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    La scelta di gruppo nella pastorale giovanile della diocesi di Novara



    Esperienze e testimonianze

    (NPG 1974-04-48)

    Il coraggio di tentar vie nuove e i migliori suggerimenti su quali possano essere queste nuove vie... provengono spesso dall'esperienza di qualcuno che ha provato.
    In questo spirito, trascriviamo un materiale davvero pregevole, elaborato in un'équipe di operatori di pastorale giovanile della diocesi di Novara. Non solo racconta e documenta una scelta interessante ma dà preziosi suggerimenti a coloro che spesso sono fermi sul piede di partenza alla ricerca del «che cosa fare».
    Con un pizzico di fantasia, l'esperienza può essere estrapolata a molte situazioni locali; o può indicare, in un linguaggio semplice e concreto, alcune piste di studio davvero sapienti, per l'utilizzazione dell'esperienza di gruppo nella pastorale giovanile.
    A questo proposito non sono affatto da sottacere i correttivi apportati e la sottolineatura di alcune preoccupazioni. Ancora una volta, l'esperienza pastorale diretta è indispensabile per verificare i discorsi teorici e tecnici.

    I problemi sul tappeto

    Da qualche anno a questa parte nella città di Novara si è avvertita l'esigenza di affrontare la pastorale giovanile su due direttrici:
    * Autonomia dei singoli gruppi per dare loro modo di incarnarsi nel «locale».
    * Collegamento fra i vari gruppi prima di tutto perché i ragazzi in genere vivono per molte ore al giorno a scuola, mescolati con i coetanei di altre parrocchie e di altri quartieri, sia perché, essendo la città di marca «provinciale» (100.000 abitanti circa), si notano chiare «costanti» al di là delle diversità rionali.
    Inoltre, per quanti sforzi si facciano c'è sempre il rischio che il singolo o il gruppetto manipoli la Parola di Dio in base alla propria esperienza. Ci sembra importante il confronto con altre esperienze di vita per essere in grado di «leggere» il più globalmente possibile la stessa Parola di Dio. Si sta tentando a questo scopo la strada dei «collettivi» (riunione di rappresentanti dei gruppi ecclesiali esistenti in città) e di «assemblee» (ritiri o giornate comuni...).
    Il grosso handicap è che non si è ancora riusciti a creare un collegamento agile ed efficace tra collettivi e gruppi. Per cui il collettivo rimane una sovrastruttura inutile ed ingombrante.
    In ogni caso questo travaglio ha fatto sentire l'esigenza sempre più impellente che, almeno a livello di operatori di pastorale giovanile (laici, parroci, sacerdoti giovani, insegnanti di religione) si tentasse di elaborare alcune linee in cui riconoscersi e su cui procedere insieme sia pure nel rispetto del pluralismo.
    Il vescovo, non solo ha preso a cuore questa esigenza e l'ha fatta sua, ma è intervenuto ed interviene promozionalmente perché la cosa sia portata avanti.

    La situazione giovanile

    Il primo atto è stato quello di «rilevare» la situazione dei gruppi giovanili ecclesiali già operanti o comunque esistenti in città.
    Lo si fa attraverso un questionario inviato a parrocchie, istituti, gruppi e insegnanti di religione delle Scuole Secondarie Superiori.
    Emergono i seguenti fatti:
    1. In città esistono una ventina di gruppi. In genere i gruppi non raggiungono il 5% della popolazione giovanile.
    Ma quello che sconcerta è che questo 5 % non sembra avere alcuna influenza sul restante 95% dei giovani.
    In genere, cioè, i gruppi ecclesiali si presentano come «zone verdi», chiusi in se stessi e non riescono ad essere punti di riferimento, poli di interesse se non per quel 5%.
    La presenza dei lavoratori inoltre è pressoché nulla.
    2. L'età media dei gruppi si colloca nel triennio 16-14 anni.
    Il che significa che i nostri interventi pastorali sembrano avere una certa incidenza a livello adolescenziale, ma si dimostrano chiaramente insufficienti quando l'adolescente diventa giovane.
    3. La grossa lacuna che si nota è al livello dei contenuti. Non c'è il benché minimo collegamento tra i contenuti dei vari gruppi e tra i gruppi e l'ora di religione nelle scuole.
    A questo proposito si è fatto notare che se da un lato la catechesi deve partire dall'uomo in situazione, d'altro canto un eccessivo frazionamento a livello cittadino rischia di frastornare e di spaccare i ragazzi, dal momento che essi passano molto del loro tempo mescolati, a contatto con i compagni di scuola, con il loro professore di religione...
    Ma soprattutto sembra emergere una faccenda ancor più preoccupante. Anche all'interno dei singoli gruppi, il discorso appare generico e frammentario, con il risultato che i valori trasmessi risultano così slegati che addirittura non si compone nessuna immagine.
    Di qui l'insoddisfazione e la frustrazione. Il problema non è semplice perché il discorso deve risultare elastico per essere aderente ma contemporaneamente organico, dal momento che abbiamo una proposta di vita globale; chiara e precisa: il piano di Dio.
    Ci si è chiesti allora se ciò che mancava non era di fatto un piano pastorale, con dei fini precisi (piano di Dio), degli obiettivi o tappe intermedie dove si tenga conto della situazione, e degli strumenti efficaci.
    Proprio proseguendo su questa strada si è giunti alla conclusione che ciò che manca è la presenza di operatori di pastorale giovanile e di animatori laici preparati.
    4. È emersa la costatazione che una pastorale giovanile seria è possibile o comunque è meno difficile se si dà un'importanza decisiva alla pastorale preadolescenziale.
    5. Infine il rapporto (a livello di medie superiori soprattutto) tra insegnante di religione e gruppi. Non c'è alcun rapporto, si è detto concordemente. Ma come uscire da questa situazione? Le idee e le soluzioni non sono state per niente chiare.

    Scelte per una pastorale giovanile

    Sulla base di queste indicazioni si è elaborata un'ipotesi di lavoro presentata al Collettivo giovanile cittadino ed alla assemblea del Clero. Dopo aver fatto tesoro degli apporti pervenuti l'ipotesi di lavoro venne fissata in un documento, approvato da una successiva assemblea del Clero e sulla base del quale il vescovo stese una lettera per la città di Novara. Queste comunque sono state le linee che ci hanno guidato nella stesura del documento.

    1. La scelta del gruppo come impostazione pastorale. Intendiamo logicamente parlare del gruppo di Chiesa.
    Abbiamo pensato di partire da qui per tre ragioni:
    * Dal lato metodologico, il gruppo ha una sua particolare ricchezza pedagogica.
    * Inoltre, se è vero gruppo di Chiesa, contribuisce straordinariamente a significare, a fare esperienza, ed a costruire la Chiesa.
    * Infine perché ogni gruppo di Chiesa non si chiuda in se stesso ma sviluppi la missionarietà del popolo di Dio.
    I nostri sforzi dunque sono stati concentrati a studiare il problema dei gruppi e della loro qualifica ecclesiale, sì che possano effettivamente dirsi gruppi di Chiesa. Perché non ci importa costruire o raccogliere gruppi comunque; ci interessava che si lavorasse a formare gruppi di Chiesa. Siamo ben consapevoli che questa scelta lascia in ombra altri problemi, che nella città di Novara, sono risultati ugualmente impellenti:
    * il problema dei giovani lavoratori,
    * il problema degli interventi pastorali per la stragrande maggioranza dei giovani (interventi pre-catecumenali e catecumenali),
    * il problema del rapporto tra insegnanti di religione e operatori di pastorale giovanile parrocchiale e non parrocchiale.
    Ma ci è sembrato che questa opzione potesse essere un punto di partenza per affrontare successivamente gli altri punti come apparirà chiaro nel documento.

    2. La seconda scelta è quella del «taglio laicale». Nel gruppo il sacerdote dovrebbe limitarsi ad assumere il suo ruolo specifico.
    La cosa obbiettivamente non è semplice. Intanto si tratta di scoprire o riscoprire la vera identità e quindi il vero ruolo del prete. Secondariamente si è fatto giustamente notare che oggi c'è il grosso rischio, specie con l'impostazione dei gruppi, di portare avanti un altro tipo di clericalismo magari ancor più subdolo di quello che è stato denunciato. Di qui l'esigenza di formare degli animatori capaci.

    3. La terza scelta è il senso del pluralismo che diventa del resto inevitabile per il semplice fatto che ogni gruppo ha una sua dinamica interna, un proprio tipo di sviluppo, un suo ritmo di maturazione.

    Documento conclusivo

    1. Che cos'è «gruppo»

    Non tutti gli agglomerati di persone sono «gruppo».
    Gruppo si ha quando gli appartenenti hanno la possibilità di intrattenere, e di fatto intrattengono, intensi rapporti interpersonali.
    Ciò significa che ogni gruppo non può andare oltre le 30-40 persone.
    Di qui l'esigenza di non «gonfiare» il gruppo, ma di moltiplicare i gruppi. Dire perciò «scelta di gruppo» significherà accettare il discorso psicologico della «dinamica di gruppo» comprendente: l'animatore, i rapporti interpersonali, la pressione di conformità, le norme di gruppo, i modelli di comportamento...
    Come far sì che non diventino circoli chiusi?
    Si tratterà di studiare momenti comuni.
    Soprattutto si tratterà di dare molta importanza agli animatori, nessuno dei quali deve sentire il gruppo o il ragazzo come un feudo personale, ma al contrario deve sentirsi corresponsabile di tutto l'organismo.
    Si verrebbe così a creare una comunità giovanile con un cuore e una periferia, con tutti i limiti, ma che, probabilmente, è la soluzione più realistica.

    2. Che cos'è «gruppo ecclesiale»

    È evidente che i nostri gruppi devono qualificarsi come ecclesiali. Ma questo cosa significa?
    Significa fondare la coesione del gruppo non tanto sull'amicizia, ma su valori condivisi da tutti: nel nostro caso su valori evangelici.
    Dire «gruppi ecclesiali» significherà dunque introdurre in essi contenuti ben precisi: confronto con la Parola di Dio, preghiera, liturgia, carità.
    Il gruppo in questo caso diventa l'elemento mediatore dell'incontro tra la persona e Cristo.
    È necessario naturalmente che il riferimento con la Parola di Dio non sia generico, superficiale, o anche solo di tipo culturale, ma concreto e vitale.

    3. Limiti del gruppo

    La scelta «gruppo» è una scelta ambigua. Può cioè evolvere in senso negativo rispetto agli ideali che ci prefiggiamo.
    * Il pericolo della chiusura (cioè di costruirsi un mondo proprio) e quindi l'incapacità di dialogare con il mondo e con la storia.
    In tal caso il gruppo diventa solamente una zona verde, un'oasi in cui fuggire. È una droga.
    * Il pericolo dell'usura. A un certo punto il gruppo genera sazietà. Se non si evolve, se rimane cioè inguainato nello stile e nei contenuti da cui era partito, scoppia in malo modo, cioè senza far tesoro degli aspetti positivi precedenti.

    4. Necessità di altri interventi pastorali

    La scelta del gruppo deve lasciare aperte altre possibilità di intervento pastorale. Ma si punta sul gruppo per giungere ad una conclusione: che non più solo il prete, ma altre persone si sentano corresponsabili degli altri possibili interventi pastorali.
    Dobbiamo infatti tener conto che non tutti possono giungere contemporaneamente alla «comunità eucaristica».
    Ci sono situazioni che esigono interventi di tipo catecumenale e di tipo pre-catecumenale.
    Quindi ci dovranno essere interventi diversi.
    Purché sia il pre-catecumenato che il catecumenato converga al centro, verso la comunità eucaristica, grazie all'animazione di coloro che di questa comunità eucaristica già fanno parte.

    Problemi seri

    1. Come far nascere un gruppo?

    Può anche darsi che in alcune situazioni non sia neppure il caso di stimolare la nascita di gruppi, ma di tentare un'animazione nei gruppi già esistenti (es. gruppi sportivi, di amici...). Ma probabilmente è importante anche stimolare la crescita incominciando soprattutto dall'età adolescenziale e prima ancora dall'età pre-adolescenziale.
    Ora i contenuti-valori (che non si riducano cioè al mero livello intellettivo) incominciano a farsi sentire nel momento in cui si riflette sulle esperienze, si verbalizzano e si comunicano.
    Bisognerà dunque partire dalle esperienze vissute.
    Esperienza vissuta potrebbe essere un impegno condotto insieme: seguire un gruppo di ragazzini, raccolta della carta...
    Oppure esperienza vissuta potrebbe essere il normale modo di vivere nel quotidiano (famiglia, scuola, amici...).
    Per iniziare un gruppo si potrà dunque partire da un impegno comune su cui si invita a riflettere alla luce della Parola di Dio. Oppure dalla proposta di riflettere sulle esperienze di ogni giorno (vogliamo vederci chiaro?) sempre nella stessa Parola.

    2. Come far si che un gruppo sia maturante?

    Come far sì, cioè, che un gruppo superi l'ambiguità di cui parlavamo?

    - Elaborare un itinerario catechistico serio

    È proprio a livello di contenuti-valori che si qualifica un gruppo ecclesiale.
    D'altra parte i valori non si possono imporre dall'esterno. Devono emergere dall'esperienza vissuta e verbalizzata.
    Dunque questo itinerario catechistico potrà essere elaborato solo partendo dalle attese, speranze, frustrazioni dei giovani d'oggi, e dei giovani con i quali siamo.
    I giovani d'oggi «denunciano» qualche cosa e «annunciano» qualcosa: in forma caotica, «mitica».Il mito «prefigura».
    Dunque bisogna cercare di decifrarlo.
    A questo punto noi potremmo domandarci con onestà: Qual è la proposta di Dio? Evidentemente per formulare un itinerario catechistico bisognerà tener conto anche dell'età.
    Altro è l'adolescenza, altro la giovinezza vera e propria.
    Ci rendiamo conto che se non c'è alle spalle un'azione pastorale dei preadolescenti e degli adolescenti, il nostro sforzo rischia di limitarsi ad un'azione di recupero.
    D'altra parte non ci si può nemmeno fermare alla preadolescenza e all'adolescenza. Bisogna andare oltre. Ed è evidente che un gruppo di giovani ha ritmi, metodi, contenuti diversi rispetto al periodo precedente.
    * L'adolescenza momento in cui si cerca l'altro, anziché cercare insieme all'altro. C'è perciò una mentalità intimistica e una problematica apparentemente banale.
    Si tratterà comunque di accettare la situazione come punto di partenza.
    Ma sarà indispensabile sin da questo momento stimolare l'impatto con la Parola di Dio, con la stessa pazienza che Dio usa per il suo popolo.

    Le linee:
    - Momenti di incontro abbastanza frequenti, per imparare a stare insieme
    - Partire dalla situazione (i loro problemi personali) invitandoli, aiutandoli a «scendere in profondità», fino al problema basilare che, forse, per questa età è il «senso della vita».
    - Coraggio, inventiva e fantasia per calare la Parola di Dio.
    * La giovinezza. Probabilmente dobbiamo concentrare qui i nostri sforzi.
    A questa età il gruppo intimistico degli adolescenti dovrebbe «scoppiare bene, cioè diventare comunità.
    - Si sta sempre meno tempo insieme;
    - ma si sta insieme in modo sempre più incisivo, cioè, non solo per amicizia, ma soprattutto per la stessa fede, alimentata dalla Parola di Dio e dall'Eucaristia, che acquistano lentamente sempre più spazio;
    - ci si apre di più alla comunità adulta ed alla comunità dei piccoli.
    Anche qui i contenuti dovranno essere precisi come annuncio, ma aderenti, perché il Vangelo è aderente.
    Aderenza significherà probabilmente sviluppare il grande tema della «chiamata». Il giovane infatti comincia a porsi con urgenza le tre scelte fondamentali della vita (familiare, politica, professionale).

    - Poter contare su animatori capaci

    Di ogni gruppo infatti occorrerà:
    * Fissare una finalità precisa (la «mentalità di fede» del giovane, intesa come capacità di vivere il Vangelo nelle normali situazioni della vita).
    Probabilmente qui sorge la necessità che gli animatori per primi abbiano una vita di fede intensa ed autentica, sì da avere una «libertà interiore» a tutta prova che permetta loro di essere uguali e diversi rispetto ai ragazzi, nel medesimo tempo.
    * Fissare obiettivi o tappe intermedie realistiche, da raggiungere; tenere conto del momento di maturazione del gruppo stesso.
    Per far questo occorrerà che gli animatori possiedano un minimo bagaglio tecnico (psicologico, sociologico, e di dinamica di gruppo) per «captare» il meglio possibile la situazione ed intervenire in modo efficace.
    * Cercare e sperimentare metodi più efficaci per arrivarci.
    * Capacità di verificare, di tanto in tanto il tutto.

    - Collegamento tra i gruppi giovanili cittadini

    Ogni gruppo dovrebbe entrare in contatto diretto con altri gruppi ecclesiali, con altre esperienze di chiesa.
    La Parola di Dio, infatti, è scritta anche in queste esperienze, fermo restando che il luogo privilegiato è la Parola scritta.
    In questo modo il gruppo giovanile evita l'unilateralità nel confronto con la Parola scritta.
    Strumenti: collettivi, assemblee...

    - Collegamento con gli adulti ed i più piccoli

    Grazie al Battesimo «non c'è più né giudeo, né greco, né libero o schiavo, né giovane né vecchio, né uomo né donna» (Gal 3,28).
    Ci sembra importante il confronto costante, a livello di fede, tra giovani e adulti.
    Anche perché il giovane può mutuare dall'adulto una fede più concreta e l'adulto dal giovane una fede forse più autentica. «I giovani mancano di memoria e di speranza» (Garaudy). Spetta agli adulti, alla comunità adulta, offrirgliene l'esempio.
    L'incontro potrebbe venire mediante alcuni momenti comuni di confronto con la Parola di Dio, di esperienza liturgica (Messa domenicale), e anche mediante la partecipazione di entrambi nella programmazione pastorale.
    È importante inoltre mantenere il rapporto anche con il mondo dei più piccoli (elementari e medie).
    Anzi, questo tipo di servizio è uno dei servizi più realistici per giovani non ancora completamente maturi. Tirocinio per l'inserimento nel mondo.
    A questo punto sembra importante la scelta della comunità parrocchiale come luogo privilegiato, oggi come oggi, di questo incontro.
    Purché si tenti da ambedue le parti una grossa apertura mentale. Né strumentalizzare i giovani, né rifiutare gli adulti.
    Né strumentalizzare i bambini, per riempire la propria vita, né lasciarli perdere perché insignificanti.

    - Un gruppo ecclesiale, infine, deve aprirsi al mondo (quartiere, scuola, lavoro).

    Ovviamente questa apertura avverrà lentamente e a poco a poco. Per un adolescente non sarà possibile lo stesso inserimento nel mondo di un giovane ormai alle soglie della maturità.
    Ma i nostri interventi sono destinati a crollare se non ci si muove su questa linea: il gruppo infatti rimarrebbe per sempre quella «zona verde» in cui l'individuo può rifugiarsi, chiudendo le porte alle interpellanze che Dio ci invia attraverso le gioie, le ansie, le provocazioni del mondo. Ed inoltre i giovani più sensibili incominciano a rifiutare un gruppo-oasi, perché la fede autentica fa emergere lentamente la coscienza politica intesa come «esigenza di spendere la vita» per il bene di tutti.
    Si tratta di aiutare il ragazzo ed il giovane perché acquisti la capacità di «analizzare e vivere criticamente la situazione e l'oggi». Ma come?
    Questo passaggio è comunque importante perché il giovane sia in grado di assumere responsabilmente impegni politici concreti con scelte autonome e pluraliste.
    Certo la comunità dovrà essere il «perno» a cui far ritorno, momento di stimolo, verifica, luogo dove rivedere e rinverdire le motivazioni, dove riacquistare coraggio e fantasia, grazie all'incontro col Cristo risorto, per donare la nostra vita perché l'uomo non sia più vittima dell'uomo.


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