evitare di cadere nel moralismo e nell'utilitarismo non è affermare che la preghiera è slegata dal progetto di uomo che il ragazzo sta cercando di realizzare, progetto che supponiamo cristiano e pasquale.
    Elaborare un progetto cristiano di sé significa intraprendere un cammino che ha il suo punto di partenza nella esperienza sempre più riflessa ed approfondita di un Dio che mi parla e di cui accetto il messaggio e nella decisione di attuarmi secondo il progetto contenuto in tale messaggio, cioè secondo un modello di uomo quale Cristo lo ha realizzato.
    Il progetto implica così un momento conoscitivo-mentalizzante ed un momento affettivo-decisionale, in altre parole un momento catechetico ed un momento operativo basato su una scelta di continua conversione. Questi due momenti sono intimamente collegati con la preghiera ma sono anche momenti diversi, da non confondere. Sono i presupposti senza i quali la preghiera non può esistere.
    Riferendosi ai due rischi del moralismo e dell'utilitarismo si può dire che la preghiera non solo è inserita in un progetto educativo globale, ma che non può aver luogo se non esiste, un certo grado di impegno morale o, quanto meno un desiderio leale di conversione. Altro però è affermare la finalizzazione della preghiera alla vita morale.
    Il dialogo con Dio, l'intrattenersi con lui, noti dà norme di vita, ma motivi per vivere, non dà leggi ma significato alla vita, a partire dalla coscienza di essere creature che hanno fatto «pasqua» ed ora sono figli di Dio.

    Un dialogo sempre più profondo

    Il progetto di sé non è qualcosa che uno possa elaborare una volta per sempre. L'elaborazione dura tutta la vita con momenti di crescita e di pausa, di sviluppo e di ripensamento.
    La preghiera deve vivere di questo dinamismo di crescita. Perché ciò possa accadere occorre dare una educazione alla preghiera che sia allo stesso tempo adatta alla mentalità del ragazzo ma anche così profonda che apre alla preghiera del giovane e dell'adulto senza dover fare dei passi indietro rinnegando la educazione alla preghiera degli anni precedenti.
    Un modo di educare ad una preghiera che rispetti queste due esigenze è quello che presenta la preghiera come incontro tra persone. Quando il ragazzo sa vivere i momenti di preghiera come l'intrattenersi con una persona e l'intrecciare con lui una solida amicizia, potrà avventurarsi nel mondo della preghiera, come in una strada in cui conoscere l'altro, capirlo a fondo, sentirlo presente ed amarlo sono imprese mai portate a termine.
    In questo cammino la crescita della preghiera va di pari passo con la scoperta gioiosa della propria personalità. Man mano che sperimenta la «ricchezza» della sua personalità ed impara a comprendere e controllare ogni minima sfumatura dei suoi sentimenti, sarà anche in grado di convogliare le sue energie verso l'esterno, verso gli altri e verso Dio.
    Questo naturale scandagliamento della propria personalità deve essere accompagnato e sostenuto, per quel che riguarda la maturazione della preghiera, da una presentazione sempre più matura del significato della pasqua nella storia del mondo e nella storia personale. Occorre quindi dare dei solidi contenuti alla preghiera in modo che sia capace di interpretare la sua vita in maniera sempre nuova e sempre pasquale.
    Necessita che il ragazzo venga familiarizzato con il linguaggio della bibbia e della preghiera cristiana in genere, linguaggio di immagini più che di definizioni, di eventi più che di concetti, di conclusioni più che di analisi.
    Il desiderio di far pregare i ragazzi è spesso leale ma a volte tra gli stessi educatori ci si scontra sul modo con cui far pregare.
    Tutto ciò è comprensibile: è uno dei sintomi del travaglio di quel rinnovamento teologico e pastorale iniziato con il Concilio Vaticano secondo.

    PREGARE Si, MA COME?

    Il superamento del devozionalismo

    Quanto alla preghiera, l'orientamento odierno è determinato dalla posizione centrale che la liturgia ha assunto nella vita intera della Chiesa e, in particolare, nella sua spiritualità. Per comprendere questo rinnovamento è necessario un breve riferimento alla storia.
    Quando nel Medioevo, per motivi che ora non è possibile esaminare, venne ad offuscarsi il significato e la portata della liturgia, la vita spirituale stessa ne soffrì fortemente.
    Il tentativo di superare la crisi portò alla elaborazione di una forma di spiritualità e di preghiera chiamate dagli storici col nome di devozionalismo. Esso si basa su una teologia che a livello cristologico accentua la divinità di Gesù e a livello di spiritualità sottolinea l'immagine di un Dio più giudice che Padre, più re che compagno di viaggio. Dio è il Signore che si degna di scendere sull'altare e che i fedeli devono contemplare da lontano, con paura e timore. Il cambiamento non è di poco conto: «Se nella liturgia il nostro culto consisteva nell'accogliere la rivelazione dell'amore e l'intervento di salvezza operatosi in Cristo e operantesi oggi in noi, nel devozionalismo il culto consiste nell'offrire a Dio i nostri sentimenti di ammirazione, di pentimento e di gratitudine, persuasi che la intensità di questi sentimenti sarà quella che di fatto opererà la nostra salvezza» (S. Marsili). Il devozionalismo conteneva, è evidente, alcuni elementi di preghiera autentica, ma era il clima di insieme che andava rivisto. Questa revisione è uno dei frutti del rinnovamento teologico in genere, e biblico-liturgico in particolare, che ha trovato il suo apice nei documenti del concilio. Al centro della spiritualità conciliare sta infatti la liturgia. Ciò influisce anche nella preghiera in genere della Chiesa, portando ad un rinnovamento che ha scosso molti educatori ma che è adeguato per le esigenze spirituali delle nuove generazioni.

    La Pasqua è gia avvenuta

    La liturgia è l'incontro di Dio con il suo popolo, o meglio l'incontro tra il Dio liberatore ed il popolo liberato. Ogni incontro con Dio è così determinato da qualcosa che è già avvenuto. Non solo Cristo ha già fatto la sua Pasqua, ma noi stessi l'abbiamo fatta nel giorno del nostro battesimo.
    L'incontro con Dio non può prescindere da questo e diventa così un rivivere insieme quello che lui ha fatto per noi, e un ringraziarlo per quanto ha fatto.
    Per comprendere questo, basta osservare la struttura della celebrazione eucaristica. Nella prima parte noi non leggiamo la parola di Dio a scopo di edificazione morale, ma celebriamo insieme dei fatti che Dio ha operato nel passato e che opera nel presente. Noi celebriamo continuamente la pasqua, ricordando quella degli Ebrei, quella di Cristo e la nostra. La celebrazione della attività di Dio per noi si apre così alla eucaristia, al rendimento di grazie al Padre, che è appunto la seconda parte della messa.

    Uno spostamento di accento

    Il rivivere della spiritualità biblico-liturgica ha dato luogo ad uno spostamento di accento e atteggiamenti nella preghiera in genere, creando a volte squilibri e disagi.
    L'atteggiamento che prevale non, è più quello della paura di Dio giudice dell'uomo o di Cristo che, re inavvicinabile, scende sui nostri altari perché lo adoriamo. Al centro sta invece la dignità dell'uomo che incontra Dio, dignità fondata sul fatto che questo Dio lo ha effettivamente liberato dalla schiavitù e lo ha reso figlio suo. L'immagine che prevale non è quella del servo che attende ordini ma del figlio che dialoga col padre.
    Risulta cambiata anche la rete dei rapporti della preghiera. L'invocazione non è più dettata dall'ansia di non fare il male o di evitare l'inferno, ma dalla confidenza di chi sa che quello stesso Dio che lo ha fatto partecipare alla pasqua di Cristo, darà anche la forza di portare a compimento il cammino iniziato nella stessa pasqua. Non si farà più affidamento sulla intensità dei nostri sentimenti ma sulla gratuità della comprensione e dell'aiuto divino.
    La stessa invocazione di perdono non insisterà tanto sui propri peccati e sul loro numero quanto sul ringraziamento a Dio che ci perdona, perché ci ha già concesso il perdono escatologico.
    La preghiera risulta più centrata su ciò che Dio ha compiuto più che sull'attività dell'uomo. Tuttavia essa ha degli importanti risvolti antropologici.
    In primo luogo non si può pregare come se non si fosse cristiani, come se la pasqua non fosse già avvenuta, come se si fosse ancora schiavi del peccato. Si prega con la dignità del figlio.
    In secondo luogo l'incontro con Dio diventa il momento in cui, ogni giorno di più, Dio ci rivela la nostra identità, attraverso un processo a spirale sempre più profondo. Nella preghiera si raggiungono le sorgenti della vita, si scopre con sempre maggior maturità che Dio ci ha trasformati e che ancora ci sta trasformando.
    Se questa è la preghiera cristiana, rimane da delineare come raggiungere questo obiettivo.
    Non è questo il luogo di delineare una pedagogia della preghiera [1]. Preme nuovamente dire però che tale pedagogia deve essere lungimirante, deve cioè mettere le basi non solo della preghiera del ragazzo ma anche quelle della preghiera del giovane. Solo se da ragazzo assimila un certo linguaggio della preghiera, potrà più avanti negli anni costruirsi una preghiera sufficientemente ricca.
    Ciò che si chiede è di non accontentarsi che il ragazzo usi delle formule facili, troppo adatte alla sua età, ma di aprire delle strade che il ragazzo possa successivamente percorrere.

    UNA PREGHIERA RICCA DI ATTEGGIAMENTI

    La preghiera non è mai stata ridotta alla invocazione di aiuto perché il contenuto delle formule, anche quelle dette tradizionali, è in realtà molto ricco. Tuttavia l'immagine che più rimane impressa di un certo modo di pregare è quello della «supplica». Ciò, più che dalle singole formule. deriva da quel clima spirituale di cui si è già parlato. L'immagine più espressiva, anche se esasperata di quel clima, rimane quella del «Dio tappabuchi». Pregare era diventato sinonimo di invocazione di aiuto nelle situazioni disperate.
    Ciò che si rimprovera a questo tipo di preghiera non è la sua autenticità ma la sua unilateralità. Semplificare la preghiera non significa affatto ridurla a una serie di invocazioni di aiuto.
    Il modo migliore per superare questo rischio è quello di avvicinarsi maggiormente alla bibbia e alla liturgia come fonti di una preghiera ricca, capace di nutrire le esigenze di una preghiera anche a misura di ragazzo. È necessario dare dei contenuti solidi alla preghiera attraverso l'accostamento dei temi biblico-liturgici legati alla preghiera stessa.
    Facciamo due esempi. Il primo riguarda i diversi atteggiamenti di preghiera, il secondo i contenuti della preghiera stessa.
    Se noi prendiamo, ad esempio, il vangelo di Luca e cerchiamo di leggerlo facendo attenzione al modo con cui la gente reagisce alla presenza di Gesù e alle sue azioni, noi avremo un quadro molto ricco di che cosa significhi pregare. Gli incontri con Gesù hanno ognuno qualcosa di tipico e di originale. In un incontro si sottolinea la lode o il ringraziamento, in un altro la domanda di perdono, in un terzo una emozione interiore appena espressa o un gesto di meraviglia. Educare a pregare significa educare a questa ricchezza di atteggiamenti interiori di fronte a Gesù e a esprimerli facendoli propri.
    La ricchezza della preghiera viene nutrita anche in altro modo, dando cioè alla preghiera dei contenuti per potersi esprimere. Questi contenuti sono i cosiddetti temi biblici.
    Uno dei temi biblici più frequenti è, ad esempio, l'acqua. Essa disseta il popolo nel de-serto, lava e guarisce dalle malattie e dal peccato, rende fecondo il deserto della vita.
    Questo tema biblico da una parte ci fa penetrare nel mistero della azione di Dio per noi, e dall'altra dà un linguaggio che ci permette di dialogare con Dio. La familiarità con questo tema, collegata con la familiarità agli atteggiamenti della preghiera biblica di cui abbiamo parlato, costituiscono una educazione alla preghiera che può risultare difficile in un primo tempo, ma che sarà essenziale perché il ragazzo possa pregare da solo e specialmente perché possa inserirsi nella preghiera della comunità, sia quella eucaristica che quella salmica quotidiana.
    L'educazione ad una preghiera «ricca» dovrà allora offrire una lunga serie di momenti di preghiera in cui il ragazzo impara a gustare ora questo ora l'altro atteggiamento interiore e trova la forma per esprimerlo. Si tratta di scomporre la preghiera, concepita come un mosaico organico, nelle sue parti o tessere. La padronanza delle singole tessere, la capacità di fonderle in una celebrazione è uno degli obiettivi principali della educazione alla preghiera.
    Si tratta, è evidente, di rendere tutto questo materiale accessibile al ragazzo. Ma sarebbe un tradire il diritto del ragazzo farlo pregare oggi poveramente, con la scusa che la preghiera è difficile e che il ragazzo di oggi non sa pregare. Forse si tratta in molti casi di mettere il ragazzo in condizione di poter pregare veramente, preparando a lungo gli incontri e senza pretendere che sappia già pregare.

    UNA PROPOSTA PER UN LIBRO DI PREGHIERE PER PREADOLESCENTI

    Si tratta di tradurre gli orientamenti proposti. È evidente che lo stesso schema che verrà proposto non realizzerà, se non in parte, gli orientamenti emersi, proprio perché siamo in una fase di evoluzione e di travaglio per quel che riguarda la spiritualità in genere e la preghiera in particolare.
    Cercando di tradurre in criteri operativi gli orientamenti espressi sopra potremmo tentare di ridurli ai seguenti.

    Alcuni criteri per la stesura di un indice

    Centralità della storia della salvezza

    La preghiera deve nascere dalla bibbia e deve nutrirsi di bibbia, intesa come annuncio di ciò che Dio ha fatto per noi e come momento in cui ci viene rivelata la nostra identità di uomini liberati e di figli di Dio. Per educare alla preghiera è necessario che il ragazzo assapori con calma quello che Dio ha fatto, affinché nasca in lui il bisogno di rendere grazie.

    Una personalità in formazione ed un certo progetto di uomo

    Poiché il soggetto della educazione è il ragazzo è necessario che la storia della salvezza diventi non solo accessibile ma anche interpretativa della sua esistenza. Si parlerà dunque della crescita del ragazzo e del suo inserimento nel mondo come di una realizzazione della storia della salvezza nella sua storia personale.
    L'educazione avrà raggiunto, in questo campo, il suo obiettivo quando avrà fatto assimilare al ragazzo le coordinate pasquali che gli permettono di interpretare in maniera cristica la sua esistenza ed il progetto di uomo che intende realizzare.

    Una spiritualità liturgica

    Al centro sta la Pasqua di Cristo e la sua realizzazione nel nostro battesimo, quali vengono attualizzate nella celebrazione eucaristica domenicale.
    La prima risposta a Dio è la partecipazione alla eucaristia. Ogni altra preghiera non può essere che prolungamento e preparazione a tale celebrazione.
    L'educazione alla preghiera dovrà essere educazione alla partecipazione alla eucaristia. La preghiera quotidiana dovrà aiutare il ragazzo ad assimilare le tessere del mosaico eucaristico.

    Pregare con tutta la persona

    La nostra civiltà sta camminando oggi verso il superamento di una concezione antropologica che aveva finito per separare l'uomo in materia e spirito, dimenticando la profonda unità presente nella persona umana. Questo processo di recupero dell'unità psicosomatica dell'uomo deve verificarsi anche nella preghiera. Non si prega «nonostante» il corpo, ma «col» corpo. Anche la preghiera quotidiana dovrà dunque nutrirsi di gesti e di azioni simboliche, aprendo fra l'altro la strada ad una partecipazione più piena alla stessa eucaristia.

    Alternanza di metodo

    All'incontro con Dio si può arrivare attraverso due procedimenti. Il primo parte dall'ascolto della parola di Dio e cerca di provocare la reazione interiore dell'uomo fino a che si esprime nella preghiera.
    Il secondo parte dal quotidiano dell'uomo e dalle sue necessità e approfondisce la portata di tali eventi fino a cercarne la chiave interpretativa nella parola di Dio. II primo metodo è discendente, il secondo ascendente. Il ragazzo deve poter accedere ad entrambi i metodi.

    Il riferimento al quotidiano

    Nel momento della preghiera il quotidiano è presente come materiale umano che reagisce in presenza di Dio per trovare il suo significato ultimo. In tal modo il rapporto tra preghiera e quotidiano sta a livello di motivazioni di vita e di sacrificio vitale da offrire a Dio.
    La preghiera non sarà allora il momento in cui si prescrivono delle norme morali, in cui si studia che cosa fare.

    Una preghiera che introduca nella comunità

    La preghiera del ragazzo deve essere progressiva penetrazione non solo nella attività di Dio ma anche in quel popolo che da tale attività trae origine, la Chiesa.
    Meta educativa sarà l'insediamento del ragazzo nella preghiera ufficiale, l'eucaristia e ogni incontro di preghiera della comunità. Il ragazzo deve pian piano aprirsi al linguaggio degli adulti e alle categorie biblico-liturgiche che lo sostengono. Così dovrà pian piano apprendere ad usare i salmi e a proiettare in tale antica preghiera la sua vita quotidiana per confrontarla con la pasqua di Cristo.

    Ipotesi di indice

    Sezione prima
    Pregare è un'avventura

    • Scopo: far entrare il ragazzo nel mondo della preghiera; attraverso una serie di incontri in cui possa far esperienza degli atteggiamenti della preghiera.

    • Dio vuole parlare con noi
    Incontri di preghiera che sottolineino i diversi momenti della storia della salvezza, a grandi linee.

    • L'uomo risponde a Dio
    Incontri di preghiera centrati sui modi con cui l'uomo ha risposto all'appello di Dio.

    Pregare è...
    Incontri di preghiera sul vangelo di Luca in cui si impara a scoprire la ricchezza dei diversi atteggiamenti di preghiera: lode, ringraziamento, supplica, azioni e gesti, sentimenti...

    Sezione seconda
    Noi ti rendiamo grazie

    • Scopo: dare una spiritualità eucaristica; imparare a vivere i diversi atteggiamenti di preghiera contenuti nella messa attraverso la preghiera delle sue singole parti.

    • La comunità risponde a Dio
    Incontri di preghiera sui testi dei primi secoli, da cui emerge che la risposta a Dio è la eucaristia della comunità.

    • Pregare la messa
    Incontri incentrati sull'ascolto, l'offerta, il memoriale, l'azione di grazie...

    Sezione terza
    Mattino e sera parlo con te

    • Incontri di preghiera per il mattino e la sera. Parte prima: Schemi per i giorni ordinari.

    • Parte seconda: Preghiere lungo l'anno.
    Incontri di preghiere per le principali occasioni che capitano lungo un anno:
    – inizio scuola
    – i giorni dei morti
    – fine e inizio dell'anno civile
    – AVVENTO, NATALE ED EPIFANIA
    – unità del cristiani
    – QUARESIMA, PASQUA, DOPOPASQUA E PENTECOSTE – fine anno scolastico.

    • Parte terza: Maria nostra madre. Incontri di preghiera «mariana».

    • Parte quarta: Pregare da ragazzi.
    Incontri di preghiera che partono dal mondo del ragazzo: – la scoperta del mondo
    – l'amicizia
    – la scuota
    – fatti di oggi giorno.

    Sezione quarta
    Dio ci dona un cuore nuovo

    • Incontri di preghiera che aiutino vivere i diversi atteggiamenti che compongono nel loro insieme una celebrazione della penitenza.

    Sezione quinta
    Tu mi parli nei tuoi santi

    • Incontri di preghiera a partire dalla vita dei santi, specialmente quelli più vicini al mondo del ragazzo.

    Sezione sesta
    Pregare cantando

    • Canti e Indicazioni per il loro uso.

    NOTE

    [1] Si veda per questo, il cap. sulla preghiera in Fare pastorale giovanile oggi, LCD, 1975, pp. 217 ss.


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