Una parrocchia in cui pastorale è fare tutto insieme



    Intervista con un parroco di Rimini

    (NPG 1973-01-38)

    Nell'estrema periferia di Rimini, verso l'entroterra. Pochissime case raccolte attorno ad una chiesa di concezione semplice e significativa. Altre case sparse tra i campi, lontane dal rumore della spiaggia più affollata d'Italia.
    1.600 persone in tutto: una comunità parrocchiale «piccola», davvero a misura d'uomo.
    La parrocchia della «Resurrezione». Quattro anni di vita.
    Tre sacerdoti ne condividono, in solido, gioie e speranze, tristezze e dolori. Non hanno una casa in parrocchia. Un piccolo appartamento in città e le case di tutti come luogo normale di incontro con tutti.
    La «Resurrezione» è una vera parrocchia «operaia», a forte immigrazione. Due terzi sono operai, un terzo è formato da agricoltori.
    In parrocchia c'è un solo impiegato. I bambini studiano, ma fino alla terza media quando le cose vanno bene. E poi al lavoro. Sono rarissimi gli studenti delle scuole superiori.
    Il «parroco» ha lasciato l'insegnamento della teologia per la diretta attività pastorale. È una scelta di coerenza e di verifica.
    L'abbiamo incontrato, per chiedergli la linea di cammino della sua pastorale parrocchiale.
    La scelta è semplice come tutte le cose grandi. Ma profondamente stimolante. Sconvolge molte vedute che possono essere diventate un tranquillo possesso culturale.
    Trascriviamo le sue parole così, di peso, come sono uscite dalla registrazione. Perché chiunque si sente chiamato in causa ne tenti un confronto.
    Ogni scelta è seria se è storica, relativa cioè all'ambiente concreto in cui si matura e si costruisce. Molte prospettive sono decisamente legate alla particolare situazione della «Resurrezione».
    L'istanza di fondo è però universale. Ha significato per quello che è e per quanto coinvolge.

    IL CAMMINO DI UNA COMUNITÀ PARROCCHIALE

    D. La parrocchia della Resurrezione ha quattro anni di vita. In quattro anni, di strada ne avete certamente fatta tanta.
    I fatti sono più eloquenti delle parole. Le chiedo di raccontarci la storia della sua parrocchia, per aiutarci a comprendere il significato della sua pastorale. Quali scelte avete operato? Come sono stati i primi passi? Dove volete giungere?

    R. L'ossatura della nostra azione pastorale è data da alcune idee di fondo. Riassumo le «nostre» idee, prima di raccontare la nostra storia. Tutti sono battezzati. In quanto battezzati, hanno tutti delle capacità. Partecipano al potere sacerdotale, regale, profetico di Cristo. Queste capacità sono nell'ordine delle abilitazioni all'agire.
    L'educazione cristiana dovrebbe consistere nel dare la forza di mettere in esercizio queste capacità. Si tratta, in concreto, di dare la possibilità di esercitare l'essere cristiano.
    Questo è il punto fondamentale da cui siamo partiti.
    Da questo sono maturate tutte le altre conseguenze.
    Prima di tutto, andiamo a tutti. Secondo, assieme trattiamo i problemi che la vita presenta, volta per volta. Terzo, assieme cerchiamo di risolvere questi problemi, portando a termine quelle azioni che sembrano adatte e importanti.
    Con queste idee in testa, abbiamo, noi preti, iniziato l'attività pastorale. Siamo andati di casa in casa, dicendo a tutti con chiarezza come stavano le cose. «Siamo qui, perché vogliamo creare una nuova parrocchia. Quali sono i problemi che avete?».
    I problemi erano sempre i soliti: non andiamo alla messa perché la chiesa è fuori mano, i bambini non vanno al catechismo perché sono lontani e le strade sono pericolose, abbiamo bisogno dell'asilo... Non c'era evidentemente una richiesta dell'essenza... del messaggio evangelico! «Non abbiamo l'asilo!». Fare la parrocchia significava costruire la chiesa e l'asilo. Abbiamo fatto una prima assemblea di tutti i capo-famiglia. In un bar. Erano presenti 120 uomini. Abbiamo deciso il «titolo» della parrocchia: la «Risurrezione». Quindi facciamo chiesa e asilo... Ma chi aiuta? Si è chiesto chi era disponibile per aiutare. 12 uomini si sono offerti a portare a termine quanto era stato programmato assieme.
    Dopo poco l'asilo era pronto e funzionante con un mare di bambini. I «volontari» hanno continuato a gestire tutta la parte amministrativa e il lavoro tecnico. Poi ci siamo dati da fare per sistemare un locale per la chiesa: un garage. E lì si è iniziato.
    È spuntato un nuovo problema: diciamo la messa in un solo posto oppure in più posti? Di nuovo sono stati riuniti i capo-famiglia, strada per strada. Abbiamo convenuto che la via migliore era non la grande assemblea ma la riunione per zona.
    Sono nati incontri, assemblee molto belle.
    Era spontaneo passare dal discorso tecnico (che cosa facciamo) a quello più profondo (perché lo facciamo). Era una famiglia che si riuniva: uomini, donne, anziani, giovani, bambini... tutti insieme.
    La messa è stata celebrata in vari posti: uno ha offerto la sua casa, un altro un locale, in un altro posto esisteva una cappelletta e l'abbiamo utilizzata.
    Alla domenica dicevamo la messa in quattro posti diversi. Nei giorni feriali andavamo nelle case.
    Dalle assemblee per zona è rispuntata l'esigenza della grande assemblea che radunasse tutti. E quindi della chiesa «vera», grande.
    Ci siamo sempre mossi sui problemi della nostra gente. Tanti problemi che sembrano piccoli. Ma sono grandi, perché sono importanti per chi li vive.
    Un esempio? Accanto alla nostra parrocchia c'è un santuario mariano. Davanti alla statua della Madonna ardono molte candele.
    Ci siamo posti il problema. Dobbiamo fare così anche noi? Dobbiamo mettere i santi in chiesa? Abbiamo fatto altre riunioni.
    La maggioranza è stata d'accordo su questo fatto: non è bene accendere candele ai santi. Non perché non sia bene in sé; anzi, in sé è una cosa molto bella. Le candele sono come un mazzo di fiori con cui si esprime il proprio amore ad una persona. Ma per una scelta educativa. C'è il rischio
    che, con la candela, qualcuno faccia un atto quasi magico. Quindi è meglio stare attenti... Qualcuno si è lamentato.
    Ma si è rifatta la pace presto. Anche perché noi preti non abbiamo un ufficio: il nostro ufficio è la borsa, la macchina... e la casa di coloro che hanno bisogno, di tutti i nostri «parrocchiani».
    Partendo dai nostri quotidiani problemi, lentamente siamo giunti ad una grande scoperta. Siamo in Cristo una sola persona. Apparteniamo ad una comunità più vasta, dove abbiamo tanti fratelli: la diocesi, la chiesa universale. Ci siamo chiesti cosa potevamo fare per questi nostri fratelli. Ed è nata l'idea di partecipare, per esempio, attraverso un contributo materiale, alle sofferenze dell'India, in collegamento con Mani Tese.
    Sono ormai quattro anni che si va avanti così.
    È nata l'esigenza della scuola serale di recupero. E l'abbiamo fatta, trovando dei professori della città che prestano la loro collaborazione gratuitamente. Sono convinti di questo fatto: abbiamo già di che vivere, le nostre capacità e i doni che abbiamo non sono nostri, ma vanno impiegati a gloria del Padre nel servizio ai fratelli.
    Questo gesto è diventato vangelo concreto, vangelo-vita.
    Hanno chiesto un doposcuola per i bambini delle elementari e delle medie. E lo abbiamo fatto. La prestazione degli insegnanti è stata gratuita quasi nella totalità. Tolte poche eccezioni: qualche insegnante aveva bisogno e allora abbiamo detto: compartecipiamo al suo bisogno.
    È spuntato il problema delle vacanze per i ragazzi e abbiamo progettato i campeggi.
    Ho raccontato alcuni fatti. Non dicono molto. Eppure è davvero tutto. Questa è la nostra pastorale.

    ASSISTENZA SOCIALE O SERVIZIO DI AMORE?

    D. Ha ripetuto molte volte che il cuore della vostra azione pastorale è l'ascolto e la risposta ai problemi di tutti. Di lì passa in concreto il servizio ecclesiale e la scoperta della propria vocazione battesimale.
    Tantissimi fanno la stessa affermazione. Il guaio incomincia quando si tenta di scoprire questi problemi della vita quotidiana. Qualche volta non si sa dove sbattere la testa. Qualche volta i problemi si inventano a tavolino o si programmano, tanto per avere qualcosa da fare.
    Voi come scoprite» i problemi quotidiani di tutti e di ciascuno? Avete strutture organizzative appositamente modellate?

    R, Come riusciamo a scoprire i problemi?
    Certo non attraverso strutture fatte a posta. È la partecipazione, la compartecipazione alla vita di tutti che ci aiuta a capire i problemi di tutti. Noi facciamo molta assistenza sociale. La possiamo chiamare «assistenza sociale». E il nome può suonar male, come di fatto suona male a qualcuno. Noi la chiamiamo «espressione d'amore». E ci troviamo bene. Siamo arrivati a questo punto: qualsiasi cosa succede, la gente viene da noi. Ho un quaderno dove prendo nota di tutto, altrimenti non ci si sta più dietro. In questi ultimi tre o quattro giorni, ho registrato 21 richieste. E un continuo venire: una cosa chiama l'altra.
    Li accogliamo per qualsiasi necessità. E così compartecipiamo alla vita di tutti. Come in una famiglia, quando un bambino cade chiama spontaneamente sua mamma, così qualsiasi cosa capita... vengono a trovarci. Un momento privilegiato è il fatto di celebrare la messa nelle case. Ci si riunisce, si chiacchiera, si viene così a contatto con la vita di ciascuno e di tutti.
    Lo stesso per la preparazione dei battesimi, dei matrimoni, cose che facciamo evidentemente nelle case. Anche il «consenso» lo si fa in famiglia. Non abbiamo un ufficio in parrocchia.

    D. La scelta può suonar davvero male a qualcuno... La paura di fare azioni di supplenza ha fatto sbaraccare ogni attività sociale, qua e là. Si demanda tutto questo agli organi dello stato.
    Voi fate esattamente il contrario, da quanto ho capito.
    Certamente la scelta è motivata. Se siete giunti a questa visione delle cose... c'è sicuramente un perché. Qual è questo perché?

    R. Noi chiamiamo l'assistenza sociale «espressione di amore», per un motivo di fede.
    La chiesa è un fatto che non dobbiamo creare noi. Ci precede, indipendentemente da noi. La scoperta del «fatto», di come è, deve creare in noi un atteggiamento di obbedienza. Quindi l'agire non è inventare vie nuove, ma piuttosto mettersi di fronte al fatto e obbedire.
    Noi siamo una persona sola in Cristo, un solo corpo.
    Non esiste più il mio e il tuo, ma il nostro.
    Non possiamo fare delle distinzioni che non esistono nella realtà della persona. Non possiamo distinguere tra cose materiali e spirituali, nel reciproco servizio.
    Certo, sul piano metodologico, c'è da chiarire molto.
    Dal punto di vista della «partenza», dell'azione spicciola, non possiamo però fare troppe distinzioni. Tu sei mio fratello quando sei ammalato e quando stai bene, quando hai un tormento di coscienza e quando hai un problema terra-terra. Quando mi incontro con te, non mi incontro con un pezzo di te, ma con te tutto intero, per quello che sei in quel momento.
    Stamattina mi è venuto a trovare uno. Ha incominciato col dirmi: «Dobbiamo fare due chiacchiere perché ho un affare delicato...». Mi ha raccontato che l'hanno accusato ingiustamente di un furto. Mentre mi parlava di queste cose, pensavo: è mio fratello, questi suoi problemi sono i miei. Mi incontro con una persona, per quello che di fatto è.
    Lo so che in pratica poi diventa difficile combinare tutte le implicanze di questa scelta. C'è il rischio di ridurre la pastorale e la fede ad una dimensione sociologica... D'accordo. Ma il rischio di fare la persona a pezzi è più grave. Qualcuno dice: lo devono fare i laici. Non si possono fare distinzioni da legali...
    Se la comunità cresce bene, istintivamente... le cose si accomodano bene. Oggi la gente sente il bisogno di aiutarsi di più. C'è un uomo che è andato in pensione abbastanza giovane. Bene: è sempre con me pronto per qualsiasi prestazione. Questo è avvenuto non perché ci siamo divisi i compiti: i laici qui e i preti là. Vivendo intensamente il fatto, le cose si sistemano da sole: qualcuno prende la propria parte. E diventa logico che il laico si preoccupi delle cose «materiali» e il prete pensi a confessare, visto che il laico non può confessare...
    Non credo alle scelte parrocchiali in cui è tutto organizzato, come se si fosse in un ufficio. Questa è burocrazia. Così si organizza lo stato. Noi siamo in una prospettiva d'amore. Le cose sono diverse. A me pare, insomma, che se nella comunità cristiana le opere di carità sono un diritto e un dovere, come dice il Concilio, il sacerdote deve immergersene, se presiede nella carità. Per suscitare un atto di generosità, lui ne deve fare mille.
    Se si insiste su questa strada, se i sacerdoti danno testimonianza di una vera comunione tra di loro, le cose si sistemano da sole. Non è creando delle strutture e distinguendo i compiti... In una famiglia come avvengono le cose? Tutti fanno, qualcuno di più e qualcuno di meno. La coscienza di essere famiglia precede ed è più forte della coscienza di essere individui. Tutti si è di fatto corresponsabili. La chiesa è una famiglia... deve camminare secondo queste prospettive.
    Con tutti i limiti, la nostra esperienza ci conferma che siamo sulla strada giusta. Sono tantissimi oggi coloro che si offrono a fare qualcosa, anche se, quando abbiamo incominciato, non sapevamo dove saremmo andati a finire. Noi crediamo che le cosiddette opere di assistenza sono uno dei momenti più belli di vita, di esplosione di vita!
    Senza la carità, quella vissuta, non si recepisce neppure il messaggio della fede. La carità è come l'olio nelle automobili. La benzina, il motore è importantissimo. Ma senza olio tutto si ferma presto.

    LA PARROCCHIA COME COMUNITÀ MISSIONARIA

    D. Finora abbiamo parlato delle attività della parrocchia sul piano del servizio e dell'assistenza.
    La parrocchia è prima di tutto comunità missionaria: comunità che annuncia la salvezza.
    Quali sono i momenti specifici di questo annuncio?

    R. I momenti specifici di catechesi, quelli cioè destinati all'annuncio esplicito della Parola di Dio, sono vari.
    In primo luogo la messa. Facciamo sempre l'omelia, tutti i giorni, in tutti i luoghi dove celebriamo.
    Poi c'è la preparazione ai vari sacramenti: battesimo, cresima, comunione, matrimonio. La preparazione avviene sempre nelle famiglie. Generalmente ce ne preoccupiamo direttamente noi sacerdoti. Abbiamo una convinzione. Se la facciamo bene, presto o tardi ci saranno altre persone capaci di sostituirci. Non possiamo fare dei quadri a priori. La vita... viene fuori quando c'è.
    Queste catechesi sono spesso un'occasione per un discorso molto più vasto: vengono fuori tutti i problemi.
    L'unico guaio è il tempo: non si può arrivare a tutto.
    La catechesi esplicita è limitata a questi fatti.
    Ma crediamo che tutta la vita della nostra parrocchia è catechesi, perché le azioni fatte assieme e spiegate e motivate sulla richiesta di motivazioni che ci è presentata... questo è vera catechesi.
    Una sera, un gruppo di uomini ci ha chiamato. «Vogliamo sapere perché fate questo. C'è qualcosa sotto! E... una nuova politica della curia!». E così abbiamo spiegato le scelte della nostra pastorale. Abbiamo fatto un annuncio molto concreto e molto ascoltato.

    D. Mi pare dì aver capito che la vostra preferenza è tutta dalla parte dei fatti concreti. L'annuncio corre molto sui binari dell'esperienza di tutti i giorni. E così? E, se è così, perché? Che cosa vi ha spinto a questa preferenza?

    R. La presa di coscienza avviene soltanto attorno a fatti concreti. Tra la nostra gente che sicuramente non è colta... le cose vanno così. Nel popolo colto forse ci si può riuscire altrimenti... Anche se c'è la tentazione di fare poi dell'intellettualismo. Di tutto. L'intellettualismo della carità, della giustizia, della fraternità... e poi non si muove un dito da nessuna parte. Attorno a fatti concreti, a scelte precise, che obbligano e legano, si prende coscienza e responsabilità. Questa è la nostra strada.
    Voglio fare un altro esempio.
    Noi siamo arrivati a scoprire la chiesa e la comunità anche attraverso una cosa molto strana: l'abolizione di ogni tariffa e di ogni circolazione di soldi nella amministrazione dei sacramenti.
    Non prendiamo offerte. Noi preti viviamo con il nostro stipendio di insegnanti. Per le esigenze della parrocchia, ci pensa la comunità. Prima di tutto, abbiamo voluto separare il denaro dalle nostre persone. I sacramenti sono chiamata del popolo di Dio a crescere in Cristo nella chiesa. Il singolo e tutta la comunità cresce. In occasione dei sacramenti, ciascuno partecipa alla comunità ecclesiale, quindi dà la sua parte per il sostentamento di tutta la comunità. Questa è la prima tappa. Vogliamo giungere lentamente ad una seconda tappa. Separare totalmente il denaro dal sacramento. Si tratta di dare la coscienza che nel bilancio familiare deve entrare anche la voce «comunità parrocchiale». Qualcuno questo già lo fa. Non dà nulla per celebrazione di messe, matrimoni. Alla fine dell'anno dà una somma, devoluta dal bilancio normale. Dando la somma, partecipa anche alla sua utilizzazione: «Dove li mettiamo?», si chiede.
    È un fatto. Siamo giunti ad una presa di coscienza attraverso una esperienza.

    D. Ho visto che avete una chiesa davvero molto bella. Bella e... costosa, penso. Anche se chiaramente si avverte il rifiuto di ogni trionfalismo, anche nelle strutture e nelle attrezzature.
    Una chiesa così va pagata...
    Come rientra nel quadro delle cose che mi sta dicendo?

    R. È vero. Abbiamo una bella chiesa. L'abbiamo costruita con il contributo dello stato. È un errore... che oggi non ripeteremmo.
    Scherzi a parte, ci sono due cose da dire.
    La chiesa oggi ha delle strutture che sono sproporzionate alla fede dei suoi fedeli. La fede è piccola e ci sono strutture che per la manutenzione richiedono capitali. E allora si deve ricorrere a mezzi che non provengono... dalla fede dei fedeli, ma dagli intrallazzi che abbiamo o dalle «leggi speciali»...
    Però strutture ci vogliono. Un luogo per riunire tutta la gente ci vuole. L'abbiamo toccato con mano. Una «chiesa» ci vuole. Dovrebbe però uscire dalla fede dei fedeli ed esserne proporzionata.
    Se dovessimo ricominciare da capo, ce la costruiremmo mattone su mattone...

    LA PASTORALE GIOVANILE NELLA PASTORALE DI TUTTI

    D. Una cosa ci sta molto a cuore, per deformazione professionale. Finora abbiamo parlato della pastorale di tutti, della pastorale della comunità parrocchiale. Ci interessa la vostra esperienza a proposito della pastorale giovanile. Avete linee speciali, un programma speciale per i giovani? Esistono gruppi di impegno e di servizio?

    R. In che cosa consiste la nostra pastorale giovanile?
    La pastorale giovanile è la pastorale del tutto... I giovani vengono coinvolti in un movimento continuo che tende a far prender coscienza alla gente del fatto cristiano in cui sono immersi per viverlo. Non abbiamo un programma specifico per i giovani.
    Se tra i giovani, qualcuno emerge per sensibilità e impegno maggiore – come è avvenuto e come avviene – si creano delle possibilità di incontro, di preghiera, per loro.
    Ma non abbiamo il progetto di formare un gruppo-élite che salvi gli altri. Non so se è giusto. Noi facciamo così. Lo facciamo in coerenza con la nostra idea di fondo. Tutti sono battezzati. Se c'è differenza tra un cristiano e l'altro, questa sta nel fatto che qualcuno ha preso maggiore coscienza. Si prende però coscienza assieme e si porta avanti la responsabilità assieme. Secondo i doni che lo Spirito dà a ciascuno, ci si impegna nel risolvere i problemi concreti che si incontrano nel cammino del popolo cristiano.
    Se mi chiede: che programma avete per il prossimo anno... Non lo so. Se mi chiede il criterio dell'azione... allora so dare una risposta precisa.
    I fatti della vita diventano chiamata per radunare il popolo cristiano per decidere su quel fatto e perché ciascuno si assuma la propria responsabilità per intervenire su quel fatto. Ma comunque, sempre assieme. Nel progetto, rientrano i giovani e gli adulti.
    Così nasce la parrocchia, come comunità.
    Invece di parlare con me... sarebbe più opportuno parlare con la gente: nei bar, nei negozi di alimentari... Lì c'è davvero la parrocchia come realtà viva.
    Questi luoghi, comunque luoghi di formazione di opinione, sono diventati i centri propulsori della parrocchia. Chi li gestisce, ha la passione della parrocchia. Quando la gente va lì, parla moltissimo della parrocchia. Come ci siamo arrivati? Non lo so.
    Mi pare da un fatto: il fare e il voler fare sempre tutto assieme. Tutte le attività devono rispecchiare la reale composizione della vita: non una parrocchia «femminile» o giovanile.., e neppure una parrocchia nelle mani del prete. Il prete è uno che agisce, secondo la maggior o minor generosità che ha, in base al suo carisma, con gli altri e non al posto degli altri.
    Qualcuno ha scoperto che è chiamato ad aiutare il prete, invece di farsi aiutare, perché anche il prete può avere i suoi momenti neri, perché anche lui può venir meno nella fede. Quando questa coscienza sarà di tutti, allora saremo giunti ad un punto veramente grande.
    Facendo così, ci amano di più, ci sono molto più vicini. Abbiamo toccato con mano, noi preti, che così non solo non si distaccano dal prete, ma lo amano immensamente di più. Noi vediamo che quanto più provochiamo la vita loro, senza essere noi a fare per loro, tanto più essi amano noi e non fanno nulla senza di noi.
    Si tocca con mano l'esaltazione dell'unità del corpo. Tanto più le singole membra sono impegnate a fare la loro parte, tanto più le singole parti si richiamano reciprocamente.

    D. La sua proposta è estremamente interessante.
    giovani più sensibili, però, spontaneamente sentono l'esigenza di una qualificazione attraverso momenti privilegiati. Sentono il bisogno di riflettere su quanto hanno vissuto, per interiorizzarlo fino in fondo. E questo, spesso, attraverso il gruppo.
    La vostra esperienza è chiaramente su un'altra prospettiva, mi pare.
    Questo avviene perché i giovani non avvertono l'esigenza di cui parlavo... o per altri motivi?

    R. I giovani più sensibili sentono il bisogno di riflettere tra di loro sulle esperienze più importanti che vivono.
    Sentono questa esigenza, del resto importante. Ma non per questo si pensano un gruppo di privilegiati.
    La tensione è sull'essere assieme, sul non isolarsi dall'insieme della parrocchia. La tensione è stare con tutti.
    Abbiamo un gruppo di giovani che aiuta nei campeggi: hanno scelto di fare questo servizio, per la comunità parrocchiale.
    Non si sentono però diversi, privilegiati. Loro fanno questo, come altri fanno altre cose.
    Una cosa non dicono mai: «Noi siamo il gruppo di...». Mai. Da noi non esiste nessun movimento organizzato, nessun gruppo. Esiste la parrocchia e basta. La parrocchia che deve essere alimentata come una pianta, per passaggio continuo di linfa.
    Una volta pensavo alla chiesa come un edificio. Cresce piano su piano. Poi si giunge alla fine e si mette il tetto. Mi sono accorto invece che la chiesa è come una pianta. Deve essere continuamente nutrita. Il giorno in cui non è nutrita, muore.
    La comunità parrocchiale è una realtà viva, che esige una presenza continua. Chi ha più grazia, deve dare di più.