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    Il linguaggio come mediazione dell'annuncio



    Carlo Molari

    (NPG 1974-9/10-22)

    La «scuola della fede» prevede un largo uso di «annuncio», proprio perché tende ad un approfondimento di fede, con una certa sistematicità.
    L'annuncio, oggi, pone seri problemi. Non solo sulla sponda dei contenuti (che cosa annunciare): ma per questo c'è uno studio apposito, in questa monografia. Ma anche sul versante del «linguaggio» (come annunciare, con quali «parole»). Abbiamo tutti chiara, e i giovani in prima linea, la percezione che «il linguaggio non è solo uno strumento per l'annuncio, ma fa parte, in certa misura, dell'annuncio stesso».
    Per questo abbiamo chiesto a C. Molari, conosciuto in Italia per le sue riflessioni teologiche a questo proposito, di guidarci a dipanare i problemi, in chiave direttamente pastorale.

    TEOLOGIA DELL'ANNUNCIO

    Fino a non molto tempo fa i problemi del linguaggio relativi all'annuncio evangelico non avevano molta parte nelle preoccupazioni teologiche e pastorali: anzi non ne avevano alcuna se si esclude la preoccupazione dell'adattamento.
    In altri termini: fino al nostro tempo il problema linguistico preso in esame dalla pastorale era di tipo esclusivamente «pedagogico» e non sostanziale: come «adattare» alle diverse sensibilità culturali (infantili, contadine, operaie, ecc.) un messaggio formulato in termini tecnici e culturalmente raffinati.
    D'altra parte questa «operazione» di adattamento poteva prestarsi a deviazioni dottrinali, a semplificazioni deformanti; sfuggire cioè al controllo della esattezza formale, preoccupazione costante non solo del magistero ma anche della teologia aulica.
    Per questo motivo fra le due guerre mondiali la teologia stessa si preoccupò di promuovere questo «adattamento» del linguaggio teologico. Sorse infatti quella che venne chiamata «teologia kerigmatica» o teologia preoccupata dell'annuncio, teologia in vista della predicazione.
    La formula «teologia della predicazione» può designare in senso oggettivo, la riflessione sul «valore della predicazione» o relativa alla predicazione; oppure può designare una teologia strutturata in ordine all'annuncio, finalizzata cioè alla predicazione. I due aspetti sono stati approfonditi parallelamente dalla «teologia kerigmatica».
    Questa iniziativa ebbe come centro la facoltà teologica dell'Università di Innsbruck i cui professori (A. Jungmann, H. Rahner, F. Lakner, J. B. Lotz, L. Dander) propugnarono appunto la necessità di una simile «teologia» vista l'insufficienza di quella scolastica. Con il Vaticano II la problematica è stata superata non perché sia stata annullata ma perché tutta la teologia ha riscoperto la sua natura «kerigmatica». Non si ha teologia se non in rapporto all'annuncio; e non si fa teologia autentica se essa non è in grado di servire all'annuncio.

    Fede e linguaggio

    Che una teologia sia valutabile solamente in rapporto all'annuncio non è solo la conseguenza del suo carattere «pastorale», ma anche e soprattutto, della dimensione linguistica che la fede deve necessariamente avere.
    Gli studi sulla natura del linguaggio si sono moltiplicati nel nostro secolo e pur nelle diversità di orientamenti vi sono alcune acquisizioni abbastanza pacifiche.
    Non è possibile ora elencarle ma sarà facile individuarle man mano che ne faremo l'applicazione al problema dell'annuncio evangelico.
    Il primo dato da tenere presente è che il linguaggio non è semplicemente uno strumento per l'annuncio ma fa parte in certa misura dell'annuncio stesso. In altre parole è impossibile pensare al linguaggio semplicemente come ad un fedele strumento per trasmettere contenuti già precisi ed identificati. Il linguaggio stesso fa parte in certo modo del messaggio. Ogni formula linguistica è componente di una situazione vitale nostra o di altri: attraverso una frase non solo esprimiamo ma anche rendiamo possibile l'esperienza storica, cioè l'inserimento in una situazione di vita. Ogni espressione è l'emergenza del senso di un gesto o di un atto vitale. Non vi è inserimento reale in una situazione storica senza parola o senza gesto. Il linguaggio teologico, cioè relativo a Dio, non è solo l'espressione dell'esperienza religiosa dell'uomo ma ne è una componente fondamentale. Non vi è esperienza religiosa senza gesto o parola teologica.
    Per questo è possibile distinguere chiaramente due funzioni diverse del linguaggio teologico (come di ogni linguaggio): la funzione vitale e la funzione di messaggio. Attraverso le formule di fede si vive il proprio rapporto con Dio e lo si esprime o annuncia agli altri.
    Come un gesto di amore serve a nutrire o a concretizzare il proprio sentimento, ma anche ad esprimerlo o manifestarlo.
    È necessario a questo proposito sottolineare una legge fondamentale: la funzione comunicativa del linguaggio è intimamente legata alla funzione vitale: una formula esprime ciò che è stato vissuto.
    Ma nella comunicazione intervengono vari fattori al punto che formule identiche possono esprimere esperienze diverse o formule diverse manifestare una medesima esperienza.

    Metalinguaggio

    Per il controllo della comunicazione, per evitare cioè confusione di codici espressivi, si usa abitualmente un «metalinguaggio»: esso consiste in formule tecniche che controllano i vari linguaggi relativi alla medesima esperienza; costituiscono un punto di riferimento comune per la molteplicità dei linguaggi. È una caratteristica del linguaggio umano quella di poter utilizzare le parole per parlare delle parole stesse. Quando il linguaggio si ripiega su se stesso per esaminarsi o controllarsi si ha un «metalinguaggio». Ogni linguaggio tecnico in questo senso è un metalinguaggio perché ordina e dirige il linguaggio comune; ogni formula relativa al linguaggio (come quella usata in questo momento) appartiene al metalinguaggio.
    Esiste naturalmente anche un «metalinguaggio teologico»: è il linguaggio tecnico dei teologi in quanto misura e controllo delle espressioni relative all'esperienza religiosa dell'uomo.
    Ma ogni metalinguaggio vive e si nutre dei linguaggi immediati e originari. Non vi può essere metalinguaggio teologico senza autentici linguaggi teologici che strutturino ed esprimano le diverse esperienze religiose. Se queste mancano il metalinguaggio teologico diventa «formale», impalcatura senza sostanza, specchio senza immagine, arbitro senza giocatori, stratega senza organici.
    Quando il metalinguaggio si rende autonomo e si formalizza, diventa tiranno, condiziona il linguaggio immediato, opprimendone le libere emergenze. In questi casi il «metalinguaggio» non si nutre dei contenuti del linguaggio immediato ma pretende fornirgli il messaggio stesso. Non esercita più la semplice funzione di controllo e di guida, ma si sostituisce all'esperienza quale fonte di messaggio.
    Quando il «metalinguaggio» assume questa funzione sostituendosi al linguaggio immediato, perde la carica «semantica» cioè la capacità espressiva.
    Nella storia della chiesa ciò è accaduto più volte: il linguaggio quotidiano si evolveva, il metalinguaggio formalizzandosi si fissava in stereotipi immutabili, e quindi perdeva la sua funzione. Da una parte non riusciva più a controllare le formule comuni, dall'altra non trasmetteva più alcun messaggio.
    Ciò è accaduto in modo particolare in questi ultimi secoli.
    L'esigenza che alcuni teologi avevano avvertito di creare una teologia kerigmatica nasceva dal riconoscimento che il «metalinguaggio teologico» non era più recepibile cioè non trasmetteva alcun messaggio agli uomini del nostro tempo; e dalla convinzione che fosse impossibile modificarlo.
    Con il Concilio Vaticano II si è fatta strada la opinione che fosse necessario cambiare il linguaggio teologico. Il problema della teologia kerigmatica è stato quindi superato alla radice.

    LINGUAGGIO E SIGNIFICATO VITALI

    Il rapporto tra linguaggio e significato non è semplice. Esso infatti è dato da numerosi fattori, che in diverso modo concorrono a rendere «espressiva» una formula.
    In primo luogo vi è la struttura della lingua alla quale la formula appartiene. Il significato della parola non è dato dalla semplice etimologia, ma anche dall'esistenza o meno di altre parole nel medesimo sistema linguistico. In una lingua che possiede molti termini il significato delle parole è più ristretto di quello delle corrispondenti parole appartenenti ad un sistema più povero. Ad esempio, la parola neve in italiano assomma i significati di molte parole di alcuni dialetti esquimesi che distinguono neve al suolo, neve sporca, neve ghiacciata, ecc.
    Vi è poi una «codificazione culturale» o di gruppo. Una parola o una espressione in determinati ambienti acquista un particolare significato per un'esperienza che ad essa è legata. Come, ad esempio, il termine «contestazione» dopo il maggio '68.
    La codificazione culturale è molto ampia perché ogni esperienza storica di fatto modifica il senso di alcune formule e quindi in certo modo tutte le espressioni del sistema culturale. Come infatti ogni parola è legata alle altre in un sistema linguistico, così ogni formula è dipendente dalle altre in un sistema culturale. In altre parole il significato di un'espressione non è dato esclusivamente dalla somma delle parole che la compongono, ma dalla somma di esperienze storiche che ad essa sono collegate e dalle quali trae la sua carica espressiva. Può darsi il caso che una formula porti nel suo seno anche significati che si elidono a vicenda: una verbale o convenzionale e l'altra storica od esperienziale.

    Il metamessaggio

    Alcuni chiamano questo ambito largo dei significati il «metamessaggio» di una formula: quel complesso cioè di «informazioni» che viene trasmesso al di là e in contrasto con le parole che la compongono, attraverso un riferimento a particolari esperienze vissute, da chi trasmette il messaggio o da chi lo riceve.
    Per quanto riguarda il linguaggio teologico esso trae la sua carica semantica dall'esperienza religiosa. Per valutare la significatività quindi delle formule teologiche è necessario determinare il valore dell'esperienza religiosa di cui costituiscono la «dimensione linguistica».

    Il senso della vita e l'esperienza religiosa

    L'esperienza religiosa non sembra avere un oggetto proprio e quindi un significato specifico: essa tende alla ricerca del «senso» cioè del significato globale di tutti gli altri gesti.
    L'uomo è religioso non quando trova una realtà oltre le realtà; ma quando coglie la condizione per cui tutte le realtà sono significative cioè hanno valore.
    La ricerca religiosa così non termina ad un oggetto o ad una persona tra le altre, ma alla ragione per cui tutti gli oggetti sono sensati o tutte le persone sono intelligibili e amabili.
    Il messaggio religioso perciò non ha un contenuto suo proprio se non quello di rendere possibili tutti gli altri contenuti.
    Dire che l'uomo è salvato non significa altro che: l'amore riguarda un Bene reale, la ricerca concerne una Verità oggettiva, la politica una Giustizia concreta: Bene, Verità, Giustizia che non si identificano con i particolari oggetti che sono ragione delle diverse tensioni.
    L'annuncio religioso perciò non ha un significato «settoriale» ma «globale», non riguarda cioè un settore dell'esistenza ma la investe tutta. Il valore dell'esperienza religiosa sta nel fatto di essere trasparenza di tutta la realtà.
    È necessario distinguere il linguaggio teologico dal linguaggio descrittivo dell'esperienza religiosa: questo non annuncia il messaggio religioso, ma descrive la situazione vissuta. Non è un linguaggio teologico, ma «psicologico», «sociologico», ecc.
    Il linguaggio teologico è quello che struttura ed esprime l'esperienza religiosa: in quanto tale non ha altri contenuti se non quello di rendere possibili cioè significanti tutti gli altri contenuti vitali.
    L'annuncio evangelico quindi come ogni annuncio di fede, anche quando ha come soggetto della proposizione l'uomo non è strettamente antropologico ma teologico: introduce infatti Dio come orizzonte della sua esistenza o come fondamento e ragione della sua vita.
    In quanto tale il linguaggio teologico non ha quindi un contenuto «sacro», non parla di realtà celesti: i suoi contenuti sono offerti dalla vita e dalla storia.
    Di qui deriva il carattere eminentemente storico dell'annuncio evangelico e quindi del linguaggio teologico.
    Storico: significa non solo relativo alla storia ma anche immerso nella storia. Relativo alla storia: l'annuncio riguarda alcuni fatti come chiave di interpretazione della vita.
    Immerso nella storia: l'annuncio cambia secondo le diverse fasi del cammino umano. Il medesimo annuncio utilizzando gli strumenti della cultura del tempo non può suonare allo stesso modo anche se riguarda lo stesso mistero: il dono della salvezza da Dio per l'uomo.
    Lo spessore che media l'annuncio a volte è molto consistente al punto da velare più che manifestare la verità.
    Sono questi due aspetti del rapporto linguaggio e messaggio, che ora è necessario chiarire anche se sommariamente.

    - Linguaggio velamento dell'annuncio
    Come concretizzazione di tutte le mediazioni storiche (cultura - pregiudizi - resistenze nascoste, ecc.) il linguaggio riassume e potenzia i fattori di turbamento di ogni messaggio.
    Se la formula «io ti amo» è per composizione molto semplice e chiara, oggi usata nella letteratura e nei film in contesti di «egoismo» «di ricerca esclusiva del piacere» in ambito cioè di possesso e di strumentalizzazione, diventa anche nell'uso quotidiano facilmente equivoca. Il metamessaggio che esso contiene può essere tanto diverso e a volte opposto al messaggio originario da confonderlo radicalmente.
    Così la formula «Cristo è salvatore dell'uomo», o «Gesù mi salva» diventa fortemente equivoca quando di fatto significa: credendo in Cristo acquisto un ruolo sociale, (conversioni in alcuni paesi di missione), mi assicuro lo stipendio (sacerdoti o impiegati), esercito un potere (uomini della struttura), ecc. In tutti questi casi l'annuncio che emerge non è limpido ed efficace, al di là delle buone intenzioni. Anche quando la motivazione di fondo della propria fede non è conscia (come succede nella maggior parte dei casi), essa tuttavia fa parte del messaggio che si trasmette.
    L'incidenza maggiore di questo messaggio nascosto riguarda gli aspetti comunitari o sociali. Il messaggio della salvezza infatti non è fondato esclusivamente e neppure principalmente sull'esperienza dell'apostolo, quanto piuttosto sulla esperienza della comunità di cui egli è il testimone. Quando la vita di fede della comunità che soggiace all'annuncio e lo rende possibile ha ragioni inautentiche allora la formulazione che ne emerge è necessariamente imperfetta ed inefficace.

    - Vita di fede ed efficacia dell'annuncio
    Il criterio della fede non è quindi l'esattezza formale delle formule, perché non sono queste a garantire il contenuto del messaggio. Una formula che è sorta da un'esperienza autentica di fede nel V secolo non può trasmettere un messaggio di fede se non riflette anche una testimonianza attuale. La verità della resurrezione di Cristo, nel senso salvifico, non è costituita dall'evento passato, ma dalla incidenza reale nel nostro presente. Annunciare che Cristo è Signore, o che Cristo è risorto, significa: egli ha rinnovato la mia vita; egli è ancora vivente e principio di vita.
    È possibile che il riferimento a Cristo sia stato valido per qualche secolo ed ora non lo sia più. La fede in Gesù di Nazareth come salvatore implica invece che anche oggi il riferimento a lui sia efficace. Ma questo non può essere supposto; deve essere testimoniato.
    Solo quando il messaggio nasce da una testimonianza, in armonia culturale con il linguaggio usato, questo non diventa un velo ma una trasparenza.

    PAROLA DI DIO NEL LINGUAGGIO UMANO

    Nella prospettiva ora delineata si può impostare correttamente, credo, il problema del rapporto fra parola di Dio e annuncio umano.
    In una visione sacrale del mondo, parola di Dio indicava prevalentemente i contenuti delle formule bibliche o della tradizione storica, considerati come rivelati da Dio nella loro oggettività. La mediazione del linguaggio non veniva presa in considerazione se non come ragione della finitezza dei contenuti ma non della loro imperfezione intrinseca. Le parole non riuscivano a tradurre completamente la verità divina, ma ciò che esprimevano era esattamente vero, come veniva espresso.
    Tale concezione ha portato al dramma di Galileo e a numerose altre incomprensioni fino ai nostri giorni.
    L'insorgere della coscienza storica, l'analisi linguistica e l'ermeneutica moderna, componenti fondamentali dell'atteggiamento «secolare», hanno reso insostenibile una concezione di questo tipo.
    Alcuni hanno pensato che non si dovesse più usare la formula parola di Dio o non avesse più senso riferirsi ad una rivelazione. La teologia della morte di Dio lasciava intravedere persino la fine di ogni discorso su Dio che avesse la pretesa di una origine divina.
    Di fatto è cambiato radicalmente lo statuto della teologia e quindi la condizione di ogni discorso religioso nel nostro tempo. Ma non per questo ogni parola umana è stata relegata alla sfera del sensibile e del temporale. Anzi man mano che la riflessione si approfondiva nell'ambito della nostra cultura «secolarizzata», consapevole cioè dell'autonomia del creato e della storia, ci si rendeva sempre più conto della tensione «trascendente» di ogni discorso o dell'orizzonte globale di ogni problema. Il linguaggio religioso così si è trovato ad esercitare il ruolo di mediatore del messaggio fondamentale dell'esistenza umana: la vita ha un senso; ed ha dovuto trovare nuove formule per realizzare appunto tale funzione. La parola di Dio quindi nei confronti delle molteplici parole umane non è un paradigma di contenuti da travasare in altri contenitori e neppure un sistema noto da tradurre in moduli diversi. La parola di Dio è l'incognita nell'«espressione della vita» che prende volto attraverso differenti componenti della storia e dà il senso a tutta «l'espressione». Parola di Dio significa appunto il senso globale dell'esistenza umana quale emerge dall'esperienza storica.
    Ma ogni esperienza storica è caratterizzata da un atteggiamento di fede. Nessuno infatti sa precedentemente dove lo condurrà la vita; nessuno conosce le implicanze di una decisione o di una impostazione vitale. Per questo ogni scelta viene compiuta per il riferimento ad una testimonianza storica, che in certo senso rappresenta l'ideale o anticipa il fine verso cui ci muoviamo.
    Per noi cristiani il punto di riferimento storico è Gesù di Nazareth: attraverso la Chiesa la sua testimonianza appare vera ed efficace, cioè Parola di Dio.
    Ma l'annuncio della Chiesa non può essere fatto con parole antiche, se non alla condizione di inverarle in una trasparenza di vita.
    Le parole umane quindi, sono parola di Dio, cioè trasmettano i suoi contenuti, solo nella misura in cui acquistano significato dalla vita, mutuano cioè i sensi dalla storia.
    Solo in tale caso il linguaggio esercita una mediazione di trasparenza e non di velamento.


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