Verso un'educazione alla libertà



    Giovanni Ball

    (NPG 1973-04-02)

    Dimensioni Nuove (1973/2) riporta una lettera che è una «provocazione» per noi, educatori della fede, per professione e vocazione.
    «Fino a poco tempo fa ero uno di quelli che pensano che l'unica forma di impegno sia il gettarsi a capofitto nello studio del plus-valore e nel lavoro dei vari gruppi più o meno politicizzati, dimenticando completamente se stessi.
    Poi, la frana. Mi sono accorto che l'impegno al 100% copriva un vuoto enorme. Scendendo più in profondo ho scoperto di non sapere neppure perché portavo avanti una certa azione, soltanto perché intuivo che era giusta, che è giusto che gli sfrattati occupino gli alloggi vuoti, che nelle scuole si scioperi contro la circolare Scalfaro, ma un qualcosa di diverso, che collegasse ogni cosa a un unico discorso, quello che non c'era.
    Dio lo avevo lasciato da parte già molto tempo prima; ho provato a cercarlo di nuovo ma ho trovato solo il Dio della giustizia, il Dio che mi diceva le cose che sapevo già, non il Dio che ti fa capire quanto sia bello essere uomini, che trasforma la speranza in una certezza. Ho anche capito che di questo passo andavo inaridendomi di giorno in giorno e ho creduto a chi mi diceva di uscire verso gli altri. Mi sono buttato dentro a iniziative che sembravano piene di speranza, lasciando da parte gli amici di prima e tutto il resto, col risultato di prendermi due solenni fregature.
    Adesso mi ritrovo qui, con la paura di perdere completamente la fiducia nell'altro, con la paura soprattutto di lottare per niente, nel modo più sbagliato e involontariamente contro l'uomo stesso. Non chiedo di essere convertito né a Dio né ad altro, e tanto meno vi scrivo per il gusto di sentirmi compassionato. Nonostante non ne capisca quasi più niente, seguito con il lavoro politico a scuola e nel quartiere, altrimenti il mio sarebbe un discorso di comodo.
    Vorrei soltanto trovare un qualcosa, una fiducia, una speranza, che mi permetta di dire non soltanto "quello che cerchiamo di fare è giusto", ma anche "ce la faremo", perché non è facile portarsi sulle spalle un tale peso. Come non è affatto facile (e mi chiedo se non sia anche senza senso) voler lottare per liberare l'uomo quando noi stessi non sappiamo trovare la gioia, la convinzione di essere uomini, quando non riusciamo a trovare, nonostante le porcherie di questo mondo schifoso, la felicità di essere vivi».
    La serie di articoli (iniziata con le riflessioni sulla liberazione, che prosegue con queste annotazioni di ordine antropologico e teologico sulla educazione alla libertà e che sarà conclusa con una batteria di studi sul tema specifico della speranza cristiana e dei suoi risvolti nella pastorale giovanile) ha l'umile pretesa di ingranare con queste attese e problematiche.
    Il giovane che scrive è uno dei tanti. Uno che ha avuto il coraggio di prendere la penna in mano e cercare uno spazio di piena sincerità con se stesso.
    Senza saperlo, si è fatto segno dei «nostri» giovani. Con insistenza, con la voce rotta dalle profonde disillusioni, ci chiedono di essere uomini «liberi» e «liberatori», annunciatori senza mezzi termini e testimoni di una Speranza che è il Cristo risorto. Annuncio e testimonianza che per essere credibile deve saper battere la strada sicura della preparazione e qualificazione personale.
    (L'articolo ripropone, in una nostra traduzione, uno studio scritto originariamente per «Vérité et vie»).

    IL GIOVANE DEGLI ANNI 70 E LA LIBERTÀ

    Partiamo da fenomeni umani facilmente costatabili attorno a noi. Quando osserviamo l'uomo moderno, noi ritroviamo in lui aspetti che caratterizzano l'uomo in generale, l'uomo di tutti i tempi. Ma questi aspetti ci appaiono più accentuati in questo momento.
    Notiamo subito un contrasto: tra l'esaltazione straordinaria della libertà e la sua negazione.

    Esaltazione della libertà

    La libertà è affermata, proclamata, cantata come un valore fondamentale dell'uomo, al punto di divenire una delle principali molle dell'azione e di assurgere alla figura di mito.
    «Viva la libertà!»...
    «Libertà, amata libertà»...
    «Vivere liberi o morire»...
    Non sorridiamo. Questi slogans esprimono la forza di seduzione della libertà. Consideriamo piuttosto con stupore ciò che si potrebbe chiamare «l'Epopea della libertà».
    È una storia che si snoda dall'uomo preistorico, che combatte contro i determinismi della natura, sino ai «futurologi» d'oggi che cercano di scegliere e di costruirsi un avvenire.
    Sfogliamo l'album d'immagini di Epinal dove si conserva il ricordo collettivo dei sacrifici immensi compiuti dalle varie generazioni per conquistare o per difendere la libertà:
    - le città greche,
    - la rivolta di Spartaco,
    - la resistenza dei Galli a Cesare,
    - i martiri cristiani,
    - il movimento di affrancamento dei comuni,
    - la rivoluzione francese: presa della Bastiglia, Valmy,
    - tutte le rivoluzioni del XIX secolo: 1830, 1848, la comune,
    - l'ammirevole lotta di Lacordaire contro il monopolio scolastico,
    - la Resistenza nel 1940-1945,
    - le guerre o movimenti di indipendenza di tutti i popoli colonizzati,
    - la fuga dei prigionieri (cf la sconvolgente testimonianza di Martin Gray sul ghetto di Varsavia e sulla sua evasione da Treblinka in «Au nom de tous les miens»).
    - i movimenti degli «hippies»...
    - le manifestazioni di Varsavia, Praga, Barcellona, Madrid,
    - le proteste di un Soljenitsin e la stampa clandestina in Russia.
    Semplice enumerazione, che non può però non impressionare. Quale film!
    E ricordiamo ancora che la parola «libertà» viene scritta nelle costituzioni degli Stati e viene incisa sui monumenti. La statua della Libertà a New York regge in alto, con gesto deciso, la sua fiaccola. A turno, tutti i popoli, tutte le classi sociali, tutte le età rivendicano la libertà, il potere di scelta e di decisione. Ovunque noi notiamo il rifiuto dei contrasti, dell'oppressione e la «rivolta contro il padre», simbolo dell'autorità.
    Sogniamo pure le attrattive delle «ferie» o del «riposo»; aspiriamo a gustare tempi «liberi» senza la pesantezza e l'ingranaggio del lavoro, degli orari stabiliti e dei programmi imposti.
    L'esperienza ci rivela ogni giorno nuove forme di rivendicazione della libertà: liberazione della donna, libertà sessuale.
    E in seno alla Chiesa: contestazione dell'obbligo della messa domenicale, rifiuto di corsi religiosi «obbligatori». E spesso: viene discusso criticamente il problema del «battesimo ai bambini», come contrario al rispetto della loro libertà! Critica dell'autorità gerarchica.
    Per completare questo panorama, notiamo che l'ateismo contemporaneo procede frequentemente da una affermazione della libertà, come fosse un Assoluto. E così l'uomo rifiuta ogni forma di dipendenza da un Dio creatore e salvatore. Due assoluti non possono coesistere. Dio sarebbe il rivale dell'uomo. O Dio o l'uomo (cf Feuerbach, Marx, Sartre, Jeanson, ecc).

    Negazione della libertà

    L'uomo è un essere pieno di contraddizioni: in lui c'è una perpetua «opposizione dei contrari». Il nostro tempo che esalta la libertà come un idolo, facendo la tristissima esperienza dei limiti della sua libertà, finisce col dubitare di essa, col sorriderne e persino col negarla. E noi gemiamo sotto il gioco della «necessità», in un ambiente debilitante di «fatalità».
    Ecco la reviviscenza nella letteratura, nel teatro e nel cinema, di vecchi miti greci... È indiscutibile che il nostro tempo ha battuto tutti i record di regimi totalitari e polizieschi, che gli odiosi campi di concentramento sostituiscono in peggio la Bastiglia, che la vita umana dal bimbo nella scuola materna sino al vecchio nell'ospizio è inserita in una meccanizzazione dell'uso del tempo: orari, programmi, code di ogni sorta, regolamentazioni, controlli...

    Pressioni e determinismi sociologici

    L'uomo scopre che le sue decisioni, le sue motivazioni e il suo comportamento non partono da lui: tutto gli è imposto brutalmente o subdolamente dalla società. Egli è il prodotto di molteplici influenze congiunte:
    - la sua famiglia, la sua educazione, la sua lingua (che condiziona il suo pensiero!),
    - il suo ambiente di vita, la sua professione,
    - il gioco delle leggi economiche, il dominio della macchina e della tecnica,
    - l'informazione, la pubblicità, la propaganda che gli martellano il cervello e l'immaginazione,
    - l'opinione pubblica che lo plasma e lo impregna costantemente,
    - la pianificazione e la progettazione.
    Prigioniero di queste maglie fitte, come sfuggire alla «manipolazione», alla «unidimensionalità»? (Marcuse).
    Come far sì che la libertà non sia qualcosa di irrisorio, di illusorio, una semplice astrazione e tranello?

    Determinismi cosmici, biologici, psicologici

    Non solamente dall'«esterno» attraverso la pressione sociale, ma anche «dall'interno» l'uomo sa di essere e si sente determinato. È soggetto a:
    - fenomeni cosmici. Radioattività, pressione atmosferica, clima, ecc., influiscono su lui: riflessi, reazioni, eccitazione o depressione;
    - fenomeni biologici: questo ramo della scienza avanza a passi da gigante. La biochimica, la neurofisiologia, la genetica aprono prospettive sorprendenti - e spaventose! - sull'eredità, sull'atavismo, sui processi glandolari, sul gioco degli ormoni, sulla vita delle cellule, sul sangue, ecc. In questa complessità fisico-chimica, non ci può essere posto per la libertà;
    - fenomeni psicologici: non abbiamo bisogno di insistere sulla psicanalisi. Le intuizioni di Freud, volgarizzate dappertutto, accreditano il ruolo primordiale dell'inconscio, del subconscio, delle forze oscure, delle pulsioni, dei complessi... Ove situare la responsabilità? Come credere al «peccato» liberamente voluto? Come mantenere l'idea di «colpevolezza»?
    Un certo «strutturalismo» pretende di dimostrare che il linguaggio forma il pensiero, privando di senso il concetto di libertà.

    Tragica ambiguità

    Perché questi atteggiamenti contrastanti?
    L'uomo è sballottato tra due esperienze reali e contrarie; questo è l'enigma della sua condizione.
    * Egli sente l'appello interiore che fa vibrare tutto il suo essere in favore di una esistenza libera dai contrasti e dalle necessità, verso prospettive di pienezza, di felicità e di gioia. «Divenire» sempre più ciò che egli sente di poter «essere» attraverso l'esercizio delle sue virtualità, attraverso l'espansione, spontanea e responsabile insieme, di se stesso; quale affascinante vocazione! È in gioco tutta la sua dignità di uomo!
    * Nello stesso tempo, il suo sforzo urta contro limiti e ostacoli insormontabili. La sua libertà gli sembra allora fragile e bloccata nella finitezza. Non è forse altrettanto piena di rischi e dannosa? L'uomo subisce l'attrattiva della libertà, ma nello stesso tempo ne ha paura, è preso da vertigini. L'uomo cerca la felicità e la sicurezza: si aggrega ad altri uomini, formando gruppi, partiti, società; si adegua all'ambiente..., si sottomette al capo carismatico. Pensare e decidere per procura - nella società, nello Stato, nella Chiesa - : ci si sbarazza della propria libertà come di un fardello troppo pesante; ci si «adegua», si «seguono» gli altri...
    Dall'uomo ribelle all'uomo gregario, dall'anarchia alla dittatura totalitaria: tragica oscillazione che scandisce le tappe della storia individuale e collettiva.
    Queste costatazioni, evidenti e banali, hanno una estrema importanza per l'educazione della libertà. Bisogna sempre situare i giovani nel loro contesto. Questi dati di base - libertà e necessità, attrattiva e vertigine - formano il vortice delle diverse correnti che impregnano la loro esistenza «drammatica».
    Il giovane agisce e reagisce, lotta o subisce il gioco di queste contraddizioni: si potranno notare in lui ardenti fiammate di libertà, ma sovente pure delle ricadute nella passività.
    Certi ricercano la felice coincidenza tra necessità e libertà; non è forse questo che spiega la fortuna di Spinoza e di Nietzsche presso le giovani generazioni d'intellettuali?
    Il conformismo e l'anticonformismo dei giovani suscitano l'interesse dei sociologi, che cercano di comprendere...
    Queste inchieste, sebbene siano utili, non potranno mai sostituire l'esperienza diretta, il contatto quotidiano con i giovani, in famiglia, nella scuola, nei loro liberi divertimenti. L'educatore sa percepire il guscio entro cui cerca protezione il giovane e sa intuire le aspirazioni più autentiche e più nascoste della sua personalità ambigua ma pure ricca di possibilità in fermento.

    IL SENSO CRISTIANO DELLA LIBERTÀ

    La libertà - che è insieme valore e mito - resta in fondo un enigma. Essa esprime uno degli aspetti profondamente sconvolgenti del «mistero» stesso dell'uomo. Noi tutti avvertiamo il «sentimento» spontaneo della libertà.
    Ma quando si tratta di precisarne il «concetto» ci troviamo fortemente imbarazzati Sant'Agostino diceva: «Quando agisco, io so di essere libero, ma se tu mi domandi che cos'è la libertà, allora io non so che rispondere».
    Tutte le filosofie hanno affrontato questo tema della libertà.
    Sociologia, psicologia, metafisica hanno costruito dei sistemi a volte grandiosi. Non è nostro scopo rifare la storia delle teorie filosofiche sulla libertà attraverso i secoli... dai presocratici a Sartre!
    Richiamiamo semplicemente le principali sintesi:
    * Alcuni negano completamente la libertà: tutto è «determinismo», necessità assoluta.
    * Altri l'affermano con forza e la scorgono dappertutto: nell'indeterminazione della materia, nella contingenza delle leggi fisico-chimiche, nel seno stesso del determinismo, essi notano un'aspirazione confusa e incosciente, dei brancolamenti verso una prefigurazione e un abbozzo di libertà: dei margini, delle scelte... delle virtualità che, oltrepassando la soglia dello Spirito, diventeranno «la» libertà umana (cf i celebri testi di Teilhard de Chardin).
    La libertà è la caratteristica propria degli esseri «spirituali»; essa emerge dalla materia e trascende i determinismi là dove essi affondano le loro radici. Le analisi della sua natura si differenziano secondo le scuole:
    - «stato» acquisito rispetto alla schiavitù (Platone),
    - «atto» della volontà, fonte della responsabilità e della vita morale (Aristotele, Descartes, Kant...),
    - «atto» esistenziale di tutto l'essere nella sua interezza (esistenzialisti, Sartre...).
    A noi basta descrivere il funzionamento della libertà secondo la filosofia «personalista».
    Questa filosofia non gode i favori delle generazioni attuali: gli «estremisti» la denigrano, la ridicolizzano, non senza ricatto. Noi continuiamo a considerare «buone» le posizioni che ci paiono la base di ogni umanesimo, compresa una concezione dell'uomo rinnovata dalle scoperte in corso. Perché non partire dalle nostre esperienze «naturalmente» vissute: quali atti liberi abbiamo già posto nel corso della nostra vita? Quali scelte, quali motivazioni hanno orientato la nostra esistenza? Quale trasformazione ha segnato la nostra personalità? Non esiste una libertà «in sé», «astratta»...: vi sono, concretamente, degli uomini più o meno liberi. Riflettendo sulle nostre esperienze di libertà, dobbiamo concludere che essa non è la spinta cieca del mio io irrazionale, non è l'attività della nostra sola intelligenza e della nostra sola volontà.
    Essa rappresenta l'impegno di tutta la nostra personalità, del nostro soggetto, nella sua totalità: con la sua sensibilità, il suo pensiero, la sua volontà che vuole e la sua volontà voluta.
    La libertà si esercita a due livelli:
    - Essa è innanzitutto quella strana possibilità di scelta - cosciente e voluta - tra la molteplicità degli oggetti che si presentano al nostro appetito di vivere.
    La bella pagina di Jules Lequier suscita sempre la nostra meditazione: il bambino rimane stupito davanti alla bellezza delle foglie rosse di una pergola; ha avuto la proibizione di toccare i fiori e gli alberi del giardino; ma la sua manina avanza verso le foglie: esitazione, lotta interiore ed infine opzione.
    Il bambino conosce per la prima volta la deliziosa volontà di essere «padrone dei suoi atti»; egli scopre questo «potere» vertiginoso di decidere da se stesso. Esperienza decisiva della sua libertà che sta nascendo: nella gioia e nel turbamento.
    - Più profonda che nella scelta tra gli oggetti, la libertà diviene «scelta di se stesso»; io mi «voglio» così e così. Questa autodeterminazione tocca la realtà ontologica della persona.
    Essa implica:
    * Una «finalità» verso la quale si tende. Dunque una coscienza di sé, una «scelta di valori», un progetto. San Tommaso diceva che l'uomo è «causa sui», che egli è la sua provvidenza.
    * Questo slancio comincia innanzitutto col «negare», col «rifiutare». La libertà si erge come una «rivolta» contro i determinismi, contro la situazione di fatto. L'uomo rassomiglia all'acrobata che lavora senza rete di protezione. Egli volteggia sospeso sopra il nulla (cf le pagine di Sartre).
    * Questo dinamismo include necessariamente la «rinuncia»; perché, scegliere fine e mezzi, volersi «tale», significa di conseguenza scartare altre possibilità, ridurre il proprio campo di azione.
    * Così, la nostra libertà non è pura spontaneità; certo, essa sorge dalle esigenze vitali del soggetto, ma suppone: indietreggiamento, riflessione, confronto, motivazione, giudizio. Col pericolo di cadere o di diluirsi nella fantasia incoerente e nel dilettantismo sterile, la libertà porta a una «disciplina» finalizzata e interiorizzata. Da adolescente, ero stato colpito da un paragone tradizionale: alcuni giovani vogano su una barca in un fiume dalla corrente impetuosa; seduti, tutti «fanno forza sui remi» in direzione della sponda opposta, sottomessi a una stretta cadenza; in un'altra barca, altri giovani, secondo il loro capriccio, saltano, danzano, si divertono follemente. I primi sono, malgrado le apparenze, veramente «liberi»; i secondi sono «determinati» dalla corrente che li precipita nella cascata mortale.
    * La libertà individuale è sempre limitata da quella degli altri: il rispetto dei diritti reciproci impone la strutturazione della vita sociale, dei regolamenti, delle leggi.
    * Tutte le libertà sono solidali: politica, economica, religiosa, spirituale. Insistere su una, escludendo le altre, significa uccidere le libertà. Questo è vero nel campo dell'educazione: accordare la libertà su tutti i piani, ad esclusione della libertà religiosa, sarebbe catastrofico. E viceversa.
    Queste basi antropologiche fondano ogni pedagogia della libertà. La complessità di questa esperienza psicologica, metafisica, spirituale sconcerta molto i giovani. Essi hanno la tendenza a confondere la libertà con la semplice libertà di scelta tra vari oggetti; essi la considerano come pura spontaneità; essi manifestano un'istintiva ripugnanza per le rinunce, l'ascesi e la disciplina collettiva che considerano remore e intoppi; essi conducono una lotta quotidiana contro tutte le forme di determinismo che li minaccano.
    Non si può educare degli uomini liberi senza un minimo di formazione filosofica, più o meno completa! Vivere nell'autentica libertà suppone una certa concezione dell'uomo, una «antropologia». E un'iniziazione progressiva, attraverso tappe.
    Aggiungiamo ancora la sfiducia congeniale dei giovani contro la Chiesa, educatrice della libertà cristiana. L'ambiente d'ateismo, «Dio rivale dell'uomo», crea un senso di sospetto contro le iniziative della Chiesa. La Chiesa appare come una forza di oppressione, ostile ai movimenti moderni in favore della libertà, incline agli abusi di autorità di una gerarchia di diritto divino... L'inquisizione, il Sillabo, i compromessi degli uomini di Chiesa con i poteri conservatori... esercitano una efficace propaganda corrosiva sugli spiriti.
    E la dottrina cristiana della libertà, e le testimonianze dei santi in favore della libertà, e lo sforzo «liberatore» della Chiesa lungo i secoli e nel nostro tempo? Tutto ciò resta «ignorato» o viene tacciato come abile tattica di seduzione. L'educatore cristiano dovrà togliere questa ipoteca, sgomberare il terreno, aprire prospettive nuove.
    Terrà sempre presente che l'uomo non è libero, «diviene» libero. La libertà è una capacità e un impegno.

    VERSO L'ESERCIZIO DELLA LIBERTÀ CRISTIANA

    Le basi «teologiche» della libertà, lungi dal minare le basi «antropologiche» sopra viste, le confermano e le rafforzano.
    La fede cristiana, secondo la Rivelazione, può riassumersi in quattro proposizioni:
    1. Dio è libero.
    2. L'uomo, immagine di Dio, è libero.
    3. L'uomo è schiavo del peccato.
    4. Il Cristo libera la libertà prigioniera.
    La prima e la seconda formula completano e chiariscono ciò che l'esperienza e la riflessione avevano riconosciuto: l'esistenza reale della libertà. La terza accentua e aggrava il peso dei determinismi.
    La quarta apporta delle possibilità alla libertà umana e le apre nuovi spazi di sviluppo.

    Dio è libero

    È una tendenza permanente dello spirito umano quella di ridurre Dio a una forza anonima, cieca e determinata. Presocratismo, panteismi antichi e moderni, spinozismo, romanticismo tedesco, deismo... Recentemente, nel corso di un carrefour con alcuni studenti - la maggior parte dei quali frequentava corsi scientifici - sono rimasto colpito dalla forma con cui essi «credevano» in Dio: certi, per prudenza e rispetto, si professavano «agnostici»; ma molti confessavano che per essi, Dio non poteva essere concepito che come una grande forza nascosta, soggiacente a tutto ciò che esiste, dinamismo spirituale immanente alle cose e agli esseri. Parlare di «persona libera» a proposito di Dio, appariva loro un grossolano antropomorfismo, indegno della sua spiritualità, della sua grandezza, della sua infinità, del suo «mistero».
    È vero che noi, a volte, «immaginiamo» o ci «rappresentiamo» Dio come un «grande uomo», un personaggio «definito» di cui cataloghiamo gli attributi, senza salvaguardare il senso del suo mistero insondabile e della inadeguatezza del nostro linguaggio.
    Ma la Bibbia, nelle sue metafore analogiche e profondamente suggestive, ci rivela la sovrana libertà di Dio, padrone delle sue decisioni e dei suoi atti. Egli è l'essere necessario e assoluto, «a se»; egli non può non esistere e per questo si distingue da ogni creatura contingente. Ma egli si manifesta a noi come una persona, un soggetto libero nelle sue iniziative, sia nell'opera della creazione, sia in quella della salvezza.
    Egli afferma continuamente la sua libertà. Dai primi capitoli della Genesi. E i Salmi ripeteranno questa verità in continue lodi: «Omnia quaecumque voluit fecit». E ciò lo distingue nettamente dagli idoli... Lungo il corso di tutta la storia di Israele, noi ritroviamo le sue libere scelte: l'elezione di Noè, di Abramo, dei patriarchi, di Mosè, di Davide, di Maria... Il cosmo, gli astri, i popoli dipendono dalla sua libertà sovrana. Egli vuole liberamente l'Alleanza. Egli promette liberamente l'invio del Messia.
    Il Verbo incarnato, Gesù, viene liberamente a compiere la sua missione: scelta di tempo e di luogo, elezione degli Apostoli. Il Cristo, con le sue opzioni nel deserto, durante il suo ministero pubblico, di fronte alla morte, rende testimonianza della sua libertà divina e della sua libertà umana.
    La libertà di Dio scaturisce dal suo amore ed è la sorgente nei nostri rapporti inter-personali con lui. Il nostro linguaggio resta imperfetto. La vita spirituale ci permette un avvicinamento al suo mistero.

    L'uomo è schiavo del peccato

    La fede cristiana ha il senso dell'incomparabile grandezza dell'uomo, ma con realismo essa riconosce pure la sua debolezza, la sua miseria, la sua situazione «di miseria». Il peccato riduce l'uomo schiavo. La sua libertà è incatenata, paralizzata, resa impotente.
    È questo l'insegnamento della Genesi, dei Salmi, dei Profeti, poi di Cristo, di san Paolo, di san Giovanni: «In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato, è uno schiavo» (Gv 8,34).
    La Bibbia riferisce le tristi cadute dell'uomo, che aspira alla libertà e si rende schiavo da se stesso nel peccato: orgoglio, egoismo, odio. Le pagine della Bibbia presentano lo spettacolo delle turpitudini, dei crimini, delle malefatte che fanno scorrere sangue e versare lacrime.
    Dopo la visione idillica dell'Eden, cambiamento di scena per Adamo ed Eva:
    «È nei loro stessi occhi, un tutt'altro sguardo, uno sguardo di miseria e di povertà» (Charles Péguy - Eve).
    È molto interessante notare che il senso di peccato non si ferma alle nozioni di sozzura, di colpa, di impurità magica...
    L'origine dello smacco umano non risiede nelle cose, ma si trova nel cuore, nella coscienza. Rottura con Dio, sorgente della libertà, atteggiamento di «cupidigia» e violazione dell'Alleanza, auto-distruzione...
    L'intelligenza si oscura e si compiace ai limiti del vuoto, e si espone al gioco del Nulla. La volontà si indebolisce: ferita, pesante, ripiegata su se stessa o dispersa negli oggetti...
    Proprio questo «senso biblico del peccato» anticipa presso sant'Agostino certe intuizioni di Freud.
    L'educazione alla libertà non può trascurare questo aspetto della concezione cristiana dell'uomo. Reagendo a un eccesso di pessimismo e a un triste puritanesimo che hanno imposto l'ossessione del peccato, la paura del sesso, del corpo, che hanno per conseguenza creato metodi educativi troppo autoritari, sospettosi, repressivi e punitivi... attualmente abbiamo la tendenza, in un movimento estremo di oscillazione, ad esagerare in senso opposto. Discolpa di ogni criminalità, divinizzazione della giovinezza, erotismo sfrenato: immagini di «vedettes» dal sorriso pubblicitario ci nascondono le pecche e le mostruosità dell'uomo moderno, che sono purtroppo così numerose e così gravi in tutto il mondo e in tutti i tempi.

    Il Cristo libera la libertà prigioniera

    L'antropologia biblica si arricchisce inoltre di un quarto dato di base: l'intervento di Cristo. Questo intervento non è come un'appendice che completerebbe semplicemente e abbellirebbe l'edificio della nostra fede: si inserisce e si articola radicalmente nella profondità stessa delle realtà espresse dalle nostre tre precedenti proposizioni.
    Gesù Cristo si presenta come l'uomo nuovo, come colui la cui libertà è intatta Egli non subisce la degradazione del peccato. Egli agisce sempre in piena spontaneità, in un movimento di tutto il suo essere non legato né dalla concupiscenza rovinata, né dalla bramosia del denaro, né dalla seduzione del potere, né dalle intimidazioni dei potenti. Egli è pienamente Se stesso e prosegue la sua via senza deviazioni e senza paura, sino alla morte che egli affronta «liberamente». «Nessuno mi prende la vita; sono io stesso che la do».
    Il suo scopo è quello di liberare l'uomo dalla schiavitù, di affrancarlo dal peccato.
    Fin dai primi momenti della sua vita, egli è salutato come la «liberazione»: «Restituire la libertà agli oppressi» (Lc 4,19.21). La sua azione tocca l'alienazione più grave e più profonda dell'uomo: quella che lo raggiunge nel suo intimo. La grande lotta per la liberazione è inaugurata con il battesimo sulle rive del Giordano: il Messia si rende solidale con i peccatori, sottomettendosi a un rito di penitenza e di conversione. La lotta si decide nel deserto, dove egli «fa la sua opzione» contro le tentazioni di un messianismo esteriore e facile. La lotta è annunciata ufficialmente nella sinagoga di Nazaret, condotta palmo a palmo ogni giorno: «Convertitevi». Gli esorcismi scacciano il demonio tiranno (cf san Marco), il perdono viene accordato ai peccatori «per i quali egli è venuto»: «I tuoi peccati ti sono rimessi».
    Il Cristo libera la libertà prigioniera. Egli fa appello alla «coscienza», suscita la libertà: «Vieni, seguimi»; «Se tu lo vuoi, vendi tutto». Egli restituisce alla legge, al sabato, alla preghiera il loro significato e la loro portata «liberatrice». Il suo amore giunge sino alle radici profonde dove si nasconde il peccato: egli ci libera da noi stessi e dalle catene con cui noi ci leghiamo stupidamente. Egli libera la carità, prigioniera dei formalismi, dei conformismi, dei compartimenti stagno. La sua lotta termina con la Pasqua dove egli attraversa la morte e libera la vita. È questo il novello Esodo a cui ci conduce: «Esci», dice a Lazzaro. Grazie a Cristo noi usciamo dalle nostre tombe. Il pastore fa «uscire» le sue pecore dal recinto dove esse si erano rinchiuse per condurle attraverso il mondo fino alla porta dell'«ovile» di suo Padre. Sarebbe molto utile fare una ri-lettura dei Vangeli nella prospettiva della libertà e della liberazione apportate da Cristo.
    San Paolo proclamerà incessantemente la «santa libertà» dei figli di Dio, salvata dal Signore Gesù. La sua lettera ai Galati e quella ai Romani sono dei veri «manifesti» in favore della libertà cristiana; in alcuni punti risuonano come degli «inni» vibranti di gioia e di entusiasmo.
    Gal 3,23-29: «Prima che venisse la fede eravamo rinchiusi sotto il potere della Legge, tenuti sotto custodia in attesa della fede che doveva essere rivelata. Così la Legge fu il pedagogo che ci condusse a Cristo, affinché fossimo giustificati dalla fede».
    Gal 4,26.31: «Invece la Gerusalemme di lassù è libera, ed è la nostra madre». «Così, o fratelli, non siamo figli della schiava, ma della donna libera».
    Gal 5,1.13: «Cristo ci ha affrancati per la libertà; state dunque saldi, e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù». «Voi invece, o fratelli siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per la carne, ma mediante la carità fatevi servi gli uni degli altri»
    Non si tratta della libertà civica, né della padronanza di sé proclamata dai saggi stoici. Secondo san Paolo, il cristiano riceve da Cristo un nuovo potere di vivere la libertà spirituale, la libertà stessa di Dio... nell'intimità del Padre e sotto la mozione dello Spirito:
    Rom 8,1.15.21: «Non c'è dunque ora più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. La legge dello spirito della vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte... E voi non avete ricevuto uno spirito di servitù, per essere di nuovo nella paura, ma avete ricevuto uno spirito dl figli adottivi... La creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà dei figli di Dio».
    2 Cor 3,17: «Il Signore è lo Spirito, e dove c'è lo Spirito del Signore c'è libertà».
    Gv 8.36: «Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete davvero liberi».
    I tre tremendi ostacoli sono superati:
    - la legge, che non era che una pedagogia provvisoria (Rom 6,15; Gal 3,2.13);
    - il peccato, personificato e presentato drammaticamente come un vero despota (Rom 5,15);
    - la Morte, conseguenza del peccato che escludeva l'uomo dalla sorgente della vita (1 Cor 15,36).
    A partire da questa libertà «centrale», «focale», tutte le altre forme di libertà fioriscono come sotto la spinta interna di una linfa primaverile. Il Cristo vuole liberare gli uomini da tutte le oppressioni politiche e religiose. La dinamica della morale evangelica è essenzialmente spirituale e pneumatica: come si è fatto a ridurla a una morale del «permesso» e del «proibito»?

    VERSO L'ESERCIZIO DELLA LIBERTÀ CRISTIANA

    Senza arrivare sino ai dettagli dei metodi e dei procedimenti pedagogici in vista di una educazione pratica, vogliamo completare questa nostra relazione sulle «basi antropologiche e teologiche» di questa educazione con alcune riflessioni che ne derivano direttamente e che possono costituire utili «orientamenti».

    Partire dall'antropologia

    Sottolineiamo innanzitutto, in un modo molto deciso, ciò che ci pare essenziale a ogni forma di educazione della libertà: a dispetto delle critiche e del disprezzo per tutto ciò che fa parte del campo metafisico, noi affermiamo che tutti gli atteggiamenti dell'educatore scaturiranno dall'idea che si è fatta dell'uomo.
    Nessuna abilità, nessuna ricetta, nessuna tecnica potranno sostituire lo slancio innato di una «vita spirituale» ispirata da una vera «fede» nell'uomo. E quale «fede nell'uomo» può superare, per profondità e per estensione, i dati della «antropologia cristiana»?

    Cristo, centro dell'antropologia

    Il centro o il vertice di questa antropologia cristiana è, evidentemente, la Persona di Cristo. Non prendiamo molto seriamente l'infatuazione attuale dei giovani americani per «Gesù Super-Star... Questa «rivoluzione di Gesù» ci sembra un fenomeno superficiale, epidermico, viscerale, sfruttato senza vergogna dalle imprese capitaliste alla ricerca di nuovi «mercati». Ma ciò che ci sembra certo, è la «forza liberante» di Cristo: i giovani saranno sempre sensibili alla seduzione di questa meravigliosa libertà vissuta da Gesù, il solo «uomo libero» completamente. La spiritualità dell'educatore si nutrirà di questa contemplazione vissuta e possibile. È sintomatico che su questo argomento stiano uscendo in questi ultimi tempi numerosi studi teologici.
    Il contatto interno con la forza liberante di Cristo muterà il senso della fede e della preghiera e la vita sacramentale. Fede e preghiera ci liberano dai fini immediati e parziali, e, unificando le nostre forze vive, ci rimettono in carreggiata, ci inseriscono nell'orbita del nostro fine totale. E i sacramenti, al posto di essere degli «obblighi giuridici», diventeranno atti «liberi», dove si rafforza la nostra libertà. Tutti i sacramenti hanno una forza liberante: specialmente l'Eucaristia ci fa partecipare all'Esodo del Cristo: nel prolungamento e nella realizzazione della Pasqua giudaica, noi festeggiamo la nostra liberazione pasquale e attingiamo l'energia di lavorare nel mondo per la liberazione di tutti gli uomini.

    Lavorare per la liberazione

    E ciò ci porta a far notare che il modo migliore per divenire liberi è di lavorare a liberare gli altri.
    L'educazione cristiana della libertà non può trascurare l'iniziazione alle responsabilità sociali, economiche, civiche e politiche. La mancanza di formazione su questi punti così importanti della vita moderna porterebbe a conseguenze nefaste.
    I giovani hanno assolutamente bisogno di una informazione. Non solamente teorica. Suscitare presso i giovani impegni pratici significa iniziarli al compito di liberare gli altri ed è nello stesso tempo un tirocinio per una migliore libertà personale di cui essi apprezzeranno meglio il valore. Ogni impegno pratico è una lotta contro i determinismi.
    La libertà deve «concretizzarsi», se non vuole restare puro e semplice sogno.

    A proposito di non-direttività

    Pongo una grossa questione. Spesso il compito dell'educatore è assimilato a quello di una donna saggia che si prepara al «parto»: ci si ricordi di Socrate.
    Come reazione alle pedagogie autoritarie, si insiste oggi sui metodi di non direttività, spesso mal compresa. L'educatore aiuta la personalità del ragazzo e del giovane ad uscire dall'inerzia in cui vegeta. Non imponendo la propria personalità, ma sviluppando le virtualità innate e originali di ciascuno.
    Siamo fondamentalmente d'accordo. E-ducere: tirare fuori, fare uscire da... Ma ci si può fermare qui?
    L'educazione è solamente «parto» o in un certo modo una «generazione»? L'educatore non dà una parte di se stesso, o, piuttosto, il meglio di se stesso? Non esercita un'azione misteriosamente «fecondante»? A immagine di Dio, non agisce egli come un «padre»?

    Allenamento alla libertà

    L'arte di una educazione della libertà, apparentemente paradossale, ruota su questi due cardini.
    «Ars artium»... L'educatore è un artista. Egli dischiude ai giovani vasti orizzonti: li mette di fronte alle loro esistenze globali. Sì, è un'ora di grazia quella in cui il giovane può scorgere, in una visione di insieme, lo scopo e il valore di tutta la sua vita, di questa «sola e unica vita» che egli deve vivere e guadagnare: il suo cuore è come un vuoto da riempire, il futuro ignoto diventa come un divenire da assumere. In una intuizione sconvolgente e decisiva, personalità e comunità, responsabilità e finalità sono apprese insieme e dalla loro interazione scaturisce il senso: l'orientamento e lo scopo tratteggiano la figura di una «vocazione» da realizzare.
    Ma questa visione globale non è sufficiente per l'educazione della libertà. Per realizzare questo progetto di speranza, bisognerà allenarsi a «scelte» parziali, frammentarie e anche minime, ma coscienti e volute profondamente. Altrimenti il giovane resterà un idealista sognatore e un velleitario.

    L'educatore alla libertà

    A poco a poco, il giovane comprenderà che la conquista della sua libertà è una lotta quotidiana. Rottura di catene che ci legano, sforzi coraggiosi per superare le pesantezze che ci schiacciano, lotta senza respiro contro tutte le forme di determinismo che ci assaltano.
    Questa lotta per la libertà si combatte su tutti i fronti: lucidità dello spirito, fermezza di volontà, padronanza dei sensi e degli istinti... Liberazione dai nostri pregiudizi, dalle «idee ricevute», dagli slogans, dalle pressioni della opinione pubblica... liberazione dalla «servitù» delle affettività infantili, dalle passioni che ci avviliscono, dalla paura, dall'abulia, dalla futilità, dalle antipatie «automatiche»...
    Infine utilizzazione e trasformazione degli inevitabili determinismi (cf temperamento, ereditarietà, malattia incurabile, morte! ) che vengono assunti finalizzandoli dall'interno.
    In questa lotta, evidentemente, il giovane sperimenta la forza della sensualità, dell'Eros, dell'amore. Solo una antropologia biblica ben compresa assicura una educazione positiva e integrale della sessualità: né maledetta, né sacralizzata, essa acquista il suo significato riferendola alla vocazione della persona umana chiamata a riconoscere «l'altro» come un fine e non come un mezzo.
    La libertà cristiana non si inchina davanti al sesso come a un feticcio, ma neppure lo disprezza come fosse qualche cosa di male.
    Anche in questo campo, l'educatore deve essere informato per poter rispondere alle angosce e alle aspettative dei giovani. Egli deve, innanzitutto, figurare davanti a loro come un uomo «libero», che è riuscito a raggiungere un equilibrio sessuale e affettivo.
    L'educazione della libertà unisce continuamente l'antropologia, la rivelazione, la psicologia, la sociologia, la catechesi in un movimento che spinge a una indefettibile speranza. Questa: l'uomo è «possibile» e si trova o può trovarsi continuamente «al di là» del «possibile».
    È la potenza di questo dinamismo che dà agli educatori i motivi per vivere, che sostiene il loro coraggio e che crea, in mezzo a mille difficoltà, ore di gioia che essi solo sono in grado di gustare.